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Garibaldi sul filo del rasoio: da Calatafimi a Palermo (2/3)

di Giuseppe Di Bella
20 settembre 2009 17:38
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La partenza di Garibaldi verso il Regno delle due Sicilie era nota a Napoli fin dal 6 maggio. Dalle successive informazioni sulla rotta seguita dai due legni garibaldini, era stata tratta la conclusione che lo sbarco sarebbe stato tentato in un punto imprecisato della costa occidentale dell’Isola.

 

La flotta duosiciliana, rinforzata per l’occasione da quattro vapori commerciali presi in affitto ed armati, era stata inviata già dal 18 aprile ad incrociare lungo tutta la costa nord occidentale dell’Isola e ancora a Sud Ovest fino a Sciacca.

 

Il 10 maggio i Comandanti della squadra di crociera a Nord dell’Isola, erano stati avvisati con i semafori, che Garibaldi era in viaggio verso la Sicilia.

 

Sicuro di ricevere aiuti da Napoli, nel porto di Trapani o di Marsala, il Luogotenente generale di Francesco II in Sicilia, Ruffo di Castelcicala, inviò contro le “bande garibaldine”, la colonna del settantenne generale Francesco Landi, che faticava a stare a cavallo e, quando possibile, si spostava in carrozza: questi mosse da Palermo il 6 maggio stesso e dopo aver ascoltato la Santa Messa nel Duomo di Monreale, si mise in marcia verso Alcamo.

 

La brigata cacciatori al comando del colonnello Sforza, di stanza a Trapani, avrebbe dovuto unirsi al contingente proveniente da Napoli atteso per il 12 maggio, e così chiudere ogni via di fuga a Garibaldi, stringendolo in una morsa fatale.

 

Lo sbarco a Marsala di contingenti borbonici di rinforzo fallì a causa di non riscontrabili “avverse condizioni del mare”, e questi vennero dirottati inopinatamente a Palermo, già saldamente presidiata a causa del timore di una rivolta popolare.

 

La mattina del 13, poiché i rinforzi non giungevano, Ruffo di Castelcicala ordinò telegraficamente a Sforza di unirsi alle forze comandate dal generale Landi.

A questo punto Landi aveva ai suoi ordini quasi 4000 uomini, di cui, circostanza essenziale, 400 armati di carabina a canna rigata, uno squadrone di cacciatori a cavallo e mezza batteria da campagna: il triplo degli uomini di Garibaldi, in buona parte dotati di fucili a pietra focaia, obsoleti e mal funzionanti che secondo i racconti dei combattenti, sparavano mediamente una volta ogni cinque capsule utilizzate. Ma per il Generale “Il fucile è il manico della baionetta”.

 

A dimostrazione della grande incertezza dei fatti di cui ci occupiamo, rileviamo che nelle decine di versioni diverse della storia della battaglia di Calatafimi, il numero degli uomini al comando di Landi, oscilla da 3.000 a 4.000 e quello dei garibaldini da 1.088 a 1.400, se si considerano combattenti le suddette squadre di siciliani.

 

Da Alcamo, Landi decise di non avanzare verso Salemi, terrorizzato dalla possibilità di imboscate da parte delle bande di insorti, e ordinò la digressione verso Calatafimi, dove intendeva attendere il nemico in una posizione strategica molto vantaggiosa.

 

Landi non poteva comunicare adeguatamente con i suoi superiori perché la rete telegrafica interna era in parte inservibile ed il servizio postale non funzionava: la sua colonna, stranamente, non era fornita di servizio di staffetta.

 

Prima di lasciare Palermo, che era la sua base operativa, Landi aveva appreso che non vi era intenzione di far uscire altre truppe dalla città.

 

E’ possibile che Landi, che aveva fatto carriera per anzianità e senza combatter battaglie, costantemente ossessionato dal timore dagli attacchi dei briganti e degli “insorti”, interpretando le decisioni prese nel loro più basso profilo militare, abbia pensato ad una strategia di interdizione, piuttosto che ad una battaglia campale, per poi andare anche lui a difendere Palermo!

 

Gli esploratori lo avvisarono della presenza dei garibaldini e Landi commise il primo gravissimo errore tattico: inviò tre colonne in ricognizione in tre diverse direzioni, mentre egli rimase arroccato a Calatafimi con il resto del contingente e quattro cannoni.

 

Garibaldi fece disporre i suoi uomini a semicerchio sul monte Pietralunga: lo schieramento garibaldino era dispiegato in modo ineccepibile. In basso, dietro una lunga siepe, aveva collocato i 36 carabinieri, dotati di fucile a canna rigata, dietro loro tre linee mobili di difesa/attacco, e ancora più a valle c’era Bixio. Alle due estremità dello schieramento erano piazzate le squadre dei siciliani di Sant’Anna e di Coppola, solo in parte armate con vecchi fucili da caccia ad avancarica.

 

I duosiciliani erano posizionati sulla collina a gradoni detta Pianto dei Romani. Sforza avvistò il nemico. Aveva con se due cannoni e 600 uomini ben armati: era ottimamente schierato ed in vantaggiosa posizione, ma contrariamente agli ordini ricevuti da Landi, decise di attaccare un nemico del quale non conosceva né la consistenza né la forza militare, portando parte delle truppe a valle e lasciando i cannoni in posizione più elevata.

 

E’ possibile che Sforza abbia ritenuto, in un primo momento, di trovarsi di fronte ad una grossa banda di insorti e non ai Garibaldini.

 

In questo equivoco può aver avuto un ruolo anche il posizionamento in linea ed in parte nascosto dei garibaldini ed il loro abbigliamento, perché molti non indossavano la camicia rossa.

L’avventurosa spedizione, in pieno stile romantico, presentava personaggi alquanto eccentrici se non pittoreschi: Crispi era partito da Genova in stiffelius, il vecchio Calona in abito rosso fuoco e cappellaccio nero alla Rubens, con grande penna di struzzo fluttuante, Sirtori aveva ritenuto consona alla rivoluzione una palandrana nera ed il cappello a cilindro.

 

I soldati di Francesco II avanzarono attraverso il pianoro che divideva le due colline, tenendosi chini e gridando: “Mo venimme, mo venimme straccioni, carognoni e malandrini”.

 

La battaglia fu cruenta e senza esclusione di colpi, a tratti combattuta all’arma bianca e, finite le munizioni, anche a pietrate. Lo stesso Garibaldi, colpito al fianco da un grosso sasso, perse per un attimo il respiro.

 

Ambedue gli schieramenti si comportarono valorosamente. Bixio, in preda ad un furioso ed incontrollabile delirio guerresco, incitava continuamente i suoi all’attacco, esponendosi incurante al fuoco nemico, ostentando un folle disprezzo della morte: gli spararono contro decine di pallottole, ma nessuna lo colpì.

 

Dopo quattro ore, i garibaldini, sfuggiti d’impeto al controllo dei Comandanti, passarono inopinatamente al contrattacco, nonostante le trombe suonassero la ritirata! Il Generale corse allora al centro della pugna e le giovani camicie rosse lo attorniarono facendogli scudo con la loro carne: uno perse la vita parando il piombo a lui destinato.

 

I Mille, ora incitati e guidati da Garibaldi, si battevano per vincere o morire: risalirono con gran fatica tutti i sette infernali gradoni del Pianto dei Romani sotto una pioggia di piombo e sassi, ed ebbero infine il sopravvento sui borbonici, perché Landi, che assisteva alla battaglia dalle vicinissimi alture, invece di intervenire con i suoi 2400 uomini, inviò solo un contingente di rinforzo di circa 800 uomini e nonostante alcuni ufficiali lo invitassero ad attaccare con tutte le forze disponibili, fece suonare la ritirata!

 

Fu questa la prima di tante incomprensibili fughe: il sintomo della disgregazione dell’esercito duosiciliano, che avrebbe portato Garibaldi al Volturno ed i Borboni a perdere il Regno.

 

Nel suo rapporto sugli avvenimenti, concepito tutto come una disperata autodifesa, Landi scriverà che la battaglia era durata otto ore e che i garibaldini erano di immenso numero, evidenziando che i colli intorno al Pianto dei Romani erano affollati da grosse bande di rivoltosi.

 

In realtà Landi rimase per tutta la durata dei combattimenti sulla difensiva “Non avendo altra mira che lasciarsi libera la strada per Palermo, per tornarvi con la sua colonna intatta”, così commenta De Cesare, aggiungendo lapidariamente che egli “Non impiegò in battaglia tutte le sue truppe”.

 

Nella sua autodifesa Landi incredibilmente sosterrà che quella ritirata era “La migliore delle vittorie”, ma i rivoltosi che lo accerchiavano, esistevano solo nella sua mente.

 

A Calatafimi, nell’ultimo assalto, trovò la morte un fraterno amico di Garibaldi, il capitano Simone Schiaffino che custodiva la gloriosa bandiera di Valparaiso, cimelio delle battaglie della legione italiana in Sud America (ad egli, invero molto somigliante a Garibaldi, forse si fa riferimento nel telegramma). Fu ucciso dal piombo del napoletano Angelo De Vito che poi, ironia della sorte, passò agli ordini di Garibaldi per cadere sotto le mura di Capua.

 

Assistendo alla illogica ed inattesa ritirata dei duosiciliani, Garibaldi non credeva ai suoi occhi: rimase freddo e realista e non prese neanche in considerazione l’ipotesi di attaccare Calatafimi, dove si era ricomposto il contingente di Landi pressoché intatto, anzi temeva di essere preso alle spalle da Trapani.

 

La ritirata dei borbonici era tanto inverosimile, che Garibaldi ebbe il sospetto che si trattasse di una trappola. Ricompattò gli uomini ed attese immobile gli eventi.

 

Alle otto di sera l’inadeguato e confuso Landi, invece di attaccare in forze i garibaldini o bloccare la via verso Palermo, lasciò Calatafimi con la sua brigata quasi al completo, e si ritirò vergognosamente ed ingloriosamente verso Alcamo, abbandonando i feriti più gravi.

 

Landi inviò una staffetta a Palermo che recava una accorata richiesta di soccorso: “Aiuto e pronto aiuto”, affermando che i nemici erano “D'immenso numero" e che Garibaldi era stato ucciso nella battaglia. Il corriere cadde nelle mani dei picciotti e questa lettera non arrivò mai a Palermo: venne consegnata a Garibaldi che la lesse ad alta voce al suo stato maggiore.

 

Vista la linea scelta per giustificare ufficialmente la sua ritirata, ovvero quella di dichiarare superiori le forze dei garibaldini e le tre versioni della stessa lettera in seguito ritrovate, è verosimile che Landi abbia inviato a Palermo più corrieri con messaggi simili e che da Alcamo abbia telegrafato la notizia della sua “brillante” ritirata.

 

Infatti Ruffo e poi Lanza, che ne prese il posto, sapevano certamente che Landi si stava ritirando dopo aver perduto la battaglia: avevano comunicazioni ancor più precise, tanto che a Napoli inviarono la notizia della morte di “uno dei capi che portava la bandiera” e non quella falsa dell’uccisione di Garibaldi.

 

Landi non cercò neanche di sbarrare il passo a Garibaldi, di opporsi alla sua avanzata, schierando nelle pianure di Partinico la sua brigata o aspettandolo ai valichi oltre Borgetto e nelle gole di Sagana: gli lasciò libera la strada che conduceva a Palermo ed alla consegna della Sicilia ai Savoia.

 

 

La notizia della vittoria di Garibaldi si propagò fulmineamente in tutta l’Isola e le squadre degli insorti si ingrossarono immediatamente. I moti scoppiati nelle campagne a seguito dei fatti della Gancia, parzialmente repressi appena qualche giorno prima dello sbarco, ripresero con maggior vigore e non risparmiarono nessuna provincia. Dai fuochi che covavano nascosti sotto le ceneri, divampò improvviso un immenso incendio che avvolse tutta l’Isola.

 

Sulla strada di Partitico e poi a Borgetto, la retroguardia di Landi venne attaccata da una banda di ribelli, appoggiati dalla popolazione: l’assalto provocò morti e feriti ed un caos incredibile fra le demoralizzate truppe regie, ormai in fuga scomposta verso Palermo.

 

A Calatafimi le perdite dei garibaldini risultarono pari a 33 morti, 86 feriti gravi e 88 leggeri; quelle dell’esercito duosiciliano furono 35 morti, 110 feriti e 8 prigionieri, ovvero i feriti gravi abbandonati a Calatafimi che Garibaldi ordinò di curare insieme ai suoi.

 

A tal proposito annotiamo che nelle lettere spedite agli amici ed ai referenti politici durante la campagna siciliana, Garibaldi non dimentica mai di evidenziare che si combatteva una “guerra tra italiani” che in quanto tale, gli procurava un grande dolore.

 

Tre morti di Calatafimi pesavano più degli altri sulla coscienza del Generale e ne oscuravano il volto: tre adolescenti che lo avevano seguito dal Nord Italia con l’entusiasmo assoluto di quella verde età:

Luigi Adolfo Biffi di Caprino Bergamasco, di anni 14;

Angelo Vay di Casorate Primo, di anni 16;

Gaspare Tibelli di Bergamo, di anni 17.

 

A tal proposito annotiamo che almeno la metà dei Mille avevano un’età non superiore a venti anni. Il più giovane aveva 11 anni.

 

I resoconti delle perdite dei due schieramenti, nelle decine di diversi racconti della battaglia, pur differenziandosi nell’entità numerica dei morti e dei feriti (da cento a duecento per parte), convergono su un punto: i caduti furono equivalenti, i feriti più numerosi tra i garibaldini.

 

Tenuto conto che i duosiciliani forniti di carabina a canna rigata erano circa 400, contro i 36 garibaldini, e in relazione alla favorevole posizione di Sforza, risulta evidente che le forze borboniche realmente impegnate nella battaglia, furono pressoché pari a quelle di Garibaldi.

 

Correlando tutti i dati certi in nostro possesso, la versione dei fatti più accreditabile è infine quella secondo la quale Landi mandò in aiuto di Sforza solo 800 uomini, e che quindi le forze effettivamente impegnate dai duosiciliani sono stimabili in circa 1600 unità, contro i 1400 garibaldini, “squadre” comprese.

 

Non vi sono dubbi circa l’assoluta, quanto inopinata e disonorevole sconfitta dei borbonici a Calatafimi.

 

Questa prima vittoria, determinata dall’inettitudine militare e dal parossistico terrore di Landi (se non dal suo “Tradimento”, come ebbe a sostenere Ruffo in un suo memoriale), schiacciato dalle indiscutibili capacità militari e strategiche del guerrigliero dei due mondi, conferì a Garibaldi un vantaggio psicologico che si sarebbe rivelato essere una delle chiavi della sua vittoria.

 

Paradossalmente, da un punto di vista squisitamente tattico e militare, la battaglia di Calatafimi fu un avvenimento di pochissimo significato, come comprovato dal bilancio finale delle vittime. Infatti a Palermo c’erano ancora oltre 20.000 soldati borbonici ben equipaggiati e pronti a battersi: ma come vedremo, vale più un esercito senza armi comandato da un leone, che un esercito ben armato comandato da una pecora.

 

Dal punto di vista politico e psicologico, quella di Calatafimi fu invece una battaglia decisiva perché dimostrando la debolezza dell’esercito borbonico e più ancora l’inaffidabilità dei suoi comandanti, e ponendo il governo in uno stato di soggezione, se non di prostrazione, determinò la moltiplicazione esponenziale delle ribellioni in tutta l’Isola, che ora surrettiziamente venivano tutte connotate come garibaldine ed unioniste. Ma del grido dei garibaldini “Italia e Vittorio Emanuele”, non si udiva nessuna eco nelle valli siciliane.

 

La guerra a Palermo

 

 

Prima di trarre alcune conclusioni sul significato del documento in relazione agli avvenimenti di Calatafimi, è necessario un breve accenno ai fatti che seguirono.

 

Ruffo di Castelcicala fu subito costretto alle dimissioni e Francesco II finì per sostituirlo col generale Ferdinando Lanza, settantatreenne palermitano.

 

Il vecchio generale era affetto da una debordante obesità e non riusciva a montare a cavallo: godeva della stima del Principe di Satriano e mai fiducia fu così mal riposta. Una scelta sbagliata che contribuì non poco alla perdita del Regno.

 

Lanza si insediò a Palermo il 17 maggio, ed avrebbe dovuto adottare immediatamente tutte le decisioni idonee a fermare la rivolta. Era già al corrente della drammatica notizia della ritirata di Landi da Calatafimi e sapeva che Garibaldi avanzava velocemente verso Palermo.

 

Vago e titubante, si ritrovò circondato da collaboratori confusi e spaventati: notizie di sollevamenti popolari e di episodi cruenti pervenivano senza sosta da tutta l’Isola. Inoltre, negli ambienti governativi, si diffondeva sempre più l’opinione, se non la certezza, che Regno Unito e Francia appoggiassero la caduta della Sicilia, se non del Regno, a favore dei Savoia.

 

Lanza inviato a Palermo con i pieni poteri di Alter Ego di Francesco II, per adottare tutte le decisione necessarie ed urgenti, per combattere Garibaldi e reprimere le rivolta … non adottò alcuna decisione, se non quella di concentrare le truppe a Palermo.

 

Col passare delle ore, le notizie di atti criminali, insurrezioni armate e disordini politici si moltiplicavano: molti Comuni erano già nelle mani dei ribelli, dei comitati rivoluzionari e di salute pubblica.

 

Il generale Nunziante cercò di convincere Lanza a prendere l’iniziativa militare e passare all’attacco. Ma Lanza, in uno stato di apparente confusione senile, rifiutò il consiglio, e decise di attendere Garibaldi a Palermo. Ma non schierò l’esercito, la cavalleria e l’artiglieria nella piana circostante, che consentiva ampia manovrabilità, ma tenne tutte le truppe ammassate entro le mura della città!

 

L’errore tattico era madornale: rischiare di portare il conflitto dentro la città significava dare a Garibaldi, privo di artiglieria pesante e di cavalleria, un incredibile vantaggio e combattere una guerra con le regole e le tattiche di una guerriglia, arte nella quale il nizzardo non aveva pari. Significava inoltre non avere nessun riguardo per la popolazione civile.

 

Mentre Palermo e Napoli restavano paralizzate dalle teoriche discussioni sui comandi militari e sulla opportunità di concedere ancora una volta quella Costituzione, sempre puntualmente revocata, Garibaldi si mise in moto. Il 18 maggio era già a Partinico, dove i garibaldini furono testimoni dello scempio dei militi di Landi, attaccati qualche giorno prima dai ribelli. Giacevano ai bordi della strada i cadaveri dei soldati di Francesco II che erano stati squartati e poi bruciati: i cani facevano scempio delle loro carni.

 

Da Partitico e poi per Borgetto, e ancora oltre le verdi gole di Sagana, i garibaldini arrivarono sotto una pioggia incessante, sull’altopiano di Renda (citato variamente nei testi come Rende, Renne o Renna) dal cui valico si scorge tutta la Conca d’oro e Palermo: una vista che mozza il fiato. Il 20 maggio ripresero la strada per il Capoluogo. Si fermarono a Pioppo, per la presenza di due agguerrite brigate napoletane, che all’altezza di Monreale, vicino alla località Case Lenzitti, sbarravano la strada.

 

Le forze che si contrapponevano alle camicie rosse, erano nettamente superiori: circa 4.000 uomini ben armati e disciplinati, al comando del colonnello svizzero von Mechel, un vero mastino della guerra. A loro disposizione avevano 4 cannoni da montagna. Garibaldi evitò lo scontro e decise la digressione, nella notte, verso Altofonte (il Parco), dall’altro lato della Conca d’oro.

La via prescelta fu quella delle montagne, prima verso lo stradale per San Giuseppe Jato e poi per l’attuale via di Poggio San Francesco.

 

Ancora sotto la pioggia, il Generale giunse al Parco e si arroccò, temendo la cosa più logica, ovvero di essere attaccato da von Mechel e poi in massa dai 20.000 soldati che erano a Palermo.

 

Intanto le fila dei garibaldini si ingrossavano con l’affluire, da ogni parte dell’Isola, dei volontari intruppati da Lamasa e delle “squadre” irregolari dei ribelli, che portarono il numero degli uomini di Garibaldi a circa 3000 unità.

 

Von Mechel nonostante gli ordini inconcludenti e contraddittori inviati da Lanza, il 24 maggio giunse ad Altofonte da ovest, ed insieme ad un’altra brigata borbonica, proveniente da Palermo, al comando del generale Filippo Colonna, scagliò l’attacco.

Garibaldi sfuggi all’ingaggio della tenaglia borbonica, puntando su Piana degli Albanesi (Piana dei Greci).

 

I garibaldini erano ora braccati, ma le brigate borboniche vennero fermate da un confuso ordine di rientro di Lanza, che in un primo momento rallentò l’inseguimento.

 

La terza parte verrà pubblicata prossimamente su Siciliainformazioni.com

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Anonimo 10 ottobre 2009   19:30
Anonimo 30 settembre 2009   21:00
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Può fare qualche nome?

SCHERZAVO ...

Anonimo 30 settembre 2009   18:48
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EGREGIO SIGNORE, BASTA GUARDARSI INTORNO ...NE TROVA QUANTI NE VUOLE

Può fare qualche nome?

Anonimo 30 settembre 2009   18:37
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Ma le "risorse umane" per governarci adeguatamentte quali sono?

EGREGIO SIGNORE, BASTA GUARDARSI INTORNO ...NE TROVA QUANTI NE VUOLE

Anonimo 30 settembre 2009   07:26

Ma le "risorse umane" per governarci adeguatamentte quali sono?

Anonimo 29 settembre 2009   14:45
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Lo sbarco dei mille di Giuseppe Di Bella, lodevole iniziativa,  manca di una fase iniziale ed è quella dell'arrivo delle navi al largo delle Egadi e in particolare a Marettimo. Infatti le prue durante la navigazione erano puntale verso l'Africa per evitare di essere intercettati. Al largo di Marettimo si stabilisce la strategia  e il punto dove si deve sbarcare. A tal fine si chiede al Pilota Strazzera di Favignana, a lui è dedicata una strada nell'isola, di guidare la spedizione sulle spiagge di Marsala. L'orientamento iniziale era quello di sbarcare nelle spiagge di Sciacca e inoltrarsi verso i territorio montani alle spalle della città di Palermo. E' un particolare importante che non può essere omesso, anche perchè evidenzia le difficoltà di allora di navigazione.. e mette in risalto figure siciliane che hanno contribuito alla buona riuscita della spedizione. 

"Figure siciliane che hanno contribuito alla buona riuscita della spedizione." Certo a cose fatte si schierarono tutti col vincitore, anche la mafia, cosa avrebbero dovuto fare. Si chiama real politic  ... ma Lei è sicuro di aver letto bene?'

Anonimo 29 settembre 2009   11:31
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Lo sbarco dei mille di Giuseppe Di Bella, lodevole iniziativa,  manca di una fase iniziale ed è quella dell'arrivo delle navi al largo delle Egadi e in particolare a Marettimo. Infatti le prue durante la navigazione erano puntale verso l'Africa per evitare di essere intercettati. Al largo di Marettimo si stabilisce la strategia  e il punto dove si deve sbarcare. A tal fine si chiede al Pilota Strazzera di Favignana, a lui è dedicata una strada nell'isola, di guidare la spedizione sulle spiagge di Marsala. L'orientamento iniziale era quello di sbarcare nelle spiagge di Sciacca e inoltrarsi verso i territorio montani alle spalle della città di Palermo. E' un particolare importante che non può essere omesso, anche perchè evidenzia le difficoltà di allora di navigazione.. e mette in risalto figure siciliane che hanno contribuito alla buona riuscita della spedizione. 

Sull'episodio "Strazzera" le fonti non sono concordi, anzi sono contraddittorie, fino a ritenere che Strazera diede forse solo alcune indicazioni. In realtà l'invenzione di uno Strazzera guida, potrebbe essere servita alla storiografia savoiarda, a  non dire che le indicazioni le diede una nave inglese che assicurò al Generale Garibaldi essere la rada libera da legni borbonici.

Bene ha fatto l'autore a non citare l'episodio inquanto dubbio.

Anonimo 29 settembre 2009   09:54

Lo sbarco dei mille di Giuseppe Di Bella, lodevole iniziativa,  manca di una fase iniziale ed è quella dell'arrivo delle navi al largo delle Egadi e in particolare a Marettimo. Infatti le prue durante la navigazione erano puntale verso l'Africa per evitare di essere intercettati. Al largo di Marettimo si stabilisce la strategia  e il punto dove si deve sbarcare. A tal fine si chiede al Pilota Strazzera di Favignana, a lui è dedicata una strada nell'isola, di guidare la spedizione sulle spiagge di Marsala. L'orientamento iniziale era quello di sbarcare nelle spiagge di Sciacca e inoltrarsi verso i territorio montani alle spalle della città di Palermo. E' un particolare importante che non può essere omesso, anche perchè evidenzia le difficoltà di allora di navigazione.. e mette in risalto figure siciliane che hanno contribuito alla buona riuscita della spedizione. 

Anonimo 28 settembre 2009   22:08
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Viva l'unità d'Italia. Viva Garibaldi sempre.

mi sembra che il suo ragonamento non faccia una grinza...

 

ANTUDO

Anonimo 28 settembre 2009   17:48
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ma perchè mi vuole dire che è il contrario? La prego, me lo dimostri.

Viva l'unità d'Italia. Viva Garibaldi sempre.

Anonimo 28 settembre 2009   16:35
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Se le cose per Lei stanno così e le sue convinzioni sono blindate, sarà bene chiudere qui il dialogo.

ma perchè mi vuole dire che è il contrario? La prego, me lo dimostri.

Anonimo 28 settembre 2009   13:00
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invece lo è, ed è proprio per quel motivo che l'italia non è mai diventata una nazione e non ha mai contato nulla a livello internazionale!

Se le cose per Lei stanno così e le sue convinzioni sono blindate, sarà bene chiudere qui il dialogo.

Anonimo 28 settembre 2009   00:01
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quello che lei sostiene, non e' incompatibile con quanto dico io della situazione di oggi, ci rifletta

invece lo è, ed è proprio per quel motivo che l'italia non è mai diventata una nazione e non ha mai contato nulla a livello internazionale!

Anonimo 27 settembre 2009   13:13
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guardi che ormai lo sanno cani e porci che l'invasione garibaldina-savoiarda fu organizzata dall'inghilterra, con il beneplacito della francia

quello che lei sostiene, non e' incompatibile con quanto dico io della situazione di oggi, ci rifletta

Anonimo 27 settembre 2009   02:55
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Ho dormito come consigliato, ho pure studiato come suggerito, ed il risultatto è che mi sono convinto ancora di più di quel che ho detto: Viva Garibaldi e l'Italia unita, unico baluardo contro i nemici interni ed esterni.

guardi che ormai lo sanno cani e porci che l'invasione garibaldina-savoiarda fu organizzata dall'inghilterra, con il beneplacito della francia

Anonimo 26 settembre 2009   21:18
L'utente ha risposto al commento anonimo del 26 settembre 2009. Visualizza »

vò o fatti nu pezzu di sonnu, o si propriu vò parlari, allura prima studiti a storia!

Ho dormito come consigliato, ho pure studiato come suggerito, ed il risultatto è che mi sono convinto ancora di più di quel che ho detto: Viva Garibaldi e l'Italia unita, unico baluardo contro i nemici interni ed esterni.

Anonimo 26 settembre 2009   19:35
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Dico esattamente e senza timore:

Viva Garibaldi e l'unità d'Italia, unica difesa contro l'egemonia franco-inglese nel Continente europeo, ieri come oggi. Non è cambiato nulla. Difendiamo i nostri interessi: se ci dividiamo ci faremo a pezzi da soli e poi ci faranno a pezzi gli altri. Viva Garibaldi sempre.

vò o fatti nu pezzu di sonnu, o si propriu vò parlari, allura prima studiti a storia!

Anonimo 26 settembre 2009   19:18
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Sono comunista.

Non è colpa sua ... mi consenta  .... direbbe il cavaliere che di comunisti se ne intende

Anonimo 26 settembre 2009   19:14
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Sono comunista.

Nessuno è perfetto

Anonimo 26 settembre 2009   18:25
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Amico, si ripassi la storia.

 

Il Regno di Sicilia ha preso a calci sia i francesi, che i tedeschi, che il Papa. Se in Padania non sono capaci di difendersi non sono fatti nostri.

Il Regno di Sicilia i calci li ha solo presi e se ne vedono gli esiti: si ripassi la geografia

Anonimo 26 settembre 2009   18:22
L'utente ha risposto al commento anonimo del 26 settembre 2009. Visualizza »

Le ricorco che il nizzardo portava i capelli lunghi per coprire l'orecchio mozzato a seguito di una condanna per abigeato.

Irrilevante

Anonimo 26 settembre 2009   17:39
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Le sue parole non sono nobili

Sono comunista.

Anonimo 26 settembre 2009   17:38
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Dico esattamente e senza timore:

Viva Garibaldi e l'unità d'Italia, unica difesa contro l'egemonia franco-inglese nel Continente europeo, ieri come oggi. Non è cambiato nulla. Difendiamo i nostri interessi: se ci dividiamo ci faremo a pezzi da soli e poi ci faranno a pezzi gli altri. Viva Garibaldi sempre.

Amico, si ripassi la storia.

 

Il Regno di Sicilia ha preso a calci sia i francesi, che i tedeschi, che il Papa. Se in Padania non sono capaci di difendersi non sono fatti nostri.

Anonimo 26 settembre 2009   17:36
L'utente ha risposto al commento anonimo del 26 settembre 2009. Visualizza »

Parole comunque ingenerose, verso un uomo che non ha rubato niente a nessuno, se mai ha conquistato.

Le ricorco che il nizzardo portava i capelli lunghi per coprire l'orecchio mozzato a seguito di una condanna per abigeato.

Anonimo 26 settembre 2009   15:01
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ma chi dici chistu?

 

Dico esattamente e senza timore:

Viva Garibaldi e l'unità d'Italia, unica difesa contro l'egemonia franco-inglese nel Continente europeo, ieri come oggi. Non è cambiato nulla. Difendiamo i nostri interessi: se ci dividiamo ci faremo a pezzi da soli e poi ci faranno a pezzi gli altri. Viva Garibaldi sempre.

Anonimo 26 settembre 2009   14:32
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In effetti buttare fango su Garibaldi non ha senso, sarebbe come affossare un suino nella melma.

Parole comunque ingenerose, verso un uomo che non ha rubato niente a nessuno, se mai ha conquistato.

Anonimo 26 settembre 2009   14:21

L'unità d'Italia ci ha consentito di diventare una nazione importante: cosa avrebbe preferito 7 o 8 staterelli proni a 90 gradi di fronte ai "grandi" di Europa?? Si ravveda finché è in tempo e non insulti l'Eroe dei due mondi.

Anonimo 26 settembre 2009   14:19
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Viva Garibaldi e l'unità d'Italia, unica difesa contro l'egemonia franco-inglese nel Continente europeo, ieri come oggi. Non è cambiato nulla. Difendiamo i nostri interessi: se ci dividiamo perima cuiìi faremo a pezzi da soli e poi ci faranno a pezzi gli altri. Viva Garibaldi sempre.

ma chi dici chistu?

 

Anonimo 26 settembre 2009   14:18
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In effetti buttare fango su Garibaldi non ha senso, sarebbe come affossare un suino nella melma.

Le sue parole non sono nobili

Anonimo 26 settembre 2009   12:09
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Attenzione  a non prendere per oro colato i documenti degli archivi inglesi o le "confessioni" postume ed a orologeria (a Regno d'Italia fatto) di tanti personaggi non troppo specchiati. Chi ci assicura che La Farina dice il vero di Cavour? Le sue dichiarazioni?

le conclusioni sulla vicenda garibaldina del 1860 si devono tirare dopo un esame globale, effettuato senza privilegiare posizioni di parte ovvero confrontando il tutto per poi estrapolare dati oggettivi. Un lavoro difficile.

Passare ora a dire che Garibaldi era persona venale è errato: i soldi che gli diedero li utilizzò per la causa rivoluzionaria, giusta o sbagliata. Non sono un garibaldino, ma adesso si sta esagerando, Garibaldi morì in povertà e non lasciò nulla in eredità. La vedova ebbe assegnata una rendita dallo Stato.

Anche se non siamo d'accordo sul come fu fatta l'Italia, cerchiamo di non infangare l'uomo inquanto tale, perché comunque non lo merita: questa almeno è la mia modesta e personale opinione.

In effetti buttare fango su Garibaldi non ha senso, sarebbe come affossare un suino nella melma.

Anonimo 25 settembre 2009   22:13

Viva Garibaldi e l'unità d'Italia, unica difesa contro l'egemonia franco-inglese nel Continente europeo, ieri come oggi. Non è cambiato nulla. Difendiamo i nostri interessi: se ci dividiamo perima cuiìi faremo a pezzi da soli e poi ci faranno a pezzi gli altri. Viva Garibaldi sempre.

Anonimo 25 settembre 2009   18:56
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da: http://www.kattoliko.it/leggendanera/

 

I Mille

di Vittorio Messori

 

Per il capo dei socialisti, Bettino Craxi, è ormai una tradizione passare a Caprera la prima domenica di giugno, giorno in cui si celebra la festa della Repubblica. Caprera, si sa, vuoi dire Garibaldi: per un giorno, nei quindici chilometri quadrati di quell'isola, Craxi medita su colui che qualcuno ancora chiama "l'Eroe dei Due Mondi".

 

In realtà, la polemica cattolica aveva storpiato quel nome, trasformandolo in "Eroe dei Due Milioni", alludendo alla pingue rendita assegnatagli dallo Stato italiano. Non mancarono, in effetti, polemiche sulla "povertà" di colui che (stando a quanto si leggeva nei libri edificanti) "donò un Regno ai Savoia senza nulla chiedere per sé". Ma, proprio adesso, nuove ricerche, con relativi documenti sinora sconosciuti, gettano una luce inquietante sul mito "francescano" del Nizzardo (o, meglio, fatta salva la sua personale integrità, su quello dei suoi collaboratori diretti), e possono aprire nuove prospettive sui retroscena dell'epopea risorgimentale. Ci sono brutte novità, insomma, per i superstiti devoti dell'Eroe in capelli biondi, camicia rossa e poncho bianco.

 

Prima di venire a quelle novità, vediamo ciò che già si sapeva: come se la passava, economicamente, Garibaldi? Era davvero così povero come vorrebbe il mito? Va detto che sin dal 1854 aveva abbastanza denaro per comprare almeno parte di un'isola come, appunto, Caprera. Quando vi si ritirò, dopo la spedizione contro siciliani e napoletani, la sua azienda agricola contava una trentina di dipendenti e altre decine di persone (tra cui i membri della numerosa famiglia) ne vivevano. I capi di bestiame superavano i 500 e, in una rada, era ancorato un grande panfilo regalatogli da un ammiratore.

Poiché le abitudini di Garibaldi erano frugali (e poiché ciò che gli interessava era la "gloria" e non il denaro), avrebbe potuto vivere da benestante, non fosse stato per i figli - Ricciottì e Menotti - che si misero a speculare sul boom edilizio di Roma divenuta capitale italiana. Una storia poco edificante, anche dal punto di vista patriottico: i due, cioè, parteciparono a quel "sacco urbanistico" che, in pochi anni, distrusse la vecchia Roma, divenuta terra di conquista di speculatori che crearono orribili quartieri "da rendita" dove erano splendidi parchi, rovine antiche, palazzi medievali e rinascimentali. Già ne parlammo. Ricciotti e Menotti finirono però per lasciarci le penne e, disperati, ricorsero, per soccorso, al famoso padre.

Sparsasi la voce delle difficoltà in cui si trovava la famiglia Garibaldi, il Governo (sempre pronto a tenere buono un uomo dei cui colpi di testa diffidava: e non a torto) deliberò un "Dono di gratitudine nazionale" di ben 50.000 lire l'anno vita natural durante. Una somma enorme, pari alla rendita di due milioni di lire-oro. Da qui il beffardo nomignolo cattolico di "Eroe dei Due Milioni" inventato dall'implacabile Civiltà Cattolica.

 

Garibaldi cercò di salvare le forme: sulle prime respinse la rendita con sdegnate parole; poi ci ripensò e finì coll'accettarla, approfittando del fatto che al governo era salito Agostino Depretis, uno dei Mille. E pensare che, poco più di un anno prima, saputo che il Parlamento aveva votato la legge che lo faceva ricco rentier, aveva gridato: "Cotesto governo, la cui missione è impoverire il Paese per corromperlo, si cerchi dei complici altrove!". Ma, si sa, si deve pur campare...

Anche se si tratta di un episodio che mal si inquadra con il mito, tra le tante riserve cui la storia quella "vera" - obbliga davanti a Garibaldi, non c'è più quella di avidità di denaro. Le grandi somme da lui dilapidate furono inghiottite da una torma di familiari, profittatori, parassiti, oltre che dalla sua nullità come amministratore di se stesso.

 

Adesso, ecco la sconcertante rivelazione. Viene dal convegno "La liberazione d'Italia nell'opera della Massoneria", organizzato a Torino nel settembre del 1988 dal Collegio dei Maestri Venerabili del Piemonte, con l'appoggio di tutte le Logge italiane. Di recente sono stati pubblicati gli Atti, a cura dell'editrice ufficiosa dei massoni. Una fonte sicura dunque, visto il culto dei "fratelli" per quel Garibaldi che fu loro Gran Capo. Un breve intervento - poco più di due paginette, ma esplosive - a firma di uno studioso, Giulio Di Vita, porta il titolo Finanziamento della spedizione dei Mille. Già: chi pagò? Come riconosce lo stesso massone autore della ricerca: "Una certa ritrosia ha inibito indagini su questa materia, quasi temendo che potessero offuscare il Mito. Quanto viene solitamente riferito è un modesto versamento - circa 25.000 lire fatto da Nino Bixio a Garibaldi in persona all'atto dell'imbarco da Quarto".

 

E invece, lavorando in archivi inglesi, l'insospettabile Di Vita ha scoperto che, in quei giorni, a Garibaldi fu segretamente versata l'enorme somma di tre milioni di franchi francesi, cioè (chiarisce lo studioso) "molti milioni di dollari di oggi". Il versamento avvenne in piastre d'oro turche: una moneta molto apprezzata in tutto il Mediterraneo. A che servì quell'autentico tesoro? Sentiamo il nostro ricercatore: "È incontrovertibile che la marcia trionfale delle legioni garibaldine nel Sud venne immensamente agevolata dalla subitanea conversione di potenti dignitari borbonici alla democrazia liberale. Non è assurdo pensare che questa illuminazione sia stata catalizzata dall'oro". Anche perché ai finanziamenti segreti se ne aggiunsero molti altri (e notevolissimi, palesi) frutto di collette tra tutti i "democratici" di Europa e America, del Nord come del Sud.

 

Sarebbero così confermate quelle che, sinora, erano semplici voci: come, ad esempio, che la resa di Palermo (inspiegabile sul piano militare) sia stata ottenuta non con le gesta delle camicie rosse ma con le "piastre d'oro" versate al generale napoletano, Ferdinando Lanza. Con la prova dei molti miliardi di cui disponeva Garibaldi si può forse valutare meglio un'impresa come quella dei Mille che mise in fuga un esercito di centomila uomini (tra i quali migliaia di solidi bavaresi e svizzeri), al prezzo di soli 78 morti tra i volontari iniziali.

 

Ma c'è di più: il poeta Ippolito Nievo se ne tornava da Palermo a Napoli al termine della spedizione. Il piroscafo su cui viaggiava, l"'Ercole", affondò per una esplosione nelle caldaie e tutti annegarono. Si sospettò subito un sabotaggio ma l'inchiesta fu sollecitamente insabbiata. Le cose possono ora chiarirsi, visto che il Nievo, come capo dell'intendenza, amministrava i fondi segreti e aveva dunque con sé la documentazione sull'impiego che nel Sud era stato fatto di quei fondi. Qualcuno evidentemente non gradiva che le prove del pagamento giungessero a Napoli: non si dimentichi che recenti esplorazioni subacquee hanno confermato che il naufragio della nave del poeta fu davvero dovuto a un atto doloso.

 

Si cominciava bene, dunque, con quella "Nuova Italia" che i garibaldini dicevano di volere portare anche laggiù: una bella storia di corruzioni e di attentati Ma Nievo portava, pare, solo ricevute: dove finirono i miliardi rimasti, e dei quali solo pochissimi capi dei Mille erano a conoscenza? In ogni caso, era una somma che solo un governo poteva pagare. E, in effetti, la fonte del denaro era il governo inglese (non a caso lo sbarco avvenne a Marsala, allora una sorta di feudo britannico, e sotto la protezione di due navi inglesi; e proprio su una nave inglese nel porto di Palermo fu firmata la resa dell'isola).

 

Come riconosce il "fratello" Di Vita, lo scopo della Gran Bretagna era quello già ben noto: aiutare Garibaldi per "colpire il Papato nel suo centro temporale, cioè l'Italia, agevolando la formazione di uno Stato protestante e laico". Le monarchiche isole pagarono cioè il repubblicano Eroe perché distruggesse un Regno, quello millenario delle Due Sicilie, purché anche l'Italia, "tenebroso antro papista", fosse liberata dal cattolicesimo.

 

Pensare la storia, San Paolo, Milano 1992, p. 258.

(da: www.kattoliko.it)

Attenzione  a non prendere per oro colato i documenti degli archivi inglesi o le "confessioni" postume ed a orologeria (a Regno d'Italia fatto) di tanti personaggi non troppo specchiati. Chi ci assicura che La Farina dice il vero di Cavour? Le sue dichiarazioni?

le conclusioni sulla vicenda garibaldina del 1860 si devono tirare dopo un esame globale, effettuato senza privilegiare posizioni di parte ovvero confrontando il tutto per poi estrapolare dati oggettivi. Un lavoro difficile.

Passare ora a dire che Garibaldi era persona venale è errato: i soldi che gli diedero li utilizzò per la causa rivoluzionaria, giusta o sbagliata. Non sono un garibaldino, ma adesso si sta esagerando, Garibaldi morì in povertà e non lasciò nulla in eredità. La vedova ebbe assegnata una rendita dallo Stato.

Anche se non siamo d'accordo sul come fu fatta l'Italia, cerchiamo di non infangare l'uomo inquanto tale, perché comunque non lo merita: questa almeno è la mia modesta e personale opinione.

Anonimo 25 settembre 2009   11:26

Molto interessante: attendo la terza parte per conoscere l'epilogo e le conclusioni cui pervenire a fronte di tante incredibili vicende.

Grazie a siciliainformazioni.com per questo grande spazio di approfondimento, su temi essenziali per spiegare le cose di oggi con i fatti di ieri ... se raccontati con onestà e rettitudine

Saluti cordiali

Anonimo 24 settembre 2009   11:06

Interessantissimo: da non perdere

Anonimo 24 settembre 2009   10:49

 

da: http://www.kattoliko.it/leggendanera/

 

I Mille

di Vittorio Messori

 

Per il capo dei socialisti, Bettino Craxi, è ormai una tradizione passare a Caprera la prima domenica di giugno, giorno in cui si celebra la festa della Repubblica. Caprera, si sa, vuoi dire Garibaldi: per un giorno, nei quindici chilometri quadrati di quell'isola, Craxi medita su colui che qualcuno ancora chiama "l'Eroe dei Due Mondi".

 

In realtà, la polemica cattolica aveva storpiato quel nome, trasformandolo in "Eroe dei Due Milioni", alludendo alla pingue rendita assegnatagli dallo Stato italiano. Non mancarono, in effetti, polemiche sulla "povertà" di colui che (stando a quanto si leggeva nei libri edificanti) "donò un Regno ai Savoia senza nulla chiedere per sé". Ma, proprio adesso, nuove ricerche, con relativi documenti sinora sconosciuti, gettano una luce inquietante sul mito "francescano" del Nizzardo (o, meglio, fatta salva la sua personale integrità, su quello dei suoi collaboratori diretti), e possono aprire nuove prospettive sui retroscena dell'epopea risorgimentale. Ci sono brutte novità, insomma, per i superstiti devoti dell'Eroe in capelli biondi, camicia rossa e poncho bianco.

 

Prima di venire a quelle novità, vediamo ciò che già si sapeva: come se la passava, economicamente, Garibaldi? Era davvero così povero come vorrebbe il mito? Va detto che sin dal 1854 aveva abbastanza denaro per comprare almeno parte di un'isola come, appunto, Caprera. Quando vi si ritirò, dopo la spedizione contro siciliani e napoletani, la sua azienda agricola contava una trentina di dipendenti e altre decine di persone (tra cui i membri della numerosa famiglia) ne vivevano. I capi di bestiame superavano i 500 e, in una rada, era ancorato un grande panfilo regalatogli da un ammiratore.

Poiché le abitudini di Garibaldi erano frugali (e poiché ciò che gli interessava era la "gloria" e non il denaro), avrebbe potuto vivere da benestante, non fosse stato per i figli - Ricciottì e Menotti - che si misero a speculare sul boom edilizio di Roma divenuta capitale italiana. Una storia poco edificante, anche dal punto di vista patriottico: i due, cioè, parteciparono a quel "sacco urbanistico" che, in pochi anni, distrusse la vecchia Roma, divenuta terra di conquista di speculatori che crearono orribili quartieri "da rendita" dove erano splendidi parchi, rovine antiche, palazzi medievali e rinascimentali. Già ne parlammo. Ricciotti e Menotti finirono però per lasciarci le penne e, disperati, ricorsero, per soccorso, al famoso padre.

Sparsasi la voce delle difficoltà in cui si trovava la famiglia Garibaldi, il Governo (sempre pronto a tenere buono un uomo dei cui colpi di testa diffidava: e non a torto) deliberò un "Dono di gratitudine nazionale" di ben 50.000 lire l'anno vita natural durante. Una somma enorme, pari alla rendita di due milioni di lire-oro. Da qui il beffardo nomignolo cattolico di "Eroe dei Due Milioni" inventato dall'implacabile Civiltà Cattolica.

 

Garibaldi cercò di salvare le forme: sulle prime respinse la rendita con sdegnate parole; poi ci ripensò e finì coll'accettarla, approfittando del fatto che al governo era salito Agostino Depretis, uno dei Mille. E pensare che, poco più di un anno prima, saputo che il Parlamento aveva votato la legge che lo faceva ricco rentier, aveva gridato: "Cotesto governo, la cui missione è impoverire il Paese per corromperlo, si cerchi dei complici altrove!". Ma, si sa, si deve pur campare...

Anche se si tratta di un episodio che mal si inquadra con il mito, tra le tante riserve cui la storia quella "vera" - obbliga davanti a Garibaldi, non c'è più quella di avidità di denaro. Le grandi somme da lui dilapidate furono inghiottite da una torma di familiari, profittatori, parassiti, oltre che dalla sua nullità come amministratore di se stesso.

 

Adesso, ecco la sconcertante rivelazione. Viene dal convegno "La liberazione d'Italia nell'opera della Massoneria", organizzato a Torino nel settembre del 1988 dal Collegio dei Maestri Venerabili del Piemonte, con l'appoggio di tutte le Logge italiane. Di recente sono stati pubblicati gli Atti, a cura dell'editrice ufficiosa dei massoni. Una fonte sicura dunque, visto il culto dei "fratelli" per quel Garibaldi che fu loro Gran Capo. Un breve intervento - poco più di due paginette, ma esplosive - a firma di uno studioso, Giulio Di Vita, porta il titolo Finanziamento della spedizione dei Mille. Già: chi pagò? Come riconosce lo stesso massone autore della ricerca: "Una certa ritrosia ha inibito indagini su questa materia, quasi temendo che potessero offuscare il Mito. Quanto viene solitamente riferito è un modesto versamento - circa 25.000 lire fatto da Nino Bixio a Garibaldi in persona all'atto dell'imbarco da Quarto".

 

E invece, lavorando in archivi inglesi, l'insospettabile Di Vita ha scoperto che, in quei giorni, a Garibaldi fu segretamente versata l'enorme somma di tre milioni di franchi francesi, cioè (chiarisce lo studioso) "molti milioni di dollari di oggi". Il versamento avvenne in piastre d'oro turche: una moneta molto apprezzata in tutto il Mediterraneo. A che servì quell'autentico tesoro? Sentiamo il nostro ricercatore: "È incontrovertibile che la marcia trionfale delle legioni garibaldine nel Sud venne immensamente agevolata dalla subitanea conversione di potenti dignitari borbonici alla democrazia liberale. Non è assurdo pensare che questa illuminazione sia stata catalizzata dall'oro". Anche perché ai finanziamenti segreti se ne aggiunsero molti altri (e notevolissimi, palesi) frutto di collette tra tutti i "democratici" di Europa e America, del Nord come del Sud.

 

Sarebbero così confermate quelle che, sinora, erano semplici voci: come, ad esempio, che la resa di Palermo (inspiegabile sul piano militare) sia stata ottenuta non con le gesta delle camicie rosse ma con le "piastre d'oro" versate al generale napoletano, Ferdinando Lanza. Con la prova dei molti miliardi di cui disponeva Garibaldi si può forse valutare meglio un'impresa come quella dei Mille che mise in fuga un esercito di centomila uomini (tra i quali migliaia di solidi bavaresi e svizzeri), al prezzo di soli 78 morti tra i volontari iniziali.

 

Ma c'è di più: il poeta Ippolito Nievo se ne tornava da Palermo a Napoli al termine della spedizione. Il piroscafo su cui viaggiava, l"'Ercole", affondò per una esplosione nelle caldaie e tutti annegarono. Si sospettò subito un sabotaggio ma l'inchiesta fu sollecitamente insabbiata. Le cose possono ora chiarirsi, visto che il Nievo, come capo dell'intendenza, amministrava i fondi segreti e aveva dunque con sé la documentazione sull'impiego che nel Sud era stato fatto di quei fondi. Qualcuno evidentemente non gradiva che le prove del pagamento giungessero a Napoli: non si dimentichi che recenti esplorazioni subacquee hanno confermato che il naufragio della nave del poeta fu davvero dovuto a un atto doloso.

 

Si cominciava bene, dunque, con quella "Nuova Italia" che i garibaldini dicevano di volere portare anche laggiù: una bella storia di corruzioni e di attentati Ma Nievo portava, pare, solo ricevute: dove finirono i miliardi rimasti, e dei quali solo pochissimi capi dei Mille erano a conoscenza? In ogni caso, era una somma che solo un governo poteva pagare. E, in effetti, la fonte del denaro era il governo inglese (non a caso lo sbarco avvenne a Marsala, allora una sorta di feudo britannico, e sotto la protezione di due navi inglesi; e proprio su una nave inglese nel porto di Palermo fu firmata la resa dell'isola).

 

Come riconosce il "fratello" Di Vita, lo scopo della Gran Bretagna era quello già ben noto: aiutare Garibaldi per "colpire il Papato nel suo centro temporale, cioè l'Italia, agevolando la formazione di uno Stato protestante e laico". Le monarchiche isole pagarono cioè il repubblicano Eroe perché distruggesse un Regno, quello millenario delle Due Sicilie, purché anche l'Italia, "tenebroso antro papista", fosse liberata dal cattolicesimo.

 

Pensare la storia, San Paolo, Milano 1992, p. 258.

(da: www.kattoliko.it)

Anonimo 24 settembre 2009   10:46

da:http://www.kattoliko.it/leggendanera/

 

I Mille? Benedetti dal conte di Cavour

di Angela Pellicciari

 

La spedizione in Sicilia sarebbe stata impossibile senza l’appoggio – segreto - del Regno di Sardegna "Venga da me quando vuole, ma pria di giorno e che nessuno lo veda e che nessuno lo sappia. Se sarò interrogato in Parlamento o dalla diplomazia (soggiunse, sorridendo), lo rinnegherò come Pietro e dirò: non lo conosco": così - racconta La Farina - gli disse Cavour durante uno dei numerosissimi e super segreti colloqui per organizzare quella che è passata alla storia come "spedizione dei Mille".

 

 

Perché Cavour non vuole che venga alla luce l’organizzazione capillare da lui stesso meticolosamente preparata - insieme al fido La Farina - per l’invasione dell’Italia meridionale? Perché la vulgata esige che il Regno di Sardegna intervengano solo ed esclusivamente per soccorrere le popolazioni italiane che "gemono" sotto il giogo della schiavitù: in caso contrario, se le apparenze non sono salvate, Cavour rischia la perdita della copertura internazionale indispensabile per l’unificazione dell’Italia sotto i Savoia.

 

La storiografia del Novecento ha puntualmente ripetuto la versione di comodo raccontata al mondo dai governanti sardi. Ma le cose non stanno così. Per sapere come si sono svolti i fatti è utile ricorrere all’epistolario e agli articoli del braccio destro di Cavour, l’influente storico massone Giuseppe La Farina, potentissimo segretario della Società Nazionale. Nella lettera del 14 ottobre 1860, per esempio, questi racconta all’amico Pietro Sbarbaro: "V’è una parte della mia biografia completamente sconosciuta, ed è forse la più importante, voglio dire le mie relazioni con conte di Cavour: relazioni intime, e pur tenute segretissime dal ‘56 al ‘59, e non sospettate né anco dagli amici stretti del Conte di Cavour. Io vedeva il conte di Cavour quasi tutti i giorni prima dell’alba [...] fui io che gli feci conoscere Garibaldi, e che l’indussi ad adoperarlo nella guerra d’indipendenza che si apparecchiava [...] Le potrò dare notizia della parte presa da me e dalla Società Nazionale alla spedizione di Sicilia; ed Ella vedrà che il concetto fu mio; che Garibaldi esitava (e ne ho documenti)", che "e armi e munizioni furono somministrate a Garibaldi da me: egli non aveva nulla".

 

In una lettera di poco posteriore lo storico siciliano è ancora più esplicito: "Gl’indugi alla partenza [per la Sicilia] vennero da Garibaldi e da’ suoi amici, i quali dicevano quella impresa una follia. Garibaldi si decise a partire, quando seppe che i Siciliani sarebbero partiti senza di lui. Questa è la verità vera". La verità che La Farina racconta nelle lettere è da lui lui divulgata anche a mezzo stampa. Sull’Espero il 24 gennaio 1862, per esempio, La Farina scrive: "Per quattro anni lo scrittore di questi articoli vide, quasi tutte le mattine, il conte di Cavour, senza che qualcuno de’ suoi intimi amici lo sapesse, andando sempre due o tre ore prima di giorno, e sortendo spesso da una scaletta segreta, ch’era contigua alla sua camera da letto, quando in anticamera v’era qualcuno che lo potesse conoscere!".

 

Dalla testimonianza di La Farina il ruolo di Garibaldi nell’impresa siciliana risulta decisamente ridimensionato. Sarà vero? Sembrerebbe di sì. Perlomeno a leggere quanto il generale scrive a La Farina da Caprera l’8 gennaio 1859: "Circa all’organizzazione convenuta io la lascio interamente a voi. Medici e chiunque de’ miei hanno ordine di non fare nulla senza consultarvi. Lo stesso ho raccomandato a quei di dentro. Vogliatemi bene e comandatemi".

 

Se il ruolo di Garibaldi è stato gonfiato ad arte - Garibaldi non avrebbe fatto un passo senza Cavour e La Farina, i loro soldi e le loro armi - cosa dire dei Mille che hanno seguito il generale nell’eroica impresa liberatrice? Leggiamo cosa pensa di loro il generale Giuseppe Garibaldi: "Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto".

 

Anonimo 24 settembre 2009   10:45

da: http://www.kattoliko.it/leggendanera/

 

Garibaldi rovina della Sicilia

di Angela Pellicciari

 

In un diario la spietata testimonianza di La Farina, che organizzò nell’ombra la spedizione dei Mille "Non si deve lasciar credere in Europa che l’unità italiana, per realizzarsi, avea bisogno d’una nullità intellettuale come Garibaldi. Gli iniziati sanno che tutta la rivoluzione di Sicilia fu fatta da Cavour, i cui emissari militari, vestiti da merciaiuoli girovaghi, percorrevano l’isola e compravano a prezzo d’oro le persone più influenti": così scrive sulla Deutsche Rundschau nell’ottobre 1882 il massone Pietro Borrelli, che si firma con lo pseudonimo di Flaminio.

 

 

Che le cose stiano così i lettori di questo giornale ormai lo sanno. Prima di passare ad un altro argomento però, vista l’importanza della vicenda, conviene descrivere ulteriormente la condotta di Garibaldi in Italia meridionale. Per farlo torniamo a La Farina e al suo epistolario. Prima di essere cacciato dalla Sicilia da Garibaldi che vuole scuotere il giogo della sua dipendenza da Cavour, La Farina fa in tempo a raccontare al conte le prodezze del generale. Leggiamo per esteso l’autorevole testimonianza della persona che, nell’ombra, ha organizzato la spedizione dei Mille.

 

• 10 giugno 1860 a Cavour: "Un governo ch’è la negazione di ogni governo. In un paese in cui è ignota la coscrizione, si pensava sul serio a fare una levata di 300.000 uomini. Si decreta che dai consigli civici siano esclusi gli antichi impiegati regii, che in certi municipii sono i soli che sappiano leggere e scrivere. Si sminuzzano le province che sono 7, creando governatori in tutti i distretti che sono 25. Si fa governatore di Palermo un giovinetto di Marcilepre, che nessuno conosce".

 

• 12 giugno: "Il governo (o per dir meglio, Crispi e Raffaele) sapendosi avversato dalla maggioranza dei cittadini, cerca farsi partigiani negli uomini perduti".

 

• 18 giugno: "Fanno leggi sopra leggi [...] mettono le mani nei depositi dei particolari esistenti in tesoreria [...] non trovando partigiani nel partito liberale, cercano farsi amici negli uomini più odiati e spregiati [...]. La legge della leva così imprudentemente pubblicata e stoltamente redatta, già produce i suoi frutti: un grido d’indignazione s’è levato da per tutto [...] In molti Comuni sono avvenute delle vere sollevazioni".

 

• 28 giugno: "Io non debbo a lei celare che all’interno dell’isola gli ammazzamenti sieguono in proporzioni spaventose; che nella stessa Palermo in due giorni quattro persone sono state fatte a brani; e che tutto è stato disordinato e messo sossopra con una insensatezza da oltrepassare ogni limite del credibile".

 

• 29 giugno: "L’altro giorno si discuteva sul serio di ardere la biblioteca pubblica, perché cosa dei gesuiti: ieri il comandante della piazza, Cenni, ordinava di fare sgombrare le scuole. Si assoldano in Palermo più di 20.000 bambini dagli 8 ai 15 anni e si dà loro tre tari al giorno! Si mette la finanza della Sicilia in mano di quel ladrissimo e ignorantissimo B...! In una sola partita di cavalli requisita nella provincia di Palermo ne spariscono 200! Si dà commissione di organizzare un battaglione a chiunque ne faccia domanda; così che esistono gran’numero di battaglioni, che hanno banda musicale ed officiali al completo, e quaranta o cinquanta soldati! Si dà il medesimo impiego a 3 o a 4 persone! Si manda al tesoro pubblico a prendere migliaia di ducati, senza né anco indicarne la destinazione! Si lascia tutta la Sicilia senza tribunali né civili, né penali, né commerciali, essendo stata congedata in massa tutta la magistratura! Si creano commissioni militari per giudicare di tutto e di tutti, come al tempo degli Unni".

 

• 2 luglio a Davide Morchio: "Non abbiamo nulla che possa somigliarsi ad un governo civile: non vi sono tribunali [...] non ci è finanza, avendo tutto assorbito l’intendente militare; non v’è sicurezza, non volendo il dittatore né polizia, né carabinieri, né guardia nazionale, non v’è amministrazione, essendo state sciolte tutte le intendenze".

 

• 17 luglio ad Ausonio Franchi: "Garibaldi dichiara pubblicamente che non vuole tribunali civili, perché i giudici e gli avvocati sono imbroglioni; che non vuole assemblea perché i deputati sono gente di penna e non di spada; che non vuole niuna forza di sicurezza pubblica, perché i cittadini debbono tutti armarsi e difendersi da loro".

 

• 19 luglio a Giuseppe Clementi: "I bricconi più svergognati, gli usciti di galera per furti e ammazzamenti [sono] compensati con impieghi e con gradi militari. La sventurata Sicilia è caduta in mano di una banda di Vandali".

Il famigerato Pol Pot, lo spietato dittatore cambogiano, non è stato il primo ad avere l’idea di servirsi di ragazzini per realizzare la giustizia proletaria.

 

Anonimo 23 settembre 2009   14:10

Bombe sconce e bombe non sconce: intelligenti e stupide.

Ma per me le bombe sono sempre criminali

ztl

Anonimo 23 settembre 2009   13:12
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Di nuovo complimenti all'autore per la seconda puntata.

Il tracollo dell'esercito borbonico mi ricorda quello delle piazzeforti di Augusta e Siracusa tra il 10 ed il 12 luglio 1943.

 

Un rimbrotto all'autore del 5° commento: è ignobile definire "guerrafondaio e straniero" il Regno di Sardegna, retto da una dinastia italianissima da circa 900 anni, la quale sola riuscì ad ottenere ciò che si auspicava nella penisola dai tempi di Dante, senza che nessuno ci fosse riuscito prima.

A casa Savoia dovremo sempre riconoscenza.

GBC

 

studia prima di dire "baggiante" al mondi intero!

Anonimo 23 settembre 2009   10:44

Non riesco a provare riconoscenza per chi ha bombardato Palermo uccidendo migliaia di civili

Anonimo 23 settembre 2009   09:53
L'utente ha risposto al commento anonimo del 23 settembre 2009. Visualizza »

Di nuovo complimenti all'autore per la seconda puntata.

Il tracollo dell'esercito borbonico mi ricorda quello delle piazzeforti di Augusta e Siracusa tra il 10 ed il 12 luglio 1943.

 

Un rimbrotto all'autore del 5° commento: è ignobile definire "guerrafondaio e straniero" il Regno di Sardegna, retto da una dinastia italianissima da circa 900 anni, la quale sola riuscì ad ottenere ciò che si auspicava nella penisola dai tempi di Dante, senza che nessuno ci fosse riuscito prima.

A casa Savoia dovremo sempre riconoscenza.

GBC

 

Non vedo l'ora di dargliela questa "riconoscenza" ai Savoia. Ci manca poco.

 

Mi sto gia' sfregando le mani.

Anonimo 23 settembre 2009   09:04

Di nuovo complimenti all'autore per la seconda puntata.

Il tracollo dell'esercito borbonico mi ricorda quello delle piazzeforti di Augusta e Siracusa tra il 10 ed il 12 luglio 1943.

 

Un rimbrotto all'autore del 5° commento: è ignobile definire "guerrafondaio e straniero" il Regno di Sardegna, retto da una dinastia italianissima da circa 900 anni, la quale sola riuscì ad ottenere ciò che si auspicava nella penisola dai tempi di Dante, senza che nessuno ci fosse riuscito prima.

A casa Savoia dovremo sempre riconoscenza.

GBC

 

Anonimo 22 settembre 2009   11:15

Notevole documento storico arricchito da una narrazione puntuale e sorniona. Squisita e di fine umorismo, la descrizione dell'abbigliamento di alcuni "rivoluzionari". Complimenti vivissimi.

Anonimo 21 settembre 2009   19:51

Articolo disincantato e sereno. Complimenti.

 

Tulipano.

Anonimo 21 settembre 2009   13:40

L'impaginazione non fa capire che è un nuovo articolo ovvero il seguito del primo. L'ho trovato dai commenti! 

Anonimo 21 settembre 2009   12:08

Efficace e correttissima, nei limiti del possibile: una delle migliori sintesi che abbia letto. Lei dr. Di Bella non si è schierato e questo conferisce al suo scritto, quella credibilità che spesso è mancata.Complimenti. Attendo la conclusione.

 

Anonimo 21 settembre 2009   10:48

Ritengo importante sottolineare che una dichiarazione di guerra non fù mai inviata da parte dello stato Savoiardo (guerrafondaio e per di più non italiano),  che lo stato Duo Siciliano non avendo mai avuto mire espansionistiche non aveva un esercito degno di questo nome, al più l'esercito si occupava delle piccole rivolte interne, cosa ben diversa dal fronteggiare un esercito sul campo. A questo va aggiunta l'inettitudine e la corruzione dei generali che certo non passarono alla storia per le loro azioni sul campo.

Quel che comunque a mio avviso è innegabile è che si tratto di una vera guerra di conquista da parte di uno stato straniero nei confronti di uno stato sovrano e che la partecipazione dei siciliani fù insignificante nonostante la voglia d'indipendenza.

Aspetto il terzo capitolo.

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