Credo che le risorse di cui oggi si dispone, consentano una sola via: la prima.
È un ristorante elegante di una città qualsiasi di un giorno qualsiasi. Ai tavoli la gente non parla, si confida. Un brusio sommesso sorprenderebbe quanto l'urlo di un bambino. Lui, il mio interlocutore, trascorre larga parte della giornata seduto al suo tavolo, in fondo a sinistra, un po' appartato. Siede dando le spalle alla parete. Pensavo fosse un vezzo, un'abitudine, una piccola fobia. Una volta mi capitò di sedere al suo posto, e scoprii che da lì bastava alzare lo sguardo per accorgersi di ciò che avviene: chi entra e chi esce.
L'agguato è una paura ancestrale: non basta farsi gli affari propri ed evitare le cattive compagnie; la paura nasce con te, viene ereditata e risiede in un luogo dell'anima talvolta senza uscire allo scoperto, appartata come quel posto al tavolo del ristorante...
Fatti gli affari tuoi se vuoi campare tranquillo, si diceva una volta.
Gli chiedo di Falcone, se si sia fatto un'idea.
«Era un uomo eccezionale», dice. «E loro lo sapevano...».
Mi racconta di una serata trascorsa in sua compagnia. Una serata piacevole, dice.
Di che cosa avete parlato?
«Nulla di importante. Giovanni non voleva rinunciare ai suoi amici, alle sue abitudini... Questo gli è stato fatale».
Gli espongo la mia tesi: va bene, la mafia. Quella locale. Ci sono professionisti dell'esplosivo, che ci invidierebbero in Libano.
Ma questo che cosa prova?
Nulla.
Che le famiglie “colpite” e le altre inquiete o danneggiate dalle iniziative governative, sperano che Falcone sparisca in qualche modo... Poi si sono fatti i conti ed hanno concluso che l'investimento era in perdita.
Giovanni Falcone stava nel mirino, ma non correva un pericolo imminente. Qualcuno, tuttavia, da l'ordine. Bisogna superare ogni remora, cancellare ogni indugio. Il livello di pericolo ormai è troppo alto?
Riciclaggio, affari ed uomini importanti. Ora fa il giudice, l'uomo politico, l'alto funzionario dello Stato: è troppo. Mette le mani in ogni questione delicata, da consigli, affastella documenti, illustra le sue opinioni: le banche svizzere, la giustizia sovietica, il mondo politico internazionale. E, per di più, c’è l'omicidio di Salvo Lima.
Tutto ciò ha creato allarme.
E a questo punto arriva la decisione.
Da dove?
Falcone non colpisce più la mafia di borgata, né i boss locali. Punta più in alto. Non per scelta, non solo per scelta, ma perché sta a Roma, occupa l'ufficio più delicato del ministero di Grazia e giustizia. D'accordo, prima che ci andasse lui, nessuno sapeva che esistesse quell'ufficio, ma è una ragione in più... Un inquisitore capace di ragionare come «loro», geniale, con quel potere e con il credito di cui godeva...
Chi ha premuto il grilletto? Quelli che da anni l'avevano nel mirino? Può darsi, ma solo nel senso che è spettato a loro eseguire l'operazione. Non crederò mai che a premere il grilletto, a decidere siano stati i Madonia, da soli... La reazione prevedibile, non eludibile, sarebbe stata pagata da loro.
Ci sono coperture, decisioni che coinvolgono uomini che contano? Lo so, si dice abitino a Palermo. Ma è da Palermo che si controllerebbe mezzo mondo?
Il mio amico centellina il suo marsala secco mentre mangia la cassata alla siciliana. Mi ascolta, si concede un lungo silenzio, poi comincia.
«La guerra di mafia, quella dell'inizio degli anni Ottanta aveva un obiettivo: spazzare la rete di collegamento fra le famiglie siciliane e ambienti americani».
La mafia italo-americana? chiedo.
«No, ambienti governativi legati ai servizi. Si dovevano spazzare via agenti che rispondevano ad un “regime” ormai scomparso... Capisci?».
«Cerco di capire...».
«Fu cacciato un importante uomo di governo, in America intendo. Forse aveva in animo di fare qualcosa di grosso. L'attentato fallì... Reagan restò in vita. Così, in silenzio, tutta la vecchia gerarchia è stata tolta di mezzo. Anche in Sicilia. L'Isola fungeva da incrocio nei grandi affari di droga... Gli ultimi uomini sono caduti pochi anni fa. La guerra di mafia è stata gestita ed usata...».
«E Falcone, che c'entra?».
«È in questo contesto che egli trova i pentiti, le alleanze giuste, un grande credito internazionale... Lavora con efficacia, raggiunge risultati. Non si sarebbe potuto fare meglio...».
«Non solo alleanze. Anche avversari tenaci. Nella magistratura, nel mondo politico...» gli faccio notare.
Il cameriere si avvicina per annunciare una telefonata. Lui finisce di bere il marsala e si alza, lasciandomi a rimuginare sul complicato mosaico che mi ha fatto intravedere.
Deve avere qualità straordinarie, mi persuado. È come se i suoi occhi riuscissero a percepire uno scenario in profondità, l'insieme, degli episodi sprovvisto dei dettagli. Ma è una virtù? I particolari sono essenziali, il contesto ti affascina e ti pregiudica la comprensione...
Qualcuno fa un cenno da lontano. È un tale seduto a un tavolo piccolo, accanto all'ingresso. Cerco di ricordare ma è inutile. L'ho incontrato altre volte. Chi è? Quello, affabile, continua ad attirare l'attenzione. Faccio anch'io un cenno con la mano. Potrebbe essere uno da non salutare, mi dico, e recrimino subito sulla mia idiozia, scuotendo il capo.
«Con chi te la prendi?» chiede lui, sopraggiungendo.
«Lascia perdere...».
«Ricordi quell'estate? Era in agosto, il 1980. Il caldo terribile, il ristorante all'aperto...».
E come potrei dimenticare, penso tra me. Attraversavo sulle strisce pedonali solo quando il semaforo me lo vietava, non mi piaceva il lavoro al giornale e volevo andarmene via.
«Nessuno crederà mai che avevamo capito dove si trovava Michele Sindona», riprende. «Era proprio qui, in Sicilia...
E stava cominciando l'operazione di pulizia. Allora vedevo regolarmente Giovanni Falcone... Sai che ti dico: l'avevano già fatto fuori. Professionalmente, dico. Le lettere anonime del corvo sono una trovata geniale. Due piccioni con una fava...».
Non correre troppo, lo avverto, abbiamo la stessa opinione... Chi ha concepito il piano è un uomo geniale. Dunque, a Palermo ci sono due magistrati, in procura e all'ufficio istruzione, che ottengono risultati nelle indagini contro la mafia. Attuano metodi diversi, Falcone cerca i pentiti e li utilizza. Ragiona come gli uomini d'onore ed è in grado di sfruttarne le debolezze, i bisogni. L'altro, Di Pisa, lavora giorno e notte. Non molla mai la preda, ma... Ecco per lui la legge è legge... Il pentito è un imputato e basta. E gli imputati non hanno colore politico.
Partono le lettere anonime, che accusano Falcone ed altri di avere permesso al pentito Salvatore Contorno di venire in Sicilia a vendicarsi dei corleonesi. Quando le lettere arrivano, il corvo è lui, Di Pisa.
E Falcone? A Roma, ormai lontano dal Palazzo dei veleni.
La partita è chiusa?
No, Falcone non accetta l'idea di essere un burocrate. Glielo impediscono il temperamento, l'esperienza che ha accumulato, il credito che ottiene. Ritorna pericoloso. Come prima, forse di più. La sorte non c'entra. Ognuno se la costruisce da sé... Per esempio, il sindaco Salvatore Insalaco. Denuncia ruberie, mafie, collusioni, contiguità... Non è un santo, ma decide di voltare pagina. Una lettera anonima, la custodia cautelare. Finito! Ma Rosario Nicoletti si toglie la vita e Insalaco lo sostituisce all' Assemblea regionale. Tornato in libertà, arriva in Parlamento. Ora può farsi ascoltare. E lo ammazzano.
Di Pisa muore professionalmente, Falcone ed Insalaco muoiono fisicamente. La regia è identica... Non i mandanti, ma la logica, le motivazioni. Da manuale...
Lui sorride. Annuisce compiaciuto.
«E allora?» esclama.
Lo so che non significa niente, che le cose restano come sono, che le analisi hanno bisogno di indizi, prove, fatti... Lui indossa l'abito del nichilista. Insomma è tutto inutile, il mondo non potremo cambiarlo noi... E Falcone aveva già le stimmate del
Crocifisso fin dalla nascita.
Mi congedo.
«Resto», annuncia. «Vado ad ascoltare l'altra campana».
E si avvia verso il tavolo che rimane accanto l'entrata, dove è seduto quel tizio che ha salutato affabilmente.