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Sicilia 1860: il Plebiscito dei vassalli

di Giuseppe Di Bella
20 dicembre 2009 17:57
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Cavour progetta la "sua" Italia

  

Il Risorgimento italiano è interessato in questi anni da una rivisitazione critica, alla luce di una nuova stagione di studi, incentivata e guidata da una libertà di pensiero e di azione, non più compressa dalla logica della ragion di Stato.

  

Vi è un aspetto molto interessante nella costituzione del Regno d’Italia, ovvero la stagione dei Plebisciti, che risulta emblematico delle premesse politico istituzionali che determinarono e condizionarono il processo unitario.

  

Per 150 anni “I quattro padri fondatori” del Regno d’Italia e lo loro opera, sono stati proposti in modo agiografico e parziale.

 

In particolare si è glissato sulle vere idee e intenzioni del Capo del Governo sardo, Camillo Benso Conte di Cavour, impropriamente innalzato agli onori dell’altare di una Patria da questi indesiderata, almeno nella sua forma finale, al pari di chi veramente questa Patria anelava: Vittorio Emanuele, Garibaldi e Mazzini.

  

Questi protagonisti del processo unitario, sono stati forzatamente accomunati pur avendo avuto idee completamente diverse, se non opposte, in merito all’unità del Paese. Convivono nelle loro, a tratti confuse e contraddittorie inclinazioni politiche, monarchia e repubblica, unionismo e federalismo.

  

Mazzini in particolare, continuava a teorizzare sistemi politici impossibili ed a basare la sua azione politica su quel sollevamento delle masse popolari che non avverrà mai: le rivoluzioni e quindi la costituzione del Regno d’Italia, rimasero nelle mani della borghesia e di una parte della nobiltà. La partecipazione popolare fu marginale e sempre indirizzata, quando non strumentalizzata.

  

A testimoniare la complessità della vicenda italiana, vi è anche il paradosso che questi uomini vengono accomunati pur essendo stati personalmente nemici l’uno dell’altro: e se Garibaldi e Cavour furono se non amici, fedeli al re, questi pur utilizzandoli e sfruttandone ogni potenzialità, senza mai esporsi in prima persona, non era loro amico e non mostrò mai riconoscenza alcuna.

  

Il processo unitario italiano, determinato da molteplici fattori politici, sociali ed economici, venne invero favorito da fortunose ed irripetibili contingenze internazionali.

  

Un ruolo determinante avrà la ricerca di un equilibrio politico, economico e militare nella mitteleuropa e nel Mediterraneo, soprattutto tra Francia e Regno Unito e ai danni dell’Austria.

 

La situazione politica e la superiorità militare francese, consentiranno a Cavour e Vittorio Emanuele II, come vedremo, di forzare la mano anche nei confronti delle popolazioni della Penisola.

 

Non va sottovalutata la personale posizione di Napoleone III, che verso la causa italiana nutriva sentimenti di leale sostegno.

 

Con queste premesse, focalizziamo appunto un particolare ed esemplificativo aspetto del processo di unificazione italiano, ovvero i Plebisciti del 1860, e quello siciliano in particolare, anch’essi piegati alle esigenze politiche dei Savoia e agli ideali di Cavour, che concepivano appunto l’unità italiana come un allargamento del Regno di Sardegna, di fatto e di diritto.

  

Ancor più precisamente al Conte di Cavour dell’Italia meridionale e della Sicilia, non importava proprio nulla, anzi riteneva l’annessione di questi problematici ed “arretrati” territori e delle relative popolazioni, un fatto assolutamente negativo per la Corona sarda. Le sue mire prevedevano solo l’annessione del Lombardo Veneto ovvero l’acquisizione dei territori più ricchi ed evoluti della Penisola: per il Conte, Toscana ed Emilia erano già “Meridione”.

  

Per questi motivi si oppose con ogni mezzo all’impresa dei Mille, fino a che non fu messo da Vittorio Emanuele, Garibaldi e Crispi davanti al fatto compiuto.

 

Cavour era fermamente convinto, ed in teoria aveva anche ragione di pensarlo, che ancora una volta lo sbarco dei rivoluzionari garibaldini, sarebbe stato respinto facilmente dall’esercito duosiciliano e che Garibaldi avrebbe al più rimediato “due calci nel sedere”.

  

La caduta della Sicilia, ovvero il dissolvimento del Regno dei Borbone, fu un fatto imprevisto che sconvolse i piani del Conte. La posizione assunta da Vittorio Emanuele che raccoglieva il “Grido di dolore” delle “Province meridionali”, lo costrinse a convertirsi obtorto collo e precipitosamente, alla causa di una Nazione italiana ben più vasta e complessa di quella prevista.

 

Vittorio Emanuele contro Cavour

 

Al contrario, via via che gli avvenimenti politici nei Ducati del centro Italia, maturavano e si indirizzavano verso l’annessione al Regno di Sardegna, Vittorio Emanuele aveva consolidato la sua vecchia idea di “mangiare il carciofo Italia, foglia a foglia”. E pertanto dissociandosi segretamente dalla politica del suo “odiato”, quanto necessario, Primo Ministro, cominciò a brigare dietro le quinte, per spingere Crispi e Garibaldi a quell’impresa disperata che era l’invasione della Sicilia e poi della parte continentale del Regno delle due Sicilie.

  

Le mene di Cavour non riuscirono ad impedire a Garibaldi di attraversare lo Stretto di Sicilia, e dunque non gli rimase che schierare in gran fretta la flotta sarda davanti a Napoli e mandare i Bersaglieri nella “Bella Partenope”.

  

L’imprevista caduta della Sicilia e la marcia trionfale dei Garibaldini verso Napoli, aprivano nuovi scenari e non si poteva lasciare l’iniziativa nelle mani di Garibaldi o peggio di Mazzini, catapultatosi a Napoli per convincere Garibaldi a marciare su Roma.

  

La situazione politica nazionale ed internazionale era complicatissima. Cavour, percepito il pericolo che sfuggisse di mano ai Savoia il controllo delle sorti della Penisola e che la situazione del Mezzogiorno compromettesse anche i risultati acquisiti, capovolse la prospettiva: riprese l’iniziativa politica e militare ed intervenne nei modi che conosciamo, inviando il Re a Teano, che “di passaggio” occupò le residue Legazie Pontificie, ancora una volta con il placet di Napoleone III.

  

Il realismo politico, di cui era abbondantemente dotato, aveva infine convertito a forza Cavour alla causa della “grande Italia”, ma le sue riserve mentali sul Mezzogiorno rimasero intatte.

  

Il gioco degli equilibri internazionali e la posizione assunta dal Regno Unito, favorivano ora il processo di unificazione italiano e l’aiuto di Napoleone III, garantiva una forza militare e politica sufficiente.

  

La Francia riteneva utile la formazione di uno Stato di media potenza che togliesse all’Austria il controllo sulla Penisola. Il Regno Unito al contrario, favoriva la formazione di un Regno Unito d’Italia, nell’intento di diminuire l’influenza francese nel Mediterraneo ed aumentare invece il proprio controllo politico e commerciale.

  

L’Austria, che contava sull’appoggio sicuro della Russia, quanto di quello “insicuro” della Prussia, verosimilmente sottovalutò la problematica italiana e ritenne, fino al 1860, che l’Italia sarebbe rimasta immutabilmente divisa ed avrebbe rappresentato solo “Un’espressione geografica” come definita da Metternich, con poca lungimiranza.

  

La tesi austriaca della non unificabilità del Paese, muoveva anche dalla constatazione della incolmabile diversità culturale e socio - economica, delle popolazioni dei diversi Stati italiani pre unitari. Tesi non priva di fondamento, ma che verrà superata da quella esplosiva miscela di politica, minacce repubblicane, menzogne e rivoluzioni, che consentirà ad una minoranza di ottenere l’appoggio europeo ed infine il consenso internazionale alle mire dei Savoia.

  

Perché i Plebisciti

  

Il Congresso di Vienna aveva “assegnato” alla Corona sarda la Liguria che venne annessa senza colpo ferire e senza l’indizione di un Plebiscito o Referendum. La decisione del consesso internazionale legittimava Vittorio Emanuele I ad impossessarsi di quel ricco territorio, senza bisogno di ulteriori “formalità”.

  

Ma le situazione nel 1859 era molto diversa e l’Austria non era disposta a consentire, sic et simpliciter, l’allargamento del Regno di Sardegna.

  

La battaglia si svolgeva quindi su più fronti: uno era quello militare e l’esercito sardo, massicciamente appoggiato da quello francese, aveva dimostrato una certa forza, anche se in realtà saranno i francesi a vincere le battaglie decisive della cosiddetta seconda guerra di indipendenza italiana. Tanto è vero che gli austriaci consegneranno la Lombardia a Napoleone III che la “girerà” a Vittorio Emanuele II.

 

L’apporto della Francia nella formazione del Regno d’Italia è stato essenziale e senza l’aiuto concreto, politico e militare, dell’ex Carbonaro Napoleone III, sarebbe stato impossibile compiere questo percorso.

  

Può apparire superfluo, ma è giusto ricordarlo, che il Conte di Cavour, per ingraziarsi l’imperatore dei francesi, non si fece scrupolo di “sacrificare” la cugina Virginia Oldoini Contessa di Castiglione, inviandola a Parigi col preciso compito di diventare l’amante di Napoleone e fare … la spia.

 

L’ardita e bella Contessa, nota soprattutto per i suoi disinibiti costumi e perchè declinava l’amore sempre al plurale, rispose prontamente alla superiore chiamata dei destini nazionali, dichiarando testé: “Per la Patria, questo ed altro”, e si immolò anima e corpo.

  

Vi era anche un secondo fronte squisitamente politico: dimostrare con un voto generale, che le popolazioni italiane non si sarebbero mai piegate al giogo straniero e che la Penisola non pacificata sotto il Regno costituzionale di Vittorio Emanuele, avrebbe costituito un fucina rivoluzionaria segnatamente repubblicana e mazziniana, incontrollabile. Prospettiva quest’ultima alquanto temuta da tutte le Teste coronate del vecchio Continente, dove non mancavano rivendicazioni, repubblicane se non nazionaliste ed autonomiste, come in Polonia, in Prussia e negli ex principati tedeschi.

  

Il fantasma repubblicano mazziniano e quindi italiano, e la sua capacità di far scaturire una fiammata che avrebbe potuto incendiare tutta l’Europa, venne più volte agitato dallo stesso Cavour, per minacciare politicamente sia il suo re che l’imperatore francese.

  

Ancora un terzo motivo risultava essenziale e determinava la necessità “tecnica” dei Plebisciti: dimostrare in ambito internazionale la volontà delle popolazioni, e non solo della minoranza rivoluzionaria unionista o autonomista, di convergere sotto le insegne dei Savoia e che l’influenza austriaca nella Penisola veniva imposta dalle Dinastie regnanti, contro la volontà del popolo tutto.

  

Porre con forza nell’agenda politica europea “la questione italiana” e delineare l’esistenza di un riconoscimento internazionale delle ragioni degli italiani, risultava necessario affinché il Regno Unito potesse esercitare la sua influenza, sia pur passiva, nella formazione del nuovo Regno italiano, affiancandosi politicamente all’azione dei francesi.

  

I rivoluzionari e la prova “Democratica”

  

Prima di passare all’esame dei quesiti plebiscitari e dell’allargamento della base dei votanti, è appunto utile ricordare che i “rivoluzionari” che fecero l’unità d’Italia, erano espressione della borghesia e della nobiltà e non appartenevano al popolo, inteso nell’accezione più comune del termine, a quella vastissima plebe che rimase sostanzialmente estranea ai processi rivoluzionari ed unionisti.

  

Valga per tutti la composizione “sociale” dei Mille che annoveravano nelle loro fila 146 avvocati, 98 studenti, 112 commercianti, 48 ingegneri, e ancora chimici, ufficiali di marina, proprietari agrari, giornalisti, scrittori in quantità, rivoluzionari professionisti italiani e stranieri, nonché tre religiosi spretati e un pazzoide, aspirante suicida, che a Talamone si lanciò in mare dalle murate del piroscafo Piemonte.

 

Il rivoluzionario suicida, quasi un’icona dell’impresa, venne salvato dai compagni, sbarcato e raccomandato alla guarnigione militare. Ma il testardo autolesionista riuscì, non si sa come, ad imbarcarsi sul Lombardo e ripetere l’insano gesto gettandosi in mare: venne nuovamente salvato. Ogni volta la sua voglia di morire si dissolveva a contatto con l’acqua, e subito iniziava a nuotare con grande foga dirigendosi velocemente verso i suoi salvatori.

  

E a proposito di partecipazione all’impresa garibaldina, tratto alquanto esemplificativo è la non significativa presenza dei “diretti interessati”: i napoletani erano 46, i siciliani 38.

  

Or dunque se la volontà dei “rivoluzionari” italiani era ben chiara ed esplicita, altrettanto non era quella delle popolazioni: questo determinava da una parte l’irrinunciabilità politica dei Plebisciti, e dall’altra un elevato rischio nel loro svolgimento.

  

Cavour, dopo l’incompleta campagna militare del 59, ed il suo parziale insuccesso, si era dimesso.

Il debole Ministero Rattazzi aveva restituito l’iniziativa al Re, che con un’ampia manovra di ambientazione massonica, cui il Regno Unito non era estraneo, e con la partecipazione dei due Dittatori Ricasoli e Farini, aveva di fatto impedito il ritorno delle vecchie dinastie regnanti, nonostante il trattato di Villafranca stabilisse il ritorno sul trono delle legittime dinastie in Toscana, a Modena e a Parma.

  

I Dittatori, agli ordini di Cavour, che era uscito di scena solo apparentemente, si erano opposti alla trasformazione della Lega italiana in una unione politica, proprio per sbarrare il passo agli autonomisti che erano fautori di un Regno dell’Italia centrale, completamente indipendente ed autonomo dai Savoia.

  

Nel successivo mese di settembre 1859, le deputazioni della Lega italiana avevano esposto a Vittorio Emanuele i voti “del popolo” per l’unione al Piemonte (invero l’unica Corona legittima è quella di Sardegna e lo Stato Sardo-Piemontese è un’invenzione politico-linguistica).

  

Ma la causa italiana era nelle mani di Napoleone III, che tradendo i preliminari del Trattato di Villafranca, aveva dichiarato che non sarebbe intervenuto con la forza, se tali patti non fossero stati rispettati dai piemontesi. L’avallo era esplicito.

  

Diverso il problema dei territori pontifici, Romagne, Umbria e Marche, perché Napoleone, per motivi squisitamente politici, e senza convinzione, si atteggiava ancora a protettore del Papa.

  

In questa situazione, i Plebisciti diventavano un atto fondante e determinante.

Il 20 gennaio 1860, Cavour era tornato al Governo, più forte di prima. Sapeva di dover pagare un vecchio e salato conto a Napoleone e la cessione di Nizza e della Savoia, concordata a Plombières, diventava l’ineluttabile moneta di scambio morale e materiale.

  

Saldato il debito, dimostrando parola e fedeltà, pur a fronte dell’opposizione indignata di Garibaldi e dell’esodo di migliaia di famiglie italiane nizzarde che emigrarono in Piemonte, Cavour ora aveva la forza politica per il colpo di mano: indire i “democratici” plebisciti nell’Italia centrale, che si tennero l’11 e 12 marzo 1860.

  

I rischi erano concreti: si presumeva che gli annessionisti rappresentassero una maggioranza risicata e che gli autonomisti, in relazione al tipo di suffragio ed alle modalità di gestione del voto, potessero avere partita vinta, rimescolando tutte le carte. Il sentimento nazionalista era limitato alla borghesia e parte di essa aveva interessi autonomistici se non repubblicani.

  

Di contro, le popolazioni a cui inevitabilmente ci si doveva rivolgere per ottenere un risultato inoppugnabile, erano sostanzialmente indifferenti alla chiamata di una Patria sconosciuta, invisibile ed inimmaginabile.

 

Per lo svolgimento dei Plebisciti, venne applicato per la prima volta il suffragio universale maschile. Infatti per aumentare la partecipazione popolare venne abolito, per questa occasione, il censo che attribuiva il diritto al voto solo ai possessori di un certo reddito.

Potevano votare quindi tutti i cittadini maschi, di età superiore a ventuno anni, anche se analfabeti.

  

Non si trattava di un improvviso delirio democratico dei Savoia: dopo i Plebisciti, nel neonato Regno d’Italia, si tornerà ad applicare il censo per il diritto al voto.

Pur votandosi a “suffragio universale”, l’astensionismo era comunque un ulteriore pericolo grave e concreto, accentuato dalle posizioni intransigenti dello Stato Pontificio, defraudato e mutilato dei suoi legittimi territori, ormai non più veramente difeso da nessuno.

  

A fronte di questo rischio, i Dittatori emanarono disposizioni severissime affinché i Comandi militari, i proprietari terrieri e i fattori, “accompagnassero” incolonnati, ogni eccezione rimossa, “gli aventi diritto”, alle urne!

  

Ma la parte giuridicamente e politicamente più rilevante della machiavellica prevaricazione savoiarda, venne sintetizzata nella formulazione del quesito Plebiscitario, che trova pochi precedenti storici per capziosità e nebulosità.

  

Il “cittadino” era chiamato a rispondere si o no alla domanda “Volete fare parte della Monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele II, oppure di un Regno separato?”

  

Si trattava di un quesito artatamente e doppiamente ingannevole. Non si faceva cenno ad una nuova entità politica, al nuovo Stato italiano e si chiedeva solo di riconoscere Re Vittorio Emanuele II come Monarca costituzionale. Una cambiale in bianco rilasciata alla Dinastia che preludeva alla formazione di un Regno d’Italia concepito come allargamento di quello Sardo e non scaturente da un patto costituzionale tra il popolo, la borghesia, la nobiltà e la Dinastia.

  

Il secondo inganno era costituito dal prospettare il “nulla”. Infatti il quesito non precisava se l’alternativo “Regno separato”, fosse quello della Dinastia precedentemente regnante o un diverso ed inimmaginabile “altro Stato”: il dubbio e ancor più l’ignoto, servivano ad incutere paura in un elettorato “esordiente”, timoroso verso i cambiamenti e abituato più alle vessazioni dei potenti che alla partecipazione alla vita sociale, prima ancora che politica.

  

Posti così i termini della questione, la paura del nulla, completò l’opera ed il risultato fu appunto plebiscitario: in Toscana i “SI” furono 366.571 ed i “NO” 19.974. In Emilia i “SI” furono 427.512 ed i “NO” 1.503.

 

Lo stesso Ricasoli, annota di suo pugno “Il voto patriottico dei contadini che si recarono incolonnati alle urne sotto la guida dei fattori”.

 

Cavour aveva motivo di soddisfazione: i suoi progetti si erano in buona parte realizzati e la mancanza del Veneto, veniva compensata dall’Emilia e dalla Toscana. Nasceva quel Regno dell’Italia del Nord tanto agognato.

  

Secondo Cavour il Regno era ormai una realtà contornata che sarebbe diventata definitiva: il Veneto prima o poi sarebbe stato annesso per completare così “La metà più ricca e più forte d’Italia” … sono parole sue.

 

Due mesi dopo ci penseranno Garibaldi e Vittorio Emanuele a togliergli il sonno. L’impresa dei Mille osteggiata in ogni modo e poi sfuggita di mano a Cavour, lo metterà di fronte al fatto compiuto.

 

In Sicilia: un Plebiscito senza alternative

  

Anche per le Province meridionali, come impropriamente e riduttivamente veniva definito il Regno delle due Sicilie, nato dall’unione di due Regni plurisecolari, si ponevano gli stessi problemi politici internazionali sopra ricordati, che imponevano l’indizione di un plebiscito.

 

Anche in questo caso i rischi erano concreti: ma la situazione politica e sociale nell’Isola aveva convertito anche la nobiltà ad appoggiare la causa dei Savoia. Più marcato quindi risultava nell’Isola l’appoggio dei notabili al Plebiscito pro Savoia.

I motivi erano palesi: i Borbone avevano tradito le aspettative dell’Isola e della nobiltà e comunque erano ormai fuori gioco.

 

Sussisteva comunque il rischio concreto di una ulteriore rivoluzione separatista, idealmente continuativa di quella del 1848, ma con caratteri ora apertamente repubblicani.

Inoltre, la posizione del Regno Unito nei confronti della questione siciliana era diversa, e l’idea di fare della Sicilia una “Grande Malta”, era ancora tra le opzioni latenti.

 

La situazione storica e sociale siciliana era notevolmente diversa da quella di altri Stati pre unitari: il rischio di una presa di posizione autonomista dei notabili dell’Isola, era veramente concreto e Cavour e Vittorio Emanuele temevano a ragione sviluppi politici e militari, portassero l’Isola nell’orbita inglese, o una nuova rivoluzione di carattere repubblicano nazionalista.

 

Questi i motivi per cui nel capzioso quesito Plebiscitario siciliano, molto somigliante nella sostanza ad un ultimatum, non troviamo neanche l’alternativa di “Un altro Stato”, ma solo la possibilità di riconoscere Vittorio Emanuele come Re … oppure il caos, un futuro spaventoso per tutti.

 

Questa la domanda artatamente rivolta ai siciliani:

 

“Il popolo siciliano vuole l'Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale, ed i suoi legittimi discendenti”.

  

Il quesito venne studiato nei minimi particolari, in modo tale da lasciare le mani libere alla Dinastia, che non si impegnava a costituire un “nuovo” Stato e l’espressione “Italia”, sembra qui proprio geografica. Si lasciava carta bianca ai Savoia e non si concretizzava un patto costituente tra le popolazioni meridionali ed il nuovo Regno, che altro non sarà che l’allargamento del Regno di Sardegna.

 

Anche in Sicilia, le popolazioni a cui inevitabilmente ci si doveva rivolgere per ottenere un risultato inequivocabile, erano sostanzialmente indifferenti alla chiamata di una Patria sconosciuta. I metodi utilizzati non furono dissimili da quelli adoperati nel centro Italia.

 

Venne applicato per la prima volta il suffragio universale maschile e si assistette all’accompagnamento in massa dei votanti, che in taluni casi si evidenziò più come una costrizione che come un voto libero. Un ruolo determinante giocherà infine, anche in Sicilia, la paura di un totale vuoto di potere, comune a tutte le classi sociali.

Estremamente significativo il documento ufficiale relativo ai risultati del Plebiscito siciliano, che ho avuto la ventura di ritrovare recentemente in originale.

 

Ne riporto di seguito i tratti salienti, che illustrano come sia possibile distorcere la volontà popolare, fingendo di assecondarla e come la formulazione del quesito nascondesse un sottile e minaccioso ricatto politico.

 

L’esclusione dei verbali che proponevano una domanda plebiscitaria leggermente diversa da quella ufficiale, è il sintomo chiaro di quanto essenziale venisse ritenuta la formula con la quale i siciliani avrebbero legato il loro destino ai Savoia, senza alcuna riconosciuta “forza contrattuale”.

 

21 ottobre - 4 novembre 1860

Italia e Vittorio Emanuele

Plebiscito della Sicilia

 

“L'anno 1860 il giorno 4 novembre in Palermo, alle ore 8 antimeridiane la Corte suprema di Giustizia composta dai signori:

 

Pasquale Calvi

Presidente;

 

Pietro Cirino;

Vincenzo Errante;

Salvatore Schiavo;

Antonino Giaconia;

Giuseppe Puleo;

Giuseppe Vinci Orlando

Vincenzo Cacioppo;

Consiglieri

 

… si è riunita per esaminare in seduta permanente, i verbali tutti dei comuni di Sicilia, contenenti il numero dei voti pronunziati per il Plebiscito delle popolazioni dell'Isola per Si o per No, sulla proposizione scritta all'articolo primo dell'indicato decreto così concepito:

 

 

Il popolo siciliano vuole l'Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale, ed i suoi legittimi discendenti.

Raccolti tutti i verbali, e fattone il dovuto scrutinio si hanno ottenuto i risultamenti che seguono:

Palermo votanti                            36252

Hanno votato                      Si      36232

Hanno votato                     NO          20

 

Segue l'elenco completo di tutti i i comuni siciliani e la somma dei voti espressi, il cui il risultato finale è il seguente:

Votanti                                        432.720

Hanno votato               SI          432.053

Hanno votato               NO               667

 

 

Il verbale evidenzia infine che non si è tenuto conto dei voti nulli e che non sono stati considerati validi i verbali delle votazioni dei Comuni di Ustica e Mandanici, perché le popolazioni di quei Comuni hanno votato per il “SI” per diretta e pubblica acclamazione in piazza, senza distinzione di età e di sesso.

 

Ugualmente non si è tenuto conto del verbale del comune di Alì, nel quale non è stato indicato il numero dei votanti per il Si e per il No.

 

Non si è preso in considerazione il verbale degli Ufficiali amministrativi dell’intendenza militare di Messina, giudicato difettoso per aver votato gli interessati sulla errata proposizione “Per l’annessione al Regno italico rappresentato dal Re costituzionale”.

  

Ugualmente non si è tenuto conto del verbale del Battaglione dei Cacciatori dell’Etna (Garibaldini) per aver votato 236 per il Si, secondo la seguente proposizione “Per l’annessione al Regno costituzionale di Vittorio Emanuele e suoi legittimi discendenti”.

 

E’ stato considerato nullo il verbale del Battaglione siculo Colina, per avere i 200 individui che votarono risposto alla proposizione “Per l’annessione al Governo costituzionale di Vittorio Emanuele II”, evidentemente non conforme a quella riportata all’articolo 1.

 

Alquanto caratteristico l’episodio di alcuni fantasiosi siciliani che andarono a votare a Torino presso un Notaio, voti esclusi per l’errata impostazione della domanda e non per l’irrituale procedura.

“Non è stato inoltre ammesso perché ritenuto invalido, un atto notarile pervenuto da Torino ed esibito alla Corte Suprema di Giustizia, che mostra di essersi presentati in Torino a Notar Giovanni Signorelli numero 19 individui siciliani, i quali chiesero atto della loro spontanea votazione rispettivamente espressa col SI nella seguente proporzione: “Sulla questione dell'annessione immediata di quella parte d'Italia al Regno costituzionale di Vittorio Emmanuele e suoi discendenti” che ognun vede quanto sia diversa da quella indicata nel cennato decreto”.

  

Compiute tutte le operazioni, il Presidente Pasquale Calvi, accompagnato dai componenti la Corte Suprema si “è fatto” al balcone centrale del Palazzo dei Tribunali ed ha proclamato il risultato del Plebiscito siciliano.

Alcune note: abbiamo visto che a Palermo città i voti per il sì furono 36.232, i voti per il no furono venti!

 

Nei centri minori riscontriamo quasi sempre l'unanimità per il sì.

I reparti militari comunque costituiti, hanno votato non in relazione al comune di iscrizione nelle liste o di nascita, ma presso la stessa coorte, così come avvenuto presso il comando generale di Palermo, dove tutti i 2.228 coscritti votarono per il sì.

Secondo quanto apprendiamo dal verbale, ebbero diritto al voto quanti si trovavano in Sicilia pur non essendo siciliani, purché inquadrati nei Battaglioni e Reparti militari.

 

Questi i percorsi tortuosi della storia dell’Isola, nella quale riemerge spesso un’istanza di autonomia, soffocata dagli “stranieri” che l’hanno conquistata, e strumentalizzata dai “Notabili siciliani” di ogni epoca, che pur di conservare egoistici e meschini privilegi di pochi, hanno mal governato in nome e per conto altrui, senza progettare alcun futuro per questo popolo senza tempo.

Un paradosso della storia che ha determinato e perpetuato in Sicilia la sussistenza di una Società senza Stato, di una interminabile notte della coscienza.

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Anonimo 04 gennaio 2010   05:12

GARIBALDI A GAMBARIE IN ASPROMONTE

 

A Gambarie, frazion del paesello

ameno Santo Stefano (Aspromonte),

vi fu con Garibaldi un fatterello

di cui si parla, e che reco' in Piemonte

 

a Camillo Benso Conte di Cavour

una gran gioia per avergli dato

al nostro eroe Giuseppe una ferita

al piede del suo Re un buon soldato.

 

"Che posso dirvi, siamo cosi' stanchi,"

diceva Garibaldi ai suoi soldati.

"Ci hanno trattati come saltimbanchi,

come banditi ci hanno attaccati.

 

Sin dall'inizio comincio' il problema:

Dentro la mente di Cavour il Conte,

la Nazione per lui consisteva

dei Savoia, Lombardia, e Piemonte.

 

Voleva solo limitarsi al Nord,

e al massimo avrebbe pur incluso

l'Emilia e la Toscana e mai il Sud.

 

L'Unita' era per lui numero chiuso.

Infatti gli fu fatto un bello scherzo

che lui lo vide come un gran sopruso.

 

Il Re ed io prendemmo lo sterzo

e le camicie rosse s'imbarcaron

per Marsala. Napoleone Terzo

 

e Benso abilmente manovraron,

per unire il Nord, la lor canizza,

e dar Nizza e Savoia al gran Sovrano.

 

Proprio io che ero nato a Nizza,

d'un colpo diventai tutto francese,

e corsi al Parlamento con gran stizza

 

a lottar con Camillo e far palese

la mia contrarieta' ai lor piani.

Purtroppo Benso ebbe cio' che chiese;

 

pero', il Re gli pose tra le mani

tutto il Sud e certa centro-Italia,

dicendo ch'eran tutti italiani."

 

Scusate, amici, quest'interruzione,

che' a volte e' ben fermarsi un bel poco.

Un Tizio grida: "Commemorazione"!

In Ispagna sarebbe "tonto y loco"!

 

C'e' un piemontese che da' il "Buongiorno"

e si lamenta che il suo Camillo

non e' amato tanto oggigiorno,

e stampa su un giornale un codicillo

 

che chiama gl'italiani "zucche vuote

e manipolabili a piacere"

perche' non suonano le sue note

osannando il suo Conte a dovere.

 

Questo signore si da' tanta boria

che avvicina al Washington il suo Benso

ignorando dei secoli la storia,

mostrando manco un grammo di buon senso.

 

E poi chiama "un gesto allucinante"

"la rimozione di Cavour" da piazze

e strade. Il monsu' maltollerante

nascondere dovrebbe le sue mazze

 

d'assalto. In piu', da' del liberale

al Conte di Cavour. Meglio leghista,

dice la gente; da settentrionale

contro il Sud, ai suoi tenpi, fu razzista.

 

Torniam al Garibaldi "raconteur":

"E poi, il Conte ebbe la sua ordalia:

dovette piegarsi al desio del Re.

Ma io non ebbi la mia bell'Italia:

 

mi fermo' una pallottola a Gambarie;

non potei assediare il Vaticano,

le volonta' del Re fur lapidarie!

 

Mi confido' Mazzini piano piano

che il Papa starebbe in eterno

a Roma con l'aiuto del Sovrano

 

Napoleone Terzo. Il Padreterno

sembrava essere contro l'Unita'

d'un nostro Bel Paese piu' moderno;

 

infatti "s'uni'" l'Italia piu' in la'.

I miei soldati eran tutti attenti

e spiacenti dell'infermita'

 

mandatami dal Re. E tutti a stenti

cercaron di nasconder l'emozione

che si leggea nei lor comportamenti.

 

A me dispiacque molto la lezione

che dovemmo imparare in disfatta:

cio' che s'uni' non fu una nazione

 

ma un'oligarchia malefatta

c'arricchi' pochi. Maledizione

invece fu per molti, una ciabatta

 

e non uno stivale-Nazione.

 

Ora facciam di tutto buona cera.

Poi venite a trovarmi a Caprera!"

 

Passaron quasi centocinquant'anni

e nel Sud si e' pieni di malanni.

 

Ci sono certi, ignavi della storia,

che danno a Cavour vittoria e gloria!

 

Suggerirei a quel Tizio Torinese:

Buona notte e sogni il Suo Paese

 

Cavourista; Lei e' si' fortunato

che si sente contento e ben "sguazzato"!

 

-Giuseppe Stefanito

 

Anonimo 22 dicembre 2009   12:06
L'utente ha risposto al commento anonimo del 22 dicembre 2009. Visualizza »

Egregio dr. Di Bella,

Da appassionato di storia siciliana, sono solito girovagare con l’ausilio di Google nel WEB, alla ricerca di notizie e articoli sull’argomento (in questo modo sono arrivato a siciliainformazioni).

Non credo di dirle cose nuove, ma nel dubbio che Lei possa non esserne al corrente, voglio fare notare a Lei, ai lettori e a qualche commentatore d’assalto, quanto segue:

I suoi articoli sono stati esportati in diversi siti con una peculiarità:

A) I siti sicilianisti, riportano solo gli articoli che “propendono” per l’indipendenza ed autonomia dell’Isola e qualcuno li ha anche pubblicati su carta stampata e su riviste;

B) I siti duosicilianisti, pubblicano solo quelli che vanno a favore delle tesi ad essi “favorevoli”;

C) I siti unionisti, non diversamente, rilanciano solo quelli che fanno loro “comodo”.

Qualcuno dichiara perfino che Lei abbia dato il consenso per la pubblicazione nel sito, cosa della quale dubito.

Da quanto sopra si evince che seppure Lei si sia sempre sforzato di raccontare fatti circostanziati, molti sono propensi a strumentalizzare i testi a proprio comodo, non facendo purtroppo un buon servizio allo studio ed alla ricerca storica seria. Poi le stesse persone che pubblicano i suoi scritti, commentano ferocemente ciò che non va loro a genio.

Premesso questo, il mio intervento vuole esemplificare come ancora oggi, piuttosto che studiare i fatti ed i testi, si cerca di piegare i fatti della storia alle proprie idee, anche contro ogni evidenza. Ugualmente si cerca di piegare gli articoli di storia alle proprie preconcette conclusioni.

In tutto questo sforzo di partito preso, sfuggono i tratti salienti di quanto da Lei scritto, come ad esempio i condizionamenti mafiosi e camorristici nella formazione del Regno più volte evocati e circostanziati e da ultimo, come ha fatto notare rispondendo ad un commento, la gravità del fatto che in Sicilia vi sia una società senza Stato e che questo ha favorito la formazione del fenomeno mafia.

In merito nell’abbracciare la sua tesi, mi complimento per l’acutezza dell’affermazione da Lei fatta che a forza di governare a prescindere dai cittadini, nell’Isola la società ha finito per essere espressione dei governi e non il contrario.

Questa veramente drammatica conclusione, della quale mi piacerebbe sapere di più, mi spiega alcune cose sulla possibilità del verificarsi nei secoli di un “sistema governativo mafioso”.

Cordiali saluti

Carlo Luigi Modica

Preg.mo Signor Modica,

Non ho mai rilasciato il consenso per la pubblicazione su giornali o riviste cartacee dei miei articoli pubblicati su italiainformazioni e sicilianformazioni.

 

Chi ha pubblicato nel WEB questi articoli o possiede la mia approvazione esplicita e scritta, oppure sta violando il diritto d’autore che protegge tutti gli articoli di questo giornale.

Talvolta sono intervenuto per far rimuovere i testi da alcuni siti, ma non posso “presidiare” la rete che somiglia molto ad un colabrodo.

 

Se una persona utilizza i miei materiali speculativamente pro domo sua, salvo poi attaccare lancia in resta sul giornale gli articoli che gli sembrano andare “contro” l’idea di cui è innamorato, tralasciando i fatti, a prescindere dall’inutilità dell’azione, non commette reato e quindi ne risponderà “solo” innanzi alla propria coscienza.

Infine la ringrazio per le parole di apprezzamento su alcuni punti che ritengo interessanti, quale appunto il rapporto storico tra società siciliana, Stato, mafia e governo dell’Isola.

 

E’ mia opinione che la storia dell’Isola, se studiata e quindi percepita in modo intellettualmente scevro da pregiudizi, può diventare una guida sicura per spiegare oggi fenomeni che sono nati in epoche remote. Forse può anche aiutare quel cambiamento socio-politico che tanti in Sicilia desiderano sinceramente (Tanti altri fingono di desiderarlo).

Nessuno potrà cambiare il numero dei garibaldini che sbarcarono a Marsala; nessuno potrà cambiare il quesito plebiscitario;

Mi sono chiesto cosa interessa a noi siciliani oggi? Che cosa chiediamo alla nostra storia?

Stabilire quanto ricco o povero fosse il Regno di Francesco II, in una prospettiva economica di moderna finanza pubblica o di possesso materiale di Ducati d’oro?

Forse interessa di più conoscere la storia per comprendere in che modo la mafia che ci opprime sia penetrata nelle cellule della società civile. Come si è concretizzato nel tempo un sistema di potere binario asservito alla mafia e ad uno Stato centralizzato estraneo alla società siciliana. Un sistema che infine sovrapponendo le strutture, ha integrato per lunghi periodi, Stato apparato, governo baronale dell’Isola, società e mafia ed ha fatto si che la società civile divenisse proiezione del potere e non il contrario.

Cordiali saluti

Giuseppe Di Bella

Anonimo 22 dicembre 2009   09:05

Egregio dr. Di Bella,

Da appassionato di storia siciliana, sono solito girovagare con l’ausilio di Google nel WEB, alla ricerca di notizie e articoli sull’argomento (in questo modo sono arrivato a siciliainformazioni).

Non credo di dirle cose nuove, ma nel dubbio che Lei possa non esserne al corrente, voglio fare notare a Lei, ai lettori e a qualche commentatore d’assalto, quanto segue:

I suoi articoli sono stati esportati in diversi siti con una peculiarità:

A) I siti sicilianisti, riportano solo gli articoli che “propendono” per l’indipendenza ed autonomia dell’Isola e qualcuno li ha anche pubblicati su carta stampata e su riviste;

B) I siti duosicilianisti, pubblicano solo quelli che vanno a favore delle tesi ad essi “favorevoli”;

C) I siti unionisti, non diversamente, rilanciano solo quelli che fanno loro “comodo”.

Qualcuno dichiara perfino che Lei abbia dato il consenso per la pubblicazione nel sito, cosa della quale dubito.

Da quanto sopra si evince che seppure Lei si sia sempre sforzato di raccontare fatti circostanziati, molti sono propensi a strumentalizzare i testi a proprio comodo, non facendo purtroppo un buon servizio allo studio ed alla ricerca storica seria. Poi le stesse persone che pubblicano i suoi scritti, commentano ferocemente ciò che non va loro a genio.

Premesso questo, il mio intervento vuole esemplificare come ancora oggi, piuttosto che studiare i fatti ed i testi, si cerca di piegare i fatti della storia alle proprie idee, anche contro ogni evidenza. Ugualmente si cerca di piegare gli articoli di storia alle proprie preconcette conclusioni.

In tutto questo sforzo di partito preso, sfuggono i tratti salienti di quanto da Lei scritto, come ad esempio i condizionamenti mafiosi e camorristici nella formazione del Regno più volte evocati e circostanziati e da ultimo, come ha fatto notare rispondendo ad un commento, la gravità del fatto che in Sicilia vi sia una società senza Stato e che questo ha favorito la formazione del fenomeno mafia.

In merito nell’abbracciare la sua tesi, mi complimento per l’acutezza dell’affermazione da Lei fatta che a forza di governare a prescindere dai cittadini, nell’Isola la società ha finito per essere espressione dei governi e non il contrario.

Questa veramente drammatica conclusione, della quale mi piacerebbe sapere di più, mi spiega alcune cose sulla possibilità del verificarsi nei secoli di un “sistema governativo mafioso”.

Cordiali saluti

Carlo Luigi Modica

Anonimo 22 dicembre 2009   01:07
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L'autore parla quasi esclusivamente di fatti documentati e mette pochissime, e ben evidenziate, opinioni.

Non si capiscono pertanto le reazioni emotive di "unitari ossessionati" (per dirla con Gramsci) che si scandalizzano dell'articolo in sé e per sé come fosse una bestemmia e per certi versi anche quelle di duosiciliani impenitenti che vogliono ossessivamente ricondurre quei fatti alle "loro" personalissime opinioni. Ancora oggi i fatti non hanno diritto di cittadinanza nella storia di Sicilia.

Parlarne senza filtri, per alcuni, è come parlare di sterminio armeno in Turchia: tabù.

Bravo Di Bella, continui così. Non saremo mai un paese libero se non avremo il coraggio di dire tutta la verità sul nostro passato, ed anche su come siamo "diventati" italiani. I suoi pezzi sono da conservare e da presentare nelle scuole.

Un plebiscito con due urne separate, senza reali alternative e con soli 667 voti contrari si commenta da solo. Poi oggi ci può stare anche bene così, ma è un altro discorso.

Cordialità.

Massimo Costa

se rileggi bene i commenti, ti accorgerai che i sobbalzi vengono proprio per il motivo opposto.

giuseppedibella 21 dicembre 2009   19:30
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L'autore parla quasi esclusivamente di fatti documentati e mette pochissime, e ben evidenziate, opinioni.

Non si capiscono pertanto le reazioni emotive di "unitari ossessionati" (per dirla con Gramsci) che si scandalizzano dell'articolo in sé e per sé come fosse una bestemmia e per certi versi anche quelle di duosiciliani impenitenti che vogliono ossessivamente ricondurre quei fatti alle "loro" personalissime opinioni. Ancora oggi i fatti non hanno diritto di cittadinanza nella storia di Sicilia.

Parlarne senza filtri, per alcuni, è come parlare di sterminio armeno in Turchia: tabù.

Bravo Di Bella, continui così. Non saremo mai un paese libero se non avremo il coraggio di dire tutta la verità sul nostro passato, ed anche su come siamo "diventati" italiani. I suoi pezzi sono da conservare e da presentare nelle scuole.

Un plebiscito con due urne separate, senza reali alternative e con soli 667 voti contrari si commenta da solo. Poi oggi ci può stare anche bene così, ma è un altro discorso.

Cordialità.

Massimo Costa

Egregio Professore,

La ringrazio per il suo intervento chiaro e netto, pervenuto in un momento in cui ho dubitato di essermi espresso in modo formalmente adeguato ai temi trattati.

 

Devo dire che non mi aspettavo questo tipo di commenti a fronte di un testo certo non rivoluzionario e molto documentale, nel quale mi sembrava difficile trovare motivi di “risentimento storico” e sospetti di faziosità.

Speravo invece di far nascere un altro dibattito ed avevo artatamente concluso con una frase che è invero, questa si, drammatica e discutibile, forse provocatoriamente “offensiva”: la sussistenza secolare di una Società siciliana che non ha espresso uno Stato, che non ha quasi mai prodotto un proprio organico “Governo”.

 

Mi sembrava interessante, più dell’incedere degli avvenimenti storici, ampiamente noti, evidenziare come lo Stato apparato in Sicilia sia stato per secoli predisposto per una governance di vertice esterna e quanto i notabili siciliani, in diverse epoche siano stati organici ed asserviti a questo sistema, pur di mantenere il potere in sede locale, quali proconsoli e non come espressione di questo popolo.

Ho cercato di delineare tra le righe un fatto gravissimo, che a mio sommesso avviso è uno dei pilastri dello strapotere mafioso in Sicilia: il governo non è espressione diretta della società, bensì una forma indotta e determinata da fattori esterni. Al contrario, la società è diventata nei secoli, espressione del Governo.

Ancor più interessante mi sembrava il conseguente rilievo che ho solo adombrato, che la rivoluzione siciliana sia stata solo “politica” e non sociale, proprio per effetto di questo secolare e fortissimo “potere senza rappresentanza”, che è riuscito ad assorbire e metabolizzare, tra accordi, squadre mafiose ed un Plebiscito senza alternativa, l’intervento garibaldino, nell’intento ben riuscito di transitare sotto le insegne del nuovo Stato, senza che venissero alterati i fondamentali equilibri feudali, formalmente ed artatamente deposti con la Costituzione del 1812 … e un Re a Torino era anche più lontano che a Napoli.

Mi fermo qui per non tediare Lei e gli altri lettori con considerazioni sparse e poco organiche.

Colgo l’occasione per inviare a Lei ed a tutti i lettori

Gli Auguri di Buon Natale e sereno anno nuovo

Anonimo 21 dicembre 2009   18:16

L'autore parla quasi esclusivamente di fatti documentati e mette pochissime, e ben evidenziate, opinioni.

Non si capiscono pertanto le reazioni emotive di "unitari ossessionati" (per dirla con Gramsci) che si scandalizzano dell'articolo in sé e per sé come fosse una bestemmia e per certi versi anche quelle di duosiciliani impenitenti che vogliono ossessivamente ricondurre quei fatti alle "loro" personalissime opinioni. Ancora oggi i fatti non hanno diritto di cittadinanza nella storia di Sicilia.

Parlarne senza filtri, per alcuni, è come parlare di sterminio armeno in Turchia: tabù.

Bravo Di Bella, continui così. Non saremo mai un paese libero se non avremo il coraggio di dire tutta la verità sul nostro passato, ed anche su come siamo "diventati" italiani. I suoi pezzi sono da conservare e da presentare nelle scuole.

Un plebiscito con due urne separate, senza reali alternative e con soli 667 voti contrari si commenta da solo. Poi oggi ci può stare anche bene così, ma è un altro discorso.

Cordialità.

Massimo Costa

Anonimo 21 dicembre 2009   17:02

Siamo alle solite: sicilianisti, duosicilianisti, unionisti, monarchici, repubblicani, savoiardi, anti savoiardi, federalisti, sanfedisti, utopisti. Tutti contro tutti, paradigma e parafrasi della sicilianità.

Egregio dr. Di Bella, parlare di storia e storiografia in Italia, "non è impossibile, è inutile". Ognuno capisce quello che vuole: c'è anche chi si offende personalmente. 

Neanche i documenti fermano gli "innamorati della propria idea". E' passato in terzo piano lo scandaloso quesito plebiscitario siciliano che, mi è sembrato il punto centrale della sua esposizione. Come al solito, ignorando quanto è scritto, ognuno coglie l'occasione per farsi un po' di pubblicità e per difendere la propria fede da un attacco che non c'è, da un nemico immaginario. Questa è la Sicilia degli eterni sofisti.

Anonimo 21 dicembre 2009   15:37
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Cominciavo ad affezionarmi a questo giornale on-line, fino a quando leggendo questo testo ho sobbalzato sulla

sedia, i commenti che sono seguiti confermano questa mia impressione.

  Chissà cosa ne pensa il signor Coniglio ? Inutile dire che l'autore, a parer mio, si arrampica sugli specchi. A revoir  

Egregio Lettore,

Poiché Lei esprime personali stati d’animo e delle opinioni che ritengo molto rispettabili, probabilmente più di quanto lei ritenga rispettabili le mie, in assenza di circostanziate argomentazioni, non sono in grado di formulare una risposta né di poterle dare prova dell’uso che siamo soliti fare a casa degli specchi.

Ugualmente non so cosa rispondere in merito alla sua chiamata in causa del Signor Coniglio.

Au revoir

Giuseppe Di Bella

giuseppedibella 21 dicembre 2009   15:17
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'a dottò...questi sò numeri! Si legga anche le ricerche fatte da altri, legga quanto scrive Lorenzo Del Boca su "Indietro Savoia e "Maledetti Savoia"

Lei non parla degli interessi degli inglesi e dei finanziamenti da loro effettuati per la spedizione dei mille, un milione di piastre d'oro, degli interessi nelle loro propriètà in Sicilia e il modo disumano con cui trattavano i siciliani che lavoravano all'estrazione dello zolfo, appalto che Ferdinando II cercò di togliere loro per questo motivo.

Al plebiscito di Napoli votò il 2% del popolo e un bel pò di militari dell'esercito piemontese e chi votava no...erano mazzate (all'anima del plebiscito!). Citi dagli annali storici se mai c'è stato un popolo povero e arretrato liberato da qualcuno.

La verità è che il regno di Napoli era il più ricco e progredito d'Italia, diversamente un regno alla bancarotta come quello piemontese non avrebbe avuto alcun interesse a "liberarlo".

Inoltre Garibaldi 9 anni prima approdò ad Arce con 4.000 uomini, bastò la guardia civile per ricacciarli in mare, come mai a Marsala, con una guarnigione di 25.000 soldati borbonici non vi riuscirono? Forse che i vecchi generali napoletani erano corrotti? Eh...il generale Landi, quello di Calatafimi, ne sà qualcosa, ed altri come lui che fecero carriera nell'esercito piemontese.

Egregio lettore,

In primo luogo la ringrazio quale rappresentante della vivace falange duosicilianista, assidua ed appassionata commentatrice, per la segnalazione sulle letture utili e in particolare del bel testo di Del Boca, che fa già parte della mia modesta biblioteca.

 

Lei ben comprende che non si può ogni volta che si parla della Sicilia, affrontare tutta la storia dell’Isola, perché verrebbe fuori un inutile zibaldone: più si amplia il discorso e più si rischia che le opinioni prendano il posto dei fatti.

L’aiuto internazionale a Garibaldi è un fatto assodato, anche se non è altrettanto certa l’entità e la consistenza. E’ comunque agli atti la sottoscrizione per il “milione di fucili”, come alcune notevoli donazioni private.

 

L’interesse economico e politico inglese sull’Isola è altrettanto noto, ma vorrei farle notare che nonostante il Regno Unito abbia più volte avuto la facile occasione di conquistare l’Isola, con l’approvazione di buona parte delle Nazioni europee, specialmente durante l’epopea napoleonica, non lo ha mai fatto.

Per esemplificare quanto i preconcetti possano giocare un ruolo determinante, esaminiamo per un momento, senza condizionamenti di partito preso, la questione della supposta ricchezza e l’assenza di debito pubblico nel Regno delle due Sicilie, da Lei evidenziata.

 

Diamo per consolidato che nelle casse dello Stato, sia a Palermo che a Napoli, siano stati trovati diversi milioni di Ducati d’oro che vennero acquisiti dai Savoia (pur chiedendoci perché, in questo caso, Francesco II, che ne ebbe tutto il tempo, non portò via gli otto milioni di Ducati che vi erano in cassa, e questa è una buona domanda da porsi).

 

Per Lei e per tanti altri, questo è sintomo di ricchezza: ed è “materialmente” un fatto oggettivo. Per altri ancora invece, ciò potrebbe essere la prova di una anacronistica, se non feudale, concezione della ricchezza da teusarizzare in Ducati d’oro, piuttosto che investire in attività di interesse pubblico economico o infrastrutturale: ovvero la mancanza nel Governo borbonico del concetto di finanza pubblica, già da tempo affermato nei maggiori Paesi europei e nel piccolo Regno di Sardegna. Quindi due teorie economiche contrapposte e delle due quella che ha avuto il sopravvento è quella inflazionistica e del debito pubblico, come tutti constatiamo ancora oggi.

 

E infatti non è opinabile, in quanto agli atti nelle raccolte legislative, che il Regno di Sardegna avesse già da tempo inaugurato la, non ancora conclusa, stagione del debito pubblico italiano.

Vi è comunque da evidenziare che secondo le teorie di una molteplicità di economisti di scuola Keynesiana, la formazione di un debito pubblico e la conseguente politica economica espansiva e inflazionistica, sono stati potenti ed insostituibili motori dello sviluppo economico di tanti Paesi industrializzati.

 

Ben si vede come le due tesi pur partendo dagli stessi “oggettivi” presupposti di fatto, approdano a diverse se non opposte, conclusioni storiche ed economiche.

Comunque a parere di molti, il movente dell’invasione dell’Isola non fu la “ricchezza” intesa come denaro. Infatti a prescindere da quello che pensava Cavour, acquisire il Regno era comunque un obiettivo economicamente conveniente, in un momento storico in cui il bene primario era la terra intesa come latifondo estensivo. Di questo abbiamo lungamente dibattuto in precedenza, evidenziando come la “dimensione” politico militare di uno Stato, determinata dal numero degli abitanti/soldati e dalla capacità produttiva agricola, potesse nell’Ottocento determinare la differenza tra nazioni destinate a sopravvivere ed altre destinate a soccombere. (Ancora nel novecento, Mussolini riprenderà questo concetto, senza mutare sostanzialmente i termini della questione espansionistica).

 

Per quanto attiene al trattamento disumano nei confronti degli operai delle zolfatare non fu perpetrato solo dagli inglesi: da soli non avrebbero potuto … forse sarebbe meglio guardare anche in casa.

In linea più generale, lo sfruttamento criminale degli esseri umani è un fatto purtroppo molto più vasto e ancora oggi, come allora, riscontrabile in tutto il Pianeta. Non mi pare che il problema dei bambini di sei anni che raccolgono il caffè per dodici ore al giorno, insostituibili per le dimensioni delle piagate mani, provochi tanta onta nei nostri civilissimi e non borbonici e non savoiardi, Paesi occidentali.

 

In merito alla caduta del Regno ed al tradimento di Landi, mi pare che non vi sia altro da dire oltre a quanto già espresso nei precedenti articoli.

Cordiali Saluti

Anonimo 21 dicembre 2009   13:50

Cominciavo ad affezionarmi a questo giornale on-line, fino a quando leggendo questo testo ho sobbalzato sulla

sedia, i commenti che sono seguiti confermano questa mia impressione.

  Chissà cosa ne pensa il signor Coniglio ? Inutile dire che l'autore, a parer mio, si arrampica sugli specchi. A revoir  

giuseppedibella 21 dicembre 2009   12:20
L'utente ha risposto al commento anonimo del 21 dicembre 2009. Visualizza »

Mi scusi, Dott. Di Bella..

 

Ma Lei é lo stesso Di Bella che ha scritto gli altri articoli sulla fine del Regno delle Due Sicilie? Guardi che tra quelli e questo vi sono contraddizioni assolutamente insanabili, e non mi riferisco solo alla posizione di Cavour giá evidenziata in altro commento.

 

La cosa piú deprecabile é il voler assegnare ai Savoia una qualche capacitá strategica o organizzativa, quando si sa benissimo che essi erano solo una pedina interamente nelle mani di Inglesi e Francesi. Lei addirittura vuole dipingere Cavour come fosse nelle mani dei Savoia!

 

Lo scontro era tra inglesi e francesi, e Cavour tra l'altro non era piemontese... a Torino in tutta la sua vita ci andó un paio di volte a fare la comparsata.

Egregio lettore,

A fronte della complessità della storia risorgimentale italiana, rivolgersi ad una persona e dirgli “Ha toppato”, è posizione alquanto impegnativa da mantenere, perché presuppone un possesso della “verità” storica assoluta, che attualmente non viene ancora riconosciuto a nessuno.

 

Lei osserva: “La cosa piú deprecabile é il voler assegnare ai Savoia una qualche capacità strategica o organizzativa, quando si sa benissimo che essi erano solo una pedina interamente nelle mani di Inglesi e Francesi. Lei addirittura vuole dipingere Cavour come fosse nelle mani dei Savoia!”

 

Se avrà la pazienza di rileggere l’articolo, si accorgerà che l’importanza della posizione politica della Francia e del Regno Unito nel processo unitario italiano, non è stata sottaciuta o poco considerata … anzi.

Ugualmente mi sembra adeguatamente delineata l’opera del Primo Ministro sardo, e in nessuna delle argomentazione sviluppate, Cavour appare nelle mani dei Savoia … anzi.

 

E’ alquanto strano che Lei muova degli appunti allo scritto proprio evidenziando dei concetti che mi sembrava di aver espresso chiaramente.

Verosimilmente la discrasia muove dalla Sua poca considerazione dei Savoia, nel senso che li considera solo una “pedina”. La risposta a questa Sua affermazione sta nei fatti storici. Infatti se la Dinastia, come Lei sostiene, è stata costituita da soggetti privi di capacità strategiche e quindi politiche, diventa inspiegabile che abbiano avuto tanto successo politico prima che militare, e che infine siano riusciti a formare il Regno d’Italia, che comunque la si voglia pensare, non è impresa oggettivamente da poco, specie se si parte da una regione montuosa della Francia.

Che circostanza e fortuna aiutarono i Savoia in più occasioni, è un concetto che abbiamo più volte prospettato: la fortuna aiuta gli audaci, ma da sola non basta a fondare i Regni.

Un incapace può ereditare un Regno e perderlo, ma non costituirlo.

Affermo, senza timore di essere smentito, che la vendita di cetriolini sottaceto, non è l’episodio più rilevante della storia di Casa Savoia.

 

Sulla prevedibilità della caduta del Regno delle due Sicilie, ribadisco quanto già ampiamente evidenziato ed anche in questo caso sono le evidenze storiche, oltre il parere pressoché unanime degli storici, che confortano nell’affermare che Cavour era troppo realista per poter prevedere che 1000 uomini avrebbero potuto conquistare un Regno dotato di un sia esercito di decine di migliaia di uomini, fucili moderni, cavalleria, cannoni (oltre la flotta più potente del Mediterraneo).

Nessuno avrebbe potuto prevedere il dissolvimento del Regno.

 

L’inettitudine e l’imprevisto tradimento di alcuni comandanti duosiciliani, lo abbiamo delineato, ed un insieme di circostanze politiche, furono verosimilmente la causa imprevedibile del successo di Garibaldi. Risulta ovvio che questo precipitare degli eventi, questo dissolvimento delle strutture politiche e militari, aveva radici ben più lontane e profonde, di cui si è fatto più volte cenno.

 

Infine la posizione negativa di Cavour in merito all’annessione del Mezzogiorno, già delineata in altri scritti ed oggi condivisa da molteplici autori, è ben chiara. Furono gli avvenimenti che lo costrinsero a mutare la sua linea politica e soprattutto la posizione assunta da Vittorio Emanuele.

 

Nel guardare i fatti della storia, vi è spesso la tentazione e l’umano desiderio della ricerca di concetti assoluti. Questo tentativo implica il rischio di qualificare uomini, Dinastie ed eventi in modo preconcettuale, ed ha l’inevitabile effetto di emettere verdetti e poi risalire ai fatti, giudicandoli appunto attraverso un assunto.

 

Ma nessuna opinione potrà cambiare il fatto che a Marsala sbarcarono 1088 uomini comandati da un Temerario e che questi arriverà alla stazione di Napoli in treno, precedendo di due giorni il suo esercito.

Altrettanto temerario sarebbe stato chiunque avesse scommesso un Tarì sulla riuscita di questa impresa.

 

Le invio Cordiali Saluti e auguro a Lei ed a tutti i pazienti lettori

Buon Natale

Giuseppe Di Bella

Anonimo 21 dicembre 2009   11:18
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Interessantissimo e gustoso. Una lettura dai riflessi molteplici in uno stle asciutto e policromo

'a dottò...questi sò numeri! Si legga anche le ricerche fatte da altri, legga quanto scrive Lorenzo Del Boca su "Indietro Savoia e "Maledetti Savoia"

Lei non parla degli interessi degli inglesi e dei finanziamenti da loro effettuati per la spedizione dei mille, un milione di piastre d'oro, degli interessi nelle loro propriètà in Sicilia e il modo disumano con cui trattavano i siciliani che lavoravano all'estrazione dello zolfo, appalto che Ferdinando II cercò di togliere loro per questo motivo.

Al plebiscito di Napoli votò il 2% del popolo e un bel pò di militari dell'esercito piemontese e chi votava no...erano mazzate (all'anima del plebiscito!). Citi dagli annali storici se mai c'è stato un popolo povero e arretrato liberato da qualcuno.

La verità è che il regno di Napoli era il più ricco e progredito d'Italia, diversamente un regno alla bancarotta come quello piemontese non avrebbe avuto alcun interesse a "liberarlo".

Inoltre Garibaldi 9 anni prima approdò ad Arce con 4.000 uomini, bastò la guardia civile per ricacciarli in mare, come mai a Marsala, con una guarnigione di 25.000 soldati borbonici non vi riuscirono? Forse che i vecchi generali napoletani erano corrotti? Eh...il generale Landi, quello di Calatafimi, ne sà qualcosa, ed altri come lui che fecero carriera nell'esercito piemontese.

Anonimo 21 dicembre 2009   09:45

Mi scusi, Dott. Di Bella..

 

Ma Lei é lo stesso Di Bella che ha scritto gli altri articoli sulla fine del Regno delle Due Sicilie? Guardi che tra quelli e questo vi sono contraddizioni assolutamente insanabili, e non mi riferisco solo alla posizione di Cavour giá evidenziata in altro commento.

 

La cosa piú deprecabile é il voler assegnare ai Savoia una qualche capacitá strategica o organizzativa, quando si sa benissimo che essi erano solo una pedina interamente nelle mani di Inglesi e Francesi. Lei addirittura vuole dipingere Cavour come fosse nelle mani dei Savoia!

 

Lo scontro era tra inglesi e francesi, e Cavour tra l'altro non era piemontese... a Torino in tutta la sua vita ci andó un paio di volte a fare la comparsata.

Anonimo 21 dicembre 2009   08:02

 ciao giuseppe sono maurizio ci siamo conosciuti alla pizzata di sabato .....non riesco a decifrare la tua e-mail....la mia è djohm44@yahoo.it....cosi' ti mando le foto che abbiamo fatto in pizzeria....un abbraccio ciao...

Anonimo 21 dicembre 2009   01:54

cavour, non voleva l'annessione della sicilia e del meridione, tra l'altro definiti arretrati?

la caduta del regno delle due sicilie fu un imprevisto inaspettato?

mi scusi, dott. di bella, ma stavolta, mi sà, che ha proprio toppato.

Anonimo 20 dicembre 2009   20:24

Interessantissimo e gustoso. Una lettura dai riflessi molteplici in uno stle asciutto e policromo

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