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Bettino Craxi, la leggenda del santo ladrone e gli scheletri nell’armadio di Tangentopoli

19 gennaio 2010 17:34

Il populismo di destra e di sinistra fa a gara, consapevolmente o meno, per regalare agli italiani l’equazione fra Silvio Berlusconi e Bettino Craxi, che è a dir poco blasfema. Ma il bisogno aguzza l’ingegno o distrugge la ragione con la stessa leggerezza, e così ci ritroviamo a ragionare sull’ex segretario del partito socialista italiano, se sia da considerare un esiliato o un latitante a dieci anni dalla morte. Una sorte che non è toccata nemmeno ai peggiori delinquenti, avendo la morte indotto all’indulgenza e alla pietas e il tempo coperto di altri fatti il cammino della storia.

Ma con Bettino, in vita e dopo la vita, il trattamento pare che debba essere necessariamente diverso. L’hanno usato prima e lo usano oggi. Ci sono quelli che – come Fabrizio Cicchitto – amano fare di Craxi un perseguitato alla stessa stregua del Premier, e quelli che lo vogliono sprofondare nell’ultimo cerchio dei dannati con il “No Craxi day”. Ignobile l’intento di dare una mano a chi ha a che fare con le aule dei tribunale e cerca in tutti i modi di sottrarsi alla legge, ispirandone altre, di leggi; ignobile organizzare una giornata contro un uomo che non c’è più da dieci anni, perché bisogna salvaguardare l’integrità delle toghe di Tangentopoli, infallibili e al di sopra di ogni sospetto.

 

E qui la politica non c’entra per niente. C’entra l’etica della responsabilità, il senso della misura, l’analisi dei fatti, l’abitudine alla complessità, il rigore e la pietà. Sentimenti e modelli di pensiero e di comportamento che danno alle buone ragioni ed alle cattive, il valore che meritano.

 

Chi non ha amato Craxi in vita – ed aveva legittimamente il diritto di nutrire questo sentimento – ha lo stesso dovere di chi ne ha apprezzato le qualità: né rimozioni, né distorsioni, come ha suggerito Giorgio Napolitano, che della stagione di Craxi fu testimone e, in qualche modo, protagonista pur stando dall’altra parte. “Un bilancio non acritico, ma sereno”, chiede il Capo dello Stato, oggi come mai figura di riferimento insostituibile.

 

Non si tratta d’invocare perdoni e nascondere errori, ma di ritrovare una storia condivisa che concili con un passato controverso e ancora, sotto tanti aspetti, irrisolto e pieno di misteri. Perché ciò avvenga, si deve pur partire da un dato di fatto: Bettino Craxi pagò per i suoi errori più di ogni altro: in manette o ad Hammamet, non visse da uomo libero tanto da non potere curarsi come avrebbe dovuto. Altro dato inoppugnabile: le responsabilità della corruzione dilagante, che toccava tutti – senza esclusione alcuna – caddero sul segretario socialista “con durezza senza eguali”, come scrive il Capo dello Stato.

 

Sarebbe utile porsi alcune domande su questa diversità di trattamento che ancora oggi permane e segna pesantemente la politica italiana, privandola di una componente storica della democrazia, i socialisti, cacciati all’angolo e regalati alla destra dalle frustrazioni, l’arroganza, il tornaconto, gli egoismi di bottega e le ambizioni personali di alcuni protagonisti della politica nazionale.

 

Se a sinistra, più che a destra, Bettino Craxi viene rappresentato unicamente come un delinquente comune, come un ladro di polli finito in carcere, qualcosa che non dsappiamo, c'è. Criminali in servizio permanente effettivo, estatori pericolosi,  terroristi con morti innocenti sulla coscienza sono oggetto di petizioni e di indulgenza plenaria. L'anomalia esiste, non è possibile nasconderla; essa rimanda alla guerra delle due sinistra ancora latente – nonostante siano morti i partiti che l’hanno combattuta (Psi e Pci) – e agli scheletri nell’armadio che Tangentopoli ha lasciato in giro.

 

Il livore, l’arroganza, la violenza non sono giustificati né comprensibili perché Craxi fu figlio del suo secolo al pari di tanti altri che dominarono la scena politica. Oggi i  presunti amici del suo tempo lo usano per salvare i compari odierni, il populismo arrabbiato - ovunque abbia trovato posto -  celebra i rituali del “vade retro satana” nel timore che ai suoi capi e mezze tacche manchi il terreno sotto i piedi.

 

Timori infondati. C’è una conventio ad excludendum nei confronti del socialismo che non c’è più. Non potrebbe essere diversamente nell’Italia dei teodem e delle madonne pellegrine che emigrano da un partito all’altro in cerca di confessionali, invece che di cose da fare nell’interesse generale. Timori infondati, dunque, e non perché manchi il partito che rappresenta il socialismo, ma perché mancano i suoi valori e le sue ragioni, come la prevalenza della laicità di pensiero, la coniugazione fra meriti e bisogni, la giustizia sociale e la cittadinanza delle diversità, tanto per citare qualcosa di estraneo alla cultura politica odierna.

 

Bettino Craxi ha delle colpe da farsi perdonare,  questo è pacifico; ma paga anche colpe non sue. Quella sopra ogni cosa di essere stato segretario del Psi nel momento in cui, come osservò Massimo D’Alema, si capì – con la fine del comunismo – che erano stati i socialisti ad avere avuto ragione.

 

Non stiamo invocando la beatificazione di Bettino Craxi, né rappresentare il rammarico per il socialismo che non c’è, vogliamo semplicemente considerare che l’Italia è l’unico paese al mondo che ha espulso una delle correnti di pensiero che hanno fatto il nostro tempo, insieme alla cultura cristiana.

 

Non ci ha guadagnato nessuno per questa assenza. Proprio nessuno.