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Cap 27/ I corleonesi, gli anni dell’ascesa. “Quel giorno che scampai all’agguato. Navarra ci morì….

14 dicembre 2009 17:51
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Impiegai il resto della giornata in un paziente lavoro di ricerca annotando diligentemente le rivelazioni quotidiane dei pentiti e gli stupori che le accompagnavano. Più parlano, meno sanno, commentai. Non possono prendersela con chi assicura la loro sopravvivenza e conserva il loro portafogli. Stupefacenti mi apparvero le notizie su pentiti e superpentiti che si apprestano a parlare: una specie di coro che accompagna il solista.

Le confessioni erano preannunciate dai giornali. Il pentito racconta vita, morte e miracoli di Cosa Nostra e poi scompare, come la Madonna di Lourdes. Le carte che ho messo da parte avrebbero dovuto convincermi che gli investigatori, grazie ai pentiti, hanno in mano i tre anelli della catena dei delitti.

Più che opinioni ho maturato dei dubbi.

Perché le rivelazioni dei pentiti arrivano così facilmente al pubblico? Chi decide sulla loro riservatezza? Chi permette che le loro accuse finiscano sui giornali, prima che siano oggetto di riscontri e possano essere esaminate, controllate, verificate? Perché minacce di morte, nomi, circostanze particolari vengono divulgati?

A tarda sera verso le 21,30, decisi di telefonare a Giuseppe G., il maestro elementare corleonese che Martini mi aveva indicato. Composi il numero più volte, non ebbi risposta e supposi che fosse andato in ferie o che il numero non fosse quello giusto. Sospettai perfino di essere stato ingannato. Mi sbagliavo. Quando richiamai, Giuseppe G. era rincasato. Mi presentai e gli chiesi un appuntamento per il giorno successivo. Volle sapere quale buona ragione avessi per incontrarlo.

«Non c'è niente nella mia vita che possa interessare un giornalista», osservò con tono cortese e un po' impacciato. Mi parve stupito ed insieme divertito.

«Non cerco nulla di interessante”,  replicai. “Desidero solo imparare qualcosa da lei sulla città di Corleone».

Giuseppe indugiò  un istante; sentii un lieve tramestio.

«Va bene», disse alla fine. Mi avrebbe atteso l'indomani pomeriggio alle 15,30 a casa sua, per prendere un caffè.

Abitava in un decoroso edificio del centro storico, costruito durante il fascismo. L'androne d'ingresso, sobrio, con archi e stucchi di colore rosa e giallo paglino, era davvero gradevole. Il vecchio ascensore a piena luce con le sue grate in ferro battuto, compì perfettamente il suo dovere, prendendosi il tempo cui era abituato. Un odore di gas, leggero ma persistente, m'inseguì fin dentro l'appartamento.

Giuseppe mi accolse con un sorriso. Era un uomo di mezza età, piccolo di statura con un viso rotondo e i capelli grigi; indossava una maglietta azzurra molto giovanile. Mi risparmiò i convenevoli, invitandomi ad entrare in salotto. Sprofondai in una poltrona dai colori vivaci che aveva accanto un curioso posapiedi; su una cassapanca, alle mie spalle, c'erano una schiera di portaritratti, due vasetti di ceramica e una piccola figura di bronzo. Entrò la moglie, anche lei piccola di statura e sorridente, con due tazzine del caffè.  Giuseppe prese una vecchia fotografia e me la mostrò. Accanto ad una vecchia Balilla, tre uomini e un ragazzo. «Questo qui sono io “ disse indicando con un dito il ragazzo. “Il primo sulla mia destra è il dottor Michele Navarra... Sì, proprio lui, quello ammazzato da Luciano Liggio...».

Mi rivolse molte domande sul mio lavoro perché, spiegò, gli era rimasto un grande rimpianto in gioventù. Amava la cronaca dei fatti, la scrittura, la narrazione. «Ne avrei avute storie da raccontare, quante ne avrei avute!», sospirò. E battè le mani sulle coscie, come per cacciare via il rimpianto.

«Con la sua morte è finita un'era”, disse indicando Navarra con lo sguardo . “Quando era vivo succedeva questo: che c'era pace, equilibrio, moderazione. Lui aveva il potere, ma non lo usava per fare soldi. Gli piaceva comandare, gli piaceva l'ossequio. Aveva amici potenti a Palermo, a Roma, in America. Una telefonata e tutto s'aggiustava.

“Una volta mi capitò un guaio. Vendevo macchine per cucire, andavo in giro in provincia con una Topolino. Sotto Prizzi dovetti fermarmi; un camioncino mi sbarrava la strada. Scesi dall'auto e due banditi con il mitra mi costrinsero a vuotare il portafogli: 700.000 lire, un capitale a quel tempo. Mi fecero sdraiare sul fango e andarono via. Ero rovinato. Non avrei mai potuto restituire quei soldi. Raggiunsi Corleone, andai dal dottore Navarra, raccontai tutto. E lui: «Dormici sopra, i soldi vanno e vengono. Domani ci pensiamo».

L'indomani ci pensò, telefonò a Prizzi e restituirono le 700.000 lire: le stesse banconote! I soldi non erano stati nemmeno toccati».

La moglie annuiva; ma i suoi occhi piccoli e neri erano tristi. Giuseppe le aveva risvegliato la nostalgia dei tempi andati.

«Le fortune di Luciano Liggio cominciarono con la morte di Michele Navarra ...», dissi.

«Proprio così...  Quell'uomo era, anzi è un diavolo.  E di intelligenza straordinaria; non se ne ha idea se non lo si conosce personalmente...».

«E lei l'ha conosciuto?».

«Certo che l'ho conosciuto. Aveva 18 o 19 anni quando mise in croce mezzo paese durante un festino di carnevale a Corleone. Aveva chiesto alla figlia del maresciallo Di Salvo di ballare e la ragazza gli aveva risposto che era stanca, che non se la sentiva. Lui niente, nemmeno una parola. Andò a sedersi per conto suo. Poi la ragazza accettò di ballare con un giovanotto. Luciano si alzò, raggiunse la coppia sulla pista e ricordò alla ragazza che era stanca; sarebbe stato meglio se si fosse seduta per riposare. E siccome i due non si mossero, andò a parlare con i musicanti, ingiungendo loro di smetterla di suonare. Obbedirono, naturalmente».

«Perché fu ucciso Navarra?».

«Liggio voleva i terreni di Piano di Scala con le buone o con le cattive. Qualcuno cedette, qualche altro no, e si rivolse al dottore Navarra, il quale parlò con Liggio, ma senza ottenere niente. Così fu costretto ad allargare le braccia ai suoi amici. Come a dire: servitevi con le vostre mani».

Liggio subì un agguato, ma rimase solo ferito. Cominciò la guerra, un morto dopo l'altro. Fino a che non toccò al dottore, non posso dimenticare quel giorno. Sono un sopravvissuto. Eh, sì! Sono un sopravvissuto! Toccava a me morire insieme al dottore Navarra, non al povero dottore Russo».

«Perché dice questo?».

«Perché il dottore doveva andare a Lercara e mi aveva chiesto di fargli compagnia. C'eravamo dati appuntamento al bar Castro per le otto del mattino. Fui puntuale, poi il dottore arrivò e mi disse: «Pinuzzo, non c'è bisogno che ti fai questa giornata di macchina. Mi fa compagnia il dottore Russo che deve recarsi a Lercara come me. Così lui lascia la macchina qui a Corleone».

Alle due del pomeriggio mi diedero la notizia: «Allamparono il dottore Navarra». A Corleone fu come se fosse scoppiata un'altra volta la guerra mondiale...».

Chiese alla moglie dell'altro caffè e si versò un cucchiaino di zucchero.

«Liggio lo vidi una volta sola in un salone da barba, con i piedi allungati sul lavabo»,  raccontò la signora con l'aria di scusarsi per quella intrusione nei discorsi fra uomini.

Giuseppe la interruppe. “Mia moglie non sa capacitarsi”, spiegò. “Quando si fa 11 nome del dottore o di Liggio, lei si chiede come sia possibile». E fece un gesto con la mano, come a chiedere indulgenza per la donna. «Sono passati 35 anni, forse di più”, riprese, “ma ricordo ogni cosa come fosse ora. C'era la siccità, a Corleone uscì il Signore della Catena. Si appostavano e sparavano. Morto il dottore Navarra, Liggio non fece più rissa a Corleone; si allargò, se ne andò a Palermo ...».

«Liggio, oggi, è finito ...».

Giuseppe rise con sarcasmo, scosse il capo, quasi volesse compatirmi.

«Luciano Liggio non è finito», sentenziò. «Senza di lui i corleonesi non sono nessuno. É la mente. Tommaso Buscetta si sbaglia. Uno come lui non lo mettono in castigo. Non ci può niente; né il carcere, né l'infamità, né il piombo ...». Fece una pausa, poi sbottò con finta allegria. «E chi l'avrebbe vinta questa guerra, Totò 'u Curtu? Caro amico, qui c'è un sacco di gente che s'inventa perfino l'intelligenza. Questi qua contano quanto il due di coppe quando la briscola è a denari. E parlano, parlano...».

Ascoltandolo, veniva la voglia di credergli per il calore che ci metteva nel raccontare le sue verità. Quell'idea sul diabolico Luciano Liggio l'aveva maturata in tanti anni. Come potrebbe credere altrimenti che l'assassino del potente dottore Navarra sia stato sconfitto da Totò Riina! Ma i fatti sono fatti. Da almeno un quarto di secolo Liggio è ospite di un carcere di massima sicurezza in Sardegna. Come avrebbe fatto a impartire ordini, a controllare l'organizzazione, le famiglie, gli affari di Cosa Nostra?

Buscetta e il pentito catanese Antonino Calderone sono convinti che non conti più nulla da tempo. Gli verrebbe consentito di finire i suoi giorni con dignità, perché con gli sbirri si è comportato da uomo. Mai una parola in più, mai una delazione.

É possibile. Tuttavia, confesso di accettare con riluttanza l'assenza forzata di Luciano Liggio, il suo defenestramento. Giovanni Falcone ritenne, per esempio, che «la guerra di mafia degli anni '81-'83 fu un complotto, una congiura, più che un vero e proprio conflitto. I corleonesi si servirono di alcuni boss insospettabili, inducendoli a tradire i loro capi.

“La tattica vincente era collaudata: alleanze transitorie per combattere i nemici più risoluti ed eliminazione degli alleati a cose fatte. Luciano Liggio era il maestro. Possibile che sia scomparso dalla scena? Molti anni fa preparò un piano d'evasione da eseguire durante il trasferimento da un'aula giudiziaria al carcere. Il suo luogotenente, Totò Riina, non l'avrebbe aiutato. Meglio Michele Greco che Luciano Liggio, a capo di Cosa Nostra. Totò 'u Curtu aveva imparato la lezione del maestro?

Luciano Liggio non ha mai detto una sola parola sul presunto tradimento rivelato da Tommaso Buscetta. Al Presidente della Corte d'Assisi, che lo interroga sui suoi rapporti con Riina e Provenzano durante il maxiprocesso, risponde così: “Riina lo conosco, è un bravo ragazzo. Provenzano no, non lo conosco».

Ricordo perfettamente le parole di Liggio. Ne discussi per una intera serata con un poliziotto e un magistrato. Il magistrato sosteneva che Liggio avesse voluto manifestare ostilità verso Riina e amicizia verso Bino Provenzano. Il giudizio su Riina, infatti, era solo formalmente positivo; in realtà danneggiava Riina; ignorando Provenzano, invece, Liggio gli regalava l'estraneità alla famiglia dei corleonesi. Inoltre, c'è una regola della mafia che impone di nascondere il malanimo verso chi ha sbagliato e deve essere punito. Una sorta di contegno dignitoso, per non dare soddisfazione al nemico.

Riina non pagò  per il suo tradimento. Pagò invece Michele Greco che si era fidato di lui (o era stato costretto a farlo): il papa venne venduto ai carabinieri dal suo uomo di fiducia per ordine di Totò 'u Curtu, il quale lo riteneva ormai inutile e scomodo. Greco fu arrestato, il traditore venne ucciso e il papa fu sospettato di essere il mandante del delitto. Invece non c'entrava nulla: Riina aveva portato a termine il suo piano, sbarazzandosi di Liggio, di Greco e del pericoloso traditore del papa.

Se Liggio è diabolico, Riina non è da meno. Calderone lo descrive come un uomo di incredibile ignoranza, ma «intelligente, molto difficile da capire e da incastrare: Se qualcuno si è fatto male al dito, secondo la sua filosofia, meglio tagliargli il braccio, così si sta più sicuri».

Un boss dell'Uditore, Salvatore Inzerillo, credette di avere stipulato una polizza di assicurazione sulla vita perché non aveva pagato un debito di cinque miliardi a Riina; non l'avrebbe ammazzato prima di ricevere il denaro. Invece prevalse la filosofia, non il denaro; e Inzerillo fu ucciso.

Un uomo così  può concepire i tre delitti di Palermo?

Faccio troppe domande, ottengo poche risposte. L'omertà non c'entra nulla. Il fatto è  che nessuno sa niente; chi cerca di raccapezzarsi, subisce il frastuono della disinformazione e i quotidiani sobbalzi provocati da minacce,   intimidazioni, avvertimenti: la lista degli uomini nel mirino di Cosa Nostra s'allunga; i servizi segreti e le polizie sembrano fare a gara nel tenerla aggiornata. Le rivelazioni dei pentiti tracciano ogni giorno una frontiera nuova del crimine organizzato. Congiure, complotti e teorie cospiratorie si sovrappongono e si elidono. Non resta nulla in mano. Una Citroen Dyane s'incendia davanti il commissariato San Lorenzo e diventa un'autobomba contro la polizia. La «Falange armata» propone il suo enigma settimanale con la solita voce dialettale siciliana...

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