Per fortuna hanno liquidato in un battibaleno questa storia. Il commerciante di profumi cinquantenne, indagato, non c’entra niente con l’assassinio di Enzo Fragalà. Il suo alibi ha retto e le analisi sugli indumenti e su alcuni oggetti avrebbe escluso la partecipazione al crimine.
La probabilità che si fosse imbroccata la strada giusta esisteva, nonostante gli elementi sospettabili fossero molto comuni. Non deve essere stato piacevole per l’interessato, ma è lo scotto che i palermitani, tutti quanti, pagano alla violenza e al crimine.
Non siamo stati colti di sorpresa da questa evoluzione delle indagini. L’identikit psicologico che avevamo fatto dell’assassino non corrispondeva all’indagato e non ci ha mai fatto credere che fosse stato lui il colpevole.
I carabinieri hanno fatto benissimo a verificare la sua eventuale responsabilità per molte ragioni: ha avuto dei dissapori con l’avvocato, è stato suo cliente, non è rimasto affatto contento del suo operato e avrebbe avuto il dente avvelenato; ha una corporatura robusta giusto come quella dell’assassino visto da due testimoni in azione, e possedeva una mazza, un casco ed una motocicletta come l’autore del crimine.
Non si riparte da zero, gli investigatori hanno battuto altre strade e lo stanno facendo tuttora. Escluso il cliente con il caso, il motore e la mazza occorre riflettere su altro.
Cominciamo, dal contesto: l’attività legale e politica di Enzo Fragalà. La prima ha molta più importanza della seconda. Fragalà era un principe del Foro, in politica aveva fatto un sacco di passi indietro al punto da non essersi ricandidato dopo due legislature alla Camera. Aveva mollato le briglie – gliele avevano fatte mollare – restando però in consiglio comunale. E questo non va trascurato perché a Palermo un consigliere comunale che ha appeal e che conduce una partita, può incorrere in qualche “trappola”, fare qualcosa di indesiderato, assumere decisioni non gradite e così via. Scoprire circostanze di grave “dissidio” non è facile perché le assemblee mettono insieme cordate ed è difficile distinguere le responsabilità individuali di una singola azione politica.
L’altro itinerario obbligato delle indagini è costituito dall’attività forense. E qui gli elementi su cui lavorare ci sono e sono molti ed interessanti. Enzo Fragalà assisteva clienti che avevano deciso di collaborare con la giustizia. Tre vicende, tutte importante, ed una più importante delle altre, perché i collaboratori assistiti da Fragalà starebbero facendo gran danno sia tra le fila di Cosa nostra quanto negli ambienti insospettabili o quasi.
Quanti mettono il dito su questi fatti, cercano di spiegare questa anomalia – perché di anomalia si tratta – con la presunta bulimia professionale di Fragalà. Il numero di processi che l’avvocato seguiva, a quanto pare, era impressionante. Non sapeva dire no a nessuno? Avrebbe voluto fare bene il suo lavoro, ma a causa di questa bulimia, talvolta non riusciva ad assistere il suo cliente con lo zelo richiesto. Che le cose stessero veramente così non lo sappiamo, che si chiacchieri di questo fatto è tuttavia indubbio. Niente di strano che qualche cliente insoddisfatto per un processo andato male, abbia trovato il modo per criticare l’operato do Fragalà creando la leggenda della bulimia.
Ma è sull’assistenza dei collaboratori di giustizia che viene focalizzata l’attenzione. Ed il motivo è semplice: gli avvocati che si occupano di reati di mafia, la maggior parte almeno, adottano un criterio dal quale non sembrano derogare: mollano il cliente nel momento in cui diventa un collaboratore di giustizia, perché tenendoselo corrono seri rischi. Il primo dei quali è di trovarsi, magari senza saperlo, in una condizione conflittuale. Il cliente che collabora porrebbe avere raccontato fatti che danneggiano un altro cliente. Ma c’è dell’altro, c’è la mentalità mafiosa. I boss pretendono che gli avvocati facciano una scelta di campo: o dalla parte dei “muffuti”, dei tragediatori o dalla parte dei mafiosi. Non si può stare dall’una e dall’altra parte contemporaneamente. La deontologia non c’entra, c’entra la cultura mafiosa, subita da alcuni avvocati che privilegiano, e non hanno torto, la sopravvivenza.
Le modalità del crimine. Fin dal primo istante è stata esclusa o ritenuta improbabile la pista mafiosa perché la mafia liquida la sua vittima con le munizioni e le armi consuete: fucile e pistole. Niente armi da taglio, mazze, bastoni. Magari il tritolo, quando è più facile eliminare la vittima o è richiesto dal bisogno di fare il botto, creare allarme, dimostrare la forza militare. Nel caso di Fragalà non abbiamo armi né tritolo, ma una mazza o qualcosa di simile, che produce allarme sociale quanto il tritolo, a causa dell’efferatezza del crimine, dalla sua spietatezza, ferocia, determinazione.
L’assassino ha usato la mazza. Non è stato solo feroce e spietato, ma anche dotato di una buona tecnica. Il primo colpo, vibrato alle spalle di Fragalà, ha raggiunto la vittima alle gambe, facendolo crollare. Il secondo e il terzo colpo di mazza è arrivato sul capo dell’avvocato e ne hanno causato le ferite mortali.
L’assassino ha creduto di avere finito la sua vittima o è andato via a causa dei testimoni che urlavano? La risposta è importante: nel primo caso, l’assassino è un professionista che ha fatto bene il suo lavoro, nel secondo si tratta di un uomo che si vendica d’impeto del torto subito e scappa via ritenendo che la lezione sia sufficiente.
Uccidere a colpi di mazza non fa parte della storia di Palermo hanno detto in molti, ma questa modalità può essere scelta per due buoni motivi: quando si vogliono mescolare le carte e rendere la vita difficile agli inquirenti; quando si vuole dare esemplarità al gesto.
Ci sono precedenti, tuttavia. Casi in cui la vittima è stata finita a colpi di bastoni. E’ accaduto quando la punizione serve come monito e la vittima ha commesso sbagli pesanti. E’ come inviare un messaggio. Un messaggio, i destinatari sono tanti: gli avvocati, i magistrati, la zona grigia di Palermo.
C’è chi sostiene che i boss di Cosa nostra si siano stancati di prendersi tutto sulle spalle e pagarne le conseguenze, mentre gli amici se lo vedono dal “lastrico” lo spettacolo, cioè dalla terrazza, e ci guadagnano pure.
Ci sarebbe in corso una rivolta silenziosa tra le “famiglie”, fra chi pretende di mettere con le spalle al muro chi ha ricevuto favori e non li ha ricambiati in maniera adeguata, e chi invece aspetta che passi la china. Un poco quello che accadeva ai tempi di Totò u curtu e Binnu Provenzano, fautore della linea morbida.
Binnu non era più buono di Totò u curto, era semplicemente più riflessivo, diligente. Riteneva che ci si guadagnasse di più ad agire sotto traccia. Aveva la Bibbia alla quale dare conto e di cui servirsi per le sue preghiere e per il business. Nemmeno Leonardo Sciascia avrebbe potuto fare di meglio.
Le “famiglie” siciliane sarebbero con il culo a terra grazie ai colpi inferti dalle polizie e dalla magistratura. Non è la prima volta che vivono questa condizione, è capitato in altre circostanze, ma stavolta i problemi sembrano più seri. Troppa gente si è messa a “parlare” e il fiume di rivelazioni pare davvero incontenibile. Parlare è diventato un investimento redditizio. Questa condizione costringe i capifamiglia a cercare soldi, molti soldi, per le difese e per i familiari degli incarcerati. In più, gli equilibri interni, anche a causa della crisi, non sono stati definiti o sono precari.
La partita si gioca anche sul terreno della ferocia e della determinazione, “qualità” che hanno la caratteristica di fare il vuoto attorno e convincere anche i più riottosi a mettersi sotto l’ombrello del più forte e spietato.