Torna libero il superpentito di mafia Francesco Marino Mannoia, l'uomo che aveva accusato, tra gli altri, anche Giulio Andreotti. Il collaboratore di giustizia, come riportano oggi alcuni giornali, vive negli Stati Uniti da piu' di vent'anni, e adesso torna in liberta' perche' ha scontato la pena. Il provvedimento e' esecutivo ma deve essere ancora notificato al diretto interessato. L'Ufficio esecuzione della Procura generale di Palermo ha gia' informato il suo legale, Carlo fabbri del deposito
Nel 1989, quando i boss mafiosi appresero che Marino Mannoia aveva deciso di collaborare con la giustizia, gli uccisero la sorella Vincenza, la madre Leonarda e la zia Lucia. Una vendetta trasversale per 'punire' il pentito, ma Marino Mannoia ha continuato a collaborare con i magistrati, parlando, oltre che di Andreotti anche di Bruno Contrada e del giudice Corrado Carnevale.
Fu l'accusatore di Giulio Andreotti nel processo per mafia a Palermo. Raccontò di un incontro tra il senatore e il boss Stefano Bontade. Ed ora il collaboratore di giustizia, Francesco Marino Mannoia, 59 anni, che vive in Usa dal 1990, già condannato per omicidio e traffico di droga è un uomo libero. La procura generale di Palermo ha accolto la richiesta del suo legale ed ha effettuato il cumulo delle pene, ha fatto i conti e gli ha applicato gli sconti e i condoni. Mannoia avrebbe dovuto scontare 17 anni. Ma é ritornato in libertà dopo aver scontato 11 anni e cinque mesi, come detto dal Giornale di Sicilia e La Stampa. Il provvedimento sarà consegnato nei prossimi giorni al pentito. Mannoia testimonio anche nel processo contro il boss John Gotti, condannato all'ergastolo dal tribunale di New York. Il collaboratore detto il chimico per la sua attività nella raffinazione dell'eroina inizio a parlare con il giudice Giovanni Falcone l'8 ottobre del 1989. Il 23 novembre successivo a Bagheria i killer inviati dai boss corleonesi gli massacrarono la sorella Vincenza, la madre Leonarda e la zia Lucia. Quattro anni fa gli fu proposto di uscire dal programma protezione con una buonuscita da un milione di euro. Ma lui rifiutò e preferì conservare lo stipendio dello Stato italiano.
Fa specie sentire che è stato pagato il prezzo ad un delinquente assassino da parte di uno Stato che si proclama di diritto. La liberazione di Marino Mannoia rapppresenta una sconfitta per i cittadini onesti che, senza il clamore e la visibilità pubblica, combattono con la loro testimonianza di serietà, di impegno e di lavoro realmente la mafia. Il pentitismo di comodo porta a simili aberrazioni.
Pasquale Hamel