Bussano alla porta della mia stanza in ufficio.
«Avanti», dico con fastidio.
Riccardo R. entra con un inchino esagerato. Non vuole disturbarmi. Solo un saluto, dice. Lo invito a sedere. Ha lasciato l'arma dei carabinieri, dice, ma gli è rimasta la voglia di capire il delitto. Si è appena laureato in medicina. Deve essere stata una grande fatica. Ha con sé una borsa di cuoio. Sospetto che non contenga nulla. Lui si accorge del mio interesse per la borsa e la ripone sulla scrivania, poi l'apre con circospezione e tira fuori alcuni dattiloscritti.
«Le metodiche che si avvalgono di sostanze esplosive vengono adottate dalle organizzazioni criminali per punire il commerciante che non paga il pizzo...» esordisce, di punto in bianco. Parla come scrive, l'ex carabiniere. I fogli sono riposti sul tavolo ma egli guarda in alto, ispirato. Non legge.
«Beh! Questo lo so anch'io» osservo mentre sfoglio i giornali.
«E certo», riprende, «che nell'attentato a Falcone si è fatto tesoro del fallimento dell'analoga azione criminosa contro il giudice Carlo Palermo il 2 aprile del 1985. L'obiettivo principale, l'assassinio di Carlo Palermo, fallì... La strage di via Pipitone Federico in luglio del 1983 ha avuto successo: il consigliere istruttore Rocco Chinnici è stato ucciso... Tecniche terroristiche da tipica guerriglia libanese: nel portabagagli di un'auto c'era la carica che è stata fatta esplodere con un radiocomando a distanza... Evidentemente si volevano scoraggiare le investigazioni e intimidire la gente con un'azione dimostrativa. Questi fatti incutono paura e provocano confusione e scoramento. E la procedura del terrorismo..., ma l'obiettivo è di condizionare le istituzioni...».
La voce ha un suono nasale, si arrampica sulle sillabe. Quando finisce la frase è come se piantasse il piccone sulla cima. Il monologo diventa così una escursione in alta montagna. Ma vale la pena. «L'attentato di Pizzolungo al giudice Carlo Palermo si può definire tecnicamente perfetto, sia per la posizione strategica dell'autobomba, posta in una zona di piena osservazione, che per la quantità di esplosivo adoperato, circa 500 chilogrammi... Il fallimento è dovuto alla lateralità dello scoppio...».
«Un attentato perfetto non può concludersi con un fallimento», gli dico.
L'ex carabiniere sorride, compiaciuto. Era la domanda che si aspettava.
«Sì, sull'attentato a Falcone fu commesso un errore...».
«Così, cinque morti e sentenza eseguita, le appaiono un fallimento».
«La carica di tritolo posta allo svincolo per Capaci all'interno di un cunicolo in una posizione sottostante ma centrale alla carreggiata, era di gran lunga inferiore a quella adoperata per l'attentato al giudice Palermo» riprende l'ex carabiniere, con l'aria di un professore di liceo di consumata esperienza. «È stato esaminato l'esito imprevisto dell'attentato a Palermo. Non avevano calcolato la possibilità che un'altra auto si potesse trovare sul luogo dell'attentato nell'istante dell'esplosione, facendo da schermo... Sull'autostrada per Capaci l'esplosivo ha colpito dal basso verso l'alto, e non lateralmente, l'obiettivo, sulla bocca del cratere aperto dall'esplosione. La blindatura dell'auto di scorta è stata scardinata grazie ad una spinta dal basso verso l'alto. L'esplosivo? Una miscela a base di tritolo e nitroglicerina in forma di gelatina, innescata con l'aiuto di un telecomando a doppio codice di sicurezza, con detonatori sistemati poco tempo prima dell'attentato... E non mi sorprenderebbe sapere che il crimine sia stato eseguito da siciliani. Nell'Isola si verificano ogni giorno attentati esplosivi... Ci vogliono competenze professionali superiori alla norma, ma non impossibili da reperire restando in Sicilia. Se si considera che è stato calcolato in 0,02 secondi il tempo utile per colpire l'obiettivo con precisione, bisogna dedurne che è stato adoperato un sistema elettronico sofisticato».
«Va bene, lo interrompo, ma ho bisogno di saperne di più. Chi adopera in Sicilia questi sistemi sofisticati?».
«So dove andare» mi rassicura.
Poi mi parve d'improvviso sovrappensiero, preoccupato. Strinse più volte, lievemente, il labbro inferiore con due dita della mano destra, si alzò senza degnarmi di uno sguardo e fece per uscire.
«Stia attento», ebbi il tempo di dirgli, mentre chiudeva la porta.
Non so per quale ragione l’avessi avvertito. Che cosa mi passava per la testa?
Lo stesso giorno potei completare le mie informazioni sulle armi usate dalla mafia, grazie ad una indagine che aveva fatto il giornalista Andrea Ballerini.
Ballerini conosce le armi e non si accontenta mai delle informazioni che riceve. Gli esposi una mia tesi sulla qualità delle armi. La lupara è stata abbandonata, dissi, perché non semina più terrore.
Ballerini mi diede torto, dati alla mano.
«Le doppiette e gli automatici non sono affatto scomparsi. La cartuccia a pallettoni, che impropriamente chiamano lupara, miete ancora vittime. Con i revolver 38 special, sicuri anche se imprecisi, sono stati uccisi il presidente della Regione Piersanti Mattarella, il capitano dei carabinieri Emanuele Basile, il segretario provinciale della Dc Michele Reina, il giornalista Mario Francese, il giudice Ciaccio Montalto, il commissario Giuseppe Montana e molti altri; più recentemente il giudice Livatino e Salvo Lima. I kalashnikov compaiono negli anni Settanta, uccidono il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e sua moglie, il commissario Ninni Cassarà. Ma il mitra non è un'arma nuova per la mafia e il banditismo siciliano... Il giudice Cesare Terranova fu ammazzato con un fucile. Un residuato bellico: era una carabina Winchester calibro 30. Un'arma americana pure per Pio La Torre, un mitragliatore Thompson, proiettili devastanti».
Domandai se poteva trarre qualche indizio dalla sua ricerca. Mi spiegò che per i nemici istituzionali, uomini dello Stato, basta un vecchio fucile, una calibro 38, un mitra... Quello che è necessario... La scelta dell'esplosivo suggerisce la ricerca di nuovi equilibri interni: il luogo e il tempo collegherebbero l'uccisione di Falcone a quella di Salvo Lima. Una ipotesi, quest'ultima, che gli era stata riferita da un investigatore.
«Il giudice Falcone poteva essere ucciso a Roma con una 38 special?».
«C'è movimento fra le cosche», risponde, facendomi capire che è la sua fonte a crederlo. «Gli effetti dell'aggressione dovrebbero manifestarsi in tempi brevi... Uccidere Falcone a Roma avrebbe potuto fare sorgere equivoci all'interno di Cosa Nostra. Il messaggio, invece, doveva essere chiaro ai destinatari, cioè le famiglie mafiose...».
Più tardi ebbi la fortuna d'incontrare un personaggio autorevole. Se volevo che esprimesse la sua opinione, mi disse, avrei dovuto assicurargli l'anonimato. Naturalmente risposi che ero d'accordo. Mi aspettavo di essere ripagato con buone informazioni, anche perché accettai gli accorgimenti che aveva preteso per impedire la registrazione della conversazione. Controllò perfino la mia giacca. Subii, quindi, una perquisizione pur di ascoltare quanto aveva da dire.
Rimasi deluso.
«Di queste cose», spiegò, «si occupano i catanesi. Lì c'è un esercito ben organizzato, preparato alla guerriglia... Deve sapere che quando spara la 38 il delitto è palermitano, se c'è il kalashnikov o l'esplosivo si deve guardare a Catania...».
Cercai, in tutti i modi, di fargli dire di più. Non aprì bocca, anzi si dimostrò sorpreso dalle mie insistenze e dal fatto che non avessi apprezzato la qualità delle sue informazioni.
«Che vuole che le dica?», fece con fastidio. «Il nome degli uomini che l'hanno ammazzato?». Insomma, mi trattò come un ingrato e, forse, come uno stupido, visto che chiedevo l'impossibile.
Ebbi l'impressione che sapesse qualcosa di più. Non so quanto di più. Scrollai le spalle, quando se ne andò. Pensavo che quel rituale di gesti e di parole non fosse davvero nuovo; serviva a millantare credito. Qui in Sicilia darsi l'aria di mafioso, a quanto pare, paga. Quelli che lo sono davvero, cercano di non mostrarlo. Sono proprio cambiate molte cose, mi dissi.
Avvenne qualcosa, tuttavia, che mi fece ricredere, seppure parzialmente. Appresi, attraverso una notizia dell'Ansa, che si indagava su un omicidio avvenuto il 14 aprile ad Adrano, in provincia di Siracusa. La vittima era un mago dell'elettronica, Angelo Nicosia, coinvolto mesi prima in una inchiesta di mafia.
Nicosia apparteneva a un clan catanese annientato dalla polizia. In casa di uno dei soldati del clan, la polizia aveva trovato timer e congegni elettronici per telecomandare cariche di esplosivo. Un gruppo mafioso, che operava in Toscana, aveva inoltre ricevuto una commessa per la fornitura di esplosivo.
Le cosche siciliane avevano alzato il tiro?