Una rivoluzione vera
In un precedente scritto, si è fatto cenno al perdono sempre generosamente concesso dai Borbone, ai “Nobili pentiti” di tutte le rivoluzioni.
Poiché l’argomento ha suscitato interesse e diversificate reazioni, tra sorpresa e curiosità, ritengo utile affrontare questo particolare aspetto, con l’ausilio di alcuni interessanti documenti, cogliendo l’occasione per una riflessione su alcune peculiarità del Governo dell’Isola nel periodo rivoluzionario.
La rivoluzione del 1848/49, ebbe fine in Sicilia con la riconquista militare dell’Isola da parte di Carlo Filangieri, Principe di Satriano e Duca di Taormina, che ricoprì di seguito l’incarico di Luogotenente del Re.
La riconquista dell’Isola fu facilitata dal fatto che il Principe di Satriano era stato accolto dalla classe nobiliare, dal Clero e dai notabili, come il restauratore di un ordine sociale gravemente turbato durante i sedici mesi del Governo rivoluzionario.
Effettivamente nel periodo rivoluzionario, il Governo non riuscì a garantire adeguatamente l’ordine pubblico. La vecchia polizia, in genere di fede borbonica, venne azzerata e non si riuscì a sostituirla adeguatamente: tanto è vero che in sedici mesi vennero cambiati sette ministri di Polizia.
La sicurezza delle persone e dei beni non venne per nulla garantita nelle città, dove le vendette contro i lealisti continuarono per mesi, né tanto meno nelle campagne dove imperversavano le compagnie d’arme e “le squadre”.
Il Governo rivoluzionario intraprese da subito la strada di una legislazione radicale che minava il fondamento del potere feudale della nobiltà, contemporaneamente ad una continua ricerca di fondi, nel tentativo non riuscito di creare un esercito da contrapporre a Ferdinando II.
Trascorso qualche mese, i nobili e le gerarchie ecclesiastiche si accorsero del grave errore commesso nell’appoggiare la rivoluzione, poiché videro concretamente ed immediatamente minacciati i loro beni e le loro prerogative, nonché svanire il loro secolare potere.
Risultarono esiziali alcuni provvedimenti economici: il Prestito forzoso, la confisca dei beni delle Chiese, dei Gesuiti e dei Liguorini e la “Non tollerabile” tassazione delle rendite del Clero.
Per questi motivi, gli attori principali della restaurazione, furono sostanzialmente gli stessi che quella rivoluzione avevano voluto o quanto meno favorito.
Segno evidente del collasso del Governo rivoluzionario dell’Isola, è la circostanza che occupata facilmente Catania dall’esercito del Principe di Satriano, partì da Palermo una deputazione che gli consegnò le chiavi della città in segno di sottomissione, invocando la clemenza sua e del Re Ferdinando II.
Risulta chiaro che la rivoluzione del 1848 nacque da un’idea di indipendenza dell’Isola e dall’avversione per i Borbone, cui
Si dipana appunto dal 1816 la sequenza di quattro rivoluzioni che culmineranno nell’implosione del Regno e nella sua caduta a fronte dell’inconsistente spedizione garibaldina. L’unificazione dei due Regni era inaccettabile per i siciliani e una dinastia che aveva giurato e spergiurato sul Vangelo e sulle Costituzioni, non appariva più credibile.
Una Repubblica in cerca di un Re
Un aspetto preminente dell’esperienza rivoluzionaria, è da identificare nella circostanza che in quei sedici mesi
Ma il problema della difesa militare dalla reazione borbonica e la complessa situazione politica internazionale, fecero si che la formula parlamentare rivoluzionaria, chiamasse comunque al trono un re “da parata” per usare la definizione di Raffaele De Cesare, del quale serviva la spada e non lo scettro.
Il ripristino della costituzione del 1812, con alcune varianti di adattamento, accentuava il sostanziale carattere parlamentare e repubblicano del Governo provvisorio, ancor più chiaro nell’istituzione di una Camera di pari elettivi e temporanei, svuotata di ogni potere reale.
Si era di fatto delineata una Monarchia costituzionale a sovranità limitata: un Regno che rimase senza un Re, un regime a preminenza parlamentare che tendeva ad allargare il suo potere ed il suffragio popolare, ed il cui obiettivo primario era di fatto la fine del sistema politico economico feudale e la spoliazione delle Istituzioni ecclesiastiche.
Gli artefici della rivoluzione siciliana, erano uomini proiettati verso un disegno politico già affermato in Europa, che
I Borbone pur presenti coi loro ambasciatori nelle grandi Corti europee, vivevano in un isolamento politico concettuale che li poneva al di fuori delle dinamiche internazionali: il loro progetto politico era il mantenimento dello status quo. Poche le riforme tentate e realizzate, se si esclude il positivo retaggio amministrativo e tecnico dell’epoca dei napoleonidi.
L’Europa delle Nazioni transitava definitivamente dal medioevo alla modernità. Le idee poste a base della rivoluzione francese e delle innovazioni culturali, amministrative e sociali, apportate dall’epoca napoleonica in tutto il Continente, avevano lasciato un segno indelebile nella storia e tracciato un futuro ineluttabile, dove non vi era posto per l’assolutismo di monarchie non costituzionali.
I Borbone continuavano a concedere e revocare Costituzioni, senza avere un progetto politico, se non quello di perpetuare più a lungo possibile un regime assoluto e feudale ormai fuori dal tempo. Anche in questi limiti di pensiero e di progettualità politica, si sostanziano i motivi dell’implosione del Regno.
Durante la prima restaurazione, mentre venivano soffocate nel sangue le istanze giacobine, senza comprenderne la portata politica e sociale, diventava preminente perfino la superstizione di Ferdinando, e così San Gennaro, Comandante in capo dell’esercito duosiciliano, accusato di aver preso le parti dei repubblicani, per l’avverarsi del miracolo della liquefazione del sangue, venne degradato e privato del comando a favore di San Francesco di Paola.
Il Vescovo e martire venne subito riabilitato, quando il Re venne a conoscenza del fatto che il generale Championnet aveva promesso di tagliare la testa al clero capitolare al gran completo, nel caso in cui San Gennaro non si fosse prontamente schierato coi rivoluzionari, liquefacendo ipso facto il proprio sangue.
Diverso senso della realtà avevano Ruggero Settimo, Mariano Stabile, Vincenzo Fardella, Giuseppe
Tennero alto l’onore delle idee illuminate di tanti siciliani; rinunciarono a qualsiasi compenso o riconoscimento e continuarono la loro opera durante gli anni dell’esilio.
Dunque, di fatto e non di diritto, nel periodo rivoluzionario l’Isola fu governata in forma sostanzialmente repubblicana parlamentare, anche se il Parlamento ed il “Presidente del Regno” Ruggero Settimo, si pronunciarono subito per la chiamata al trono di un principe italiano.
Che il Parlamento rivoluzionario sentisse questa esigenza quale elemento giuridicamente imprescindibile e fondante, è da escludere: la continuità istituzionale e giuridica surrettiziamente richiamata da Ruggero Settimo, era quella con la plurisecolare corona normanno/aragonese dell’Isola, soppressa a seguito dell’unificazione con quella del Regno di Napoli nel 1815, motivo principale della rivoluzione e dell’appoggio che la nobiltà le aveva, in un primo momento, conferito. La rappresentatività era garantita dal Parlamento elettivo.
Per una precisa percezione del concetto di rappresentatività del Parlamento, è opportuno ricordare che l’elettorato attivo era esercitatile a fronte di un reddito di 24 Ducati e quello passivo in presenza di un reddito di 240. Risulta evidente quanto limitato fosse il suffragio in Sicilia, così come nella maggior parte delle monarchie costituzionali contemporanee e quale fosse il concetto di “democrazia” espresso da quelle società.
E’ lecito chiedersi perché il Parlamento siciliano rivoluzionario secessionista, non proclamò
Il problema si poneva in termini politici e militari, e pertanto risultava necessario scegliere un principe che avesse forza politica in Europa e soprattutto un esercito.
La scelta dei Savoia garantiva la benevolenza di Francia e Regno Unito, o quanto meno la loro neutralità, ed era preordinata a preservare l’indipendenza dell’Isola con un’efficace difesa contro la reazione di Ferdinando II che sicuramente avrebbe inviato il suo esercito per la riconquista dell’Isola, come poi avvenne.
La profilata ipotesi di un assorbimento della Sicilia tra i possedimenti inglesi, o di un protettorato inglese sull’Isola, pur proposta da alcuni parlamentari alla Corona del Regno Unito, era osteggiata sia in Gran Bretagna che in Francia, ma soprattutto nell’Isola.
La nobiltà siciliana, quella stessa che aveva votato la decadenza dei Borbone, additati come usurpatori, ora temeva ed a ragione, di essere fagocitata dall’impero inglese, i cui cospicui interessi economici nell’Isola costituivano una pericolosa premessa.
Ma a fronte del diritto all’indipendenza invocato dal Parlamento, della dichiarata decadenza dei Borbone e dei tentativi di Ruggero Settimo di affermare una continuità storica legittimante, con l’antico Regno Normanno/Aragonese di Trinacria, vi sono i fatti che invece delineano una tesi alquanto diversa.
Ed i fatti indicano che
Infatti, anche se il 10 luglio 1848 il Governo rivoluzionario elesse re di Sicilia Ferdinando Maria Alberto Amedeo Filiberto Vincenzo di Savoia, col nome di Alberto Amedeo I di Sicilia, questi rinunciò al trono, ufficialmente per non abbandonare l'esercito piemontese impegnato nella guerra d’indipendenza. Alcuni storici ritengono che la rinuncia ebbe tra gli altri motivi, come quello di non ostacolare il disegno, già delineato, dell’unità nazionale italiana da edificare sotto le insegne del padre Carlo Alberto, e poi del fratello maggiore Vittorio Emanuele.
Rilievo non secondario, nella rinuncia del duca di Genova, ebbero verosimilmente le dichiarazioni costituzionali del Parlamento siciliano, che di fatto limitavano profondamente le prerogative della monarchia.
Il coacervo degli avvenimenti sopra ricordati, ebbero un notevole peso sullo schieramento dei nobili siciliani e prescindendo dai fatti militari, vi è motivo di ritenere che la fine della rivoluzione abbia avuto tra le sue principali cause appunto la rinuncia del Duca di Genova, e quindi il defilarsi dei Savoia e l’incombenza dello strapotere inglese, già economicamente e militarmente presente fin dall’epoca pre napoleonica, la cui flotta ricordiamo non aveva mai lasciato i principali porti dell’Isola.
Ma la causa principale della polverizzazione della rivoluzione siciliana, è da identificare nella paradossale nuova situazione politica interna, nella quale la stessa classe nobiliare che aveva appoggiato la rivoluzione, si sentiva ora minacciata dalla nuova legislazione che minava secolari privilegi ed il fondamento stesso del suo potere economico, ovvero il latifondo.
Giocò un ruolo importante anche la posizione delle alte gerarchie ecclesiastiche, che non potevano accettare supinamente la spoliazione dei beni della Chiesa e degli Ordini, che il Parlamento rivoluzionario aveva subito posto in essere.
Nei fatti il meccanismo Parlamentare rivoluzionario, toglieva alla Camera dei Pari, elettivi e temporanei, ogni potere di intervento legislativo. Come vedremo nelle stesse suppliche di seguito riportate, la nuova formula parlamentare del Comitato misto, determinava una distorsione: qualora le due Camere, dei Comuni e dei Pari, fossero state in disaccordo su un provvedimento, e lo furono sempre, la decisione finale finiva per essere quella adottata dai Comuni.
Infatti, pur essendo composte le Camere dallo stesso numero di Parlamentari, risultava decisivo il voto del Presidente di quella dei Comuni che faceva parte e presiedeva il Comitato misto, cui era appunto riservato questo diritto di voto qualificato e non un ruolo super partes.
Pertanto, tutte le volte che
Quella siciliana del 1848, fu una rivoluzione autentica. Si profilò il disegno di una monarchia costituzionale a sovranità limitata, aggiornando sia
Non vi fu il tempo per compiere il percorso previsto e verosimilmente giocò ancora una volta un ruolo determinante il non coinvolgimento delle masse popolari: proletari, artigiani e piccoli borghesi che rimanevano esclusi dal voto, cui non si conferiva quella sovranità che sarebbe comunque risultata inutile, se non accompagnata da un oggettivo miglioramento delle condizioni economiche e sociali, che non ci fu il tempo di iniziare.
Ancora una volta in Sicilia, la rivoluzione non riusciva a coinvolgere
La rivoluzione scontò anche la poca esperienza di governo dei suoi pur illuminati fautori, che non riuscirono a tenere l’ordine pubblico e le finanze, a decretare la leva, a mantenere un equilibrio pragmatico che evitasse di far diventare nemici della causa rivoluzionaria la nobiltà e
L’Amnistia generale: gli esclusi
La fine della rivoluzione poneva subito il problema della riconciliazione nazionale e l’Amnistia generale, anche questa volta, non si fece attendere. Pochi gli esclusi e per evidenti motivi, la maggior parte dei quali andarono in esilio: alcuni rientreranno nell’Isola a seguito dell’invasione garibaldina.
Questo è il testo dell’atto di esclusione dall’Amnistia generale:
Ritornata
Palermo 11 maggio 1849.
SIGNOR PRETORE
In discarico della nostra missione affidataci lo scorso giorno, dopo gravissimi stenti ebbimo il bene di ottenere da S. E. il Principe di Satriano il notamento distinto di tutte le persone che debbono intendersi escluse dall’amnistia generale, che originalmente le accludiamo.
Camillo Milana parroco di S. Croce
Andrea Patorno
Bartolomeo Faja parroco di S. Nicolò
Raffaele Tardi
Michele Artale
Salvatore Piazza
Giuseppe Auriemma
Vincenzo Grifone
Nomi di coloro i quali vanno esclusi dall’amnistia del general perdono che S.M. il RE N. S. concede a’ suoi sudditi Siciliani pubblicati dal Tenente Generale il Principe di Satriano nel real nome il 22 aprile
1. Ruggiero Settimo
2. Duca di Serradifalco
3. Marchese Spedalotto
4. Principe di Scordia
5. Duchino della Verdura
6 D. Giovanni Ondes
7 D. Andrea Ondes
8 D. Giuseppe
9. D. Pasquale Calvi
10. Marchese Milo
11. Conte Aceto
12. Abbate Sacerdote Ragona
13. Giuseppe
14. D. Mariano Stabile
15. Vito Beltrani
16. Marchese di Torrearsa
17. Pasquale Miloro
18. Cav. D. Giovanni S. Onofrio
19. Andrea Mangerua
20. Luigi Gallo
21. Cav. Alliata quello spedito in Piemonte
22. Gabriele Carnazza
23. Principe di S. Giuseppe
24. Antonino Miloro
25. Antonino Sgobel
26. D. Stefano Seidita
27. D. Emmanuele Sessa
28. D. Filippo Cordova
29. Interdonato il così detto deputato
30. Piraino di Milazzo
31. Arancio Pachino
32. D. Salvatore Chindemi di Catania
33. Barone Pancali di Siragusa
34. D. Giuseppe Navarra di Terranova
35. D. Giacomo Navarra di Terranova
36. D. Francesco Cammarata di Terranova
37. D. Carmelo Cammarata di Terranova
38. D. Gerlando Bianchini di Girgenti
39. D. rilariano Giojeni di Girgenti
40. D. Francesco Giojeni di Girgenti
41. D. Giovanni Granitto di Girgenti
42. D. Francesco de Luca di Girgenti
43. D. Raffaele Lanza di Siragusa.
Misilmeri 11 maggio 1849
Il Tenente Generale, Comandante in capo il corpo di Esercito della Reale Squadra
Firmato PRINCIPE DI SATRIANO
Il Municipio si affretta rendere noto tutto ciò al pubblico per la intelligenza.
Palermo 11 maggio 1949
Per il Pretore: Antonio Chiaramonte Bordonaro
La ritrattazione dei Pari e Deputati di Sicilia
Ristabilita l’autorità di Ferdinando II in tutte le Valli dell’Isola, i nobili ed i Deputati del Regno si affrettarono, a prescindere dal “perdono” già intervenuto per mezzo della generale Amnistia subito concessa, e dalla quale, abbiamo visto, pochi furono gli esclusi, a implorare la clemenza del Re o meglio la sua “benevolenza”.
Vi era un atto, tra quelli che erano stati adottati dal Parlamento rivoluzionario, che aveva creato una profonda frattura tra la monarchia ed i nobili e notabili siciliani: la decadenza della dinastia dei Borbone, dichiarata all’unanimità nella seduta del 13 Aprile 1848.
La premessa necessaria alla normalizzazione dei rapporti con la monarchia e alla conservazione dei privilegi dei singoli, era la sconfessione di tale atto, cui il lungimirante Principe di Satriano lavorò assiduamente al fine di creare le premesse di un ritorno dell’Isola alla normalità.
Centinaia furono le ritrattazioni scritte, alcune arricchite da puerili quanto incredibili giustificazioni: talvolta perfino indignitose e umilianti anche per chi le legge a distanza di 160 anni.
La gravità dei contenuti delle suppliche e la insincera prostrazione e fedeltà dichiarate, non sfuggivano agli stessi autori. Ed infatti le pagine contenenti le trascrizioni delle suppliche, allibrate negli atti ufficiali del Regno, sono state meticolosamente stracciate da ignoti, dopo l’arrivo di Garibaldi, quando buona parte dei suddetti nobili e notabili, si schierarono, a cose fatte, con i rivoluzionari e con i Savoia. I pochi originali degli atti di ritrattazione esistenti, guarda caso, si trovano a Napoli.
Annotiamo comunque che la insincerità della nobiltà siciliana, faceva il paio con quella della Dinastia che più volte aveva appunto spergiurato e disatteso tante promesse.
Di seguito riportiamo, cercando di dare voce ai diversi aspetti della vicenda, una selezione di dichiarazioni che per la loro significatività, ben rappresentano lo spirito con cui la classe dirigente siciliana cercava di giustificare il fallito tentativo di affrancarsi dai Borbone.
La viva voce dei “rinnegati”, palesa efficacemente le motivazioni politiche che convertirono la nobiltà ad una veloce marcia indietro, ovvero l’essere sfuggito loro di mano il controllo del Parlamento rivoluzionario e dunque della rivoluzione stessa.
“SACRA REAL MAESTÀ
Sire,
il frutto dei passati sconvolgimenti politici non è stato per tutta Sicilia che il furto e la intera depauperazione.
Ogni buon cittadino, tutt’uomo onesto (sic) che per principii e per dovere era rispettoso alla vostra Sacra Persona ed ubbidiente alle vostre leggi, era obbligato dalla forza ad agire contro il proprio pensiero.
Una lunga serie di fatti pubblici, che nel corso di sedici mesi di perfetta anarchia, giornalmente si osservano, fanno chiaramente vedere che l’uomo onesto, l’uomo devoto alla vostra Dinastia, era assalito nel suo tetto, spogliato interamente, ed alle volte impunemente trucidato, e quindi gli era forza di tacere, ed obbligato dalla forza a manifestare la sua adesione contro la propria opinione.
La formola rivoluzionaria del Comitato misto, ove le Camere non erano d’accordo, preponderava sempre a favore dei Comuni; dappoiché quantunque dello stesso numero i componenti delle due Camere, vi era addipiù il Presidente dei Comuni con voto, che faceva parte e presiedeva nello stesso Comitato misto; come in fatti tutte le volte che
Non vi è dubbio che l’Atto della Decadenza, ove non si volesse esaminare il modo e la forza usata per trascinarci a quest’atto illegale, ci farebbe avere la taccia di sudditi ingrati, che hanno mancato ai doveri di fedeltà verso il proprio Monarca. È regolare che tutto si metta in chiaro, perché ognuno possa da sé stesso rimanere ben persuaso, che non mai per la libera opinione e volontà si divenne ad un atto così insussistente.
Il giorno 13 aprile 1848 si sciolse
Non erano scorsi che pochi minuti allorché fummo obbligati a ritornare nella Camera, ignorandosene il motivo. Si temeva della propria esistenza.
Quando arrivati nella via di San Francesco, dove era per l’appunto il locale delle riunioni delle Camere, s’intesero delle grida spiccate da una folla di persone armate, che a stento permettevano il passaggio; i corridori, e le ringhiere delle Camere occupate erano intieramente.
S’ignorava fino a quel momento l’oggetto che doveva trattarsi, quando il Capitano di Ambasciata annunziò di essere
Eravamo tutti nella massima perplessità, non sapendosi il contenuto di quel messaggio, del quale datasene lettura, si apprese con stupore essere la macchinata deliberazione della Decadenza.
Si voleva da alcuni manifestare qualche ragione per non aderire a quest’atto per tutti i modi illegale: ma sopraffatti dalle grida di tutti gli astanti nelle ringhiere, non fu permessa la menoma discussione, mentre tutti concordemente imponevano ad alta voce di annuire, minacciando la vita.
Quale asilo vi era in quel cimento per esimersi dal far palese la nostra adesione, allorché fu impedito colla massima resistenza ad ogni componente di potersi allontanare, se prima non si fosse
Per quelli ch’eravamo lontani, ancorché non fossimo intervenuti alla seduta, fummo al domicilio forzati per firmare la deliberazione.
Di un atto consumato con tanta violenza non può darsene a noi la colpa.
Il delitto sta nella volontà; ove questa non concorre, e che la forza vi obbliga ad agire diversamente dalla volontà, non vi è colpa, né può riputarsi delitto.
Questa enarrazione di fatti generalmente noti contesta la verità dello esposto.
Poteva mai da noi soli farsi fronte a tanta gente armata, mentre non vi era forza che potess’essere di scudo a sostenere la nostra volontà?
Sarebbe stato un passo molto imprudente il perderci la vita, senza ottenere alcun vantaggio.
V. R. M. che con tanta clemenza e paterna affezione si è sempre degnata di colmarci di munificenza, in vista del nostro fedele attaccamento alla vostra Sacra Persona, ed a tutta
Nessun timore, nessun dubbio ci fa oggi apertamente dichiarare di volere essere governati da Ferdinando II, Re del Regno delle Due Sicilie, e dalla sua Dinastia, e di essere pronti a sostenerla, e protestandoci di non essere menomamente concorsa la nostra libera volontà nell’adesione di quell’Atto per ogni modo illegale, ma di esservi stati portati con tutta la possibile violenza.
Sicuri quindi che V. R. M., convinta del nostro fedele attaccamento, sarà per raccogliere colla sua innata clemenza questa nostra sincera e vendica manifestazione con cancellare dal suo benefico cuore qualche idea di sospetto sulla condotta da noi tenuta, a’ piedi del vostro Real Trono ci protestiamo”.
Seguono una trentina di firme.
In altra supplica si evidenzia “l’inutilità” di un sacrificio:
“… Ma, Sire, qual via di scampo offrivasi allora ai collocati in quel misero stato? Rinunziare alla Paria dopo la dominazione dei Comuni, l’elezione dei riprestinati Pari, era un fare atto di fatale opposizione contro chi poteva ed aveva osato ogni cosa; era un designarsi infruttuosamente e senza asilo pei presenti, al facilmente incitabil odio di una affascinata moltitudine.
E d’altra parte a che avrebbe riparato il martirio dei nuovi eletti? Allora nella Camera, lo ripetiamo, l’opera parlamentaria era compiuta, Rappresentanti e Pari l’avevano già consumata. Pure i fatti posteriori meglio di ogni parola qualificano i precedenti. Quali furono la condotta, le idee, le tendenze de’ già Pari elettivi?
Basti il dire in quindici interminabili mesi di reggimento rivoluzionario, quando noti ed ignoti erano a fascio chiamati al Ministero, niun di loro fu mai, nonché assunto, ma né ad esso invitato. E non di meno, poiché il voto di due Camere legislative era solennemente concorso alla loro elezione, è a presumere aver collocate fra essi più di un’assennata capacità.
Ma agli occhi di una fazione, che non vive se non di sistematica esagerazione, non ha alcun peso quel merito che non sia stemperatezza di voti, esaltazione, fanatismo. Né questa volta, a dir vero, andava errata, che i già Pari temporali elettivi di ben altro amore amavano il paese, né sapean per esso vedere che sciagure, ruine, e turpe assoggettamento, ove dal suo Re e dalla legittima Dinastia si dipartisse.
… Ecco i già Pari temporali elettivi a piè del Real Trono in quel rigore di verità, siccome sarà per giudicarli
Ma il nipote di san Luigi e di Enrico IV ha già dimenticato fatti più gravi, perché abbiano a sconfidare i sottoscritti non voglia ora far scendere su loro la magnanimità che oblia, e la grazia che riconforta.
Umilissimi, devotissimi sudditi”
Seguono firme
Forse ancor più interessante un’altra supplica, corredata dalle motivazioni personali addotte dagli interessati.
“SACRA REAL MAESTÀ
Cessata oramai per
Sin dal principio delle passate vicende non vi era alcuna circostanza che potesse incoraggiare i suoi fedeli sudditi, ed Ognuno che riputato era alla M. V. attaccato, dovea tenere una condotta molto cauta e circospetta. La forma del Comitato misto in Parlamento era tale, che rendea nulla
Il giorno 13 aprile 1848, dopo lunga seduta parlamentaria, che era terminata alle ore 22, fummo inaspettatamente dopo pochi momenti che rifiniti eravamo tornati alle nostre case, chiamati nuovamente, e colla massima premura chiamati in Parlamento.
La ignoranza dell’oggetto per cui si chiamava, l’ora e la premura con cui fummo appellati, non ostante essere già sera, non ci fece mettere in dubbio di dovere andare. Ma che, o Sire?
Cominciava dalle strade che conducono a San Francesco, luogo delle sedute parlamentarie, a conoscersi che affare di sommo rilievo si doveva trattare, e nel quale molti prendevan parte.
Nello entrare e nel salire in Parlamento là folla delle persone era significante, e l’affluenza nelle ringhiere era della massima imponenza. Fin qui tutto destava grave timore, ma si era nell’ignoranza dell’oggetto della nostra straordinaria riunione accompagnata da sì imponente spettacolo.
Poco dopo venne un messaggio della Camera dei Comuni, recando la deliberazione di quella Camera sulla Decadenza.
Allo avviso dello stesso gli animi nostri, intimiditi di già vi si resero di più; scorgendo la importanza dell’oggetto ed il momento in cui dovea discutersi con una forza imponente che mostrando l’unità del suo pensiero toglieva l’adito a qualunque osservazione, che in omaggio alla M. V. ed alla regolarità si avesse voluto fare e ancor nel senso della patria stessa.
Tolto il libero arbitrio, in opposizione a quella libertà che come oggetto della rivoluzione si era proclamata, non era ad alcun permesso di fare delle osservazioni che nella sua coscienza avesse voluto fare anche per patrio bene. É principio inconcusso che ove non vi è libertà di volere, non vi è imputabilità.
Nostra opinione è stata, e sarà sempre di volere essere governati da V. M. (D. G.) e sua Dinastia.
Se ogni Siciliano, qualunque fosse stata la sua condotta politica, e anche privata, durante
Palermo, 12 novembre 1849
Umilissimi e devotissimi sudditi
GIUSEPPE LANZA, Principe di Trabia. Non intervenni nella seduta del 13 aprile 1848, ma in quella dell’indomani 14, quando erano firmati tutti che erano intervenuti nel giorno precedente; le ringhiere, gli aditi, le scale erano piene zeppe di gente; intesi delle proposizioni tali che, reluttante il mio animo, fui astretto a sottoscrivere mio malgrado.
CIANDRO EPIFANIO M. TURRISI, Vescovo di Flaviopoli. Non intervenne la sera del 13 aprile alla votazione della Decadenza; fu obbligato a sottoscriverla dopo un bimestre.
GAETANO STARABBA, Principe di Giardinelli. Sottoscrisse l’esecrando decreto per le minacce di fatto, a cui non poteva opporsi; però trascurò la firma qual procuratore del Principe di Alcontres da Messina.
DOMENICO SPADAFORA COLONNA, e Principe di Maletto. Firmò la carta di adesione all’atto di Decadenza del 13 aprile 1848, malgrado che non inteso mai nelle sedute, e perché preso da timore per un articolo scritto contro di lui nel giornale l’Indipendenza e
FRANCESCO MARLETTA. Chiamato alla Camera dei Pari, come Pari temporale elettivo dopo molti giorni dal 13 aprile 1848, fui negativo alla iniqua votazione della Decadenza, e non sottoscrissi.
FRANCESCO Abate SALVO. Non intervenne allo ex Parlamento, ma per la imponenza di quei tempi fu rappresentato dal Principe di Lampedusa: disdice colla sua firma in ogni miglior modo l’Atto nefando di Decadenza, che il suo procuratore senza mandato di sorta poté firmare nel 13 aprile 1848.
Mons. D. VISCONTE M. PROTO cassinese, Vescovo di Cefalù.
Dichiaro di aver sottoscritto il nefando atto spaventato dalle minacce di vita; però non intesi aderire.
Sac. LUIGI VENTURA. Soscrivo per dichiarare che nella seduta del 13 aprile 1848 non vi fu libertà né nella discussione, né nella votazione, e quindi il Decreto, di cui sopra è parola, è per me irrito e nullo.
E con toni ancor più drammatici e preoccupati del severo giudizio della storia, non di quello umano e divino, “sino alla più tarda posterità”, altri impetravano il perdono del Re:
“SACRA REAL MAESTÀ
Signore,
penetrati dalla immensa responsabilità che sul capo dei colpevoli autori ha rovesciato l’improvvido e fatale Decreto di Decadenza proferito la notte del 13 aprile 1848, trepidi del severo giudizio della storia, che sino alla più tarda posterità ne spingerà l’orrore e l’esacrazione, noi qui sottoscritti ex Deputati della Camera dei Comuni sentiamo il dovere di umiliare ai piedi del Real Trono la più formale dichiarazione, che in nessuna guisa concorse il nostro libero arbitrio ad un atto imposto alla maggioranza della Camera dalle mene segrete, e dalla violenza di un pugno di demagoghi che nel silenzio e nel mistero ne ordirono l’infame disegno.
Noi non volemmo, poiché eccedeva i limiti del mandato ricevuto dagli elettori. Non volemmo, poiché non era desso il voto della nazione di cui eravamo gli interpreti. Il popolo attonito seppe e tollerò la gravità di questo politico misfatto, quando la fazione che lo avea strappato alle Camere, la bandiva quale suprema necessità di Potenze proteggitrici.
Noi non volemmo da ultimo, perché moderati per principii e per condotta, e solleciti del vero bene del paese rifuggivamo dal frapporre un abisso tra il Trono e i sudditi, dal rendere impossibile qualsiasi pacifico scioglimento.
Questa solenne manifestazione che il solo grido della coscienza ci detta, mentre servirà a giustificare la nostra condotta in faccia all’intera Sicilia, speriamo possa venire accolta dalla clemenza della M. V. cui Iddio ha affidato i destini e lo avvenire dell’Isola, quale irrefragabile argomento di nostra fedele sudditanza, e sincera devozione.”
Seguono decine di firme, alcune corredate da ulteriori personali dichiarazioni, delle quali riportiamo le più significative:
Arciprete FRANCESCO Canonico AVILA. Mi soscrivo con tutta l’effusione del mio cuore; e nella mia coscienza anche giuro innanzi a Dio, ed innanzi il mio adorato Padre e Sovrano che il Signore conservi felicissimo con
Beneficiale CALOGERO CURTO. Umilio con tutta la possibile devozione al Trono della Maestà del nostro pietoso Monarca (D. G.) di essere stato obbligato ad accettare la rappresentanza del Comune di Ravanusa mia patria dopo di essermi negato per parte del Comitato in detto mio comune installatosi, e finalmente dopo quattro mesi di essere stato a mio malincuore spettatore delle scelleratezze e prepotenze di pochi demagoghi che sfortunatamente reggevano per allora i destini di questo Regno, abbandonai Palermo, e fui dichiarato dimissionario volontario, ed altri in vece mia eletto.
VINCENZO DI TIGLIA, Barone di Grignano. Dichiaro che allorquando firmai l’Atto di Decadenza fu per semplice errore d’intelletto, e mai per prevaricazione d’animo.
FRANCESCO ACCORDINO. Nel soscrivere l’Atto in parola non fo che appagare i miei desideri, poiché io non amava di farsi alcuna novità per
GIUSEPPE CATALANO. Dichiaro che l’Atto di Decadenza del 13 aprile 1848 avvenne con mia sorpresa, e mio malgrado, e lo ritratto pienamente.
FRANCESCO GRAVINA. Detesto e disdico l’infame Atto della Decadenza firmato colla forza mentre in cuore stava la gloria del nostro augusto Re e Padre Ferdinando e sua Real Dinastia.
Giov. BATTISTA CALLERAME. Dichiaro che la sola violenza del tempo m’indusse ad esser Deputato, ma per mio intimo sentimento non già, poiché ho rispettato le leggi e la reggenza dello augusto nostro Sovrano. Aggiungo che detesto e disdico l’Atto infame della Decadenza.
BENEDETTO PRIVITERA. Dichiaro che io nell’Atto 13 aprile apposi una semplice firma di concorso senza la mia volontà per le imperiose circostanze in cui in quel momento mi trovai.
PAOLINO RIOLO, Parroco. Disdico l’infame atto della decadenza che sottoscrissi per le circostanze infauste dei tempi, e colla forza.
Decano ROSARIO D. CASTRO, ex Deputato della Comune di Biancavilla. Spontaneamente confesso ed innanzi Dio giuro che l’esecrando Atto da me firmato il 13 aprile nella Camera dei Rappresentanti è stato estorto dalla forza, che per timore di non perdere la vita firmai: ma giuro che ho tenuto sempre nel mio cuore, mio legittimo Sovrano Ferdinando II, e prego Dio per la sua eterna conservazione.
FRANCESCO SCRIFFIGNANI ALBERTI. Dichiaro di aver firmato l’infame Atto della Decadenza per la forza che mi atterriva, ma lo detesto e lo disdico.
ANTONINO VECCHIO MAJORANA. Dichiaro che nello avere apposto la firma all’Atto del 13 aprile vi venni indotto dal timore; sicché ritratto e disdico quell’insussistente ed infame scritto.
GIOVANNI VAINA. Dichiaro nulla la mia firma nell’Atto del 13 aprile avvenuta per effetto di quelle imperiose circostanze, e quindi ritratto e disdico quanto in quell’infame Atto si contiene.
DOMENICO GARAGANO BARBAGALLO. Dichiaro insussistente e nulla la mia firma apposta nell’infame Atto del 13 aprile 1848, e fu solamente cagionata dalla violenza e da quelle infauste circostanze.
LEONARDO VITO FUCCIO. Fui sempre avverso all’illegale nefando Atto del 13 aprile 1848, pur lo firmai perché ERA inevitabile in quel tempo e in quel giorno.
LEONARDO VITO CALANNA. Io mi opposi quanto potei all’atto del 13 aprile.
ALESSANDRO D. CONIGLIO. Dichiaro che firmai l’Atto del 13 aprile senza concorso della mia volontà, e solo per essere stati i Deputati presi alla spensierata, e senza farvi alcuna riflessione.
POMPEO INTERLANDI, Principe di Bellaprima. Dichiaro che l’Atto di Decadenza del 13 aprile 1848 da me sottoscritto è quell’Atto esecrando, che io ho detestato e detesto, e che firmai per la violenza di uomini che imponevano colle armi, e contro i sentimenti del mio cuore che sentiva immensi rispetti per
GIUSEPPE TRIGONA, Marchese di Canicarao. Dichiaro con tutta la serenità della mia coscienza che nel firmare il fatale Atto del 13 aprile 1848, non vi fu il concorso della mia volontà, ma vi addivenni solo per salvare la vita, come condiscesi a tanti altri atti, cui ripugnava il mio cuore per cedere alla forza brutale che dominava in quei tristissimi tempi.
INNOCENZO FRONTE. Dichiaro io sottoscritto che il Decreto del 13 aprile 1848 fu da me sottoscritto per non farmi segno alla opinione esaltata della universalità.
CORRADO AREZZO DE SPUCCHES, Barone di Donnafugata. Dichiaro di avere con sorpresa e a malincuore firmato lo sciagurato Atto del 13 aprile come superiore al mandato datomi dagli elettori, contrario ai miei particolari sentimenti.
GIUSEPPE VIZZINI. Ritratto la soscrizione all’Atto del 13 aprile 1848; a cui il luogo ed il tempo obbligavano non mica il convincimento che animo pacato richiede e non fuoco d’entusiasmo.
PAOLO ORTOLANI, Barone di Bordonaro. Formalmente dichiaro, prostrato dinanzi al Real Trono, che la mia firma nella qualità di Deputato alla Camera dei Comuni apposta all’insussistente Atto del 13 aprile, riguardante la decadenza dell’Augusta Dinastia Borbonica, essere stata estorta dalla imponenza del timore né mai consentita dai miei naturali principii di attaccamento leale alla Corona, ed alla detta Dinastia legittimamente regnante.
E prostrarsi bastò
Ferdinando finse di credere, ma dal quel giorno si fidò ancor meno dei siciliani.
La ritrattazione della decadenza dei Borboni effettuata dai nobili e notabili, in qualità di Pari elettivi o Deputati della Camera dei Comuni e la loro sconfessione della rivoluzione, chiudeva il sipario su un’esperienza di grande rilievo nella storia istituzionale dell’Isola.
Infine la rivoluzione era stata la riaffermazione dell’esistenza di un Popolo, di una Nazione siciliana privata della sua Corona indipendente, cui era stata negata la speranza della costituzione di uno Stato autonomo.
Fino all’unificazione degli antichi Regni e delle antiche Corone, avvenuta nel 1816, i siciliani avevano sperato di riappropriarsi della loro singolarità e non a caso, tra le promesse del 1849 di Ferdinando II, puntualmente non mantenute, vi fu quella di inviare in Sicilia, quale Reggente della Corona, il figlio Francesco. Promessa che fece sperare ancora una volta i siciliani in una riaffermazione dell’autonomia del Regno.
Il popolo siciliano, quello che contava in tutti i sensi, non si sentiva rappresentato dai Borbone. Mentre il popolo “minuto” aveva ben altri problemi da affrontare quotidianamente.
Un difetto di rappresentatività e di compenetrazione tra
La caduta del Regno, invaso da mille avventurieri, sarà il segno tangibile di quanto profonda fosse la frattura tra la realtà sociale, politica ed economica del Regno e
Ancora oggi a Napoli il popolo suole citare un proverbio, una frase amaramente profetica attribuita a Ferdinando II: “E’ meglio perdere un Regno che concedere un’abitudine”. Ed il Regno è perduto.
Noi Siciliani abbiamo la nostra lingua,la nostra storia la nostra PATRIA! Una bandiera che ci rappresenta (Il Triscele)! Noi non siamo ne nord ne sud di nulla,siamo isolani e tali vogliamo rimanere! Ne coi piemontesi e nemmeno coi filo-borbone! Ne roma ne Napoli! Sicilia nazione,Palermo Capitale LA SICILIA AI SICILIANI! Indipendenza!
ANTUDO!!!
E' vero, ognuno esprima liberamente le proprie idee. Ci mancherebbe altro! La mia voleva solo essere una provocazione benevola, prendendo spunto dalla riflessione rispettabilissima e personale di un Lettore, secondo il quale, mi pare di leggere tra le righe, l'impresa dei Mille sarebbe stata un atto compiuto anche da traditori. Mi sembra che così si sminuisca il valore epocale per la Sicilia dell'Unità nazionale. Sicuramente, come in tutte le vicende umane, gli uomini saranno stati mossi dagli interessi i più vari, ma questo nulla toglie alla grandezza di Garibaldi, alla nascita di una Nazione, al progresso economico, sociale e culturale che ne è seguito. La Sicilia è stata, è vero, ai margini delle politiche di sviluppo nazionale, ma in ogni caso essere parte di un grande Paese è stato, comunque, un fatto di rilievo che ha comunque permesso la partecipazione a processi di modernizzazione.
Dopo il Secondo Conflitto mondiale, forze retrive e reazionarie cercarono, in qualche modo, di separare l'avvenire della Sicilia dal resto del Paese. Che ne sarebbe stata della nostra terra? Le tesi riparazioniste che successivamente si imposero, accolte con la concessione dello Statuto (prima legge costituzionale della Repubblica), avrebbero dovuto essere superate dalla classe dirigente ed essere indirizzate, piuttosto che verso l'assistenzialismo, allo sviluppo. Così non è stato. Questo è l'argomento che dovrebbe stare al centro del dibattito odierno, in quanto ancora oggi questa terra non riesce ad abbandonare il sistema assistenzialista, anzicchè progettare uno sviluppo spinto sull'innovazione, tecnologica in primo luogo.
In tempi nei quali Bossi ed amici rinnegano 150 anni di Unità nazionale, mi pare doveroso affermarne, invece, l'importanza.
G. Lo Piparo
Gentile Sig. L;o Piparo, concordo pienamente con la Sua lucidissima analisi.
Relativamente all'articolo, non posso che complimentarmi con il giornale. Perchè però non aggiungere qualche nota con le fonti?
Non posso dimenticare la visita in Sicilia di Re Juan Carlos. Rimasi colpito (e bloccato per ore) per l'accoglienza riservata a un sovrano che nei fatti non si sarebbe mai aspettato un'accoglienza di quella portata. La folla presente per le strade, il traffico bloccato sin dalla circonvallazione con le automobili ferme per ore per il passaggio della carovana di auto del re. I siciliani ed il loro istinto, spesso viene deriso da parte di noi stessi in molte manifestazioni ma questa era spontanea, nessuno aveva potuto organizzare così bene uno spostamento di masse tale da rendere così suggestiva questa visita. Di contro, durante i funerali della scorta di Borsellino, il Presidente della Repubblica Italiano fu maltrattato e criticato riservandogli un trattamento di polemica ben manifesto.
Credo che il popolo siciliano abbia la necessità di avere dei punti di riferimento istituzionali precisi a cui riferirsi.
Se solo facesse mente locale di quante potenzialità ha dentro questa terra "baciata dal cielo"... avremmo una presa di coscienza diversa. Non è facile recuperare secoli di sbandamento, sfruttamento o apatia ma la storia, quella vera, dovrebbe aiutare soprattutto i giovani ad acquisire, appunto, una coscienza diversa ed uno spirito di rivalsa che possa fare uscire questa splendida terra dal guado economico e culturale che continua a bloccarci.
Un caro saluti a Luigi
MX
Non solo a Juan Carlos, ma pure a Berlusconi i siciliani hanno dato grande accoglienza e riconoscimento, Credo, infatti, che il punto di riferimento istituzionale i siciliani lo abbiano trovato in Silvio, che potrebbe, se le cose dovessero andar male altrove, venire qui ed essere incoronato, dando vita ad un'altra fulgida Dinastia. L'intuito dei siciliani non si sbaglia mai, lo dice anche la Storia.
Francesco non fu mai Luogotenente per il padre.
Forse se i siciliani avessro avuto il tempo di apprezzare la bonta' di Francesco II ed il fascino di Maria SOfia...le cose sarebbero andate diversamente...ma la storia non si fa con i Se o con i Ma...non possiamo riscrivere la storia ma abbiamo diritto a saper la verita' non solo su Calatafimi o sul tragicomico sbarco a Marsala ...ma anche su Ustica, sulla cattura (?) di Riina ,su portella della Ginestra , sulla strage di Biscari ad opera dei "liberatori"americani che uccisevo civili siciliani disarmati , sull'eroico comportamento dei fanti della Divisione "livorno"a Gela nel 1943 che a mani nude stavano ributtando a mare l'esercito piu' armato e potente del mondo ....siamo stanchi della verita' di Regime ...Glasnost e Perestrojka anche per i libri di storia italiani Luigi Culmone Naselli
Ma perchè ve la prendete con un singolo che ha solo la "colpa" di dire ciò che pensa? Su i Culmone Naselli non sono fra gli spergiuri, è forse questa una colpa? Certo noi siciliani siamo una strana genia!
I complimenti fatti al Sig. Naselli sono reali, non si tratta di ironia.
Ne approfitto per chiedere al Sig. Naselli se possiede una biografia ed un'immagine del suo avo, in quanto sto raccogliendo le storie di tutti gli ufficiali borbonici siciliani che si distinsero per il loro eroismo.
cordiali saluti
www.comitatosiciliano.org
gentile signor Lo Piparo "in primis" la ringrazio per l'attenzione accordatami ..."in secundis" , con molta umilta' Le vorrei ricordare le miserrime condizioni di Torino negli anni antecedenti al 1860 mirabilmente registrata nei Diari e negli scritti vari da San Giovanni Bosco ( odiato a morte da Cavour il quale pero' tiro' le cuoia ad appena 80 giorni dalla proclamazione del Regno d'Italia)mentre l'Opera di Don Bosco e' universale.....I Borbone come i Savoja hanno pagato i loro errori ma c'e' modo e modo di sopravvivere ad una sconfitta: Carlo III di Borbone fece il grave errore di espellere i Gesuiti e la loro enorme capacita' educativa soprattutto verso gli ultimi (vedasi enormi strutture scolastiche disseminate in tutta la Sicilia da Alcamo , a Caltagirone , a Noto per non paarlare delle capitali sicule) , Ferdinando III e IV e poi Primo si alieno' l'micizia dei siciliani che lo avevano accolto come un padre quando tolse formalmente l'indipendenza siciliana nel 1816 e molti siciliani non dimenticarono piu' lo sgarbo. Ho ricordato la famiglia Naselli (il Generale Diego Naselli al comando delle truppe napoltetane e siciliane riconquisto' Roma e la riconsegno' al Sommo Pontefice ed citato nella Tosca di Puccini)per dire che non tutti i Gattopardi siciliani si comportarono allo stesso modo ...alcuni tradirono , altri usarono il Pinnolone dei Nipoti per impalmare figlie di ricchi putiari e rimpolpare i patrimoni (vedi il romanzo de Il Gattopardi),altri si chiusero in dignitoso silenzio come i naselli di Gela e pagarono di brutto al nuovo Regime. Che i borbone non erano mati in icilia e' vero ma lo erano nelle terre al di la' del faro cioe'0 nel napoletano, negli abruzzi , in Lucania et cetera: Infine non e' paragonnabile lo stile e la classe dei Borbone (ancora regnanti in Ispagna)con quella mente gretta e provinciale dei montanari della Savoja. I borbone hanno lasciato i capolavori della collezione farnese (qualcosa di favoloso : basta andare al Museo Nazionale di Napoli)ed la Reggia di caserta di cui Versailles e' una copia .l'ultimo nipotino di Vittorio Emanuele II per tirare a campare balla il tip tap e reclamizza cetriolini...Re Juan Carlos quando va in Sudamerica e' osannato dalle folle...le assicuro che amo la Patria Italiana (mio padre e' stato Ufficilae del Regio Esercitoed un mio zio e' morto nel Luglio 1942 ad El Alamein ma e' ora di finirla con la Vulgata del Risorgimento fatto da Eroi ...non ando' come ci dicono da 150 anni ed il 2011 deve essere l'occasione per rilanciarel'idea della comune patria italiana fondata pero' sulla verita' e sul riconoscimento degli errori compiuti da parte di gente (nella migliore delle ipotesi) cinica e violenta: Litalia e' la patria piu' bella del mondo , il Meridione ne e' la parte piu' splendida ricca com'e' di arte, cultura e Bellezza :non meritavamo le stragi e le violenza dei vari Cialdini,Cadorna eBixio....falsi eroi e fucilatori veri : W l'Italia ..W il Sud Luigi Culmone Naselli di Gela
Non posso dimenticare la visita in Sicilia di Re Juan Carlos. Rimasi colpito (e bloccato per ore) per l'accoglienza riservata a un sovrano che nei fatti non si sarebbe mai aspettato un'accoglienza di quella portata. La folla presente per le strade, il traffico bloccato sin dalla circonvallazione con le automobili ferme per ore per il passaggio della carovana di auto del re. I siciliani ed il loro istinto, spesso viene deriso da parte di noi stessi in molte manifestazioni ma questa era spontanea, nessuno aveva potuto organizzare così bene uno spostamento di masse tale da rendere così suggestiva questa visita. Di contro, durante i funerali della scorta di Borsellino, il Presidente della Repubblica Italiano fu maltrattato e criticato riservandogli un trattamento di polemica ben manifesto.
Credo che il popolo siciliano abbia la necessità di avere dei punti di riferimento istituzionali precisi a cui riferirsi.
Se solo facesse mente locale di quante potenzialità ha dentro questa terra "baciata dal cielo"... avremmo una presa di coscienza diversa. Non è facile recuperare secoli di sbandamento, sfruttamento o apatia ma la storia, quella vera, dovrebbe aiutare soprattutto i giovani ad acquisire, appunto, una coscienza diversa ed uno spirito di rivalsa che possa fare uscire questa splendida terra dal guado economico e culturale che continua a bloccarci.
Un caro saluti a Luigi
MX
Adesso il problema è superato perché la Repubblica un Re lo ha trovato.
Infatti ... viva il Re d'Italia ...
Onore al Suo Antenato, Sig. Naselli
Ma perchè ve la prendete con un singolo che ha solo la "colpa" di dire ciò che pensa? Su i Culmone Naselli non sono fra gli spergiuri, è forse questa una colpa? Certo noi siciliani siamo una strana genia!
E' vero, ognuno esprima liberamente le proprie idee. Ci mancherebbe altro! La mia voleva solo essere una provocazione benevola, prendendo spunto dalla riflessione rispettabilissima e personale di un Lettore, secondo il quale, mi pare di leggere tra le righe, l'impresa dei Mille sarebbe stata un atto compiuto anche da traditori. Mi sembra che così si sminuisca il valore epocale per la Sicilia dell'Unità nazionale. Sicuramente, come in tutte le vicende umane, gli uomini saranno stati mossi dagli interessi i più vari, ma questo nulla toglie alla grandezza di Garibaldi, alla nascita di una Nazione, al progresso economico, sociale e culturale che ne è seguito. La Sicilia è stata, è vero, ai margini delle politiche di sviluppo nazionale, ma in ogni caso essere parte di un grande Paese è stato, comunque, un fatto di rilievo che ha comunque permesso la partecipazione a processi di modernizzazione.
Dopo il Secondo Conflitto mondiale, forze retrive e reazionarie cercarono, in qualche modo, di separare l'avvenire della Sicilia dal resto del Paese. Che ne sarebbe stata della nostra terra? Le tesi riparazioniste che successivamente si imposero, accolte con la concessione dello Statuto (prima legge costituzionale della Repubblica), avrebbero dovuto essere superate dalla classe dirigente ed essere indirizzate, piuttosto che verso l'assistenzialismo, allo sviluppo. Così non è stato. Questo è l'argomento che dovrebbe stare al centro del dibattito odierno, in quanto ancora oggi questa terra non riesce ad abbandonare il sistema assistenzialista, anzicchè progettare uno sviluppo spinto sull'innovazione, tecnologica in primo luogo.
In tempi nei quali Bossi ed amici rinnegano 150 anni di Unità nazionale, mi pare doveroso affermarne, invece, l'importanza.
G. Lo Piparo
Ma alla fine della giostra, qualcuno me lo vuole dire quali sono i vantaggi che la Sicilia ha avuto dall'unità? Le pensioni di invalidità? Il perpetuarsi dei fenomeni mafiosi, anzi il loro acuirsi.
In sostanza prima erano assenti i Borbone, poi i Savoia e poi la Repubblica italiana. E la Sicilia è stata abbandonata al malaffare e tacitata con quattro soldi dello Stato: intanto il Nord e l'Europa occidentale si sviluppavano e crescevano. Risultato è che siamo indietro esattamente di 150 anni. Quelli che si vogliono festeggiare.
Infine questo divario non lo recupereremo, se non quando qualcuno finalmente deciderà di combattere seriamente la mafia. E da quel momento passeranno altri 150 anni. Abbiamo dunque qualche cosa da festeggiare?
Certo la colpa dell'ignoranza e della miseria dei siciliani nell'Ottocento, non può essere attribuita alla Famiglia Culmone Naselli. E poi mi sembra che in quanto scritto dal nominato, anche rileggendo, non vi sia revisionismo ma solo le sue idee sulla storia, rispettabili come quelle di tanti altri.
ztl
gentile signor Lo Piparo "in primis" la ringrazio per l'attenzione accordatami ..."in secundis" , con molta umilta' Le vorrei ricordare le miserrime condizioni di Torino negli anni antecedenti al 1860 mirabilmente registrata nei Diari e negli scritti vari da San Giovanni Bosco ( odiato a morte da Cavour il quale pero' tiro' le cuoia ad appena 80 giorni dalla proclamazione del Regno d'Italia)mentre l'Opera di Don Bosco e' universale.....I Borbone come i Savoja hanno pagato i loro errori ma c'e' modo e modo di sopravvivere ad una sconfitta: Carlo III di Borbone fece il grave errore di espellere i Gesuiti e la loro enorme capacita' educativa soprattutto verso gli ultimi (vedasi enormi strutture scolastiche disseminate in tutta la Sicilia da Alcamo , a Caltagirone , a Noto per non paarlare delle capitali sicule) , Ferdinando III e IV e poi Primo si alieno' l'micizia dei siciliani che lo avevano accolto come un padre quando tolse formalmente l'indipendenza siciliana nel 1816 e molti siciliani non dimenticarono piu' lo sgarbo. Ho ricordato la famiglia Naselli (il Generale Diego Naselli al comando delle truppe napoltetane e siciliane riconquisto' Roma e la riconsegno' al Sommo Pontefice ed citato nella Tosca di Puccini)per dire che non tutti i Gattopardi siciliani si comportarono allo stesso modo ...alcuni tradirono , altri usarono il Pinnolone dei Nipoti per impalmare figlie di ricchi putiari e rimpolpare i patrimoni (vedi il romanzo de Il Gattopardi),altri si chiusero in dignitoso silenzio come i naselli di Gela e pagarono di brutto al nuovo Regime. Che i borbone non erano mati in icilia e' vero ma lo erano nelle terre al di la' del faro cioe'0 nel napoletano, negli abruzzi , in Lucania et cetera: Infine non e' paragonnabile lo stile e la classe dei Borbone (ancora regnanti in Ispagna)con quella mente gretta e provinciale dei montanari della Savoja. I borbone hanno lasciato i capolavori della collezione farnese (qualcosa di favoloso : basta andare al Museo Nazionale di Napoli)ed la Reggia di caserta di cui Versailles e' una copia .l'ultimo nipotino di Vittorio Emanuele II per tirare a campare balla il tip tap e reclamizza cetriolini...Re Juan Carlos quando va in Sudamerica e' osannato dalle folle...le assicuro che amo la Patria Italiana (mio padre e' stato Ufficilae del Regio Esercitoed un mio zio e' morto nel Luglio 1942 ad El Alamein ma e' ora di finirla con la Vulgata del Risorgimento fatto da Eroi ...non ando' come ci dicono da 150 anni ed il 2011 deve essere l'occasione per rilanciarel'idea della comune patria italiana fondata pero' sulla verita' e sul riconoscimento degli errori compiuti da parte di gente (nella migliore delle ipotesi) cinica e violenta: Litalia e' la patria piu' bella del mondo , il Meridione ne e' la parte piu' splendida ricca com'e' di arte, cultura e Bellezza :non meritavamo le stragi e le violenza dei vari Cialdini,Cadorna eBixio....falsi eroi e fucilatori veri : W l'Italia ..W il Sud Luigi Culmone Naselli di Gela
Caro Sig. Luigi Culmone Naselli, mi fa piacere che lei sia orgoglioso della scelta che allora fece la Sua famiglia di non tradire. Mi chiedo, però, non tradì lo stato di miseria materiale in cui versavano i Siciliani, l'arroganza della polizia politica di Maniscalco, l'ignoranza diffusa della gente (solo con la Legge Casati, dapprima, e meglio con la successiva Coppino si avrà l'istruzione elementare gratuita ed universale), lo stato fatiscente dei trasporti?
Certo revisionismo dovrebbe fare i conti con la realtà storica.
Non me ne voglia, ma onoriamo i 150, nel bene e nel male, di Unità nazionale.
G. Lo Piparo
Azz siccome oggi viviamo nel lusso...
A tempi di Maniscalco i criminali stavano in galera, oggi se vai dai carabinieri a denunciare il furto di un auto ti dicono di "cercarti l'amico". Ecco la vergogna dell'Unità d'Italia.
fra tanta vomitevole munnizza umana l'unicu a fari fiura fu u' RRe ...le stesse cose sarebbero avvenute nell'autunno del 1860 se sul volturno vincevano il Generale ritucci , Von Mechel e migliaia di fantaccini napoletani che a piedi scalzi andarono a combattere l'ultima battaglia (e la cosa era quasi fatta se non interveniva l'armata sardo-piemontese a dare manforte a ladri, mafiosi e camorristi ) ...sono onorato ed orgoglioso di essere un discendente della famiglia Naselli che non tradi' prima e non si inchino' dopo .....nel 1860 non tradimmo ...vinti dai traditori si' ma con la faccia al sole!!!!! Ps se il troppo pio Francesco II avesse detto qualche Ave Maria in meno e inforcato qualche Generale e qualche Ammiraglio in piu' ...l'unita' d'Italia in qualche anno si sarebbe fatta lo stesso ma in maniera meno violenta e piu' seria.....luigi Culmone Naselli
Onore al Suo Antenato, Sig. Naselli
Certo la colpa dell'ignoranza e della miseria dei siciliani nell'Ottocento, non può essere attribuita alla Famiglia Culmone Naselli. E poi mi sembra che in quanto scritto dal nominato, anche rileggendo, non vi sia revisionismo ma solo le sue idee sulla storia, rispettabili come quelle di tanti altri.
ztl
E' vero, ognuno esprima liberamente le proprie idee. Ci mancherebbe altro! La mia voleva solo essere una provocazione benevola, prendendo spunto dalla riflessione rispettabilissima e personale di un Lettore, secondo il quale, mi pare di leggere tra le righe, l'impresa dei Mille sarebbe stata un atto compiuto anche da traditori. Mi sembra che così si sminuisca il valore epocale per la Sicilia dell'Unità nazionale. Sicuramente, come in tutte le vicende umane, gli uomini saranno stati mossi dagli interessi i più vari, ma questo nulla toglie alla grandezza di Garibaldi, alla nascita di una Nazione, al progresso economico, sociale e culturale che ne è seguito. La Sicilia è stata, è vero, ai margini delle politiche di sviluppo nazionale, ma in ogni caso essere parte di un grande Paese è stato, comunque, un fatto di rilievo che ha comunque permesso la partecipazione a processi di modernizzazione.
Dopo il Secondo Conflitto mondiale, forze retrive e reazionarie cercarono, in qualche modo, di separare l'avvenire della Sicilia dal resto del Paese. Che ne sarebbe stata della nostra terra? Le tesi riparazioniste che successivamente si imposero, accolte con la concessione dello Statuto (prima legge costituzionale della Repubblica), avrebbero dovuto essere superate dalla classe dirigente ed essere indirizzate, piuttosto che verso l'assistenzialismo, allo sviluppo. Così non è stato. Questo è l'argomento che dovrebbe stare al centro del dibattito odierno, in quanto ancora oggi questa terra non riesce ad abbandonare il sistema assistenzialista, anzicchè progettare uno sviluppo spinto sull'innovazione, tecnologica in primo luogo.
In tempi nei quali Bossi ed amici rinnegano 150 anni di Unità nazionale, mi pare doveroso affermarne, invece, l'importanza.
G. Lo Piparo
Caro Sig. Luigi Culmone Naselli, mi fa piacere che lei sia orgoglioso della scelta che allora fece la Sua famiglia di non tradire. Mi chiedo, però, non tradì lo stato di miseria materiale in cui versavano i Siciliani, l'arroganza della polizia politica di Maniscalco, l'ignoranza diffusa della gente (solo con la Legge Casati, dapprima, e meglio con la successiva Coppino si avrà l'istruzione elementare gratuita ed universale), lo stato fatiscente dei trasporti?
Certo revisionismo dovrebbe fare i conti con la realtà storica.
Non me ne voglia, ma onoriamo i 150, nel bene e nel male, di Unità nazionale.
G. Lo Piparo
Certo la colpa dell'ignoranza e della miseria dei siciliani nell'Ottocento, non può essere attribuita alla Famiglia Culmone Naselli. E poi mi sembra che in quanto scritto dal nominato, anche rileggendo, non vi sia revisionismo ma solo le sue idee sulla storia, rispettabili come quelle di tanti altri.
ztl
fra tanta vomitevole munnizza umana l'unicu a fari fiura fu u' RRe ...le stesse cose sarebbero avvenute nell'autunno del 1860 se sul volturno vincevano il Generale ritucci , Von Mechel e migliaia di fantaccini napoletani che a piedi scalzi andarono a combattere l'ultima battaglia (e la cosa era quasi fatta se non interveniva l'armata sardo-piemontese a dare manforte a ladri, mafiosi e camorristi ) ...sono onorato ed orgoglioso di essere un discendente della famiglia Naselli che non tradi' prima e non si inchino' dopo .....nel 1860 non tradimmo ...vinti dai traditori si' ma con la faccia al sole!!!!! Ps se il troppo pio Francesco II avesse detto qualche Ave Maria in meno e inforcato qualche Generale e qualche Ammiraglio in piu' ...l'unita' d'Italia in qualche anno si sarebbe fatta lo stesso ma in maniera meno violenta e piu' seria.....luigi Culmone Naselli
Caro Sig. Luigi Culmone Naselli, mi fa piacere che lei sia orgoglioso della scelta che allora fece la Sua famiglia di non tradire. Mi chiedo, però, non tradì lo stato di miseria materiale in cui versavano i Siciliani, l'arroganza della polizia politica di Maniscalco, l'ignoranza diffusa della gente (solo con la Legge Casati, dapprima, e meglio con la successiva Coppino si avrà l'istruzione elementare gratuita ed universale), lo stato fatiscente dei trasporti?
Certo revisionismo dovrebbe fare i conti con la realtà storica.
Non me ne voglia, ma onoriamo i 150, nel bene e nel male, di Unità nazionale.
G. Lo Piparo
Anche questa volta il saggio è di grande livello. Non solo per l'equilibrio e l'imparzialità che mostra, ma per le ricerche di archivio, dalle quali provengono dettagli pressoché inediti.
E finalmente mette la Rivoluzione Francese come punto di partenza di tutta la storia europea contemporanea.
Il direttore Parlagreco dovrebbe dirci se il dott. Di Bella è un giornalista o un professore universitario. Mi meraviglierei se fosse un cattedratico, pur rinnovandogli i complimenti, perché sarebbe un'inversione di tendenza del male degli ultimi decenni e cioé che per scrivere la storia in maniera intellegibile a tutti, occorre un giornalista (vedi il grande Indro Montanelli o Paolo Mieli) oppure degli ingegneri (vedi Museo dello Sbarco alle Ciminiere di Catania).
GBC
Concordo pienamente. Razionalità e logica unite ad un tocco pittorico (San Gennaro p.es.), delineano una storia accessibile e vorrei dire "piacevole".
Indipendentemente dagli atti miserabili di ritrattazione, che ne segnarono l'epilogo, e dai motivi profondi, che spinsero alcuni a dare avvio agli eventi, come evidenzia il bell'articolo, a me, i fatti che ebbero inizio il 12 gennaio del 1848, mostrano quanto in basso è caduta la nostra terra. Senza retorica, sono i fatti che lo dicono, la Sicilia seppe interpretare i grandi disegni della Storia e farsene artefice. Tutta Europa prese spunto dalla rivolta siciliana per affermare principi che ancora oggi hanno una valenza preminente e lì la loro origine (l'autodeterminazione dei popoli, da cui nasceranno gli Stati nazionali, la democrazia parlamentare, la giustizia sociale). Questo significa che questa terra fu abitata da una classe dirigente degna di questo nome. Non voglio, però, maledire il buio, ma accendere un barlume di luce. La Storia si ripete. Quello che emerge con forza dalla cronaca quotidiana l'incapacità e l'inerzia della politica. E' evidente, però, che continuando con i metodi ormai tradizionali di formazione del consenso (voto di scambio, perseguimento miope di microscopici interessi particolari) questa terra è destinata all'implosione ed al depauperamento generale. Tanti Cittadini questo lo sanno e ne hanno preso coscienza. Il problema vero è mettere in rete questi sentimenti, per farli divenire forza consapevole. In ogni caso, un grazie a questa bella testata per il contributo.
GDP
Anche questa volta il saggio è di grande livello. Non solo per l'equilibrio e l'imparzialità che mostra, ma per le ricerche di archivio, dalle quali provengono dettagli pressoché inediti.
E finalmente mette la Rivoluzione Francese come punto di partenza di tutta la storia europea contemporanea.
Il direttore Parlagreco dovrebbe dirci se il dott. Di Bella è un giornalista o un professore universitario. Mi meraviglierei se fosse un cattedratico, pur rinnovandogli i complimenti, perché sarebbe un'inversione di tendenza del male degli ultimi decenni e cioé che per scrivere la storia in maniera intellegibile a tutti, occorre un giornalista (vedi il grande Indro Montanelli o Paolo Mieli) oppure degli ingegneri (vedi Museo dello Sbarco alle Ciminiere di Catania).
GBC
Trattare e ritrattare; brigare e spergiurare; approfittare della cosa pubblica e considerarla affare privato ... scusate in che anno si svolgono questi fatti? Domani!? Incredibile, le lancette della storia ferme in Sicilia.
Si potrebbe reperire un orologiao? Uno che metta le cose a posto facendo ripartire tutto dal 1302?
Pace di Caltabellotta e Regno di Trinacria. O al 1816 all'unificazione dei Regni. Credo di no. Però sicilianisti e neo duosiciliani continuano a pensarlo ... a sognare, ad essere innamorati di una idea, di due entità che non conosciamo neanche tanto bene e sulla cui storia non c'è accordo. Allora pensiamo alle strade tra Palermo e Trapani ... ma la gente viveva lo stesso in modo miserabile e non solo in Sicilia.
E la verità? E' nelle aule di filosofia e non in quelle di storia. Di Bella ce lo dimostra con dovizia di particolari quando lascia balenare tra una riga e l'altra l'idea della mistificazione che per 160 anni i savoiardi hanno messo in opera.
Le suppliche che scompaiono dagli archivi pubblici dopo l'arrivo di Garibaldi: questo fa parte del genio italico! La mafia, la camorra nella formazione dello Stato ahi noi!
E cosa dire delle Costituzioni concesse, giurate e spergiurate? Monarchi confuni? No, semplicemente miopi ed incapaci di fare anche un solo passo verso la modernità delle idee e della società, un passo verso l'uscita dal Medioevo.
Grazie all'articolista ed alla Testata. Idee chiare e parole chiare: una novità in Sicilia.
fra tanta vomitevole munnizza umana l'unicu a fari fiura fu u' RRe ...le stesse cose sarebbero avvenute nell'autunno del 1860 se sul volturno vincevano il Generale ritucci , Von Mechel e migliaia di fantaccini napoletani che a piedi scalzi andarono a combattere l'ultima battaglia (e la cosa era quasi fatta se non interveniva l'armata sardo-piemontese a dare manforte a ladri, mafiosi e camorristi ) ...sono onorato ed orgoglioso di essere un discendente della famiglia Naselli che non tradi' prima e non si inchino' dopo .....nel 1860 non tradimmo ...vinti dai traditori si' ma con la faccia al sole!!!!! Ps se il troppo pio Francesco II avesse detto qualche Ave Maria in meno e inforcato qualche Generale e qualche Ammiraglio in piu' ...l'unita' d'Italia in qualche anno si sarebbe fatta lo stesso ma in maniera meno violenta e piu' seria.....luigi Culmone Naselli
Come è stato scritto, il popolo non partecipò alla rivoluzione del '48 come nelle altre.Giusta invece la riforma di riunificazione delle Due Sicilie, che fu preludio di una serie di riforme che il parlamento siciliano, fatto per la verità da baroni e feudatari, in 200 anni non fece.
Fino al 1822 ad esempio non esisteva ancora una strada tra Palermo e Trapani.
Un plauso a siciliainformazioni, giornale alieno ed alieno.
la storia ha i suoi ricorsi, ed il 1848 in Sicilia si è ripetuto nel 1945-1947, adesso si ripeterà il 1861 ci sarà la caduta del regno d'Italia dettato dalla casta del nord e della politica sempre impegnati a proteggere i loro privilegi, è solo questione di tempo e neanche di tanto......Si tornerà felicemente indietro, risorgera la Repubblica Siciliana......
ANTUDO
Complimenti per l'articolo.....
Gustosissimo l'episodio della declassazione di San Gennaro. Amaro il resto, fin troppo tagliente questo nostro passato che non passa mai. Complimenti alla testata.
ztl
"E prostrarsi bastò" ... e basta ancora. L'incredibile storia di quest'Isola è il paradigma degli errori dell'umanità. Possiamo solo migliorare.