Libriamo
Libriamo

Diario/3 Giugno 1992. La pista dei Madonia, Amendolito, quintessenza dell’ambiguità. E l’attentato di San Gregorio

di Salvatore Parlagreco
28 luglio 2009 13:09
Numero commenti Nessuno   Inserisci un tuo commento
Condividi
www.italiainformazioni.com

Il 3 giugno 1992 il settimanale Epoca rivela il contenuto di una telefonata. È una donna che con una ricetrasmittente ha ascoltato una conversazione fra telefonini. «Lo facciamo venerdì», dice una voce. «Lui è con la moglie... lo facciamo al secondo ponte dell'autostrada... gli facciamo saltare anche le palle...». Una pausa, poi la voce riprende: «Così capiscono chi comanda».

Venerdì, secondo ponte, lui è con la moglie: il contenuto sembra chiaro: l'attentato a Falcone. Ma il giorno successivo il questore di Catania Carmelo Bonsignore è perentorio: «Non c'è nessun nesso fra la telefonata e la strage di Capaci». Perché? «L'attentato sarebbe stato compiuto a San Gregorio, alle porte di Catania».

Basta per archiviare l'episodio?

Qualcosa non mi persuade, probabilmente perché non dispongo di tutti gli elementi. Intanto, la prima domanda che mi pongo, riguarda proprio l'attentato progettato a San Gregorio.

Chi sarebbe stata la vittima?

E chi doveva passare quel venerdì sul secondo ponte? I tempi peraltro coincidono perfettamente con la strage di Capaci: Falcone doveva tornare venerdì, poi decise di rinviare.

Mi chiedo cosa succede nelle stanze dei servizi di sicurezza quando arriva la segnalazione di un possibile attentato. Specie se non si tratta della solita telefonata anonima che preannuncia la solita bomba. Le intenzioni della «voce» non lasciano dubbi: sarà usato l'esplosivo sull'autostrada. Non un agguato con le armi, alla portata di una cosca periferica, ma un gruppo ben organizzato che dispone di molte risorse. La polizia riceve la notizia e va a controllare il tratto di autostrada sospettato. Non trova nulla. A quel punto non resta altro da fare?

La voce, imprudentemente, preannuncia con dovizia di particolari il piano: «Venerdì, secondo ponte, lui è con la moglie». Perché? Ancora più stupefacente un'altra coincidenza: l'attentato rivelato appena 30 giorni prima dal pentito Calcara. La vittima sarebbe stata Paolo Borsellino, il luogo: l'autostrada Palermo-Trapani. E c'è infine l'attentato al sostituto procuratore Canepa: non eseguito, ma preannunciato. Il luogo: la statale Gela-Catania, nei pressi del bivio di Niscemi. Delle due, una: o le cosche hanno deciso di fare saltare in Sicilia una specie di «santabarbara» oppure è stata alzata una cortina fumogena attorno all'eliminazione di Giovanni Falcone. Quest'ultima ipotesi mette i brividi.

 

 La pista, falsa, dei Madonia

 

Anche quando si ha l'impressione di fare un passo avanti, ci si sente la pallina di un flipper o un insetto che di notte gira intorno a una lampada e crede di assediarla, mentre ne è assediato. La mia ricostruzione degli eventi del «giorno dopo» è affidata alle informazioni di risulta, quelle che giungono sui tavoli delle redazioni e hanno la fortuna di diventare notizia. E le altre? Le notizie ricevono degli impulsi disordinati e casuali, realizzano il mosaico quotidiano con il quale mi sono misurato. Il collante è debole, tiene insieme i pezzi per poche ore. E si è costretti a ricominciare da zero. Tutto appare allora privo di consistenza, di giustificazioni e la voglia di sfuggire all'assedio della informazione cattura al punto da inseguire le ipotesi più fantasiose. Ma bisogna aggrapparsi, a una regola non eludibile, che impone di non evadere mai dal possibile. Per un osservatore senza pregiudizi, ciò che fa storia non appartiene più a nessuno. Mettere insieme, accumulare e affastellare è fatica improba, ma indispensabile. E la ricostruzione di seconda, anzi di terza mano , come quella che leggete,  può aspirare alla credibilità, quanto una indagine di trincea.

 

Ciò che più arrovella in questa convulsa fase delle indagini è la scoperta immediata, plateale, elementare del colpevole possibile. E insieme la convinzione che tutto cominci e finisca per opera della mafia: motivazioni, mandanti ed esecutori. Come la sentenza di morte pronunciata da sempre, la voglia di vendetta: insomma i sentimenti e non gli interessi.

 

Chi sono i colpevoli?

 

La famiglia Madonia di Resuttana, stando a molti indizi. Troppi. Il vecchio Francesco, don Ciccio per gli amici, ex componente della Cupola e padre di quattro giovanotti, è stato condannato a 30 anni e attualmente è ricoverato in ospedale a Pisa. Salvino Madonia, figlio di Don Ciccio, è il destinatario del regalo di nozze. Fu arrestato in dicembre del 1991, nella sua villa di Carini: piscina, giardino, ogni confort. Con lui si trovava Manuela Di Trapani, che sarà la sua futura sposa. I Di Trapani regnano proprio a Capaci. Uno degli agenti che va a mettergli le manette racconta che Salvino somiglia a un personaggio di Francis Ford Coppola.

 

Poi ci sono Aldo e Giuseppe: quest'ultimo è all'ergastolo per l'omicidio del capitano dei carabinieri Basile a Monreale. Aldo, invece, si trovava il 23 maggio a Napoli per incontrare il suo avvocato. Non sappiamo se abbia partecipato alle nozze del fratello, sposatosi la mattina del sabato. Antonino, infine, il quarto fratello: è il capo, tiene i conti e lo chiamano «il ragioniere».

 

Deve comparire in tribunale a Palermo perché è accusato di avere organizzato il traffico di cocaina in società con il cartello colombiano di Cali. La banca d'appoggio per le operazioni di pagamento era la Fimo, sede a Chiasso. La Fimo spediva a Ginevra pacchi postali, ognuno dei quali conteneva mezzo miliardo. L'istituto TDB di Ginevra riceveva il denaro e lo versava nel conto corrente aperto da una società colombiana, la Oficina de Cambio. In Svizzera Antonino era conosciuto con il nome di Stefano Candela.

 

Gli argomenti per affidare ai Madonia un ruolo chiave nella strage di Capaci non mancano: sono «i terroristi», sono associati al cartello colombiano e ai corleonesi, regnano nel luogo dell'attentato, temono più degli altri le leggi speciali anticrimine del governo ispirate da Giovanni Falcone. Per giunta, c'è la rivendicazione della strage, un regalo di nozze a Salvino. E i tre delitti eccellenti degli ultimi mesi sono stati compiuti nel territorio dei Madonia (Libero Grassi, Salvo Lima e Giovanni Falcone).

Non resta che rispondere alla domanda fondamentale: i Madonia dispongono di una rete informativa, complicità, protezioni, potere e capacità logistica per organizzare l'attentato di Capaci? Si sussurra che a Punta Raisi i Madonia controllerebbero alcune attività, ma è troppo poco.

 

Calderone, nella sua intervista, è persuaso che ad ordinare l'attentato sia stata la mafia in carcere. Chi sta in ergastolo e teme di non potervi sfuggire si comporta da disperato. I corleonesi, a suo avviso, si sono comportati da uomini disperati decidendo di uccidere Falcone e rischiare una reazione dello Stato dalle imprevedibili conseguenze. Tuttavia Calderone avverte: «II delitto è stato deciso dai capi delle sei province». E una azione da disperati o una decisione meditata? Non sempre le soluzioni semplici e a portata di mano sono quelle giuste.

 

 Amendolito, la quintessenza dell'ambiguità

 

 Salvatore Amendolito nel memoriale a Giovanni Falcone scrive che «la sola ragionevole via d'uscita della mafia è quella di rendere il sistema giudiziario ingovernabile». E suggerisce di «rendere il sistema giudiziario impenetrabile a qualsiasi infiltrazione disinformante». Insomma, sembra dire Amendolito: «non dovete servirvi più dei pentiti».

«Un cambiamento così importante, conclude, dovrebbe suggerire alla mafia italiana di modificare il rapporto dinamitardo attualmente esistente tra mafia e giustizia». Proprio così: dinamitardo.

 

Il messaggio è fin troppo eloquente. Amendolito lo ribadisce in un altro memoriale inviato il 24 aprile del 1991 alle massime autorità dello Stato. «Bisogna considerare che un attentato alla vita del giudice Giovanni Falcone (Addaura, 21 giugno 1989) era del tutto improbabile perché avrebbe rischiato di raffreddare il vento di liberalità di cui il nuovo codice di procedura penale era portatore, oltre che smorzare l'effetto delle direttive legittimiste della Corte suprema sulle corti di merito. Ma ora che il Governo ha fatto proprie le tesi del giudice-poliziotto la mafia ha perduto ogni incentivo a pazientare...».

 

Amendolito non è Calderone, né Calcara. E’ la quintessenza dell'ambiguità, una inquietante mistura di saggezza, cinismo e furbizia. Possiede conoscenze giuridiche, buone amicizie e un curriculum per certi versi affidabile: fu lui a sgominare alcuni pezzi importanti della mafia siciliana e italo-americana con l'operazione pizza-connection. Ma è la stessa persona che da anni insegue la tesi della contiguità fra la magistratura svizzera, quella che si occupa del riciclaggio,  e la mafia, al punto da dovere subire due processi per calunnie. Comunque sia, è stato per anni alle dipendenze dell'FBI ed ha collaborato con Rudolph Giuliani sin dal 1982.

 

In giugno del 1986 fu arrestato in Svizzera per traffico di valuta e perdette la protezione di una parte dell'apparato inquirente americano, nonostante avesse appena testimoniato contro il boss Tano Badalamenti. La sua professione, ufficialmente, è di consulente finanziario; di fatto è agente infiltrato nella mafia dall'FBI per più di quattro anni, dal 1983 al 1987. In Italia venne condannato a quattro anni, ma la sentenza fu annullata dalla Cassazione nel 1987 in un clima di buoni rapporti nella politica giudiziaria dei due paesi, Italia e Stati Uniti.

 

© Riproduzione riservata
Segnala ad un amico

Ricerca Articoli

Ricerca AvanzataI più letti

Icone
Icone
Altre notizie