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Sicilia e Napoli: due regni in uno Stato incompiuto

di Giuseppe Di Bella
30 marzo 2010 17:50
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www.italiainformazioni.com

Nell’ambito del dibattito seguito all’articolo sul Decreto emanato il 17 maggio 1860 ad Alcamo da Giuseppe Garibaldi, Dittatore della Sicilia,

http://www.italiainformazioni.com/giornale/cultura/80014/garibaldi-alcamo-equivoco-decreto-inganna-siciliani.htm

sono riemerse le irrisolte divergenze relative ai rapporti giuridici, politici e sociali tra i due regni di Napoli e Sicilia ed alla forma istituzionale dello Stato delle Sicilie.

In particolare si è ripresentata l’antica polemica sulla unicità o dualità del Regno di Sicilia prima del 1816, determinata dalla equivoca formula “Rex utriusque Siciliae”.

 

Opinioni e documenti 

 

I commenti hanno assunto toni polemici e poi di totale contrapposizione. Sono state vibratamente esposte numerose ed estreme argomentazioni, pro e contro l’indipendenza dell’Isola e l’autonomia della sua Corona. E’ stato valicato ampiamente il limite dell’ordinaria dialettica e molti pittoreschi ed inenarrabili commenti, sono stati eliminati dalla redazione.

 

E’ opportuno ricordare che tutti abbiamo diritto di essere considerati in buona fede, almeno fino a prova contraria. Essere unionista, o separatista o duosicilianista, non indica il grado della nostra conoscenza ed esatta percezione dei fatti, né la misura della nostra onestà intellettuale, né tanto meno il possesso di una verità storica assoluta ante litteram, ma un’opinione “storico-politica” comunque rispettabile e sempre parzialmente argomentabile.

 

Al fine di contribuire ad una argomentata composizione delle diverse opinioni su questo particolare aspetto della storia dell’Isola, esaminiamo alcuni documenti e più precisamente la loro “intitolazione”, che identifica, rappresenta ed esprime, la “legittimazione” dell’Autorità da cui essi promanano, ovvero nella tecnica giuridica, “la causa del potere esercitato”.

 

L’intestazione, che fa parte della più ampia parte dei documenti ufficiali, denominata “Premessa o preambolo”, ha una valenza giuridica essenziale, perché in essa viene dichiarata espressamente la qualità giuridica e la legittimazione dell’autorità dalla quale l’atto promana. Per questi motivi, in ogni epoca, è stata posta la massima attenzione ai contenuti di questa essenziale parte degli atti di Stato.

 

Il fine dell’odierna ricerca è quello di ritrovare negli atti originali, traccia della persistenza delle due Corone ed evidenziare il nesso tra i titoli regali dinastici e quello istituzionale di “Rex utriusque Siciliae”, utilizzato in diversi momenti storici ed in particolare dalla conquista di Don Carlos Sebastian di Borbone e fino al 1816.

Cercheremo infine di delineare alcuni motivi storici del sostanziale fallimento del progetto politico di unificazione dei regni.

 

Rex Utriusque Siciliae 

 

Prima di affrontare l’argomento, risulta necessario riepilogare brevemente alcuni avvenimenti e le premesse storiche della conquista dei regni di Sicilia da parte di Don Carlos di Borbone.

 

Il titolo di Rex utriusque Siciliae è stato utilizzato, di fatto e di diritto, nelle numerose occasioni nelle quali dal 1302, ovvero dalla scissione dell’antico regno normanno di Sicilia, i due regni si sono ritrovati uniti in un unico Stato a causa di incidentali unioni personali dinastiche.

 

Considerata la persistenza delle due antiche Corone e la proclamazione nel 1816 del “Regno delle due Sicilie”, dobbiamo ritenere che questo titolo non indichi una Corona o un Regno, bensì uno Stato formato da due regni.

 

Ritroviamo infatti la dicitura “Rex utriusque Siciliae” nella proclamazione di Alfonso V d’Aragona, il magnanimo, che nel 1434 riunì nella sua persona le due corone.

Ripercorrendo le complesse vicende storiche dell’Isola, risulta chiaro, anche con riferimento ai trattati internazionali, che le due corone di Napoli e Sicilia sono rimaste autonome e distinte, anche durante quei periodi di unione personale, che li hanno formalmente unificate in unica monarchia, dinastia e Stato.

 

Lo stesso Alfonso il Magnanimo che per primo (invero lo fece formalmente anche Carlo d’Angiò in forza della formula pontificia) si fregia formalmente e sostanzialmente di tale titolo, ha piena coscienza della situazione di diritto delle corone e ricorre ad uno stratagemma: si fa adottare dalla Regina Giovanna II di Napoli, per divenire legittimamente erede di quel regno ed unirlo nella sua persona, a quello di Sicilia.

 

Ben si comprende che questa problematica ruota attorno al concetto di legittimazione. Il momento fondante del Regno di Trinacria, distinto da quello di Sicilia, è il riconoscimento del Papa intervenuto nell’ambito della pace di Caltabellotta e di quella susseguente di Catania.

 

L’evento è legittimante perché il Papa detiene il potere di creare una nuova Corona, in quanto feudatario di quelle Terre, per effetto del donativo di Costantino.

Quindi così come ha concesso nel 1130 la creazione di un Regno normanno suo vassallo, ugualmente ha il diritto/potere di enucleare da questo un nuovo regno, che per distinguersi, verrà chiamato di Trinacria.

 

Risulta evidente che la creazione per fusione di un nuovo regno, avrebbe avuto bisogno di un nuovo atto formale fondante, ad opera del Papa, almeno fino alla scoperta della falsità del Donativo.

Saranno le vicende dinastiche e l’affermazione aragonese e poi spagnola dal 1476, a determinare la “Confusione” dei Regni per le unioni personali che si sono periodicamente ripresentate, come pure, in epoca più recente, la riconquista di Carlo nel 1734, che porta i due Regni nell’orbita borbonica. Ma il Regno siciliano di Trinacria poi di Sicilia ultra, non è mai stato dichiarato decaduto ed è stato abolito formalmente e sostanzialmente, solo nel 1816.

 

Anche nei periodi di “Regno unito”, permane sempre una nettissima distinzione tra i due regni: dinastica, territoriale, amministrativa ed istituzionale: tutti i monarchi che si sono dichiarati “Rex utriusque Siciliane”, intendevano definirsi re della Sicilia continentale o citra farum (poi regno di Napoli) e della Sicilia Isola o ultra farum (ex Trinacria), non certo di una inesistente regione geografica denominata “Due Sicilie” o di un altrettanto inesistente regno dallo stesso nome, mai proclamato o legittimato fino al 1816.

 

In merito, è stato da taluni reiteratamente sostenuto che l’adozione della riemergente locuzione “Rex utriusque Siciliae” e la corrispondenza dei confini dell’antico regno normanno con quelli dei due regni di Sicilia, rappresentino elementi significativi per concludere che le “Due Sicilie” unitariamente considerate come Stato, erano la continuazione di quell’antico Regno e della sua corona.

In questo ambito l’approccio geografico è totalmente irrilevante: il dato storico determinante è la persistenza di legittimi Regni, fondati su eventi legittimanti in sede nazionale ed internazionale.

 

Coerentemente alla sussistenza delle due corone, alla morte di Alfonso, avvenuta nel 1458, secondo quanto stabilito per testamento, Napoli e la corona Angioina andranno al figlio naturale, mentre la corona Aragonese di Sicilia andrà al fratello.

 

In seguito agli eventi bellici che interessarono tutta l’Italia, la Francia e la Spagna, l'11 novembre del 1500 l’antico titolo di rex Siciliae (intendendosi quello ex normanno ed ex angioino e non già quello relativo alla corona dell’Isola, ex Trinacria, che si perpetua) viene dichiarato formalmente decaduto dal papa Alessandro VI e unito alla corona d'Aragona dando luogo al Regno di Napoli.

 

Nel periodo spagnolo, l’amministrazione dei due Regni e le rappresentanza della corona, viene affidata a Viceré diversi con sede a Napoli e Palermo.

In questa fase i regnanti di Spagna, a maggior riprova della persistenza delle suddette corone, aggiungono al loro nome proprio dinastico principale, i due numeri dinastici di competenza per i due diversi Regni di Napoli e di Sicilia.

 

La conservazione degli ordinali dinastici diversificati per Napoli e Palermo, comprova la permanenza di diritto delle due Corone, seppur di fatto tenute da un'unica dinastia.

Ancora nel 1655, Carlo II di Spagna non omette di evidenziare tra i suoi titoli, di essere anche III di Sicilia e V di Napoli.

 

La Sicilia nei trattati internazionali  

 

Inoppugnabile conferma della continuità dell’autonomia della Corona siciliana nel periodo vice regio spagnolo, si ritrova in una sequela di trattati e accordi internazionali; così nella pace di Utrecht del 1713, nell’ambito della quale l’Isola, con titolo e dignità di Regno, venne assegnata a Vittorio Amedeo II di Savoia, quale compenso per la sua partecipazione al grande conflitto europeo, innescato dalla problematica successione al trono di Spagna.

 

La sistemazione dei due regni di Napoli e Sicilia, venne confermata sia durante la Dieta imperiale di Baden, sia nella successiva Pace di Rastadt del 1714, che poneva fine alla guerra di successione spagnola, stabilendo la non unificabilità della corona di Spagna con quella francese, né con quelle di Napoli e di Sicilia. Anche durante il breve periodo austriaco asburgico, i due regni permangono nettamente divisi.

 

Ulteriore conferma della permanenza dei due regni si ritrova nella pace di Vienna del 1738. Infatti, a conclusione della Guerra di successione Polacca, venne sottoscritto tra i belligeranti un preliminare di pace, che contemplava anche il riassetto degli Stati della Penisola italiana.

 

Per effetto della pace di Vienna, l’Austria cedeva a Don Carlos di Borbone, i Presidi, “il Regno di Napoli” ed il “Regno di Sicilia” che essa aveva scambiato con il regno di Sardegna nell’ambito della Pace dell’Aja nel 1720.

 

Sia nel Preliminare di Vienna del 1735, che nel terzo Trattato del 1738, confermato dalla pace di Parigi del 1739, il Regno di Napoli ed il Regno di Sicilia vennero riconosciuti come indipendenti ed assegnati, col vincolo, ed è questo il punto focale, dell’unione personale e del legame dinastico, al ramo cadetto dei Borbone di Spagna.

Con il Trattato di Vienna ha quindi inizio, a seguito di una legittimazione internazionale, la dinastia dei Borbone di Napoli, poi Borbone delle due Sicilie dal 1816.

 

Carlo non viene “autorizzato” dal trattato ad unificare i regni e viene contemporaneamente indicato come Rex utriusque Siciliae: risulta chiaro che il titolo è relativo allo Stato delle Sicilie e che non viene creato nessun nuovo regno.

 

Estremamente significativa, per la comprensione dell’utilizzo e quindi del significato della definizione “Rex utriusque Siciliae”, è la vicenda della conquista dei regni e delle due incoronazioni di Carlo.

Questi, a seguito della battaglia di Bitonto conquista il regno di Napoli ed assume, il 10 maggio 1734, il titolo di Neapolis Rex.

 

Conquistata l’anno successivo la Sicilia, viene incoronato nella cattedrale di Palermo il 3 luglio 1735, col titolo di “Re di Sicilia” ed assume contestualmente quello di Rex utriusque Siciliae. Risulta evidente che solo la titolarità delle due Corone ora in testa a Carlo, legittima l’assunzione del titolo di Re delle Sicilie, quale capo del nuovo Stato.

 

Si noti che l'incoronazione di Carlo a re di Sicilia, avvenne con l’utilizzo di uno stratagemma politico-giuridico. Poiché il Papa non aveva ancora riconosciuto Carlo come Re di Napoli, il suo attendismo venne eluso facendo ricorso surrettiziamente all’antico privilegio dell’Apostolica Legazia di Sicilia e quindi alla riconosciuta autonomia giuridica dalla Chiesa siciliana, ma alla cerimonia, pur presenti i vescovi ed il Ciantro della Cappella Palatina, non presenziò il Legato papale.

 

Risulta determinante per una migliore visione della problematica, la circostanza che la legittimazione scaturente dagli accordi internazionali sopra citati, che prevedevano inoltre che i due regni di Sicilia non potessero essere uniti al trono di Spagna, autorizza Carlo a regnare su ambedue i regni ed a definirsi come capo dello Stato “Rex utriusque Siciliae”, ma non ad unificare i regni.

 

Si presti inoltre attenzione al fatto che la legittimazione all’unione dei regni, meglio alla formazione di una nuova originale Corona e di un nuovo Regno, deriverà esplicitamente a Ferdinando dalla restaurazione effettuata dalle grandi potenze vincitrici, nell’ambito del Congresso di Vienna.

 

Risulta essenziale per la soppressione del regno di Sicilia Isola, il placet internazionale e segnatamente quello inglese, strappato dall’Austria in nome di un nuovo equilibrio europeo. Ferdinando, alla luce delle vicende politiche e militari, non aveva molte carte da giocare su quel tavolo.

 

Ulteriore e direi conclusiva prova del fatto che la definizione “Rex utriusque Siciliae” indica la titolarità dello Stato e non di una corona, è rappresentata dal fatto che nessuno ha mai aggiunto alcun ordinale a questo titolo: non vi è mai stato un Rex utriusque Siciliae I o II.

 

L’intestazione degli atti di Stato borbonici 

 

Vediamo ora come si è articolata l’intestazione degli atti di Stato durante il periodo borbonico. Da un congruo numero di documenti esaminati, è possibile enucleare cinque periodi: 

 

1734 – 1754

Carlo: “Rex utriusque Siciliae” (Non citato alcun ordinale per il trono spagnolo di cui è erede, né quello (VII) quale re di Napoli o altro per la Sicilia). Intestazione in latino. Esiste qualche raro atto datato 1759, emesso in Sicilia prima che Ferdinando prendesse possesso del Trono, che riporta l’ordinale “III”, poiché Carlo in quell’anno diventa Re di Spagna appunto col nome di Carlo III.

  

1755 - 1799

Ferdinando: “Rex utriusque Siciliae” (Raramente citati i diversi ordinali per Napoli e Sicilia). Intestazione in latino. 

 

1799 – 1815

Ferdinando: “IV di Napoli, III di Sicilia, Re delle due Sicilie” (Sussistono anche rari documenti con la dicitura precedente). Intestazione in italiano. 

 

1812 – 1815

Ferdinando: “III di Sicilia, Re delle due Sicilie” (Sussistono contemporaneamente documenti con la dicitura precedente). Intestazione in italiano. 

 

1816 – 1860

Ferdinando I, Francesco I, Ferdinando II e Francesco II: “Re del Regno delle due Sicilie”. Intestazione in italiano.

 

Il primo documento che esaminiamo, datato 4.10.1745, è emanato da Carlo con la seguente intestazione:

 

“Carolus (Dei gratia) Rex Utriusque Siciliae, Hierusalem ec. Infans Hispaniarum, Dux Parmae, Placentiae, Castri ec. Magnus hereditarius Aetrurie princeps ec” 

 

Vediamo adesso l’intestazione di un documento emanato da Ferdinando nel 1776:

 

“Ferdinandus (Dei gratia) Rex Utriusque Siciliae, Hierusalem ec. Infans Hispaniarum, Dux Parmae, Placentiae, Castri ec. Magnus hereditarius Aetrurie princeps ec” 

 

Il terzo documento, datato 22 Settembre 1814, (Ne vediamo l'intestazione in foto) è emanato a Palermo durante il secondo esilio di Ferdinando, causato dall’occupazione napoleonica del Regno di Napoli:

 

“FERDINANDO III di Sicilia, e IV di Napoli, Re delle due Sicilie, dì Gerusalemme, Infante delle Spagne, Duca di Parma, Piacenza Castro ec. Gran Principe ereditario di Toscana ec. ec. ec. 

 

Ferdinando si professa in questo, ed in molti altri documenti emanati durante l’esilio palermitano, “III del Regno di Sicilia e IV di Napoli” aggiungendo “Re delle due Sicilie”.

Risulta evidente che Ferdinando ha piena coscienza politica ed istituzionale, dell’esistenza di due Regni e di essere titolare di due Corone autonome, detenute in unione personale dalla dinastia borbonica dal 1734: se questa coscienza non avesse, non citerebbe i suoi diversi ordinali dinastici.

 

L’aggiungere ai due titoli regali la locuzione “Re delle due Sicilie”, indica che lo Stato di cui è a capo, comprende ambedue i Regni di Sicilia.

Ne consegue che il nomen iuris “Re delle due Sicilie” indica il Capo dello Stato, ma non corrisponde in senso tecnico ad un nuovo e terzo Regno, che nascerà solo nel 1816.

 

Il quadro istituzionale appare chiaro: I Regni sono due e tali rimangono fino al 1816, lo Stato “delle due Sicilie” è provvisoriamente ed incidentalmente uno.

Se l’espressione “Re delle due sicilie” assumesse il significato della pretesa esistenza di diritto di un unico “Regno delle due Sicilie”, erede dell’antico regno normanno di Sicilia, come da qualcuno erroneamente e reiteratamente sostenuto, ne ricaveremmo la sussistenza di tre regni e di tre corone:

Una di Sicilia citra o Napoli, di cui Ferdinando si professa IV;

Una di Sicilia ultra o Isola, di cui Ferdinando si professa III;

Una dell’antico Regno normanno di Sicilia nella sua primigena estensione “Rex utriusque Siciliane”.

Ben si comprende che questa tesi è insostenibile ed incompatibile con ogni fondamento giuridico.

 

Il quarto documento è datato Palermo, 1 maggio 1812 e riporta la seguente dicitura, nella quale Ferdinando non cita più il suo ordinale dinastico per il regno di Napoli:

 

Ferdinando III, per la grazia di Dio, Re delle due Sicilie, e di Gerusalemme, Infante delle Spagne, Duca di parma, Piacenza, Castro ecc. 

 

Dopo il 1816, coerentemente all’avvenuta unificazione di diritto, l’intestazione degli atti di Stato sarà la seguente:

 

“Ferdinando I Re del Regno delle due Sicilie, di Gerusalemme …” 

 

Dal 1816 al 1860, non sono note eccezioni a questa intestazione.

 

Perché cambia nel 1799 l’intestazione degli atti 

 

A fronte dell’unicità dello Stato delle Sicilie e della dinastia regnante, la specificazione degli ordinali delle diverse Corone, risultava superflua. Era sufficiente l’indicazione “Re delle Sicilie”, ovvero di ambedue i Regni di Sicilia, o meglio dello Stato delle due Sicilie.

 

Non sussistevano motivi, almeno fino al 1799, per preoccuparsi di unificare giuridicamente ciò che formalmente appariva unico, e sostanzialmente si sapeva distante e avverso. Anzi, con riferimento alle posizioni storiche e politiche della nobiltà siciliana, l’unificazione appariva molto pericolosa (e realmente lo era, come si dimostrò).

 

Inoltre molto spesso, il mantenimento di più Corone era una decisione politica preordinata al soddisfacimento di esigenze dinastiche, come i tanti precedenti ricordavano. Tra le tante promesse non mantenute dai borbone, vi fu anche quella, più volte reiterata, di ripristinare a pieno la Corona dell’Isola ed affidarla ad uno dei Principi reali di casa Borbone, se non proprio al Re. 

 

A questo punto, è naturale chiedersi perché nel 1799 i Borbone abbiano sentito la necessità di essere più precisi nella specificazione delle due Corone e relativo ordinale.

  

Riteniamo che queste mutazioni “formale”, sia da ricondurre alla nuova situazione sostanziale dei regni e alle vicende politiche e militari in atto nello Stato delle Sicilie.

L’invasione napoleonica aveva determinato il duplice esilio di Ferdinando e della sua corte in Sicilia. La presenza di Ferdinando a Palermo sotto la invadente protezione delle armi inglesi, dava origine ad una nuova e complessa situazione di cui sopra è cenno. 

 

Ma per comprendere esattamente lo stato delle cose, è necessario considerare che in quel frangente non era prevedibile una sconfitta di Napoleone Bonaparte che sembra inarrestabile, ed infatti costituzioni e statuti votati in quest’epoca, sembrano proiettarsi in un futuro in cui continuerà il predominio francese. 

 

Non fa eccezione la Costituzione siciliana, dove la previsione che Ferdinando riconquisti il regno di Napoli serve surrettiziamente a confermare l’indipendenza siciliana.

  

Realisticamente Ferdinando, in quel frangente, ritenne verosimile che sarebbe rimasto re solo di Sicilia, e questo ci fa comprendere, da una parte il suo tentativo di colpo di Stato del 1810 e di contro, quanto egli sia rimasto “ostaggio” della nobiltà isolana e degli inglesi, due forze che minacciano concretamente e continuamente la sua sovranità, ma senza l’appoggio delle quali, si sarebbe dissolto anche questo ultimo Regno di Sicilia.

 

Appare quindi logico che ora Ferdinando senta il bisogno di specificare di essere ancora Re, pur avendo perso uno dei due regni, ovvero parte dello Stato, e dovendosi piegare alla Costituzione del 1812, che separava definitivamente la Sicilia da Napoli.

Illuminante il cambiamento dell’intestazione dal 1812, nella quale Ferdinando sembra aver perso ogni speranza di riconquistare Napoli e rinunzia a citare il suo ordinale per quel regno.

 

Per meglio percepire la situazione in cui si trovava la monarchia nel suo esilio siciliano, è utile ricordare due provvedimenti.

Il primo è un proclama di Lord Bentinck emanato a Palermo il 31 ottobre 1813, con il quale questi assume il controllo militare del Regno, al fine di garantire: “La conservazione dello Stato … la salvezza della Corona … colla forza affidata al suo comando”.

 

Il secondo inedito documento, datato Palermo 10 ottobre 1814, ci rende edotti sul fatto che i siciliani rifiutavano la moneta d’argento coniata per il regno di Napoli: “Sua Maestà ha inteso con grave rincrescimento del suo Real Animo di essersi sparsa una falsa la voce che la moneta di argento del Regno di Napoli, coniata nel tempo che la M. S. dimorava in quel Regno, non abbia libero corso in questa Capitale ed in questo Regno …”.

 

(continua - 1/2)

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Anonimo 18 giugno 2011   09:02
L'utente ha risposto al commento di alef del 18 giugno 2011. Visualizza »

Chiediamo cortesemente ai nostri affezionati commentatori di ridurre la lunghezza dei commenti per consentire ai redattori di svolgere al meglio il loro lavoro.

 

Grazie

La Redazione

I feel so much happier now I understand all this. Tnakhs!
parlagreco 11 aprile 2010   18:02
L'utente ha risposto al commento anonimo del 11 aprile 2010. Visualizza »

Egregio direttore,

Prendo atto della sua cortese risposta e condidido che qualche cosa possa "Scappare" è normale, è umano. Ma nel caso specifico purtroppo non è scappata la parolina, bensì tutto un discorso di una certa gravità ed in più occasioni.

 

Ecco il commento passato:

"Il Problema é semplice! Questi poveracci non sanno come gli finirebbé in un'eventuale scissione dall'Italia (per poveracci mi riferisco a quei mendecoatti di neo-borbonici) sanno solo ripetere le stesse fesserie quando ci sono documenti a fiumi che parlano di astio e odio dei Siciliani nei confronti del regno delle due sicilie! Ció che fa tenerezza é il vederli divincolare e cercare spazi inesistenti dove piazzare le loro stronzate! Non sono mai esistiti come popolo,perché solo un ritardato mentale puo definire Popolo quello delle due-sicilie! perché facendo cosi cancella L'identitá dei popoli che formavano quello STRAMALEDETTO STATO! Il "popolino" delle due sicilie niente era che un CONTENITORE di POPOLI cosi come lo é quello Italiano! Siccme c'é gente come il neo-borbonico che noi tutti conosciamo che non faccio nome ma sappiamo benissimomchi é perché solo lui ha il coraggio di andare a dire a PROFESSORI DI STORIA E STUDIOSI che sono Ignoranti e che PALERMO non é al livello di NAPOLI,si crea confusione! Ma non c'é da preoccuparsi,perché sono solo dei relitti storici e MENTALI! Sono dei poveri masochisti a cui a quanto pare piace prendere calci,e noi saremo sempre li pronti a darglieli! Che essi siano anche dei TRADITORI INFAMI INDEGNI E LURIDI che infangano il titolo di SICILIANI! Anzi essi per primi che da "siciliani" inneggiano al ladro e viscido borbone riceveranno il trattamento che meritano! Non avete patria,non siete nessuno e fate ribrezzo solo a nominarvi! Se uscite per strada in Sicilia a dire che Palermo deve stare con napoli VI PRENDONO A PEDATE!

 

In precedenti articoli invece i commenti passati sono di questo genere:

 

 "Ignorante di Borbonico! Messina fu distrutta dai cannoni Rigati! Il re borbone festeggió nella reggia di Caserta questo massacro! Anche i piú convinti dei borbonici oggi chiedono scusa per quel gesto scellerato nei confronti di un popolo! E tu dici che non sono mai accadute? Ma tu non sei nemmeno borbonico, sei solo un emerito ignorante! Venite a prendervi la Sicilia, troverete un comitato di accoglienza a MESSINA!

 

E ancora

 

SENZA SPENDER TROPPO FIATO CHE CON I FILO-BORBONE É SPRECATO PERCHÉ NON SONO DEGNI NEMMENO DI RESPIRARE L'ARIA CHE INQUINANO: QUANDO LA SICILIA SI STACCHERÁ DALL'ITALIA,DOVETE SOLO PROVARCI A RIMETTERE PIEDE A MESSINA! STAVOLTA DALLA CITTADELLA NON CI SARANNO GLI UFFICIALI BORBONICI,CI SARANNO I DISCENDENTI DI CHI PIÚ DI UNA VOLTA VI PRESE A CALCI! FILO-BORBONICI CHE BRUTTA RAZZA!!!

 

Si protrebbe elencarne ancora tanti, ma non è il caso, salvo notare che verosimilmente la fonte è unica.

Non credo che ospitare questa continua veemenza furiosa possa fare del bene a nessuno: nè al giornale, né alla serenità dei lettori, nè arricchisce gli argomenti trattani negli articoli.

Chi ha delle ragioni, non ha bisogno di urlare o di offendere nessuno. E' sufficiente che esponga il suo circostanziato punto di vista.

Talvolta la passione acceca la mente e la capacità di giudizio, ma non è il caso di farci trascinare tutti in un vortice di volgarità, da una sola Persona.

La pubblicazione di tali commenti, tutti indirizzati contro una parte, fa apparire una linea editoriale  schierata, anche se sono sicuro che non è così.

I più Cordiali saluti

Gentile lettore, Lei ha perfettamente ragione. Si tratta di una imperdonabile distrazione. La passione si trasforma in incivilta'. Ci sono espressioni farneticanti ed insulti gratuiti, ma - converra' - questi toni arrecano maggior danno a coloro che li usano che ai destinatari. Se non fosse cosi', dovremmo disperare. Siamo rammaricati, auspichiamo una partecipazione che svolga le argomentazioni senza sconti, se necessario, e su questo terre no vogliamo condurre quanta piu' gente possibile, anche quella non abituata al cofronto. Ci sono, come dicono i militari, danni collaterali. Speriamo di evitarli in futuro.

Anonimo 11 aprile 2010   16:06

Egregio direttore,

Prendo atto della sua cortese risposta e condidido che qualche cosa possa "Scappare" è normale, è umano. Ma nel caso specifico purtroppo non è scappata la parolina, bensì tutto un discorso di una certa gravità ed in più occasioni.

 

Ecco il commento passato:

"Il Problema é semplice! Questi poveracci non sanno come gli finirebbé in un'eventuale scissione dall'Italia (per poveracci mi riferisco a quei mendecoatti di neo-borbonici) sanno solo ripetere le stesse fesserie quando ci sono documenti a fiumi che parlano di astio e odio dei Siciliani nei confronti del regno delle due sicilie! Ció che fa tenerezza é il vederli divincolare e cercare spazi inesistenti dove piazzare le loro stronzate! Non sono mai esistiti come popolo,perché solo un ritardato mentale puo definire Popolo quello delle due-sicilie! perché facendo cosi cancella L'identitá dei popoli che formavano quello STRAMALEDETTO STATO! Il "popolino" delle due sicilie niente era che un CONTENITORE di POPOLI cosi come lo é quello Italiano! Siccme c'é gente come il neo-borbonico che noi tutti conosciamo che non faccio nome ma sappiamo benissimomchi é perché solo lui ha il coraggio di andare a dire a PROFESSORI DI STORIA E STUDIOSI che sono Ignoranti e che PALERMO non é al livello di NAPOLI,si crea confusione! Ma non c'é da preoccuparsi,perché sono solo dei relitti storici e MENTALI! Sono dei poveri masochisti a cui a quanto pare piace prendere calci,e noi saremo sempre li pronti a darglieli! Che essi siano anche dei TRADITORI INFAMI INDEGNI E LURIDI che infangano il titolo di SICILIANI! Anzi essi per primi che da "siciliani" inneggiano al ladro e viscido borbone riceveranno il trattamento che meritano! Non avete patria,non siete nessuno e fate ribrezzo solo a nominarvi! Se uscite per strada in Sicilia a dire che Palermo deve stare con napoli VI PRENDONO A PEDATE!

 

In precedenti articoli invece i commenti passati sono di questo genere:

 

 "Ignorante di Borbonico! Messina fu distrutta dai cannoni Rigati! Il re borbone festeggió nella reggia di Caserta questo massacro! Anche i piú convinti dei borbonici oggi chiedono scusa per quel gesto scellerato nei confronti di un popolo! E tu dici che non sono mai accadute? Ma tu non sei nemmeno borbonico, sei solo un emerito ignorante! Venite a prendervi la Sicilia, troverete un comitato di accoglienza a MESSINA!

 

E ancora

 

SENZA SPENDER TROPPO FIATO CHE CON I FILO-BORBONE É SPRECATO PERCHÉ NON SONO DEGNI NEMMENO DI RESPIRARE L'ARIA CHE INQUINANO: QUANDO LA SICILIA SI STACCHERÁ DALL'ITALIA,DOVETE SOLO PROVARCI A RIMETTERE PIEDE A MESSINA! STAVOLTA DALLA CITTADELLA NON CI SARANNO GLI UFFICIALI BORBONICI,CI SARANNO I DISCENDENTI DI CHI PIÚ DI UNA VOLTA VI PRESE A CALCI! FILO-BORBONICI CHE BRUTTA RAZZA!!!

 

Si protrebbe elencarne ancora tanti, ma non è il caso, salvo notare che verosimilmente la fonte è unica.

Non credo che ospitare questa continua veemenza furiosa possa fare del bene a nessuno: nè al giornale, né alla serenità dei lettori, nè arricchisce gli argomenti trattani negli articoli.

Chi ha delle ragioni, non ha bisogno di urlare o di offendere nessuno. E' sufficiente che esponga il suo circostanziato punto di vista.

Talvolta la passione acceca la mente e la capacità di giudizio, ma non è il caso di farci trascinare tutti in un vortice di volgarità, da una sola Persona.

La pubblicazione di tali commenti, tutti indirizzati contro una parte, fa apparire una linea editoriale  schierata, anche se sono sicuro che non è così.

I più Cordiali saluti

parlagreco 11 aprile 2010   14:52
L'utente ha risposto al commento anonimo del 11 aprile 2010. Visualizza »

Spett.le Redazione di Sicliainformazioni,

Fino a poco tempo fa, su questo giornale i commenti volgari e offensivi non venivano pubblicati. Ora si. E' cambiata qualche cosa? Posso anche io offendere chi voglio?

Attendo una risposta, ma prima di rispondere, sarà il caso di leggere sotto ciò che è stato "passato" e pubblicato.

Ringrazio anticipatamente per la Vostra risposta e porgo

Cordiali Saluti

 Gentile lettore, non sappiamo a quale commento Lei si riferisca, sappiamo di venire rimproverati di qualcosa e del suo contrario. C'e' chi ritiene che censuriamo, c'e' chi, come lei, legittimamente, ritiene che si dia ospitalita' a chi non lo merita. Quello dei redattori incaricati di filtrare i commenti e' un mestiere, ci creda, proibitivo. Talvolta, ovviamente, si sbaglia, l'importante e', come in tutte le cose, di non fare di ogni erba un fascio. Non abbiamo modificato affatto la nostra linea che e' di intransigente rifiuto di ogni volgarita' o insulto. Speriamo di sbagliare di meno, ma se cio' accade, auspichiamo di essere giudicati con indulgenza. Saluti

Anonimo 11 aprile 2010   12:44

Spett.le Redazione di Sicliainformazioni,

Fino a poco tempo fa, su questo giornale i commenti volgari e offensivi non venivano pubblicati. Ora si. E' cambiata qualche cosa? Posso anche io offendere chi voglio?

Attendo una risposta, ma prima di rispondere, sarà il caso di leggere sotto ciò che è stato "passato" e pubblicato.

Ringrazio anticipatamente per la Vostra risposta e porgo

Cordiali Saluti

alef 08 aprile 2010   15:27

Chiediamo cortesemente ai nostri affezionati commentatori di ridurre la lunghezza dei commenti per consentire ai redattori di svolgere al meglio il loro lavoro.

 

Grazie

La Redazione

Anonimo 08 aprile 2010   15:23

TUTO FONDAMENTALE
DEL REGNO DI SICILIA

 


Decretato il giorno 10 luglio 1848
Dal generale parlamento



Titolo I
RELIGIONE, INDIPENDENZA, SOVRANITÀ

art. 1 - La religione dello Stato è la cattolica, apostolica romana.       
            Quando il re non vorrà professarla sarà ipso facto decaduto.

art. 2 - La Sicilia sarà sempre Stato indipendente.     
            Il re dei Siciliani non potrà regnare o governare su verun altro paese. Ciò avvenendo sarà decaduto ipso facto.           
            La sola accettazione di un altro principato o governo lo farà anche incorrere ipso facto nella decadenza.

art. 3 - La sovranità risiede nella università dei cittadini siciliani: niuna classe, niun individuo può attribuirsene l'esercizio. Il poteri dello Stato sono delegati e distinti secondo il presente statuto.



Titolo II
POTERE LEGISLATIVO

art. 4 - Il potere di far leggi, interpretarle e derogare ad esse appartiene esclusivamente al parlamento.

art. 5 - Il parlamento composto da rappresentanti del popolo, è diviso in due camere, dette l'una dei deputati, e l'altra dei senatori.



Capo I
Elezioni e rappresentanza

art. 6 - Tutti i cittadini che abbiano compiuti gli anni 21, e che sappiano leggere e scrivere, sono elettori nel luogo del proprio domicilio, o dove abitano da tre mesi.

art. 7 - Non sono elettori: 1) i soldati delle truppe di terra e di mare; 2) i regolari; 3) i condannati per delitti, durante la pena; 4) i condannati per delitti di furto, frode, calunnia o falsa testimonianza sino a due anni dopo l'espiazione della pena; 5) i condannati per misfatti, sino alla riabilitazione.

art. 8 - Possono essere deputati, purché abbiano compiuti gli anni 25: 1) i professori delle università, de' licei e de' collegii; 2) i membri dell'istituto d'incoraggiamento, delle società e delle commissioni economiche del regno; 3) i membri delle accademie letterarie, scientifiche ed artistiche del regno; 4) i dottori e licenziati in qualunque facoltà; 5) coloro che dall'esercizio d'una professione scientifica ricavano un emolumento di once 18 annuali; 6) i commercianti con case e stabilimenti di commercio; 7) i professori di arti liberali; 8) i proprietari d'una rendita perpetua o vitalizia di once diciotto annuali.

art. 9 - Possono essere senatori, purché abbiano compiuti gli anni trentacinque: 1) i già presidenti e vice-presidenti della camera dei deputati; 2) coloro che per due legislature sono stati deputati; 3) i già ministri, ambasciatori e plenipotenziarii costituzionali; 4) i già direttori di ministero costituzionale; 5) il giudice della monarchia, i vescovi, arcivescovi, archimandrita di Messina, abate di Santa Lucia, siciliani; 6) i professori delle Università; 7) i socii dell'instituto d'incoraggiamento; 8) coloro che dall'esercizio d'una professione scientifica ricavano un emolumento di once duecento annuali; 9) i proprietari d'un'annua rendita perpetua o vitalizia di once cinquecento annuali.

art. 10 - Non possono essere deputati né senatori: 1) i ministri o direttori di ministero in esercizio; 2) i magistrati e gl'impiegati dell'ordine giudiziario in esercizio; 3) i funzionarii e gl'impiegati dei ministeri e d'ogni ramo d'amministrazione dello Stato; 4) gli uffiziali e soldati delle truppe di terra e di mare; 5) coloro che hanno cariche ed uffici di corte e gli impiegati di casa reale; 6) coloro che godono pensioni amovibili dal potere esecutivo; 7) i regolari; 8) gli analfabeti; 9) i debitori morosi dello Stato o dei Comuni; 10) gli accusati per misfatti, finché non tornino in libertà assoluta; 11) i condannati per delitti durante la pena; 12) i condannati per delitti di furto, frode, falsità, calunnia o falsa testimonianza fino a due anni dopo la espiazione della pena; 13) i condannati per misfatti sino alla riabilitazione.        
            Le incompatibilità previste dai paragrafi 1, 2, 3, 4, 5, e 8 non avranno vigore nel solo caso che l'impiegato o funzionario eletto a rappresentante nell'una o nell'altra camera rinunzi al suo ufficio pria di sedere in parlamento.

art. 11 - Per ogni comune di 6.000 abitanti sarà scelto un deputato.  
            Per ogni comune di 18.000 due.          
            Per ogni comune capo-luogo di circondario, sebbene non abbia la popolazione di seimila abitanti, sarà scelto un rappresentante.           
            Dalle università degli studi di Catania e Messina sarà scelto un rappresentante per ciascuna, e due da quella di Palermo.         
            Da' comuni che sceglievano rappresentanti per la costituzione del 1812, quantunque non abbiano la popolazione richiesta dal presente articolo, e non siano capo-luoghi di circondario, sarà scelta il numero di rappresentanti stabilito dalla costituzione del 1812. 
            Per tutt'altri comuni sono formate tante associazioni di 8.500 abitanti, da ciascuna delle quali sarà scelto un deputato secondo l'apposito regolamento.
            Dal comune di Palermo ne verranno scelti 10; da quei di Messina e Catania 5 per ognuno.
            Dall'isola di Lipari due.

art. 12 - I senatori saranno 120; si eleggeranno dalle associazioni distrettuali in proporzione degli abitanti d'ogni distretto. Dei senatori del distretto di Messina, uno sarà eletto dagli elettori dell'isola di Lipari e sue adiacenze.

art. 13 - L'ufficio dei deputati durerà per due anni; quello dei senatori per sei.           
            Gli uni e gli altri potranno essere rieletti.

art. 14 - I deputati e i senatori, durante il loro ufficio e per due anni dopo, non potranno accettare benefizii, cappellanie, cariche o impieghi, il cui conferimento appartiene al potere esecutivo. Potranno essere eletti ministri, restando sospesi dalla funzione di deputato o senatore, durante tale carica.

art. 15 - Potranno i comuni concedere ai rappresentanti, pel periodo delle sessioni, una indennità non eccedente tarì venti al giorno, tranne a coloro che risiedono nella capitale.

art. 16 - Sarà proibito a truppa di qualunque sorta di risedere in quei luoghi in cui si danno le elezioni. Se vi si troverà forza armata di ordinaria guarnigione, menoché il servizio del giorno puramente necessario, dovrà questa allontanarsi almeno alla distanza di due miglia otto giorni prima, e ritornare otto giorni dopo le elezioni.

art. 17 - I membri del parlamento sono inviolabili per tutto ciò che avranno detto, scritto o votato nell'esercizio delle loro funzioni. Qualunque magistrato attenti a tale inviolabilità sarà destituito ed esiliato dal regno per anni dieci. Il re non potrà mai fargli grazia.
           Nessun senatore o deputato, durante la sessione e per un mese antecedente e susseguente, potrà essere arrestato senza permesso della camera cui appartiene, tranne il caso di flagranza.

art. 18 - I membri del parlamento rappresentano l'intiera Sicilia, non i comuni o distretti particolari dai quali sono eletti.



Capo II
Del parlamento

art. 19 - Il parlamento si riunirà di diritto in Palermo il 12 di gennaio di ogni anno. Alla solenne apertura, che avrà luogo nella chiesa di S. Domenico, il re interverrà personalmente o per mezzo di un suo delegato.       
            Potrà il re, al bisogno, straordinariamente convocarlo.

art. 20 - La carriera dei deputati è legalmente costituita con la presenza di sessanta, e quella dei senatori con trenta componenti.    
            Le deliberazioni saranno prese a maggioranza assoluta. Il presidente avrà voto nel solo caso di parità.

art. 21 - Ciascuna Camera verifica i poteri dei suoi membri, e ne giudica.

art. 22 - Ogni sessione parlamentaria avrà la durata di tre mesi: potrà dalla camera essere di accordo prolungata.

art. 23 - La sessione delle due camere sarà contemporanea.

art. 24 - Le sedute saranno pubbliche. Ciascuna camera si unirà in comitato segreto sulla richiesta di 5 membri. La camera deciderà in seguito se la seduta debba riaprirsi al pubblico.

art. 25 - Ciascuna camera avrà un regolamento per l'esercizio delle sue funzioni.

art. 26 - L'iniziativa della legge appartiene ad ambe le camere. Ogni camera ha il diritto di assentire, dissentire o proporre modificazioni alla legge votata dall'altra camera.       
            Nessun progetto sarà legge ove non sia consentito da ambe le camere.

art. 27 - Nel caso che le due camere siano d'accordo in alcuni punti e discordi in altri dello stesso progetto di legge, potranno deputare un numero eguale de' rispettivi membri perché sedendo insieme procurino conciliare le differenze, e ridurre le camere alla conformità dei voti. Il nuovo progetto sarà recato alla discussione delle camere. Una proposta definitivamente rigettata non può riprodursi che alla nuova sessione.

art. 28 - Le leggi relative alle entrate e spese dello Stato, ed al quantitativo dell'esercito e dell'armata, dovranno iniziarsi esclusivamente nella camera dei deputati.        
            La camera de' senatori avrà solamente il diritto di assentire o dissentire, senza farvi modificazioni.

art. 29 - Ciascuno de' membri del parlamento ha diritto di proporre leggi. Ogni cittadino ha facoltà di presentare in suo nome, ma solo in iscritto, petizioni e progetti per mezzo de' componenti la camera. I ministri possono presentare e discutere progetti di legge.

art. 30 - La legge fatta dal parlamento sarà nello spazio di trenta giorni promulgata dal re, o con apposite osservazioni rimandata al parlamento.  
            Quante volte nella sessione immediata a quella in cui la legge fu fatta, il parlamento vi persista, il re fra quindici giorni dovrà necessariamente promulgarla.

art. 31 - Appartiene a ciascuna camera il diritto di fare rimostranze e indirizzi per qualunque atto del potere esecutivo.

art. 32 - Ciascuna camera avrà il diritto di ordinare l'arresto di chiunque l'abbia oltraggiata, giudicarlo e punirlo; potrà invece, se lo crede, inviarlo a' magistrati ordinari per subire il competente giudizio.

art. 33 - La camera de' deputati si rinnoverà per intero, quella dei senatori per terzo, in ogni biennio.
            Le camere non possono essere disciolte, né sospese dal re.



Titolo III
POTERE ESECUTIVO

art. 34 - Il potere esecutivo sarà esercitato dal re per mezzo dei ministri responsabili, ed eletti da lui.



Capo I
Del Re

art. 35 - La persona del re è inviolabile.

art. 36 - I poteri conferiti al re dalla costituzione si trasmettono per successione.        
            La sola discendenza del primo re potrà regnare in Sicilia, morendo egli senza discendenti maschi, o pure estinta la di costoro linea discendenza maschile, la nazione sceglierà la novella dinastia.
            La successione al reame di Sicilia sarà sempre regolata con ordine di primogenitura agnatizia tra i discendenti maschi del re con diritto di rappresentazione; in modo che i figli del primogenito predefunto escluderanno lo zio secondogenito vivente, e così di seguito. Sono perpetuamente ed in tutti i casi escluse le femmine, ed i loro discendenti anche maschi.           
            Morto un re senza discendenti maschi, succederà il fratello secondogenito, ed in difetto i di costui discendenti maschi, collo stesso ordine di primogenitura agnatizia.  
            Estinta la di costui linea maschile, succederà quella del terzogenito, e così di seguito; ben inteso però che in ogni caso di successione collaterale, dovrà sempre darsi la preferenza alla linea ingressa e di qualità più prossima all'ultimo defunto re.

art. 37 - Tutte le quistioni di successione saranno decise dal parlamento.

art. 38 - In mancanza di legittimi successori nell'ordine come sopra stabilito, la nazione eleggerà il nuovo re.

art. 39 - Gli atti dello stato civile della famiglia reale saranno ricevuti nella forma comune dall'intiero magistrato municipale del luogo ove si celebrano; una copia di essi sarà depositata nell'archivio dello stato.

art. 40 - Alla morte del re l'immediato successore assumerà il governo del regno. Dovrà però farsi riconoscere dal parlamento e presterà il giuramento alle camere riunite nel duomo di Palermo, e nelle mani dell'arcivescovo. Se la sessione del parlamento non trovisi aperta, deesi fra un mese convocare.          
            Le parole del giuramento sono:
            "Io... re dei Siciliani giuro e prometto innanzi a Dio, e per questi santi Evangelii, di osservare e far osservare la costituzione del regno di Sicilia, in virtù della quale sono chiamato a regnare".

art. 41 - L'istruzione del re minore sarà regolata dal parlamento. La Maggiore età del re è fissata a 18 anni compiti: appena giuntovi, presterà il giuramento nei modi e colle condizioni prescritte nell'articolo precedente.

art. 42 - L'incapacità del re per difetto intellettuale sarà giudicata dal parlamento e dichiarata con un decreto.

art. 43 - Nei casi di minor età, imbecillità del re o vacanza di trono, appartiene al parlamento istituire la reggenza.

art. 44 - Se il parlamento non vi abbia provveduto, e le camere non sieno riunite, si formerà di diritto una reggenza provvisoria composta dall'arcivescovo di Palermo, da' due presidenti delle camere, o da coloro che lo furono nell'ultima sessione, e dal presidente del primo magistrato giudiziario del regno.

art. 45 - Il parlamento fisserà, ad ogni caso di successione, la lista Civile da durare per tutta la vita del re.

art. 46 - Alla morte del re il parlamento, nel fissare la lista civile del successore, provvederà al mantenimento della regina vedova.

art. 47 - Il re e tutti i successibili al trono non potranno contrarre matrimonio senza il consenso del parlamento.

art. 48 - Come qualunque cittadino, nei negozi civili, il re è sottoposto alle leggi di privato diritto. La lista civile è immune da ogni azione.

art. 49 - I principi e le principesse sono sottoposti alla regola di privato diritto, come tutti i Siciliani.

art. 50 - Il re non potrà per qualsiasi cagione allontanarsi dal regno senza il consenso del parlamento, il quale non potrà accordarlo che per un termine fisso.
            Il re che abbandonasse il regno senza un tale consenso o prolungasse la sua dimora fuori dell'isola al di là del termine prefisso, non avrà più diritto a regnare: il suo successore, ove ne abbia, salirà al trono, o la nazione eleggerà il nuovo re.

art. 51 - Non potrà il re esercitare alcuno dei poteri delegati a lui dalla costituzione senza consultare il consiglio dei ministri.

art. 52 - Niun ordine del re sarà eseguito se non sottoscritto da un ministro.

art. 53 - Il re rappresenterà la Sicilia nei rapporti colle altre potenze.

art. 54 - Egli ha il diritto di coniare monete, conformandosi alla legge, facendovi imprimere la sua effige da un lato, dall'altro lo stemma della Sicilia.

art. 55 - Potrà intimare la guerra e conchiudere la pace; e come la sicurezza e l'interesse dello stato il permetteranno, ne darà comunicazione al parlamento.

art. 56 - Potrà conchiudere trattati di alleanza e di commercio, i quali non avranno effetto senza l'assenso del parlamento.

art. 57 - Non potrà introdurre né tenere nel regno altre truppe e forze di terra e di mare, se non quelle per le quali avrà ottenuto il consenso del parlamento.

art. 58 - Conferirà il comando e tutti i gradi militari delle forze di terra e di mare giusta la legge: salvo quel che è stabilito per la guardia nazionale.

art. 59 - Eleggerà gli ambasciatori e gli altri agenti diplomatici.

art. 60 - Provvederà le magistrature e tutte le cariche ed uffici amministrativi dello stato, secondo le leggi particolari.

art. 61 - Eserciterà tutti i diritti che per la legazia apostolica appartengono alla monarchia di Sicilia.

art. 62 - Presenterà a tutti i beneficii ecclesiastici di patronato nazionale, ai quali è annessa cura di anime, e provvederà a tutt'altre nomine ecclesiastiche secondo le leggi.

art. 63 - Potrà far grazia, attenuare, commutare, condonare le pene, tranne i casi eccettuati dalla costituzione, e salve sempre le azioni civili. L'atto di grazia sarà motivato e reso pubblico.

art. 64 - Il re, a peso della lista civile, potrà istituire quegli ufficii di corte che riputerà convenienti al servizio e decoro della sua casa. 
            Essi saranno incompatibili con qualsiasi carico od uffizio dello stato: non daranno privilegio di sorta, né preminenza o distinzione di grado sugli altri.

art. 65 - Il re nell'istituzione degli ufficii di corte non potrà stabilire condizioni di classi o di ceti, né categorie dentro le quali abbiano a conferirsi.

art. 66 - Il re non ha altri poteri al di là di quelli conferitigli dallo statuto.         
            Egli si intitolerà Re dei Siciliani per la costituzione del Regno.



Capo II
De' ministri

art. 67 - Al re solo appartiene la elezione o revocazione dei ministri.

art. 68 - I ministri sono risponsabili. Essi potranno esser processati e puniti ne' casi e modi stabiliti dall'apposita legge. Potrà il parlamento domandar conto de' loro atti, sottoporli a giudizio e punirli. 
            Il re non potrà loro far grazia attenuando, commutando o condonando la pena.

art. 69 - L'ordine del re, verbale o iscritto, non potrà in alcun caso sottrarre il ministro dalla responsabilità.

art. 70 - I ministri devono render conto in ogni anno al parlamento delle spese, e proporranno lo stato preventivo dei bisogni del loro ripartimento. Quello della finanza renderà il conto dell'entrate e delle spese pubbliche, e proporrà il bilancio preventivo per l'anno seguente.



Titolo IV
DEL POTERE GIUDIZIARIO

art. 71 - Il potere giudiziario sarà esercitato dai magistrati istituiti dalla legge ed eletti dal re.   
            La legge non costituirà che soli magistrati e giurisdizioni ordinarie, così civili, che criminali, salvo le giurisdizioni ecclesiastiche secondo la disciplina della chiesa di Sicilia, e le giurisdizioni militari per i reati e le persone militari, e per le altre da leggi speciali espressamente sottoposte allo statuto penale militare e salvo i giudizi per giurati nelle materie in cui saranno stabiliti dal parlamento.           
            Il giudizio per giurati è stabilito in tutte le materie criminali, e pei delitti politici o commessi per mezzo della stampa. Per tali delitti al solo giurì appartiene pronunziare anche pei danni ed interessi.
            Nessun cittadino potrà ricusarsi di esser giudice nei giudizi di fatto.

art. 72 - Il potere giudiziario nell'esercizio, delle sue funzioni sarà indipendente. I giudici saranno sottoposti a giudizio a' termini della legge, e senza bisogno di autorizzazione.
            La udienze de' magistrati dell'ordine giudiziario sono publiche.

art. 73 - L'alta corte del parlamento è composta dalla camera dei deputati, che accusa, e da quella dei senatori che giudica.

art. 74 - Sono giudicabili dall'alta corte del parlamento, per tutti i fatti relativi all'esercizio delle loro funzioni, i ministri ed i magistrati supremi dello Stato, secondo la legge che ne stabilisce le forme e le classi.

art. 75 - La giustizia sarà sempre amministrata in nome della legge.    
            L'esecuzione sarà ordinata in nome della legge e del re.



Titolo V
DI ALTRE ISTITUZIONI COSTITUZIONALI

art. 76 - La guardia nazionale è una istituzione essenzialmente costituzionale. Gli ufficiali saranno scelti dalla stessa guardia. Essa sarà ordinata da un'apposita legge.

art. 77 - La guardia nazionale non potrà essere giammai disciolta né sospesa dal potere esecutivo.

art. 78 - I forti di ogni città del regno saranno affidati alla custodia della guardia nazionale.
            Le truppe in linea potranno essere richieste dal comandante locale della guardia nazionale per prestare nelle fortificazioni dello stato quel servizio che essa crederà necessario.

art. 79 - La truppa nazionale di qualunque arma non potrà in tempo di pace eccedere il sesto della guardia nazionale di tutto il regno.

art. 80 - I Municipii, in ciò che concerne l'azienda del proprio comune, si amministreranno da sé con quelle libertà che saranno garantite e regolate da una legge speciale.
            Nessun cittadino può ricusare gli ufficii municipali gratuiti nel municipio al quale appartiene.

art. 81 - La publica salute sarà affidata ad un supremo magistrato di salute, indipendente da qualunque potere nell'esercizio delle sue funzioni. Una legge speciale ne ordinerà i poteri, e darà le norme per bene esercitarli.

 

Titolo VI
DE' SICILIANI E DE' LORO DIRITTI

art. 82 - La qualità di Siciliani si acquista e si perde nei modi prescritti dalle leggi civili.
            La naturalizzazione non potrà concedersi che in virtù della legge.

art. 83 - I Siciliani sono tutti uguali innanzi alla legge. Essi soli e senza altra distinzione che il merito e la capacità, sono ammessi agli uffizii, a beneficii ed alle pensioni di qualunque natura e grado.

art. 84 - Un solo ordine nazionale di merito sarà stabilito come semplice designazione alla publica stima.       
            Non vi sarà ammessa alcuna precedenza e privilegio.  
            Nessun altro ordine precedente è riconosciuto.

art. 85 - Nessun cittadino potrà essere giudicato se non in vigore di una legge promulgata pria del fatto che dà luogo al procedimento, e per un regolare giudizio reso dal magistrato competente.

art. 86 - Il domicilio del cittadino è inviolabile. L'autorità publica non potrà penetrarvi per investigazioni, che nei casi stabiliti e con le forme ordinate dalla legge.

art. 87 - Nessun cittadino può essere arrestato fuori i casi stabiliti e senza le forme ordinate dalla legge. Ciascuno ha il diritto di resistenza contro ogni publico uffiziale che volesse arrestarlo, o con vie di fatto o minacce usargli violenza.

art. 88 - La parola e la stampa sono libere. I reati commessi per mezzo della parola e della stampa saranno puniti secondo la legge.

art. 89 - L'insegnamento è libero. Il pubblico insegnamento sarà gratuito e regolato da apposita legge.

art. 90 - Il secreto delle lettere è inviolabile.

art. 91 - I cittadini hanno diritto di adunarsi pacificamente e senza armi, per privata o pubblica utilità, senza permesso alcuno, salvo l'applicazione delle leggi penali pei reati che si commettessero per l'abuso di questo diritto.

art. 92 - Niuno può essere privato della sua proprietà se non per causa di utilità pubblica, ne' casi e coi modi stabiliti dalla legge e mediante giusto precedente compenso.

art. 93 - Tutto ciò che non è proibito da una legge è permesso. Le leggi che restringono il libero esercizio dei diritti del cittadino non si estendono al di là dei tempi e dei casi in esse espressi.



Titolo VII
DELLA REVISIONE DELLO STATUTO

art. 94 - Nessun articolo dello statuto potrà essere modificato se non dopo una dichiarazione del parlamento che proponga la riforma a farsi; in tal caso il parlamento resterà disciolto per riunirsi dopo una nuova elezione.      
            Tanto la deliberazione che propone la riforma, quanto quella del nuovo parlamento, non saranno efficaci se non prese col concorso di due terzi dei votanti presenti di ciascuna camera.



Titolo VIII
DISPOSIZIONI TRANSITORIE

art. 95 - Nella prima sessione i senatori si divideranno a sorte in tre classi. La prima durerà per due anni, la seconda per quattro, la terza per sei.

art. 96 - Saranno chiamati, durante la loro vita, a far parte del senato, oltre il numero dei 120, quei pari temporali che siedono per la costituzione del 1812, e che il giorno 13 aprile firmarono personalmente l'atto di decadenza.

art. 97 - Niun senatore potrà farsi rappresentare da procura.

LA SICILIA SARÁ PER SEMPRE STAO INDIPENDENTE!

Anonimo 08 aprile 2010   15:11
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Amico,

il tipo cui tu dai l'accia per ruttare o è ignorante o fa finta di esserlo per "dimostrare" il suo teorema. In realtà dimostra sempre e solo la sua supponenza. La Sicilia araba non ebbe quasi mai emiri nominati dal Nordafrica ma eletti dalla colonia in un primo tempo ed ereditari (dinastia kalbita) in un secondo tempo. L'autorità degli emiri di Kairuan e poi dei Califfi Fatimidi fu quasi sempre nominale (tranne il breve periodo dell'emiro Ibrahim, che infatti non nominò emiri ma solo funzionari nell'isola). Nel secondo emirato, quello dinastico, a un certo punto gli emiri si proclamarono "malak", cioè re e non più principi, traducendo in italiano, cioè Re di Sicilia come i loro predecessori antichi e i loro successori Altavilla.

E infine la presenza di più emiri è attestata soltanto negli ultimi 40/50 anni dell'epoca saracena quando la Sicilia araba piombò in quella guerra civile che portò alla venuta del Conte Ruggero I.

Ma non puoi parlare con un sordo. Solo dimostrare ai lettori la sua plateale disinformazione.

Il Problema é semplice! Questi poveracci non sanno come gli finirebbé in un'eventuale scissione dall'Italia (per poveracci mi riferisco a quei mendecoatti di neo-borbonici) sanno solo ripetere le stesse fesserie quando ci sono documenti a fiumi che parlano di astio e odio dei Siciliani nei confronti del regno delle due sicilie! Ció che fa tenerezza é il vederli divincolare e cercare spazi inesistenti dove piazzare le loro stronzate! Non sono mai esistiti come popolo,perché solo un ritardato mentale puo definire Popolo quello delle due-sicilie! perché facendo cosi cancella L'identitá dei popoli che formavano quello STRAMALEDETTO STATO! Il "popolino" delle due sicilie niente era che un CONTENITORE di POPOLI cosi come lo é quello Italiano! Siccme c'é gente come il neo-borbonico che noi tutti conosciamo che non faccio nome ma sappiamo benissimomchi é perché solo lui ha il coraggio di andare a dire a PROFESSORI DI STORIA E STUDIOSI che sono Ignoranti e che PALERMO non é al livello di NAPOLI,si crea confusione! Ma non c'é da preoccuparsi,perché sono solo dei relitti storici e MENTALI! Sono dei poveri masochisti a cui a quanto pare piace prendere calci,e noi saremo sempre li pronti a darglieli! Che essi siano anche dei TRADITORI INFAMI INDEGNI E LURIDI che infangano il titolo di SICILIANI! Anzi essi per primi che da "siciliani" inneggiano al ladro e viscido borbone riceveranno il trattamento che meritano! Non avete patria,non siete nessuno e fate ribrezzo solo a nominarvi! Se uscite per strada in Sicilia a dire che Palermo deve stare con napoli VI PRENDONO A PEDATE!

Anonimo 08 aprile 2010   13:28
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

l'emirato era uno Stato e l'emiro era il Capo dello Stato!

 

Ignorante, o peggio, neoborbonico!

Amico,

il tipo cui tu dai l'accia per ruttare o è ignorante o fa finta di esserlo per "dimostrare" il suo teorema. In realtà dimostra sempre e solo la sua supponenza. La Sicilia araba non ebbe quasi mai emiri nominati dal Nordafrica ma eletti dalla colonia in un primo tempo ed ereditari (dinastia kalbita) in un secondo tempo. L'autorità degli emiri di Kairuan e poi dei Califfi Fatimidi fu quasi sempre nominale (tranne il breve periodo dell'emiro Ibrahim, che infatti non nominò emiri ma solo funzionari nell'isola). Nel secondo emirato, quello dinastico, a un certo punto gli emiri si proclamarono "malak", cioè re e non più principi, traducendo in italiano, cioè Re di Sicilia come i loro predecessori antichi e i loro successori Altavilla.

E infine la presenza di più emiri è attestata soltanto negli ultimi 40/50 anni dell'epoca saracena quando la Sicilia araba piombò in quella guerra civile che portò alla venuta del Conte Ruggero I.

Ma non puoi parlare con un sordo. Solo dimostrare ai lettori la sua plateale disinformazione.

Anonimo 08 aprile 2010   12:44
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

l'emirato era uno Stato e l'emiro era il Capo dello Stato!

 

Ignorante, o peggio, neoborbonico!

Un capo di stato che viene nominato in Egitto?Ai tempi del Gran Califfato non penso avessero idea di cosa fosse uno Stato, soprattutto quegli emiri delle provincie siciliane che si facevano le guerre tra di loro.

 

Anonimo 08 aprile 2010   03:32
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Uno stato dove gli emiri delle varie città siciliane si facevano la guerra tra di loro?Dove gli emiri venivano nominati dal Gran Califfo che stava in Africa?

l'emirato era uno Stato e l'emiro era il Capo dello Stato!

 

Ignorante, o peggio, neoborbonico!

Anonimo 07 aprile 2010   16:01
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prima del 1139 la sicilia non era uno Stato? e l'Emirato di Sicilia allora cos'è?

Uno stato dove gli emiri delle varie città siciliane si facevano la guerra tra di loro?Dove gli emiri venivano nominati dal Gran Califfo che stava in Africa?

Anonimo 07 aprile 2010   01:27
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L'articolo 104 degli atti del Congresso di Vienna riporta chiaramente "Regno delle Due Sicilie" e non genericamente "Due Sicilie"

 

"Ristabilimento del Re Ferdinando IV a Napoli.

104. S. M. il Re Ferdinando IV è ristabilito tanto per se , che per i suoi eredi , e successori , sul trono di Napoli , e riconosciuto dalle Potenze come Re del Regno delle due Sicile."

 

Sulla Costituzione del 1812, c'è da dire che Ferdinando di Borbone fu costretto alla firma, in quanto non in possesso appieno delle sue facoltà di Monarca. Nel 1811 non c'era una costituzione che rendesse costituzionale quel Regno, che invece era assoggettato ad una monarchia di tipo assoluto.(Il Re può concedere la Costituzione al Parlamento, ma non spetta a questo discutere sulla validità o meno della Monarchia)

 

Gli inglesi avevano preparato ad hoc quella Costituzione per scippare la Sicilia ai Borbone, null'altro.

La prova che Ferdinando non era nel pieno delle sue facoltà di Re (ma più un prigioniero in casa) fu l'umiliazione dell'esilio di sua moglie, la Regina Maria Carolina, voluto dagli inglesi.

 

Certo difficile è il terreno della legittimità, ma ciò che è illegittimo non dura in eterno, così come le ingiustizie e le prevaricazioni.

 

Però non si può obiettare sulla legittimità delle dinastie.

A tal proposito i Borbone, sono i legittimi discendenti dei Normanni e non per la via angioina, ma per quella aragonese.

 

E non è un caso che la dinastia angioina ad un certo punto termina e non solo la Sicilia, ma anche Napoli ritorna agli aragonesi.

 

Prima del 1139 la Sicilia non era uno Stato, ma un 'espressione geografica. I Normanni furono i primi a fare della Sicilia uno Stato, tutti gli altri se l'erano divisa. Ecco perchè il 1139 rappresenta l'anno 0 per lo Stato e per la Monarchia che lo governa.

prima del 1139 la sicilia non era uno Stato? e l'Emirato di Sicilia allora cos'è?

Anonimo 07 aprile 2010   01:26
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Prova "ideali romantici" chi afferma che i siciliani, di Napoli non ne hanno mai voluto sapere nulla.

(forse lei e qualcun altro..)

 

Probabilmente lei non sa che se non fosse stato per un napoletano (Giovanni da Procida) il Vespro non sarebbe mai potuto iniziare ne essere vinto.

 

Giovanni da Procida era un ambasciatore e fedelissimo della casatata Sveva e dopo la presa del potere da parte di Carlo d'Angiò andò a vivere in Aragona...

 

Fu lui che, con Pietro d'Aragona, organizzò la famosa rivolta, fu lui che girò le capitali per strappare la neutralità delle varie potenze nella guerra che stava per far scoppiare.

 

Fu lui che andò dal Paleologo a Costantinopoli, in procinto di essere attaccato da Carlo d'Angiò, a chiedergli (e ad ottenere)una somma di denaro in cambio della guerra aragonese contro gli angioini (difatti Carlo dovette spedire la flotta preparata all'uopo contro gli aragonesi)

 

Fu lui che in missione segreta si incontrò con tutti i nobili più importanti delle città siciliane per sobillarli ed assicuragli l'appoggio aragonese e accordandosi per far scoppiare la rivolta a Pasquetta.

 

Pietro d'Aragona intervenne  quando vide che Messina e Palermo si erano sollevate ed era certo che tutte le parti lo avrebbero appoggiato.

 

Ma il Vespro non riguarda solo la Sicilia, anche nel continente si verificarono delle rivolte, come quella famosa di Gallipoli in cui la popolazione vessata dagli angioini, decimò la guarnigione francese ed inalberò il vessillo aragonese. Saputolo Carlo d'Angiò mise a ferro e fuoco la città.

 

Alla morte di Corradino di Svevia per mano angioina, la leggenda dice he un "cavaliere mascherato uccise il boia" ed il popolo napoletano si mosse a compassione.

 

 

dai ti prego, basta, mi stai facendo troppo ridere...

ma non ti rendi conto di quanto sei ridicolo, ti appigli ad "un" napoletano vissuto 6 secoli prima per legittimare i borboni (scritto con la "i" per disprezzo)

Anonimo 06 aprile 2010   15:46
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L'articolo 104 degli atti del Congresso di Vienna riporta chiaramente "Regno delle Due Sicilie" e non genericamente "Due Sicilie"

 

"Ristabilimento del Re Ferdinando IV a Napoli.

104. S. M. il Re Ferdinando IV è ristabilito tanto per se , che per i suoi eredi , e successori , sul trono di Napoli , e riconosciuto dalle Potenze come Re del Regno delle due Sicile."

 

Sulla Costituzione del 1812, c'è da dire che Ferdinando di Borbone fu costretto alla firma, in quanto non in possesso appieno delle sue facoltà di Monarca. Nel 1811 non c'era una costituzione che rendesse costituzionale quel Regno, che invece era assoggettato ad una monarchia di tipo assoluto.(Il Re può concedere la Costituzione al Parlamento, ma non spetta a questo discutere sulla validità o meno della Monarchia)

 

Gli inglesi avevano preparato ad hoc quella Costituzione per scippare la Sicilia ai Borbone, null'altro.

La prova che Ferdinando non era nel pieno delle sue facoltà di Re (ma più un prigioniero in casa) fu l'umiliazione dell'esilio di sua moglie, la Regina Maria Carolina, voluto dagli inglesi.

 

Certo difficile è il terreno della legittimità, ma ciò che è illegittimo non dura in eterno, così come le ingiustizie e le prevaricazioni.

 

Però non si può obiettare sulla legittimità delle dinastie.

A tal proposito i Borbone, sono i legittimi discendenti dei Normanni e non per la via angioina, ma per quella aragonese.

 

E non è un caso che la dinastia angioina ad un certo punto termina e non solo la Sicilia, ma anche Napoli ritorna agli aragonesi.

 

Prima del 1139 la Sicilia non era uno Stato, ma un 'espressione geografica. I Normanni furono i primi a fare della Sicilia uno Stato, tutti gli altri se l'erano divisa. Ecco perchè il 1139 rappresenta l'anno 0 per lo Stato e per la Monarchia che lo governa.

Attento agli specchi, alla fine si scivola.

Anonimo 06 aprile 2010   12:26
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Terreno scivoloso quello della legittimità, meglio non avventurarsi troppo. Non mi ricordo dove ho sentito dire che tutte le forme di stato e di governo nascono da qualcosa di illegittimo e poi si legittimano con il tempo e la forza.

Poi si dovrebbe distinguere una legittimità interna all'ordinamento da una legittimità internazionale. Non sempre vanno d'accordo. Il Congresso di Vienna non parlava esplicitamente di fusione dei due regni ma riconosceva ambiguamente Ferdinando "re delle Due Sicilie", formula antica, tradotta direttamente dal latino "utriusque", che sta per "di entrambe", cioè re dei "due" regni di Sicilia e non re "del" regno delle Due Sicilie.

Ma anche ammesso... Il passaggio era impossibile perché la Costituzione del Regno di Sicilia, giurata da Ferdinando, impediva questa soluzione. Quindi la fusione nell'ordinamento interno siciliano era illegittima.

Ma guarda voglio dirvi che anche la scissione, a suo tempo, nasceva da una illegittimità. Dal punto di vista di Carlo d'Angiò e del suo ordinamento, e così pure per il figlio Carlo II, era forse legittima l'incoronazione di re Pietro d'Aragona? No, di certo. E la soluzione "pilatesca" del Trattato di Caltabellotta di creare "due" regni di Sicilia era legittima? Non lo so. Non mi pare.

E l'incoronazione a Roma (non a Palermo) su investitura del papa di Carlo d'Angio mentre in Sicilia c'era un legittimo re era legittima? Direi di no.

E l'incoronazione di Ruggero II che trasformò autonomamente la sua Gran Contea di Sicilia in Regno? Sì, i suoi dignitari scrissero che si trattava del "regno" pre-romano (Agatocle, Pirro), poi trasformato in provincia, ma ... di fatto fu un atto di forza.

E, dal punto di vista della legge islamica, la conquista normanna fu legittima?

E, dal punto di vista del diritto romano e della condizione di Provincia, la conquista islamica fu legittima?

Lasciamo perdere. E' la forza che comanda la storia, poi vengono le leggi a fare le ruffiane.

L'articolo 104 degli atti del Congresso di Vienna riporta chiaramente "Regno delle Due Sicilie" e non genericamente "Due Sicilie"

 

"Ristabilimento del Re Ferdinando IV a Napoli.

104. S. M. il Re Ferdinando IV è ristabilito tanto per se , che per i suoi eredi , e successori , sul trono di Napoli , e riconosciuto dalle Potenze come Re del Regno delle due Sicile."

 

Sulla Costituzione del 1812, c'è da dire che Ferdinando di Borbone fu costretto alla firma, in quanto non in possesso appieno delle sue facoltà di Monarca. Nel 1811 non c'era una costituzione che rendesse costituzionale quel Regno, che invece era assoggettato ad una monarchia di tipo assoluto.(Il Re può concedere la Costituzione al Parlamento, ma non spetta a questo discutere sulla validità o meno della Monarchia)

 

Gli inglesi avevano preparato ad hoc quella Costituzione per scippare la Sicilia ai Borbone, null'altro.

La prova che Ferdinando non era nel pieno delle sue facoltà di Re (ma più un prigioniero in casa) fu l'umiliazione dell'esilio di sua moglie, la Regina Maria Carolina, voluto dagli inglesi.

 

Certo difficile è il terreno della legittimità, ma ciò che è illegittimo non dura in eterno, così come le ingiustizie e le prevaricazioni.

 

Però non si può obiettare sulla legittimità delle dinastie.

A tal proposito i Borbone, sono i legittimi discendenti dei Normanni e non per la via angioina, ma per quella aragonese.

 

E non è un caso che la dinastia angioina ad un certo punto termina e non solo la Sicilia, ma anche Napoli ritorna agli aragonesi.

 

Prima del 1139 la Sicilia non era uno Stato, ma un 'espressione geografica. I Normanni furono i primi a fare della Sicilia uno Stato, tutti gli altri se l'erano divisa. Ecco perchè il 1139 rappresenta l'anno 0 per lo Stato e per la Monarchia che lo governa.

Anonimo 06 aprile 2010   11:18
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Prova "ideali romantici" chi afferma che i siciliani, di Napoli non ne hanno mai voluto sapere nulla.

(forse lei e qualcun altro..)

 

Probabilmente lei non sa che se non fosse stato per un napoletano (Giovanni da Procida) il Vespro non sarebbe mai potuto iniziare ne essere vinto.

 

Giovanni da Procida era un ambasciatore e fedelissimo della casatata Sveva e dopo la presa del potere da parte di Carlo d'Angiò andò a vivere in Aragona...

 

Fu lui che, con Pietro d'Aragona, organizzò la famosa rivolta, fu lui che girò le capitali per strappare la neutralità delle varie potenze nella guerra che stava per far scoppiare.

 

Fu lui che andò dal Paleologo a Costantinopoli, in procinto di essere attaccato da Carlo d'Angiò, a chiedergli (e ad ottenere)una somma di denaro in cambio della guerra aragonese contro gli angioini (difatti Carlo dovette spedire la flotta preparata all'uopo contro gli aragonesi)

 

Fu lui che in missione segreta si incontrò con tutti i nobili più importanti delle città siciliane per sobillarli ed assicuragli l'appoggio aragonese e accordandosi per far scoppiare la rivolta a Pasquetta.

 

Pietro d'Aragona intervenne  quando vide che Messina e Palermo si erano sollevate ed era certo che tutte le parti lo avrebbero appoggiato.

 

Ma il Vespro non riguarda solo la Sicilia, anche nel continente si verificarono delle rivolte, come quella famosa di Gallipoli in cui la popolazione vessata dagli angioini, decimò la guarnigione francese ed inalberò il vessillo aragonese. Saputolo Carlo d'Angiò mise a ferro e fuoco la città.

 

Alla morte di Corradino di Svevia per mano angioina, la leggenda dice he un "cavaliere mascherato uccise il boia" ed il popolo napoletano si mosse a compassione.

 

 

E quindi, siccome un meridionale fu protagonista del Vespro, e siccome ci furono alcune, sparute, rivolte antiangioine nel Continente, allora,....la Sicilia e Napoli sono un'unica nazione.

E per fare il mondo ci vuole un fiore. Alla faccia della logica e della storia.

Anonimo 06 aprile 2010   11:15
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NESSUNO LO HA MAI MESSO IN DUBBIO. VENNE DECISO DAL CONGRESSO DI VIENNA.

Terreno scivoloso quello della legittimità, meglio non avventurarsi troppo. Non mi ricordo dove ho sentito dire che tutte le forme di stato e di governo nascono da qualcosa di illegittimo e poi si legittimano con il tempo e la forza.

Poi si dovrebbe distinguere una legittimità interna all'ordinamento da una legittimità internazionale. Non sempre vanno d'accordo. Il Congresso di Vienna non parlava esplicitamente di fusione dei due regni ma riconosceva ambiguamente Ferdinando "re delle Due Sicilie", formula antica, tradotta direttamente dal latino "utriusque", che sta per "di entrambe", cioè re dei "due" regni di Sicilia e non re "del" regno delle Due Sicilie.

Ma anche ammesso... Il passaggio era impossibile perché la Costituzione del Regno di Sicilia, giurata da Ferdinando, impediva questa soluzione. Quindi la fusione nell'ordinamento interno siciliano era illegittima.

Ma guarda voglio dirvi che anche la scissione, a suo tempo, nasceva da una illegittimità. Dal punto di vista di Carlo d'Angiò e del suo ordinamento, e così pure per il figlio Carlo II, era forse legittima l'incoronazione di re Pietro d'Aragona? No, di certo. E la soluzione "pilatesca" del Trattato di Caltabellotta di creare "due" regni di Sicilia era legittima? Non lo so. Non mi pare.

E l'incoronazione a Roma (non a Palermo) su investitura del papa di Carlo d'Angio mentre in Sicilia c'era un legittimo re era legittima? Direi di no.

E l'incoronazione di Ruggero II che trasformò autonomamente la sua Gran Contea di Sicilia in Regno? Sì, i suoi dignitari scrissero che si trattava del "regno" pre-romano (Agatocle, Pirro), poi trasformato in provincia, ma ... di fatto fu un atto di forza.

E, dal punto di vista della legge islamica, la conquista normanna fu legittima?

E, dal punto di vista del diritto romano e della condizione di Provincia, la conquista islamica fu legittima?

Lasciamo perdere. E' la forza che comanda la storia, poi vengono le leggi a fare le ruffiane.

Anonimo 06 aprile 2010   10:07
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Se si considera legittima la scissione dell'antico Regno di Sicilia in quello di Napoli e Sicilia, si dovrebbe considerare altrettanto legittima la loro successiva riunificazione.

Se si considera legittima la scissione dell'antico Regno di Sicilia in quello di Napoli e Sicilia, si dovrebbe considerare altrettanto legittima la loro successiva riunificazione.  MAI FESSERIA PIÚ GRANDE É STATA DETTA! Se un POPOLO fa guerra a un'altro epr la LIBERTÁ perché dovrebbé riunirsi a qzesti? Ma dico ma sieti FUSI veramente voi osannatori di quei vili Borbone? I Borbone se ne stanno fregando del Sud e della Sicilia,vivono da PASCIÁ a Montecarlo vendendo PATACCHE DI OGNI GENERE! E voi ancora li osannate? Siete come Garibaldi,uccidete il sud e la Sicilia ogni giorno riempendo la testa a quei sinceri cittadini che vorrebberó LIBERT´di stronzate senza fine! 2 POPOLI E 2 NAZIONI! Voi siete il passato DA CANCELLARE possibilmente assieme all'Italia!

Anonimo 06 aprile 2010   09:41
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Se si considera legittima la scissione dell'antico Regno di Sicilia in quello di Napoli e Sicilia, si dovrebbe considerare altrettanto legittima la loro successiva riunificazione.

NESSUNO LO HA MAI MESSO IN DUBBIO. VENNE DECISO DAL CONGRESSO DI VIENNA.

Anonimo 06 aprile 2010   09:40
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Quando scrive, Lei dovrebbe anche rileggere, non si può dire tutto ed il suo contrario, non si può affermare qualcosa e negarla contemporaneamente. Queste sono parole sue: "Il Regno delle Due Sicilie anche se non rappresenta legalmente la continuazione del Regno di Sicilia dei Normanni lo è di certo per tradizione: l'anello di collegamento tra le due epoche è la dinastia borbonica che è legittima discendente (cosa che nessuno può negare) del Gran Conte Ruggero.

La sua affermazione è una "bestemmia storica" ovvero parlare di "tradizione" in tema di legittimazione di regni è come parlare dell'asino con le ali.

Poi "l'anello di congiunzione" di cinque secoli, mi sembra proprio fuori luogo e più ancora il riferimento geografico inesistente, poiché nessuna carta geografica ha mai riportato un luogo denominato due sicilie. La sua posizione storico politica è incomprensibile. Ovvero lei è legato ad un'idea romantica della "tradizione" dell'antico regno normanno, che le impedisce oggettività di giudizio.

Infine, a torto o a ragione, i siciliani di angioini e di Napoli non ne hanno voluto sapere niente, non si sono mai sottomessi "MAI", né nel 1282, né nel 1816. Questi sono i fatti della storia e non le nostre opinioni. Dopo ripetute rivolte e rivoluzioni, preferirono consegnarsi ai Savoia.

Comunque le auguro sinceramente

Buona Pasqua

 

Prova "ideali romantici" chi afferma che i siciliani, di Napoli non ne hanno mai voluto sapere nulla.

(forse lei e qualcun altro..)

 

Probabilmente lei non sa che se non fosse stato per un napoletano (Giovanni da Procida) il Vespro non sarebbe mai potuto iniziare ne essere vinto.

 

Giovanni da Procida era un ambasciatore e fedelissimo della casatata Sveva e dopo la presa del potere da parte di Carlo d'Angiò andò a vivere in Aragona...

 

Fu lui che, con Pietro d'Aragona, organizzò la famosa rivolta, fu lui che girò le capitali per strappare la neutralità delle varie potenze nella guerra che stava per far scoppiare.

 

Fu lui che andò dal Paleologo a Costantinopoli, in procinto di essere attaccato da Carlo d'Angiò, a chiedergli (e ad ottenere)una somma di denaro in cambio della guerra aragonese contro gli angioini (difatti Carlo dovette spedire la flotta preparata all'uopo contro gli aragonesi)

 

Fu lui che in missione segreta si incontrò con tutti i nobili più importanti delle città siciliane per sobillarli ed assicuragli l'appoggio aragonese e accordandosi per far scoppiare la rivolta a Pasquetta.

 

Pietro d'Aragona intervenne  quando vide che Messina e Palermo si erano sollevate ed era certo che tutte le parti lo avrebbero appoggiato.

 

Ma il Vespro non riguarda solo la Sicilia, anche nel continente si verificarono delle rivolte, come quella famosa di Gallipoli in cui la popolazione vessata dagli angioini, decimò la guarnigione francese ed inalberò il vessillo aragonese. Saputolo Carlo d'Angiò mise a ferro e fuoco la città.

 

Alla morte di Corradino di Svevia per mano angioina, la leggenda dice he un "cavaliere mascherato uccise il boia" ed il popolo napoletano si mosse a compassione.

 

 

Anonimo 06 aprile 2010   08:10

Se si considera legittima la scissione dell'antico Regno di Sicilia in quello di Napoli e Sicilia, si dovrebbe considerare altrettanto legittima la loro successiva riunificazione.

Anonimo 05 aprile 2010   11:35
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Certamente l'organizzazione degli stati secondo il celebre principio di Montesquieu è successivo alla Rivoluzione Francese. Sarebbe opera vana cercare una corrispondenza perfetta tra gli organi di uno stato di antico regime e le divisione dei poteri dello stato contemporaneo, quando peraltro questa corrispondenza non è perfetta neanche oggi.

Gli organi dello stato di antico regime avevano funzioni molteplici, assai variabili nel tempo, in cui questi poteri si intersecavano in più punti.

Ma le "funzioni" svolte dallo stato (legislativa, esecutiva e giudiziaria) sono sempre esistite, anche se i titolari delle stesse non erano in precedenza distintamente individuati. Merito di Montesquieu non è quello di avere "inventato" i 3 poteri (chi "inventa" mai qualcosa nelle scienze sociali?) ma tutt'al più quello di averle "scoperte",  che è cosa ben diversa.

In tal senso credo che i poteri come attributo della sovranità possano essere applicati anche a forme di stato precedenti a quelle contemporanee e quindi credo che la mia metodologia fosse corretta, almeno in questi limiti.

Facciamo l'esempio del potere legislativo. Le "camere" sono certo cosa moderna. Ma si può negare l'esistenza di un potere legislativo anche presso gli antichi romani o persino, sapendo ben vedere, anche presso comunità primitive? Ubi societas ibi jus.

Il Regno di Sicilia, che fu stato di antico regime per quasi tutto il corso della sua esistenza, eccettuata cioè la breve esperienza finale (1812-1816), può essere studiato con questi parametri, avvertendo il lettore (mi pareva implicito) che le categorie con le quali può essere studiato oggi non erano nella consapevolezza dei contemporanei.

M.C.

 

Adesso è molto più chiaro. Aggiungo che la percezione dei fenomeni è oggettivamente diversa nella storicizzazione, ma è anche vero che definire "legislativo" il potere della monarchia assoluta, è molto fuorviante, secondo i canoni attuali, forse non paragonabile.

Buona Pasqua

Anonimo 05 aprile 2010   08:38
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La tripartizione di Montesquieu cui Lei fa riferimento, viene enucleata nell'ambito dell'opera de l'Esprit des lois (Difesa dello spirito delle leggi), pubblicata nel 1750. 

L'affermazione di questi principi avviene solamente con la rivoliuzione francese e l'epopea napoleonica e pertanto mi sembra un po' forzato farne punto di riferimento per comprendere la Sicilia, o altri stati nel 1700. 

Certamente l'organizzazione degli stati secondo il celebre principio di Montesquieu è successivo alla Rivoluzione Francese. Sarebbe opera vana cercare una corrispondenza perfetta tra gli organi di uno stato di antico regime e le divisione dei poteri dello stato contemporaneo, quando peraltro questa corrispondenza non è perfetta neanche oggi.

Gli organi dello stato di antico regime avevano funzioni molteplici, assai variabili nel tempo, in cui questi poteri si intersecavano in più punti.

Ma le "funzioni" svolte dallo stato (legislativa, esecutiva e giudiziaria) sono sempre esistite, anche se i titolari delle stesse non erano in precedenza distintamente individuati. Merito di Montesquieu non è quello di avere "inventato" i 3 poteri (chi "inventa" mai qualcosa nelle scienze sociali?) ma tutt'al più quello di averle "scoperte",  che è cosa ben diversa.

In tal senso credo che i poteri come attributo della sovranità possano essere applicati anche a forme di stato precedenti a quelle contemporanee e quindi credo che la mia metodologia fosse corretta, almeno in questi limiti.

Facciamo l'esempio del potere legislativo. Le "camere" sono certo cosa moderna. Ma si può negare l'esistenza di un potere legislativo anche presso gli antichi romani o persino, sapendo ben vedere, anche presso comunità primitive? Ubi societas ibi jus.

Il Regno di Sicilia, che fu stato di antico regime per quasi tutto il corso della sua esistenza, eccettuata cioè la breve esperienza finale (1812-1816), può essere studiato con questi parametri, avvertendo il lettore (mi pareva implicito) che le categorie con le quali può essere studiato oggi non erano nella consapevolezza dei contemporanei.

M.C.

Anonimo 04 aprile 2010   19:09
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Pacatamente.

Un contributo al dibattito vorrei darlo anch'io.

Oltre ai criteri formali per stabilire se vi fu uno o due stati separati di Napoli e Sicilia (gli ordinali dei monarchi, le intestazioni degli atti pubblici, ma si possono aggiungere la numismatica, le iscrizioni sui monumenti, le bandiere, etc.) ve n'è uno molto interessante che è quello della sovranità. Non vi è stato senza sovranità e questa è costituita dai tre classici poteri legislativo, esecutivo e giudiziario.

In altre parole sostenere che un paese è un unico stato ma poi ammettere che nessuna legge valeva in tutto il medesimo (per limitarci al primo dei tre attributi della sovranità) mi appare quanto meno arduo.

Veniamo al primo, il legislativo. Su questo non vi è dubbio che la cesura tra il 1282 e il 1816 sia totale. A parte alcune leggi sopravvissute dai remoti tempi unitari, come le Costituzioni Melfitane di Federico di Svevia, e a parte il Corpus Juris, fonte di diritto comune a tutta l'Europa sino alle codificazioni contemporanee, nessuna legge fu mai prodotta nell'arco di tempo considerato che avesse validità di qua e di là del Faro, neanche nei periodi in cui il monarca era il medesimo, neanche negli ultimi periodi (1724-1798) in cui una comune volontà politica doveva ispirare la legislazione. Gli ordinamenti giuridici, pubblici e privati, erano completamente separati e peraltro soggetti a fonti di produzione diverse: la sola volontà del monarca nel Regno di Napoli, la volontà congiunta di Monarchia e Parlamento nel Regno di Sicilia. Per contro dopo il 1816 l'unificazione legislativa è totale o quasi. Prima (nel Settecento) la Corte di Napoli avrebbe dovuto inviare delle direttive ai "Vicerè proprietari e Capitani generali del Regno di Sicilia" perché se ne facesse promotore nei confronti del Parlamento siciliano; dopo (nell'Ottocento) le leggi sono fatte a corte, punto e basta. I decreti del 1816 furono imperfetti ma ciò era dovuto solo ad una questione di tempo. I successivi provvedimenti del 1819 disposero dall'1 gennaio 1820 la cessazione definitiva di tutto il diritto privato siciliano e di gran parte del diritto pubblico e l'adozione di molti provvedimenti della legislazione napoletana, tra i quali i codici ferdinandei. Da allora in poi residuò qualcosa degli ordinamenti di Antico Regime, ma mai più una previsione legislativa sarebbe provenuta da fonte diversa. Qualche volta il legislatore duosiciliano prevedeva ordinamenti differenziati (come ad esempio nel servizio di leva, obbligatorio per i Napolitani, a sorteggio per i Siciliani) ma ciò era previsto da una legislazione centralizzata. In altri termini, se lo "stato" dipendesse tutto dalle leggi, potremmo dire che lo stato duosiciliano nasce nel 1816 e muore ... nel 1865, non nel 1860, giacché solo in quella data cessano definitivamente gran parte degli ordinamenti preunitari del Mezzogiorno.

Veniamo al potere esecutivo.

Qui addirittura ci sarebbe da mettere in dubbio che l'unificazione dei due regni sia mai realmente avvenuta. Il Regno delle Due Sicilie aveva unito le forze armate, la rappresentanza diplomatica e poco più. Tutto il resto dipendeva da due governi nettamente separati: il governo delle Due Sicilie, composto da veri e propri ministri, tra cui quello competente per gli affari siciliani, ma per il resto con competenze solo sul territorio continentale e sulle pochissime materie comuni, e quello della Luogotenenza, con i suoi "direttori di ripartimento" (non potevano chiamarsi ministri), ma che in realtà erano veri e propri ministri. Pochi sanno che la famosa polizia borbonica, non era, se non in parte, polizia napoletana, ma polizia siciliana alle dipendenze del governo della Luogotenenza. Gli interni, quindi, erano completamente separati. Ma, ancor più significativo, le finanze erano completamente separate. Gran parte delle tasse siciliane andavano al governo della Luogotenenza, non a Napoli. La Sicilia aveva il suo "ministero" delle Finanze e il suo debito pubblico, separato da quello napoletano. C'era la dogana allo Stretto, due ore legali diverse e due sistemi metrici ufficiali diversi. E potrei continuare. Insomma un'unione assai imperfetta, e forse di questo Di Bella ci parlerà alla prossima puntata. Ci fu - è vero - un momento in cui il governo duosiciliano cominciò a togliere competenze alla Luogotenenza e ad accentrarle a Napoli. Ciò avvenne sul finire degli anni '30 sino alla Rivoluzione del '48, dopo la rimozione dalla Luogotenenza del Principe Leopoldo, ben visto dai Siciliani, ma un po' pericoloso per l'unità del Regno visto che era principe di casa reale. Dopo il '49 si ritornò alla più netta separazione delle amministrazioni. Anzi addirittura si scorporò persino l'Istituto di emissione, accettando la scorporazione del Banco di Sicilia già di fatto avvenuta dopo la Rivoluzione del 1848. Questa amministrazione separata della Sicilia pareva dovesse sopravvivere persino dopo l'Unità d'Italia, ma fu soppressa nel 1862.

Nel Settecento cercare elementi di amministrazione comune appare molto, molto più arduo. In fondo c'era la Corona, con la sua alta politica accentrata. E nulla più. Quindi rappresentanza diplomatica comune e politica estera comune. Punto. Del resto i vicerè siciliani una politica estera di piccolo cabotaggio la facevano comunque: alcuni trattati commerciali con il Bey di Tunisi, ad esempio. E la Sicilia manteneva il suo esercito, la sua flotta, la sua amministrazione, insomma, oltre alle cose dette, questo "stato" non aveva proprio nulla in comune di qua e di là del Faro. In verità qualcosa c'era, dimenticavo: la parità fissa tra tre Ducati per ogni Onza, disposta da re Carlo nel 1735, dopo secoli di fluttuazione libera delle due monete. Segno di una qualche politica economica sostanzialmente comune, pur mantenendo le due zecche distinte.

Prima ancora neanche quello. La "grande politica" comune si faceva altrove, a Madrid, a Vienna, sempre che i regni fossero uniti. Per il resto le due amministrazioni erano completamente separate e il loro punto di unione, se c'era, era comune anche a molti altri "regni". Non esisteva a Madrid una "cancelleria delle due sicilie" o qualcosa del genere.

Veniamo al potere giudiziario.

Qui la separazione rimase totale anche dopo l'Unità d'Italia.

La Gran Corte Civile e Criminale, poi Tribunale di terzo livello rimase il livello di massimo giudizio per tutto il Regno delle Due Sicilie, così come la Corte dei Conti, già Tribunale del Real Patrimonio e così via. La Corte di Cassazione di Palermo sopravvisse penalmente sino al 1882, civilmente sino al 1922, per essere teoricamente restaurata nel 1946.

Ognuno tragga le sue conclusioni.

Massimo Costa

 

La tripartizione di Montesquieu cui Lei fa riferimento, viene enucleata nell'ambito dell'opera de l'Esprit des lois (Difesa dello spirito delle leggi), pubblicata nel 1750. 

L'affermazione di questi principi avviene solamente con la rivoliuzione francese e l'epopea napoleonica e pertanto mi sembra un po' forzato farne punto di riferimento per comprendere la Sicilia, o altri stati nel 1700. 

Anonimo 03 aprile 2010   15:18
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Il Regno delle Due Sicilie anche se non rappresenta legalmente la continuazione del Regno di Sicilia dei Normanni lo è di certo per tradizione: l'anello di collegamento tra le due epoche è la dinastia borbonica che è legittima discendente(cosa che nessuno può negare) del Gran Conte Ruggero.

 

 

Il termine che indicava il patrimonio territoriale del Regno di Sicilia fino alla Guerra del Vespro era sempre "Regno di Sicilia", successivamente ad Alfonso D'Aragona il termine "Due Sicilie" verrà utilizzato anche come termine geografico per indicare sempre il medesimo territorio, perchè il "Regno di Sicilia" si riutilizzò, geograficamente, per indicare solo l'Isola.

 

Il territorio delle "Due Sicilie" è sempre quello della "Sicilia" contesa tra aragonesi e angioini.

 

(I libri sono pieni di riferimenti in cui le Due Sicilie vengono utilizzate anche come termine geografico e quale termine migliore per indicare in un sol colpo Napoli e Sicilia, indicazione agevolata dal fatto che i due regni stettero, dagli Aragona in poi, sempre* sotto la stessa dinastia)

 

Se dopo 500 anni un re si ritrova ancora a governare lo stesso territorio, ciò non può essere considerata una mera coincidenza, soprattutto se vediamo quello che successe durante quei secoli in Europa: decine di stati sono scomparsi, altri ne sono nati, molti si sono fusi, cambiando radicalmente la cartina geo-politica del Vecchio Continente.

 

Per quanto riguarda la figura di Federico III, assediò continuamente gli angioini portando la guerra in Campania ed in Calabria, riuscendo persino a creare delle enclavi aragonesi in Puglia e Calabria, che provano per Federico una guerra di conquista e non di sola difesa.

 

C'è anche da dire che durante quelle guerre, i baroni siciliani si allearono più volte con gli angioini, ma questo è un argomento tabù per l'ideologia separatista.

 

La prova definitiva sulla reale posizione di Federico III e dei re aragonesi siciliani, fu che questi alla fine riescono davvero a riconquistare Napoli, pur essendo passati tanti anni. E se ciò avvenne, di certo i siciliani non furono contrari.

 

 

* a parte qualche anno, lo ricordo(ma non mi dilungo) per evitare che i solito noto si appigli per accusarmi di inesattezze e provocazioni.

Quando scrive, Lei dovrebbe anche rileggere, non si può dire tutto ed il suo contrario, non si può affermare qualcosa e negarla contemporaneamente. Queste sono parole sue: "Il Regno delle Due Sicilie anche se non rappresenta legalmente la continuazione del Regno di Sicilia dei Normanni lo è di certo per tradizione: l'anello di collegamento tra le due epoche è la dinastia borbonica che è legittima discendente (cosa che nessuno può negare) del Gran Conte Ruggero.

La sua affermazione è una "bestemmia storica" ovvero parlare di "tradizione" in tema di legittimazione di regni è come parlare dell'asino con le ali.

Poi "l'anello di congiunzione" di cinque secoli, mi sembra proprio fuori luogo e più ancora il riferimento geografico inesistente, poiché nessuna carta geografica ha mai riportato un luogo denominato due sicilie. La sua posizione storico politica è incomprensibile. Ovvero lei è legato ad un'idea romantica della "tradizione" dell'antico regno normanno, che le impedisce oggettività di giudizio.

Infine, a torto o a ragione, i siciliani di angioini e di Napoli non ne hanno voluto sapere niente, non si sono mai sottomessi "MAI", né nel 1282, né nel 1816. Questi sono i fatti della storia e non le nostre opinioni. Dopo ripetute rivolte e rivoluzioni, preferirono consegnarsi ai Savoia.

Comunque le auguro sinceramente

Buona Pasqua

 

Anonimo 03 aprile 2010   14:55
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QUI NON SI CAPISCE IL PUNTO! VOI NAPOLETANI NON VOLETE FICCARVI NEL CERVELLETTO CHE JNOI SICILIANI CON VOI NON ABBIAMO NULLA DA SPARTIRE! LE DUE SICILIE NON ERANO NIENT'ALTRO DI PIÚ DI CIÓ CHE OGGI É L'ITALIA! UN CONTENITORE DI POPOLI,E PURE FATTO MALE VISTO CHE NON CI VOLEVAMO STARE CON VOI! ORA QUEI NAPOLETANI MA ANCHE QUEI SICILIANI INDEGNI E VISCIDI CHE INNEGGIAMO A UN REGNO CHE DIEDE INIZIO ALLA NOSTRA ROVINA,FANNO SOLO PENA! VOI NON LOTTATE PER LA LIBERTÁ MA SOLO PER LA GRANDEZZA DI NAPOLI,CHE APPARTE QUEI 44 INFAUSTI ANNI NON FU ALTRO CHE UNA CITTÁ SOTTOMESSA PER SECOLI A PALERMO! AVETE AVUTO IL VOSTRO MOMENTO DI GRANDEZZA,NON SIETE RIUSCITI A MANTENERE INTATTO UNO STATO NATO PER FINIRE ORA CHE DIO VI BENEDICA E DI NBOI NON SE NE DIMENTICHI! SICILIA NAZIONE PALERMO CAPITALE! ALDILÁ DEL FARO SOLO TERRE STRANIERE TERRE ITALICHE!

Anonimo 03 aprile 2010   13:40
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Hai ragione.

Le capriole retoriche che fa questo signore per retrodatare a tutti i costi le sue amate D.S. prima dell'atto formale di nascita, sono insopportabili. Soprattutto il fatto che arriva a negare spudoratamente l'esistenza di uno stato legittimo che è durato più di 500 anni: il Regno di Sicilia (quello insulare, ovviamente). Nega tutto, nega l'evidenza, falsa i dati storici. Sconosce la pace di Caltabellotta che sancisce l'esistenza di due distinti Regni di Sicilia (di cui uno solo vero, il nostro).

Insomma, è solo un disturbatore.

E' inutile che Di Bella porta atti, fatti, al cuore non si comanda. Trova le monete, ma sono scritte "sbagliate". Trova le lapidi, ma anche lì c'è una giustificazione da ultima spiaggia. Ma va... Magari direbbe pure che quando Carlo V si fece incoronare a Palermo re di Sicilia (come poi Vittorio Amedeo e lo stesso Carlo di Borbone), e non "delle Due Sicilie", magari avrà sbagliato pure lui. Tutti hanno sbagliato. Le Due Sicilie esistevano ma non lo sapeva nessuno.

Ma perché non spostiamo il campo su quel malandato quarantennio in cui le Due Sicilie a mala pena vivacchiarono veramente?

Intendi questo Carlo V? :D

 

http://sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc3/hs512.snc3/26904_1277200284962_1078647668_30700989_5586078_n.jpg

 

 

Anonimo 03 aprile 2010   13:31

Il Regno delle Due Sicilie anche se non rappresenta legalmente la continuazione del Regno di Sicilia dei Normanni lo è di certo per tradizione: l'anello di collegamento tra le due epoche è la dinastia borbonica che è legittima discendente(cosa che nessuno può negare) del Gran Conte Ruggero.

 

 

Il termine che indicava il patrimonio territoriale del Regno di Sicilia fino alla Guerra del Vespro era sempre "Regno di Sicilia", successivamente ad Alfonso D'Aragona il termine "Due Sicilie" verrà utilizzato anche come termine geografico per indicare sempre il medesimo territorio, perchè il "Regno di Sicilia" si riutilizzò, geograficamente, per indicare solo l'Isola.

 

Il territorio delle "Due Sicilie" è sempre quello della "Sicilia" contesa tra aragonesi e angioini.

 

(I libri sono pieni di riferimenti in cui le Due Sicilie vengono utilizzate anche come termine geografico e quale termine migliore per indicare in un sol colpo Napoli e Sicilia, indicazione agevolata dal fatto che i due regni stettero, dagli Aragona in poi, sempre* sotto la stessa dinastia)

 

Se dopo 500 anni un re si ritrova ancora a governare lo stesso territorio, ciò non può essere considerata una mera coincidenza, soprattutto se vediamo quello che successe durante quei secoli in Europa: decine di stati sono scomparsi, altri ne sono nati, molti si sono fusi, cambiando radicalmente la cartina geo-politica del Vecchio Continente.

 

Per quanto riguarda la figura di Federico III, assediò continuamente gli angioini portando la guerra in Campania ed in Calabria, riuscendo persino a creare delle enclavi aragonesi in Puglia e Calabria, che provano per Federico una guerra di conquista e non di sola difesa.

 

C'è anche da dire che durante quelle guerre, i baroni siciliani si allearono più volte con gli angioini, ma questo è un argomento tabù per l'ideologia separatista.

 

La prova definitiva sulla reale posizione di Federico III e dei re aragonesi siciliani, fu che questi alla fine riescono davvero a riconquistare Napoli, pur essendo passati tanti anni. E se ciò avvenne, di certo i siciliani non furono contrari.

 

 

* a parte qualche anno, lo ricordo(ma non mi dilungo) per evitare che i solito noto si appigli per accusarmi di inesattezze e provocazioni.

Anonimo 03 aprile 2010   10:23

Riprendendo l'invito contenuto nell'articolo, assolutamente ignorato, ad un maggiore "ecumenismo storico", ritengo utile ringraziare la testata per lo spazio dedicato a questa affascinante materia, e l'autore per la certosina e paziente opera preordinata alla riemersione e razionalizzazione di alcuni importati argomenti. A prescindere dalle singole divergenti opinioni, mi pare importante, come ha detto il prof. Costa, che rimanga viva "la lezione della storia".

Anonimo 03 aprile 2010   09:59
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Ho ricontrollato tutte le monete uscite sotto Carlo di Borbone, le uniche che riportano "Carlo III" sono quelle emesse tra

il 1734 ed il 1735, probabilmente coniate prima delll'incoronazione ufficiale di Carlo a Palermo(avvenuta nel 1735).Dopo

quell'annata il numero III, scompare per essere ripreso in Spagna.

 

 

Dovrebbe stare più calmo, altrimenti con l'ansia di ribattere alle mie "provocazioni" nel tentativo di cogliermi in fallo, rischia di mettermi in bocca cose che no ho mai scritto e dunque scrivere baggianate.

 

Qui si sta parlando del periodo borbonico, cosa c'entra la Costituzione del Vespro, ad ogni modo quella che tu chiami

"Costituzione" valeva quanto il 2 mazze con la briscola a oro.E non poteva essere altrimenti in una monarchia

assoluta: prendi il Re Federico III d'Aragona, il quale fu sempre così ansioso di riconquistare Napoli (ovvero la parte

Nord del Regno di Sicilia) da ignorarla di continuo.

 

La confusione tra ora legale e fusi orari non l'ho creata io, anzi mi pare di averne spiegato bene la differenza, se non l'hai ancora compresa posso consigliarti qualche link.

Le hai trovate le monete? Basta, hai sbagliato. Ammettilo. Nel 1734 in Spagna regnava serenamente il padre di Carlo, Filippo V, ancora vivo e vegeto, quindi il numerale si poteva riferire solo alla Sicilia.

Federico III non solo rinunciò a conquistare Napoli, ma ne accettò anche una formale alta sovranità. Almeno dopoil 1302. Prima c'era una guerra civile tra Sicilia e Napoli e la separazione era solo di fatto, non anche di diritto, ma c'era comunque.

Nessun napoletano disse "morte ai francesi". I napoletani applaudirono alla decapitazione di Corradino di Svevia.

Il Vespro fu un fatto esclusivamente siciliano.

Non tentare di appropriarti di ciò che non ti appartiene.

Noi discendiamo da quelli che gridavano "Sicilia e Aragona!". Tu discendi politicamente dagli angioini e dai loro figliocci Borbone. Noi dai Ghibellini e dai liberali. Tu dai Guelfi e dai baciapile. Noi dall'Imperatore Federico, Tu dai papi che scomunicavano l'isola ribelle.

Anonimo 03 aprile 2010   09:51
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impeccabile come sempre!!!

questi neoborbonici (doppu 150 anni, sapiddu chi cercunu) stanno diventando veramente fastidiosi.

Hai ragione.

Le capriole retoriche che fa questo signore per retrodatare a tutti i costi le sue amate D.S. prima dell'atto formale di nascita, sono insopportabili. Soprattutto il fatto che arriva a negare spudoratamente l'esistenza di uno stato legittimo che è durato più di 500 anni: il Regno di Sicilia (quello insulare, ovviamente). Nega tutto, nega l'evidenza, falsa i dati storici. Sconosce la pace di Caltabellotta che sancisce l'esistenza di due distinti Regni di Sicilia (di cui uno solo vero, il nostro).

Insomma, è solo un disturbatore.

E' inutile che Di Bella porta atti, fatti, al cuore non si comanda. Trova le monete, ma sono scritte "sbagliate". Trova le lapidi, ma anche lì c'è una giustificazione da ultima spiaggia. Ma va... Magari direbbe pure che quando Carlo V si fece incoronare a Palermo re di Sicilia (come poi Vittorio Amedeo e lo stesso Carlo di Borbone), e non "delle Due Sicilie", magari avrà sbagliato pure lui. Tutti hanno sbagliato. Le Due Sicilie esistevano ma non lo sapeva nessuno.

Ma perché non spostiamo il campo su quel malandato quarantennio in cui le Due Sicilie a mala pena vivacchiarono veramente?

Anonimo 03 aprile 2010   09:43

L'articolo di Di Bella, mette alcuni picchetti inamovibili: molti però i duri d'orecchio che fanno finta di non capire che i Rex utriusque siciliae, non sono stati mai "ordinati" e che dunque quello è il titolo di un capo di Stato e non di un regno (cosa che anche io confesso, non avevo mai valutato). Anzi questo argomento non viene commentato! Non c'è sordo peggiore di chi finge di essere sordo. Poi la storia dei confini dell'antico regno, e che questi coincidendo siano un indice di continuità, è una argomentazione direi ridicola.

Infine per chi dice che si parla solo del periodo borbonico, penso debba rileggere l'articolo per intero, e anche qualche libro, perche quel titolo è ben precedente.

Anonimo 03 aprile 2010   01:10
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Mai viste tante inesattezze in così poco spazio di scrittura.

Io non sono competentissimo in storia ma noto una differenza di stile e di competenze abissale tra questi provocatori duosiciliani e alcuni interventi correttissimi e pieni di riferimenti precisi che qui si vogliono invano criticare.

Alcune cose che so anch'io da "dilettante" che compra libri sulla Sicilia nelle bancarelle e nelle librerie:...

Mai letto "numismatica sicula" di Maiorca? Ci sono un sacco di monete stampate con la dicitura Carolus III, non tutte in verità, ma molte portano questo numerale. Ridicola l'interpretazione delle lapidi ... me ne trovi una nel Napoletano e poi ne riparliamo.

Anche l'inesistenza della costituzione siciliana del Vespro....Pazzesco!

La confusione tra l'ora ufficiale e i fusi orari...

Si legga Calisse, Storia del Parlamento di Sicilia, dove sono elencate con esattezza le Costituzioni del Regno di Sicilia che regolano la materia istituzionale.

Non vale neanche la pena di rispondere oltre...

Ho ricontrollato tutte le monete uscite sotto Carlo di Borbone, le uniche che riportano "Carlo III" sono quelle emesse tra

il 1734 ed il 1735, probabilmente coniate prima delll'incoronazione ufficiale di Carlo a Palermo(avvenuta nel 1735).Dopo

quell'annata il numero III, scompare per essere ripreso in Spagna.

 

 

Dovrebbe stare più calmo, altrimenti con l'ansia di ribattere alle mie "provocazioni" nel tentativo di cogliermi in fallo, rischia di mettermi in bocca cose che no ho mai scritto e dunque scrivere baggianate.

 

Qui si sta parlando del periodo borbonico, cosa c'entra la Costituzione del Vespro, ad ogni modo quella che tu chiami

"Costituzione" valeva quanto il 2 mazze con la briscola a oro.E non poteva essere altrimenti in una monarchia

assoluta: prendi il Re Federico III d'Aragona, il quale fu sempre così ansioso di riconquistare Napoli (ovvero la parte

Nord del Regno di Sicilia) da ignorarla di continuo.

 

La confusione tra ora legale e fusi orari non l'ho creata io, anzi mi pare di averne spiegato bene la differenza, se non l'hai ancora compresa posso consigliarti qualche link.

Anonimo 03 aprile 2010   01:09
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è esistito lo Stato delle due sicilie non la nazione duosiciliana, così come esiste lo Stato italiano ma non la nazione italiana. allo stesso tempo esiste la nazione siciliana, ma al momento non esiste lo Stato siciliano, anche se con lo Statuto ci avviciniamo ad esserlo...

Cos'è uno sciogli-lingua?

Anonimo 02 aprile 2010   18:33
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E questa cos'è? La vulgata della Reggia di caserta?

Ma com'è che questi reazionari dei baroni estesero il diritto di voto a tutti i cittadini in grado di leggere e scrivere e rinunciarono ai diritti feudali? Mentre poi Ferdinando non solo abolì il diritto di voto, ma persino i consigli civici nelle città demaniali che esistevano dal tempo dei Normanni. Ma chi era veramente il reazionario? Sì erano le classi dirigenti siciliane, è proprio vero. Ha ragione lei. Dovrebbero capirlo quelli di sinistra che sugli altari dovrebbero mettere i Borbone, altro che reazionari!!

gioia del mio cuore, vivi 150 anni indietro rispetto al mondo. Sistema il tuo fuso orario napoletano, siamo nel 2010!!!

Anonimo 02 aprile 2010   17:41
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Non le riesce proprio vero evitare di accusare il suo interlocutore, ogni qualvolta subisce una critica?

Se non ce la fa si vede che è lei a fare agiografia separatista.

 

A proposito, la vulgata separatista vuole che i siciliani fecero le "rivoluzioni" per la perduta indipendenza, oggi abbiamo capito che non fu così.

 

Sappiamo anche che la Sicilia aveva il problema della casta baronale(per la maggiorparte iscritta ai circoli liberali, quest'ultimi ovviamente contro i Borbone) la quale vessava la popolazione. I baroni non fecero altro che creare i presupposti della protesta e cavalcarla  (tipico delle rivoluzioni: il potere nuovo è il vecchio che ritorna)

 

Il motivo?la classe baronale percepiva come pericolose per il suo potere, le riforme siciliane portate avanti in special modo da Ferdinando II.

 

Nel 1837, l'anno del Colera asiatico, i circoli liberali, sparsero la voce che gli "untori" (di manzoniana memoria) erano i Borbone. 

E questa cos'è? La vulgata della Reggia di caserta?

Ma com'è che questi reazionari dei baroni estesero il diritto di voto a tutti i cittadini in grado di leggere e scrivere e rinunciarono ai diritti feudali? Mentre poi Ferdinando non solo abolì il diritto di voto, ma persino i consigli civici nelle città demaniali che esistevano dal tempo dei Normanni. Ma chi era veramente il reazionario? Sì erano le classi dirigenti siciliane, è proprio vero. Ha ragione lei. Dovrebbero capirlo quelli di sinistra che sugli altari dovrebbero mettere i Borbone, altro che reazionari!!

Anonimo 02 aprile 2010   17:38
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Sul discorso ora legale e fusi orari: lei ha affermato che Sicilia e Napoli avessero due ore legali diverse. Ciò può indurre a pensare che secondo la scala dei fusi che tutti noi conosciamo "-5 -4 -3 -2 -1 +0 +1 +2 +3 ecc.ecc." tra Napoli e Sicilia vi fosse un'ora di differenza. Il che non è esatto.

 

Come avevo già scritto la scienza dei fusi è moderna e fu applicata a Regno d'Italia inoltrato.

 

Prima del 1865 si utilizzava l'ora fisica del luogo e non l'ora politica (a Palermo il sole sorge qualche minuto dopo di Napoli)

 

Per avere l'ora esatta anche i viaggiatori che andavano da Bari a Napoli erano costretti ad allinearsi, non esisteva all'epoca un servizio di dispaccio dell'ora pubblica e l'orario veniva preso dagli orologi solari locali.

 

Era compito del "Regolatore del'orologio pubblico", aggiornare l'orario esatto del luogo.

 

Nel 1866 il fuso orario non era ancora unico, infatti è del 22 settembre di quell'anno un decreto in cui si adottava un unico orario (meridiano di Roma) per l'Italia peninsulare, mentre per Sicilia e Sardegna si usava l'orario relativo ai rispettivi meridiani di Cagliari e Palermo.

 

Per quanto riguarda il "Regno di Sicilia", prima del 1812 e dopo il 1815 non vi fu nessuna costituzione, d'altronde non poteva essere altrimenti in un'ordinamento di Monarchia Assoluta.

 

Lei potrebbe vedere "costrizione" nella concessione delle prerogative autonomistiche alla Sicilia, ma i fatti dicono che fu concessione. Appare chiaro che col passare dei decenni si sarebbe arrivati in una situazione simile all'antico Regno di Sicilia, ove pesi misure e erano tutti uguali, il che non sarebbe stata certamente una cosa negativa.

 

Su tutte le monete Caroline siciliane non risulta il numero "III", infatti il numero venne utilizzato da Carlo quando tornato in Spagna, assunse il trono di tale nazione(rinunciando alle Due Sicilie) come successore di Carlo II.

Devo dire però che in qualche lapide in Sicilia, si trova il numero "III", la mia tesi è che in quel periodo non si era certi  della sorte di quel monarca e delle Due Sicilie(infatti poi Carlo se ne tornò in Spagna)

 

 

Per quanto riguarda i Presìdi Toscani (a cui Carlo dovette rinunciare): fino al 1861, Re Francesco II si dichiarava oltre a Re del Regno delle Due Sicilie, "Gran principe ereditario di Toscana".

Mai viste tante inesattezze in così poco spazio di scrittura.

Io non sono competentissimo in storia ma noto una differenza di stile e di competenze abissale tra questi provocatori duosiciliani e alcuni interventi correttissimi e pieni di riferimenti precisi che qui si vogliono invano criticare.

Alcune cose che so anch'io da "dilettante" che compra libri sulla Sicilia nelle bancarelle e nelle librerie:...

Mai letto "numismatica sicula" di Maiorca? Ci sono un sacco di monete stampate con la dicitura Carolus III, non tutte in verità, ma molte portano questo numerale. Ridicola l'interpretazione delle lapidi ... me ne trovi una nel Napoletano e poi ne riparliamo.

Anche l'inesistenza della costituzione siciliana del Vespro....Pazzesco!

La confusione tra l'ora ufficiale e i fusi orari...

Si legga Calisse, Storia del Parlamento di Sicilia, dove sono elencate con esattezza le Costituzioni del Regno di Sicilia che regolano la materia istituzionale.

Non vale neanche la pena di rispondere oltre...

Anonimo 02 aprile 2010   16:49

Carlo non voleva utilizzare alcun ordinale per svariati motivi. Il VII di Napoli non gli piaceva per vecchi rancori "papalini".

Anonimo 02 aprile 2010   16:08

è esistito lo Stato delle due sicilie non la nazione duosiciliana, così come esiste lo Stato italiano ma non la nazione italiana. allo stesso tempo esiste la nazione siciliana, ma al momento non esiste lo Stato siciliano, anche se con lo Statuto ci avviciniamo ad esserlo...

Anonimo 02 aprile 2010   16:07
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Rispondo solo per ciò in cui sono stato chiamato in causa. Nel 1893 l'Italia accede alla Convenzione internazionale sui fusi orari. Prima di quella data c'era un'ora ufficiale nazionale per la Penisola, calcolata sul meridiano di Roma, e due ore altrettanto ufficiali distinte per la Sicilia e per la Sardegna, passanti rispettivamente per i meridiani di Palermo e di Cagliari. La legge che regolò l'ora ufficiale del Regno d'Italia era del 1865. Prima ogni stato aveva la propria e in genere per le Due Sicilie si usavano i meridiani di Napoli e di Palermo distintamente.

La legge del 1865 è paradossalmente sicilianista. La differenza tra Roma e Palermo è di pochi minuti soltanto, mentre quella con la Sardegna poteva avere qualche giustificazione geografica. Paradossalmente andando da Messina a Reggio Calabria (cioè da ovest verso est) i Siciliani dovevano mettere le lancette indietro di qualche minuto e non avanti come sarebbe naturale, perché Reggio era tarata con Roma che è leggermente più a ovest di Palermo.

Il Regno di Sicilia non era assoluto ma costituzionale, sebbene di una costituzione assai diversa rispetto a quelle moderne. Da Carlo d'Angiò in poi (vero fondatore del Regno di Napoli, mai disconosciuto nemmeno negli ordinali dei sovrani) nel continente non fu mai convocato un Parlamento, a differenza di ciò che avvenne regolarmente in Sicilia in continuità con il Regno di Sicilia più antico, ma con un'evoluzione costituzionale che fu tutta del Vespro e che rimase sostanzialmente inalterata sino alla Rivoluzione del 1812. Ma fosse stato il Regno di Sicilia un regno assoluto nulla sarebbe cambiato. La persona del re che unisce due regni non ne unisce le legislazioni. Finché (1816) il re aveva bisogno di fare tre leggi per fare rispettare la sua volontà sui suoi domini (Napoli, Sicilia e - non dimentichiamo - Stato dei Presidi in Toscana), questi erano - secondo me - tre stati a tutti gli effetti.

Concordo sul fatto che la monarchia borbonica, ereditando due stati, aveva da subito in animo di procedere per gradi alla riunificazione. Questa però a quanto pare non riuscì mai del tutto. Quindi non parlerei tanto di "rispetto" delle prerogative dei Siciliani quanto di "costrizione al rispetto" che i Siciliani di allora seppero conquistarsi sino alla fine del Regno stesso.

M.C.

P.S. sugli ordinali (e cambio argomento questa volta rivolgendomi a tutti i lettori):

C'è - vado a memoria - una iscrizione alla cattedrale di Palermo sull'incoronazione di Carlo di Borbone. Il numerale è III. Così come nelle monete. Esattamente lo stesso numero usato dal suo predecessore, Carlo III di Asburgo - Austria, considerato dai siciliani come un usurpatore (forse a torto). A Napoli invece si numerava tranquillamente Carlo VII, riconoscendo tanto il predecessore (VI) che era lo stesso che in Sicilia quanto il I che era Carlo d'Angiò e il II, etc. che secondo i neoborbonici dovrebbero invece essere considerati "usurpatori". Gli angioini non furono mai considerati usurpatori del Regno di Napoli se non durante la Guerra del Vespro in senso stretto (1282-1302). Dopo furono tranquillamente riconosciuti "Re di Sicilia" citra pharum. E infatti, come bene dice il Di Bella, Alfonso si fece adottare dalla Regina Giovanna alla quale succedette sul trono di Napoli, che infatti non disciolse in quello di Sicilia ma lasciò indenne, e anzi ne fece sede della propria corte.

I numerali, quindi, rivelano incontestabilmente la discontinuità tra le Due Sicilie e i due regni di Napoli e Sicilia che si fondevano in esso, ma anche la distinta personalità giuridica dei due regni ante fusione.

Perché mai, allora, se il regno era lo stesso, Ferdinando si sarebbe chiamato I? Non riconosceva forse i 3 re che avevano regnato a Napoli con quel nome prima di lui? E i 2 che avevano regnato in Sicilia? Di questi 2, peraltro, uno era in comune con Napoli, l'altro invece aveva regnato solo in Sicilia. Insomma due storie diverse, con una lontana origine comune, che ora tornavano a fondersi.

Mi pare difficile contestare questo fatto.

 

Sul discorso ora legale e fusi orari: lei ha affermato che Sicilia e Napoli avessero due ore legali diverse. Ciò può indurre a pensare che secondo la scala dei fusi che tutti noi conosciamo "-5 -4 -3 -2 -1 +0 +1 +2 +3 ecc.ecc." tra Napoli e Sicilia vi fosse un'ora di differenza. Il che non è esatto.

 

Come avevo già scritto la scienza dei fusi è moderna e fu applicata a Regno d'Italia inoltrato.

 

Prima del 1865 si utilizzava l'ora fisica del luogo e non l'ora politica (a Palermo il sole sorge qualche minuto dopo di Napoli)

 

Per avere l'ora esatta anche i viaggiatori che andavano da Bari a Napoli erano costretti ad allinearsi, non esisteva all'epoca un servizio di dispaccio dell'ora pubblica e l'orario veniva preso dagli orologi solari locali.

 

Era compito del "Regolatore del'orologio pubblico", aggiornare l'orario esatto del luogo.

 

Nel 1866 il fuso orario non era ancora unico, infatti è del 22 settembre di quell'anno un decreto in cui si adottava un unico orario (meridiano di Roma) per l'Italia peninsulare, mentre per Sicilia e Sardegna si usava l'orario relativo ai rispettivi meridiani di Cagliari e Palermo.

 

Per quanto riguarda il "Regno di Sicilia", prima del 1812 e dopo il 1815 non vi fu nessuna costituzione, d'altronde non poteva essere altrimenti in un'ordinamento di Monarchia Assoluta.

 

Lei potrebbe vedere "costrizione" nella concessione delle prerogative autonomistiche alla Sicilia, ma i fatti dicono che fu concessione. Appare chiaro che col passare dei decenni si sarebbe arrivati in una situazione simile all'antico Regno di Sicilia, ove pesi misure e erano tutti uguali, il che non sarebbe stata certamente una cosa negativa.

 

Su tutte le monete Caroline siciliane non risulta il numero "III", infatti il numero venne utilizzato da Carlo quando tornato in Spagna, assunse il trono di tale nazione(rinunciando alle Due Sicilie) come successore di Carlo II.

Devo dire però che in qualche lapide in Sicilia, si trova il numero "III", la mia tesi è che in quel periodo non si era certi  della sorte di quel monarca e delle Due Sicilie(infatti poi Carlo se ne tornò in Spagna)

 

 

Per quanto riguarda i Presìdi Toscani (a cui Carlo dovette rinunciare): fino al 1861, Re Francesco II si dichiarava oltre a Re del Regno delle Due Sicilie, "Gran principe ereditario di Toscana".

Anonimo 02 aprile 2010   15:43
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Un appunto sul termine "Due Sicilie"

 

Se il Regno delle Due Sicilie era una nuova corona rispetto a quella di Napoli e quella di Sicilia, ciò non toglie che questo Regno per tradizione si rifaceva al Regno dei Normanni, non solo perchè così hanno voluto i Borbone(e questo è da apprezzare perchè è giustissimo onorare la dignità storica della propria terra) ma anche perchè questa dinastia era la legittima discendente dei Normanni e degli Svevi. Sarà un caso che il territorio del Regno di Sicilia del 1139 corrisponda esattamente al territorio del Regno delle Due Sicilie nel 1861? Io credo di no.

 

Sul termine DUE SICILIE inventato da Alfonso D'Aragona: col passare dei secoli non poteva non diventare anche termine geografico.

Così come c'è la Repubblica Italiana e l'Italia (come ci ricorda Metternich fu "espressione geografica". Prima ancora di diventare stato)

Questo è un articolo di storia, non di geografia: i confini corrispondenti non significano proprio nulla.

Anonimo 02 aprile 2010   13:04
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L'aquila borbonica in quanto tale non esiste. Nella moneta in questione sono stati innestati i gigli sul simbolo stesso del Regno di Sicilia. Tutto qua.

E i periodi (borbonici) in cui questa icona veniva prodotta sono infatti quelli in cui il Regno di Sicilia era vivo e vegeto. Difficilmente ne troverai una ottocentesca. Ripeto, leggi l'opuscolo del Marchese di Villabianca e te ne renderai conto da solo.

L'innesto era una pratica araldica diffusa, che faceva complicare sempre più le armi nobiliari.

Lo stesso stemma del Regno di Sicilia-Trinacria (1282-1816) inquarta simboli precedenti: il giallo della città di Palermo, il rosso della città di Corleone, città del Vespro, casualmente coincidenti con le "bande" catalano-aragonesi, con le aquile fridericiane preesistenti.

Lo stesso simbolo, scomparso nel 1816, lo ritroviamo piccolo piccolo nel grande scudo dei Borbone insieme a tanti altri nella bandiera su sfondo bianco che dovresti conoscere bene.

Ascolti, se dici che l'aquila borbonica non esiste, si vede che hai problemi di vista.

Anonimo 02 aprile 2010   13:03
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L'aquila borbonica in quanto tale non esiste. Nella moneta in questione sono stati innestati i gigli sul simbolo stesso del Regno di Sicilia. Tutto qua.

E i periodi (borbonici) in cui questa icona veniva prodotta sono infatti quelli in cui il Regno di Sicilia era vivo e vegeto. Difficilmente ne troverai una ottocentesca. Ripeto, leggi l'opuscolo del Marchese di Villabianca e te ne renderai conto da solo.

L'innesto era una pratica araldica diffusa, che faceva complicare sempre più le armi nobiliari.

Lo stesso stemma del Regno di Sicilia-Trinacria (1282-1816) inquarta simboli precedenti: il giallo della città di Palermo, il rosso della città di Corleone, città del Vespro, casualmente coincidenti con le "bande" catalano-aragonesi, con le aquile fridericiane preesistenti.

Lo stesso simbolo, scomparso nel 1816, lo ritroviamo piccolo piccolo nel grande scudo dei Borbone insieme a tanti altri nella bandiera su sfondo bianco che dovresti conoscere bene.

Non le riesce proprio vero evitare di accusare il suo interlocutore, ogni qualvolta subisce una critica?

Se non ce la fa si vede che è lei a fare agiografia separatista.

 

A proposito, la vulgata separatista vuole che i siciliani fecero le "rivoluzioni" per la perduta indipendenza, oggi abbiamo capito che non fu così.

 

Sappiamo anche che la Sicilia aveva il problema della casta baronale(per la maggiorparte iscritta ai circoli liberali, quest'ultimi ovviamente contro i Borbone) la quale vessava la popolazione. I baroni non fecero altro che creare i presupposti della protesta e cavalcarla  (tipico delle rivoluzioni: il potere nuovo è il vecchio che ritorna)

 

Il motivo?la classe baronale percepiva come pericolose per il suo potere, le riforme siciliane portate avanti in special modo da Ferdinando II.

 

Nel 1837, l'anno del Colera asiatico, i circoli liberali, sparsero la voce che gli "untori" (di manzoniana memoria) erano i Borbone. 

Anonimo 02 aprile 2010   12:39
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Lo Stato delle Due Sicilie esisteva e questo non si può negare, la discussione credo verta "a che livello".

In ogni caso non è necessario che tra due regioni diverse vi siano per forza le stesse leggi e di esempi ve ne sono a iosa in ambito internazionale, questo dimostra come i Borbone rispettarono le prerogative autonomistiche della Sicilia, al contrario di ciò che afferma la vulgata risorgimentale.

 

 

Anche dal 1734 al 1816 gli ambasciatori borbonici presso le sedi estere erano unici e non divisi in base alla rappresentanza di Napoli e Sicilia.

 

Non ci stupiamo "se l'unione legislativa" tra Napoli e Sicilia avvenne lentamente, d'altronde non poteva essere altrimenti.

 

Sono convinto che se il Regno delle Due Sicilie fosse durato di più, anche la moneta sarebbe stata unificata(come è avvenuto con la lira, anche se ahimè la moneta era quella sbagliata) per un discorso di semplificazione che di certo avrebbe fatto bene all'economia ed alla burocrazia.

 

Ho letto che si parla di sovranità, ma essa in quel caso era esercitata dal Sovrano che aveva in mano i poteri,

esecutivo, legislativo e giudiziario (Monarchia Assoluta).

 

Le istituzioni siciliane erano agli ordini del Sovrano, la flotta, l'esercito in Sicilia rispondevano a lui, come era normale

che fosse in uno Stato.

 

Difatti Ferdinando I di Borbone aveva in se il potere per effettuare una riforma dello Stato e la fece istituendo il Regno

delle Due Sicilie così come rimosse il Parlamento Siciliano, pur lasciando parecchie prerogative autonomistiche, molte

delle quali già elencate da Massimo Costa, anche se per la verità vi sono delle inesattezze come ad esempio la

differenza di fuso orario il cui concetto inizia ad essere timidamente proposto a partire dal 1734, ma per

motivi più fisici che politici, infatti basta immaginare che il Regno d'Italia unificò i fusi orari delle varie regioni italiane soltanto nel 1893.

 

Prima ancora del 1734, le Due Sicilie facevano parte delle Stato delle Spagne, anche se non erano chiaramente

indipendenti, se partiamo dal punto di vista che l'antico Stato del Sud Italia (Il Regno di Sicilia) nasce indipendente.

Rispondo solo per ciò in cui sono stato chiamato in causa. Nel 1893 l'Italia accede alla Convenzione internazionale sui fusi orari. Prima di quella data c'era un'ora ufficiale nazionale per la Penisola, calcolata sul meridiano di Roma, e due ore altrettanto ufficiali distinte per la Sicilia e per la Sardegna, passanti rispettivamente per i meridiani di Palermo e di Cagliari. La legge che regolò l'ora ufficiale del Regno d'Italia era del 1865. Prima ogni stato aveva la propria e in genere per le Due Sicilie si usavano i meridiani di Napoli e di Palermo distintamente.

La legge del 1865 è paradossalmente sicilianista. La differenza tra Roma e Palermo è di pochi minuti soltanto, mentre quella con la Sardegna poteva avere qualche giustificazione geografica. Paradossalmente andando da Messina a Reggio Calabria (cioè da ovest verso est) i Siciliani dovevano mettere le lancette indietro di qualche minuto e non avanti come sarebbe naturale, perché Reggio era tarata con Roma che è leggermente più a ovest di Palermo.

Il Regno di Sicilia non era assoluto ma costituzionale, sebbene di una costituzione assai diversa rispetto a quelle moderne. Da Carlo d'Angiò in poi (vero fondatore del Regno di Napoli, mai disconosciuto nemmeno negli ordinali dei sovrani) nel continente non fu mai convocato un Parlamento, a differenza di ciò che avvenne regolarmente in Sicilia in continuità con il Regno di Sicilia più antico, ma con un'evoluzione costituzionale che fu tutta del Vespro e che rimase sostanzialmente inalterata sino alla Rivoluzione del 1812. Ma fosse stato il Regno di Sicilia un regno assoluto nulla sarebbe cambiato. La persona del re che unisce due regni non ne unisce le legislazioni. Finché (1816) il re aveva bisogno di fare tre leggi per fare rispettare la sua volontà sui suoi domini (Napoli, Sicilia e - non dimentichiamo - Stato dei Presidi in Toscana), questi erano - secondo me - tre stati a tutti gli effetti.

Concordo sul fatto che la monarchia borbonica, ereditando due stati, aveva da subito in animo di procedere per gradi alla riunificazione. Questa però a quanto pare non riuscì mai del tutto. Quindi non parlerei tanto di "rispetto" delle prerogative dei Siciliani quanto di "costrizione al rispetto" che i Siciliani di allora seppero conquistarsi sino alla fine del Regno stesso.

M.C.

P.S. sugli ordinali (e cambio argomento questa volta rivolgendomi a tutti i lettori):

C'è - vado a memoria - una iscrizione alla cattedrale di Palermo sull'incoronazione di Carlo di Borbone. Il numerale è III. Così come nelle monete. Esattamente lo stesso numero usato dal suo predecessore, Carlo III di Asburgo - Austria, considerato dai siciliani come un usurpatore (forse a torto). A Napoli invece si numerava tranquillamente Carlo VII, riconoscendo tanto il predecessore (VI) che era lo stesso che in Sicilia quanto il I che era Carlo d'Angiò e il II, etc. che secondo i neoborbonici dovrebbero invece essere considerati "usurpatori". Gli angioini non furono mai considerati usurpatori del Regno di Napoli se non durante la Guerra del Vespro in senso stretto (1282-1302). Dopo furono tranquillamente riconosciuti "Re di Sicilia" citra pharum. E infatti, come bene dice il Di Bella, Alfonso si fece adottare dalla Regina Giovanna alla quale succedette sul trono di Napoli, che infatti non disciolse in quello di Sicilia ma lasciò indenne, e anzi ne fece sede della propria corte.

I numerali, quindi, rivelano incontestabilmente la discontinuità tra le Due Sicilie e i due regni di Napoli e Sicilia che si fondevano in esso, ma anche la distinta personalità giuridica dei due regni ante fusione.

Perché mai, allora, se il regno era lo stesso, Ferdinando si sarebbe chiamato I? Non riconosceva forse i 3 re che avevano regnato a Napoli con quel nome prima di lui? E i 2 che avevano regnato in Sicilia? Di questi 2, peraltro, uno era in comune con Napoli, l'altro invece aveva regnato solo in Sicilia. Insomma due storie diverse, con una lontana origine comune, che ora tornavano a fondersi.

Mi pare difficile contestare questo fatto.

 

Anonimo 02 aprile 2010   11:54
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Domanda, ma se dopo il 1816 le cose restarono sostanzialmente uguali, come dice Costa, significa che le varie "rivoluzioni" avvenute dopo quella dopo furono soltanto un pretesto.

Ho letto diverse opinioni che parlano di una Sicilia completamente spogliata dai Borbone dopo il 1816, cosa che non è assolutamente vera.

La sua osservazione merita di essere distinta in due. La seconda parte la ascriviamo all'agiografia filoborbonica e - come ho detto altre volte - su questo rifiuto il dialogo perché sarebbe un dialogo inutile, tra sordi che ripetono sempre le stesse cose. Ha detto ciò che ha detto. Bene.

Sulla prima parte devo dire che non ho detto che tutto è rimasto uguale dopo il 1816. Le corone e le legislazioni furono effettivamente fuse. Effettivamente, dal punto di vista amministrativo e giudiziario, la Sicilia allora era ancora uno stato, o un quasi-stato, magari lo fosse ancora oggi così (ovviamente con riferimento a quest'ambito di autonomia, non alla forma di governo, assoluta ed eterodiretta). Ma il punto è un altro.

Anche secondo me le rivoluzioni non si fanno per questioni istituzionali, ma neanche per pretesto. Le rivoluzioni sono fatti veri, con morti e feriti, e se c'è qualcuno disposto a morire per una causa, giusta o sbagliata, il nesso storico è da capire, non da giudicare (citando un po' a braccio Gramsci).

I Siciliani avevano delle ragioni per fare barricate, anche perché non avevano organi rappresentativi sui quali scaricare il dissenso. Questo va compreso. Non credo che lo facessero perché "avevano perso l'indipendenza". Da solo questo ideale non ha mosso mai nessuno, nemmeno nella Rivoluzione Americana. Ogni ideale ha una base sociale e questa andrebbe meglio compresa, senza pregiudizi di parte.

Massimo Costa

Anonimo 02 aprile 2010   11:39
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Spiace dire che non c'è nessuna guerra in corso, anche se parli di lance, ma solo una lotta per ristabilire la verità storica che i nosti "padri" ci hanno negato...

Recuperare la dignita storica perduta oggi è fondamentale se si vuole uscire dallo stato di minorità in cui si trova purtroppo oggi la Sicilia. Dici che il Nord ci sta massacrando, ma i primi a farci del male siamo noi stessi.

 

Giusto per provare quanto ti ho detto sull'Aquila Borbonica, ecco un immagine di una moneta di fine '700, Ferdinando III da un lato, aquila borbonica dall'altro (al centro del petto i 3 gigli borbonici)

 

http://i.ebayimg.com/10/!Bnt+sewBGk~$(KGrHqUOKicEtluYLPB6BLkqjv6WVQ~~_12.JPG

 

Mentre questa è un Aquila Borbonica custodita presso il Duomo di Giarre(CT) che viene solennemente esposta durante la festa del patrono S. isidoro Agricola. Fu intessuta dai maestri sarti giarresi per ringraziare il Re Ferdinando che con decreto reale del 31 luglio del 1794, diede il regio assenso per la costruzione del Duomo.

 

http://4.bp.blogspot.com/_SaTbjMY0wYM/SdzI2z-6TgI/AAAAAAAAAlA/29dJxW7ugJA/s1600-h/arazzo-stemma.jpg

 

 

saluti e Buona Pasqua a tutti

L'aquila borbonica in quanto tale non esiste. Nella moneta in questione sono stati innestati i gigli sul simbolo stesso del Regno di Sicilia. Tutto qua.

E i periodi (borbonici) in cui questa icona veniva prodotta sono infatti quelli in cui il Regno di Sicilia era vivo e vegeto. Difficilmente ne troverai una ottocentesca. Ripeto, leggi l'opuscolo del Marchese di Villabianca e te ne renderai conto da solo.

L'innesto era una pratica araldica diffusa, che faceva complicare sempre più le armi nobiliari.

Lo stesso stemma del Regno di Sicilia-Trinacria (1282-1816) inquarta simboli precedenti: il giallo della città di Palermo, il rosso della città di Corleone, città del Vespro, casualmente coincidenti con le "bande" catalano-aragonesi, con le aquile fridericiane preesistenti.

Lo stesso simbolo, scomparso nel 1816, lo ritroviamo piccolo piccolo nel grande scudo dei Borbone insieme a tanti altri nella bandiera su sfondo bianco che dovresti conoscere bene.

Anonimo 02 aprile 2010   10:40

Lo Stato delle Due Sicilie esisteva e questo non si può negare, la discussione credo verta "a che livello".

In ogni caso non è necessario che tra due regioni diverse vi siano per forza le stesse leggi e di esempi ve ne sono a iosa in ambito internazionale, questo dimostra come i Borbone rispettarono le prerogative autonomistiche della Sicilia, al contrario di ciò che afferma la vulgata risorgimentale.

 

 

Anche dal 1734 al 1816 gli ambasciatori borbonici presso le sedi estere erano unici e non divisi in base alla rappresentanza di Napoli e Sicilia.

 

Non ci stupiamo "se l'unione legislativa" tra Napoli e Sicilia avvenne lentamente, d'altronde non poteva essere altrimenti.

 

Sono convinto che se il Regno delle Due Sicilie fosse durato di più, anche la moneta sarebbe stata unificata(come è avvenuto con la lira, anche se ahimè la moneta era quella sbagliata) per un discorso di semplificazione che di certo avrebbe fatto bene all'economia ed alla burocrazia.

 

Ho letto che si parla di sovranità, ma essa in quel caso era esercitata dal Sovrano che aveva in mano i poteri,

esecutivo, legislativo e giudiziario (Monarchia Assoluta).

 

Le istituzioni siciliane erano agli ordini del Sovrano, la flotta, l'esercito in Sicilia rispondevano a lui, come era normale

che fosse in uno Stato.

 

Difatti Ferdinando I di Borbone aveva in se il potere per effettuare una riforma dello Stato e la fece istituendo il Regno

delle Due Sicilie così come rimosse il Parlamento Siciliano, pur lasciando parecchie prerogative autonomistiche, molte

delle quali già elencate da Massimo Costa, anche se per la verità vi sono delle inesattezze come ad esempio la

differenza di fuso orario il cui concetto inizia ad essere timidamente proposto a partire dal 1734, ma per

motivi più fisici che politici, infatti basta immaginare che il Regno d'Italia unificò i fusi orari delle varie regioni italiane soltanto nel 1893.

 

Prima ancora del 1734, le Due Sicilie facevano parte delle Stato delle Spagne, anche se non erano chiaramente

indipendenti, se partiamo dal punto di vista che l'antico Stato del Sud Italia (Il Regno di Sicilia) nasce indipendente.

Anonimo 02 aprile 2010   09:33

Domanda, ma se dopo il 1816 le cose restarono sostanzialmente uguali, come dice Costa, significa che le varie "rivoluzioni" avvenute dopo quella dopo furono soltanto un pretesto.

Ho letto diverse opinioni che parlano di una Sicilia completamente spogliata dai Borbone dopo il 1816, cosa che non è assolutamente vera.

Anonimo 02 aprile 2010   02:52
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Pacatamente.

Un contributo al dibattito vorrei darlo anch'io.

Oltre ai criteri formali per stabilire se vi fu uno o due stati separati di Napoli e Sicilia (gli ordinali dei monarchi, le intestazioni degli atti pubblici, ma si possono aggiungere la numismatica, le iscrizioni sui monumenti, le bandiere, etc.) ve n'è uno molto interessante che è quello della sovranità. Non vi è stato senza sovranità e questa è costituita dai tre classici poteri legislativo, esecutivo e giudiziario.

In altre parole sostenere che un paese è un unico stato ma poi ammettere che nessuna legge valeva in tutto il medesimo (per limitarci al primo dei tre attributi della sovranità) mi appare quanto meno arduo.

Veniamo al primo, il legislativo. Su questo non vi è dubbio che la cesura tra il 1282 e il 1816 sia totale. A parte alcune leggi sopravvissute dai remoti tempi unitari, come le Costituzioni Melfitane di Federico di Svevia, e a parte il Corpus Juris, fonte di diritto comune a tutta l'Europa sino alle codificazioni contemporanee, nessuna legge fu mai prodotta nell'arco di tempo considerato che avesse validità di qua e di là del Faro, neanche nei periodi in cui il monarca era il medesimo, neanche negli ultimi periodi (1724-1798) in cui una comune volontà politica doveva ispirare la legislazione. Gli ordinamenti giuridici, pubblici e privati, erano completamente separati e peraltro soggetti a fonti di produzione diverse: la sola volontà del monarca nel Regno di Napoli, la volontà congiunta di Monarchia e Parlamento nel Regno di Sicilia. Per contro dopo il 1816 l'unificazione legislativa è totale o quasi. Prima (nel Settecento) la Corte di Napoli avrebbe dovuto inviare delle direttive ai "Vicerè proprietari e Capitani generali del Regno di Sicilia" perché se ne facesse promotore nei confronti del Parlamento siciliano; dopo (nell'Ottocento) le leggi sono fatte a corte, punto e basta. I decreti del 1816 furono imperfetti ma ciò era dovuto solo ad una questione di tempo. I successivi provvedimenti del 1819 disposero dall'1 gennaio 1820 la cessazione definitiva di tutto il diritto privato siciliano e di gran parte del diritto pubblico e l'adozione di molti provvedimenti della legislazione napoletana, tra i quali i codici ferdinandei. Da allora in poi residuò qualcosa degli ordinamenti di Antico Regime, ma mai più una previsione legislativa sarebbe provenuta da fonte diversa. Qualche volta il legislatore duosiciliano prevedeva ordinamenti differenziati (come ad esempio nel servizio di leva, obbligatorio per i Napolitani, a sorteggio per i Siciliani) ma ciò era previsto da una legislazione centralizzata. In altri termini, se lo "stato" dipendesse tutto dalle leggi, potremmo dire che lo stato duosiciliano nasce nel 1816 e muore ... nel 1865, non nel 1860, giacché solo in quella data cessano definitivamente gran parte degli ordinamenti preunitari del Mezzogiorno.

Veniamo al potere esecutivo.

Qui addirittura ci sarebbe da mettere in dubbio che l'unificazione dei due regni sia mai realmente avvenuta. Il Regno delle Due Sicilie aveva unito le forze armate, la rappresentanza diplomatica e poco più. Tutto il resto dipendeva da due governi nettamente separati: il governo delle Due Sicilie, composto da veri e propri ministri, tra cui quello competente per gli affari siciliani, ma per il resto con competenze solo sul territorio continentale e sulle pochissime materie comuni, e quello della Luogotenenza, con i suoi "direttori di ripartimento" (non potevano chiamarsi ministri), ma che in realtà erano veri e propri ministri. Pochi sanno che la famosa polizia borbonica, non era, se non in parte, polizia napoletana, ma polizia siciliana alle dipendenze del governo della Luogotenenza. Gli interni, quindi, erano completamente separati. Ma, ancor più significativo, le finanze erano completamente separate. Gran parte delle tasse siciliane andavano al governo della Luogotenenza, non a Napoli. La Sicilia aveva il suo "ministero" delle Finanze e il suo debito pubblico, separato da quello napoletano. C'era la dogana allo Stretto, due ore legali diverse e due sistemi metrici ufficiali diversi. E potrei continuare. Insomma un'unione assai imperfetta, e forse di questo Di Bella ci parlerà alla prossima puntata. Ci fu - è vero - un momento in cui il governo duosiciliano cominciò a togliere competenze alla Luogotenenza e ad accentrarle a Napoli. Ciò avvenne sul finire degli anni '30 sino alla Rivoluzione del '48, dopo la rimozione dalla Luogotenenza del Principe Leopoldo, ben visto dai Siciliani, ma un po' pericoloso per l'unità del Regno visto che era principe di casa reale. Dopo il '49 si ritornò alla più netta separazione delle amministrazioni. Anzi addirittura si scorporò persino l'Istituto di emissione, accettando la scorporazione del Banco di Sicilia già di fatto avvenuta dopo la Rivoluzione del 1848. Questa amministrazione separata della Sicilia pareva dovesse sopravvivere persino dopo l'Unità d'Italia, ma fu soppressa nel 1862.

Nel Settecento cercare elementi di amministrazione comune appare molto, molto più arduo. In fondo c'era la Corona, con la sua alta politica accentrata. E nulla più. Quindi rappresentanza diplomatica comune e politica estera comune. Punto. Del resto i vicerè siciliani una politica estera di piccolo cabotaggio la facevano comunque: alcuni trattati commerciali con il Bey di Tunisi, ad esempio. E la Sicilia manteneva il suo esercito, la sua flotta, la sua amministrazione, insomma, oltre alle cose dette, questo "stato" non aveva proprio nulla in comune di qua e di là del Faro. In verità qualcosa c'era, dimenticavo: la parità fissa tra tre Ducati per ogni Onza, disposta da re Carlo nel 1735, dopo secoli di fluttuazione libera delle due monete. Segno di una qualche politica economica sostanzialmente comune, pur mantenendo le due zecche distinte.

Prima ancora neanche quello. La "grande politica" comune si faceva altrove, a Madrid, a Vienna, sempre che i regni fossero uniti. Per il resto le due amministrazioni erano completamente separate e il loro punto di unione, se c'era, era comune anche a molti altri "regni". Non esisteva a Madrid una "cancelleria delle due sicilie" o qualcosa del genere.

Veniamo al potere giudiziario.

Qui la separazione rimase totale anche dopo l'Unità d'Italia.

La Gran Corte Civile e Criminale, poi Tribunale di terzo livello rimase il livello di massimo giudizio per tutto il Regno delle Due Sicilie, così come la Corte dei Conti, già Tribunale del Real Patrimonio e così via. La Corte di Cassazione di Palermo sopravvisse penalmente sino al 1882, civilmente sino al 1922, per essere teoricamente restaurata nel 1946.

Ognuno tragga le sue conclusioni.

Massimo Costa

 

impeccabile come sempre!!!

questi neoborbonici (doppu 150 anni, sapiddu chi cercunu) stanno diventando veramente fastidiosi.

Anonimo 01 aprile 2010   22:16

Pacatamente.

Un contributo al dibattito vorrei darlo anch'io.

Oltre ai criteri formali per stabilire se vi fu uno o due stati separati di Napoli e Sicilia (gli ordinali dei monarchi, le intestazioni degli atti pubblici, ma si possono aggiungere la numismatica, le iscrizioni sui monumenti, le bandiere, etc.) ve n'è uno molto interessante che è quello della sovranità. Non vi è stato senza sovranità e questa è costituita dai tre classici poteri legislativo, esecutivo e giudiziario.

In altre parole sostenere che un paese è un unico stato ma poi ammettere che nessuna legge valeva in tutto il medesimo (per limitarci al primo dei tre attributi della sovranità) mi appare quanto meno arduo.

Veniamo al primo, il legislativo. Su questo non vi è dubbio che la cesura tra il 1282 e il 1816 sia totale. A parte alcune leggi sopravvissute dai remoti tempi unitari, come le Costituzioni Melfitane di Federico di Svevia, e a parte il Corpus Juris, fonte di diritto comune a tutta l'Europa sino alle codificazioni contemporanee, nessuna legge fu mai prodotta nell'arco di tempo considerato che avesse validità di qua e di là del Faro, neanche nei periodi in cui il monarca era il medesimo, neanche negli ultimi periodi (1724-1798) in cui una comune volontà politica doveva ispirare la legislazione. Gli ordinamenti giuridici, pubblici e privati, erano completamente separati e peraltro soggetti a fonti di produzione diverse: la sola volontà del monarca nel Regno di Napoli, la volontà congiunta di Monarchia e Parlamento nel Regno di Sicilia. Per contro dopo il 1816 l'unificazione legislativa è totale o quasi. Prima (nel Settecento) la Corte di Napoli avrebbe dovuto inviare delle direttive ai "Vicerè proprietari e Capitani generali del Regno di Sicilia" perché se ne facesse promotore nei confronti del Parlamento siciliano; dopo (nell'Ottocento) le leggi sono fatte a corte, punto e basta. I decreti del 1816 furono imperfetti ma ciò era dovuto solo ad una questione di tempo. I successivi provvedimenti del 1819 disposero dall'1 gennaio 1820 la cessazione definitiva di tutto il diritto privato siciliano e di gran parte del diritto pubblico e l'adozione di molti provvedimenti della legislazione napoletana, tra i quali i codici ferdinandei. Da allora in poi residuò qualcosa degli ordinamenti di Antico Regime, ma mai più una previsione legislativa sarebbe provenuta da fonte diversa. Qualche volta il legislatore duosiciliano prevedeva ordinamenti differenziati (come ad esempio nel servizio di leva, obbligatorio per i Napolitani, a sorteggio per i Siciliani) ma ciò era previsto da una legislazione centralizzata. In altri termini, se lo "stato" dipendesse tutto dalle leggi, potremmo dire che lo stato duosiciliano nasce nel 1816 e muore ... nel 1865, non nel 1860, giacché solo in quella data cessano definitivamente gran parte degli ordinamenti preunitari del Mezzogiorno.

Veniamo al potere esecutivo.

Qui addirittura ci sarebbe da mettere in dubbio che l'unificazione dei due regni sia mai realmente avvenuta. Il Regno delle Due Sicilie aveva unito le forze armate, la rappresentanza diplomatica e poco più. Tutto il resto dipendeva da due governi nettamente separati: il governo delle Due Sicilie, composto da veri e propri ministri, tra cui quello competente per gli affari siciliani, ma per il resto con competenze solo sul territorio continentale e sulle pochissime materie comuni, e quello della Luogotenenza, con i suoi "direttori di ripartimento" (non potevano chiamarsi ministri), ma che in realtà erano veri e propri ministri. Pochi sanno che la famosa polizia borbonica, non era, se non in parte, polizia napoletana, ma polizia siciliana alle dipendenze del governo della Luogotenenza. Gli interni, quindi, erano completamente separati. Ma, ancor più significativo, le finanze erano completamente separate. Gran parte delle tasse siciliane andavano al governo della Luogotenenza, non a Napoli. La Sicilia aveva il suo "ministero" delle Finanze e il suo debito pubblico, separato da quello napoletano. C'era la dogana allo Stretto, due ore legali diverse e due sistemi metrici ufficiali diversi. E potrei continuare. Insomma un'unione assai imperfetta, e forse di questo Di Bella ci parlerà alla prossima puntata. Ci fu - è vero - un momento in cui il governo duosiciliano cominciò a togliere competenze alla Luogotenenza e ad accentrarle a Napoli. Ciò avvenne sul finire degli anni '30 sino alla Rivoluzione del '48, dopo la rimozione dalla Luogotenenza del Principe Leopoldo, ben visto dai Siciliani, ma un po' pericoloso per l'unità del Regno visto che era principe di casa reale. Dopo il '49 si ritornò alla più netta separazione delle amministrazioni. Anzi addirittura si scorporò persino l'Istituto di emissione, accettando la scorporazione del Banco di Sicilia già di fatto avvenuta dopo la Rivoluzione del 1848. Questa amministrazione separata della Sicilia pareva dovesse sopravvivere persino dopo l'Unità d'Italia, ma fu soppressa nel 1862.

Nel Settecento cercare elementi di amministrazione comune appare molto, molto più arduo. In fondo c'era la Corona, con la sua alta politica accentrata. E nulla più. Quindi rappresentanza diplomatica comune e politica estera comune. Punto. Del resto i vicerè siciliani una politica estera di piccolo cabotaggio la facevano comunque: alcuni trattati commerciali con il Bey di Tunisi, ad esempio. E la Sicilia manteneva il suo esercito, la sua flotta, la sua amministrazione, insomma, oltre alle cose dette, questo "stato" non aveva proprio nulla in comune di qua e di là del Faro. In verità qualcosa c'era, dimenticavo: la parità fissa tra tre Ducati per ogni Onza, disposta da re Carlo nel 1735, dopo secoli di fluttuazione libera delle due monete. Segno di una qualche politica economica sostanzialmente comune, pur mantenendo le due zecche distinte.

Prima ancora neanche quello. La "grande politica" comune si faceva altrove, a Madrid, a Vienna, sempre che i regni fossero uniti. Per il resto le due amministrazioni erano completamente separate e il loro punto di unione, se c'era, era comune anche a molti altri "regni". Non esisteva a Madrid una "cancelleria delle due sicilie" o qualcosa del genere.

Veniamo al potere giudiziario.

Qui la separazione rimase totale anche dopo l'Unità d'Italia.

La Gran Corte Civile e Criminale, poi Tribunale di terzo livello rimase il livello di massimo giudizio per tutto il Regno delle Due Sicilie, così come la Corte dei Conti, già Tribunale del Real Patrimonio e così via. La Corte di Cassazione di Palermo sopravvisse penalmente sino al 1882, civilmente sino al 1922, per essere teoricamente restaurata nel 1946.

Ognuno tragga le sue conclusioni.

Massimo Costa

 

Anonimo 01 aprile 2010   20:51

Un appunto sul termine "Due Sicilie"

 

Se il Regno delle Due Sicilie era una nuova corona rispetto a quella di Napoli e quella di Sicilia, ciò non toglie che questo Regno per tradizione si rifaceva al Regno dei Normanni, non solo perchè così hanno voluto i Borbone(e questo è da apprezzare perchè è giustissimo onorare la dignità storica della propria terra) ma anche perchè questa dinastia era la legittima discendente dei Normanni e degli Svevi. Sarà un caso che il territorio del Regno di Sicilia del 1139 corrisponda esattamente al territorio del Regno delle Due Sicilie nel 1861? Io credo di no.

 

Sul termine DUE SICILIE inventato da Alfonso D'Aragona: col passare dei secoli non poteva non diventare anche termine geografico.

Così come c'è la Repubblica Italiana e l'Italia (come ci ricorda Metternich fu "espressione geografica". Prima ancora di diventare stato)

Anonimo 01 aprile 2010   19:40
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Avevo spezzato una lancia, non è stata  colta. Pazienza. I fatti sono quelli raccontati da Di Bella. Il resto è... faccia lei. Mentre voi duosiciliani continuate a fare la guerra agli indipendentisti siciliani come se fossimo ancora nel 1859 e alla loro memoria storica, il Nord sta massacrando tutti, Siciliani e Napolitani. Per conto mio non voglio fare lo stesso errore vostro. Non concordo sull'esistenza di uno stato duosiciliano prima dei Borbone (neanche nel senso improprio ma accettabile usato dal Di Bella) e vedo che anche sui simboli del nostro regno fa un po' di confusione (l'aquila della marina siciliana era la stessa dai tempi di Federico Imperatore, ed era riportata pure sulle monete sino al 1816, c'è un bel saggio del Marchese di Villabianca sul tema, scritto sotto re Ferdinando III e molto ossequioso alla dinastia). Ma non importa. Onore anche alla "vostra" memoria storica e ricostruzione dei fatti. Un solo invito. Si dedichi anche a combattere, insieme a noi se vuole, il colonialismo settentrionale.

Comunque sentirle dire W la Sicilia indipendente fa sempre un bell'effetto. Il resto dell'affermazione non lo critico (chissà, una forma di confederazione...) ma lo lascio volentieri soltanto a voi.

Spiace dire che non c'è nessuna guerra in corso, anche se parli di lance, ma solo una lotta per ristabilire la verità storica che i nosti "padri" ci hanno negato...

Recuperare la dignita storica perduta oggi è fondamentale se si vuole uscire dallo stato di minorità in cui si trova purtroppo oggi la Sicilia. Dici che il Nord ci sta massacrando, ma i primi a farci del male siamo noi stessi.

 

Giusto per provare quanto ti ho detto sull'Aquila Borbonica, ecco un immagine di una moneta di fine '700, Ferdinando III da un lato, aquila borbonica dall'altro (al centro del petto i 3 gigli borbonici)

 

http://i.ebayimg.com/10/!Bnt+sewBGk~$(KGrHqUOKicEtluYLPB6BLkqjv6WVQ~~_12.JPG

 

Mentre questa è un Aquila Borbonica custodita presso il Duomo di Giarre(CT) che viene solennemente esposta durante la festa del patrono S. isidoro Agricola. Fu intessuta dai maestri sarti giarresi per ringraziare il Re Ferdinando che con decreto reale del 31 luglio del 1794, diede il regio assenso per la costruzione del Duomo.

 

http://4.bp.blogspot.com/_SaTbjMY0wYM/SdzI2z-6TgI/AAAAAAAAAlA/29dJxW7ugJA/s1600-h/arazzo-stemma.jpg

 

 

saluti e Buona Pasqua a tutti

Anonimo 01 aprile 2010   17:54
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Veramente i borbonici non lo hanno mai detto che prima del 1816 il regno era un solo, ma che l'unione era di tipo formale. Questa unione formale avvenne per mano di Alfonso D'Aragona (RE DELLE DUE SICILIE), infatti da allora le Due Sicilie rimasero sempre sotto la stessa dinastia. La differenza tra il 1734 e l'epoca dei vicereami ispanici, era che il Re non stava più a Madrid, ma all'interno delle Due Sicilie. Mentre ciò che accomuna le varie epoche storiche è che Napoli e Sicilia facevano parte sempre dello stesso stato, situazione che, guardacaso, nel 2010 è ancora presente.

 

Il paragone con Inghilterra e Irlanda, Norvegia e Danimarca, Austrua ed Ungheria è inesatto. La Sicilia e Napoli nascono insieme come stato e come nazione unitaria nel 1139 (Il Regno di Sicilia), impossibile parlare di nazione prima di quella data.

Dunque a differenza di altri casi internazionali, c'è tutta la legittimazione storica affinchè Napoli e Sicilia coabitino in un solo stato.

 

Un appunto, prima del 1816 non è affatto vero che che le navi siciliane issavano quella bandiera (chissà da quanti secoli non le usavano più...) Dal 1734 al 1816, le navi siciliane innalzavano l'AQUILA BORBONICA

 

W la Sicilia, indipendente, ed unita al Sud.

Avevo spezzato una lancia, non è stata  colta. Pazienza. I fatti sono quelli raccontati da Di Bella. Il resto è... faccia lei. Mentre voi duosiciliani continuate a fare la guerra agli indipendentisti siciliani come se fossimo ancora nel 1859 e alla loro memoria storica, il Nord sta massacrando tutti, Siciliani e Napolitani. Per conto mio non voglio fare lo stesso errore vostro. Non concordo sull'esistenza di uno stato duosiciliano prima dei Borbone (neanche nel senso improprio ma accettabile usato dal Di Bella) e vedo che anche sui simboli del nostro regno fa un po' di confusione (l'aquila della marina siciliana era la stessa dai tempi di Federico Imperatore, ed era riportata pure sulle monete sino al 1816, c'è un bel saggio del Marchese di Villabianca sul tema, scritto sotto re Ferdinando III e molto ossequioso alla dinastia). Ma non importa. Onore anche alla "vostra" memoria storica e ricostruzione dei fatti. Un solo invito. Si dedichi anche a combattere, insieme a noi se vuole, il colonialismo settentrionale.

Comunque sentirle dire W la Sicilia indipendente fa sempre un bell'effetto. Il resto dell'affermazione non lo critico (chissà, una forma di confederazione...) ma lo lascio volentieri soltanto a voi.

Anonimo 01 aprile 2010   15:30
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Che bello! Finalmente sento dire a un borbonico che prime del 1816 i regni erano due. Tanto mi basta, ora possiamo anche andare d'accordo. Sulla valutazione dell'unione delle corone e sulla rivoluzione del 1812 sono pronto a rispettare le tue idee, benché diverse dalle mie, basta che sul fatto storico in sé ci sia chiarezza.

Guarda che sul fatto che lo "stato" (in senso sostanziale, cioè di formazione politica, e non nel senso formale del diritto pubblico) fosse unitario dal 1734 al 1798 nessuno lo mette in discussione. Le "Due Sicilie" come soggetto di diritto pubblico internazionale, per quanto dualistico, nascono in quell'epoca, ci mancherebbe altro. Prima erano aggiogate in soggetti politici più ampi, dopo (dopo il 1816) di "dualistico" mantennero solo il nome e una radicale divisione amministrativa interna, ma fusero effettivamente i due ordinamenti giuridici. Era così anche per l'Austria-Ungheria, ne hai sentito parlare? Se conveniamo con te anche su questo ti senti anche tu un po' meglio?

Ripeto poi sul fatto che il 1812 sia stato tutto un fatto baronale, etc. questi sono giudizi di valore, giudizi storici, dove ogni contributo è gradito. Forse l'unione fu corretta dal punto di vista degli interessi dinastici della  famiglia, non certo da quello degli interessi istituzionali della Sicilia, peraltro garantiti da Costituzione immodificabile senza il consenso del Parlamento. Del resto l'esempio dell'Austria-Ungheria andò in senso inverso: dopo la fusione delle corone del 1804, si ricostituirono i due regni nel 1866 e non mi pare che la sicurezza dell'Impero asburgico sia per questo venuta meno. All'estero tutti consideravano l'Impero un unico stato, ma dopo la I guerra mondiale si fecero ben due trattati di pace con l'Austria e con l'Ungheria come potenze sconfitte. C'è stata la fusione della corona irlandese con quella inglese pure ai primi del 1800 (si vede che in quel periodo si usava), e fu nell'interesse della monarchia britannica, ma non certo in quello degli irlandesi. Insomma le unioni personali hanno funzionato quando le si volevano fare funzionare. L'accentramento fu voluto da Napoli e non giovò certo alla Sicilia. Ma - capisco - i punti di vista sono tanti e rispettabili. OK, fu cosa buona e giusta, ma non mettiamo in discussione che questa unione ci sia stata, per favore. Lo stemma del Regno di Sicilia (di Trinacria), innalzato nella Rivoluzione del Vespro [le due aquile inquartate dalle bande gialle e rosse] fu realmente ammainato; le navi siciliane abbandonarono l'aquila su bandiera gialla che avevano avuto per secoli ed innalzarono il giglio borbonico. Questo fatto c'è stato! Punto.

Per quel che mi riguarda:

W la Sicilia indipendente! Anche quella del 1812 con i suoi eroi!

Veramente i borbonici non lo hanno mai detto che prima del 1816 il regno era un solo, ma che l'unione era di tipo formale. Questa unione formale avvenne per mano di Alfonso D'Aragona (RE DELLE DUE SICILIE), infatti da allora le Due Sicilie rimasero sempre sotto la stessa dinastia. La differenza tra il 1734 e l'epoca dei vicereami ispanici, era che il Re non stava più a Madrid, ma all'interno delle Due Sicilie. Mentre ciò che accomuna le varie epoche storiche è che Napoli e Sicilia facevano parte sempre dello stesso stato, situazione che, guardacaso, nel 2010 è ancora presente.

 

Il paragone con Inghilterra e Irlanda, Norvegia e Danimarca, Austrua ed Ungheria è inesatto. La Sicilia e Napoli nascono insieme come stato e come nazione unitaria nel 1139 (Il Regno di Sicilia), impossibile parlare di nazione prima di quella data.

Dunque a differenza di altri casi internazionali, c'è tutta la legittimazione storica affinchè Napoli e Sicilia coabitino in un solo stato.

 

Un appunto, prima del 1816 non è affatto vero che che le navi siciliane issavano quella bandiera (chissà da quanti secoli non le usavano più...) Dal 1734 al 1816, le navi siciliane innalzavano l'AQUILA BORBONICA

 

W la Sicilia, indipendente, ed unita al Sud.

Anonimo 01 aprile 2010   09:32
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Ehehe, come al solito c'è chi non si accontenta mai.

Ebbene si mai parola fu più azzeccata: Stato delle Due Sicilie, perchè durante il periodo borbonico e fino al 1816, benchè i regni erano due, lo stato era uno, e non poteva essere altrimenti.

 

Bisognerebbe fare un analisi sui vari motivi che portarono da due regni-un solo stato a un regno-un solo stato, che spero di trovare nella seconda parte.

 

Sono convinto che l'unione delle due corone fu una riforma corretta dal punto di vista politico e della sicurezza dello Stato delle Due Sicilie e non fu come qualcuno ha scritto in passato uno sgarbo che i Borbone fecero alla Sicilia(che mantenne persino la propria moneta) in quanto già nel 1812 gli inglesi con l'aiuto dei baroni siciliani compiacenti avevano già preparato la scissione del Regno.

Che bello! Finalmente sento dire a un borbonico che prime del 1816 i regni erano due. Tanto mi basta, ora possiamo anche andare d'accordo. Sulla valutazione dell'unione delle corone e sulla rivoluzione del 1812 sono pronto a rispettare le tue idee, benché diverse dalle mie, basta che sul fatto storico in sé ci sia chiarezza.

Guarda che sul fatto che lo "stato" (in senso sostanziale, cioè di formazione politica, e non nel senso formale del diritto pubblico) fosse unitario dal 1734 al 1798 nessuno lo mette in discussione. Le "Due Sicilie" come soggetto di diritto pubblico internazionale, per quanto dualistico, nascono in quell'epoca, ci mancherebbe altro. Prima erano aggiogate in soggetti politici più ampi, dopo (dopo il 1816) di "dualistico" mantennero solo il nome e una radicale divisione amministrativa interna, ma fusero effettivamente i due ordinamenti giuridici. Era così anche per l'Austria-Ungheria, ne hai sentito parlare? Se conveniamo con te anche su questo ti senti anche tu un po' meglio?

Ripeto poi sul fatto che il 1812 sia stato tutto un fatto baronale, etc. questi sono giudizi di valore, giudizi storici, dove ogni contributo è gradito. Forse l'unione fu corretta dal punto di vista degli interessi dinastici della  famiglia, non certo da quello degli interessi istituzionali della Sicilia, peraltro garantiti da Costituzione immodificabile senza il consenso del Parlamento. Del resto l'esempio dell'Austria-Ungheria andò in senso inverso: dopo la fusione delle corone del 1804, si ricostituirono i due regni nel 1866 e non mi pare che la sicurezza dell'Impero asburgico sia per questo venuta meno. All'estero tutti consideravano l'Impero un unico stato, ma dopo la I guerra mondiale si fecero ben due trattati di pace con l'Austria e con l'Ungheria come potenze sconfitte. C'è stata la fusione della corona irlandese con quella inglese pure ai primi del 1800 (si vede che in quel periodo si usava), e fu nell'interesse della monarchia britannica, ma non certo in quello degli irlandesi. Insomma le unioni personali hanno funzionato quando le si volevano fare funzionare. L'accentramento fu voluto da Napoli e non giovò certo alla Sicilia. Ma - capisco - i punti di vista sono tanti e rispettabili. OK, fu cosa buona e giusta, ma non mettiamo in discussione che questa unione ci sia stata, per favore. Lo stemma del Regno di Sicilia (di Trinacria), innalzato nella Rivoluzione del Vespro [le due aquile inquartate dalle bande gialle e rosse] fu realmente ammainato; le navi siciliane abbandonarono l'aquila su bandiera gialla che avevano avuto per secoli ed innalzarono il giglio borbonico. Questo fatto c'è stato! Punto.

Per quel che mi riguarda:

W la Sicilia indipendente! Anche quella del 1812 con i suoi eroi!

Anonimo 31 marzo 2010   20:42

Ehehe, come al solito c'è chi non si accontenta mai.

Ebbene si mai parola fu più azzeccata: Stato delle Due Sicilie, perchè durante il periodo borbonico e fino al 1816, benchè i regni erano due, lo stato era uno, e non poteva essere altrimenti.

 

Bisognerebbe fare un analisi sui vari motivi che portarono da due regni-un solo stato a un regno-un solo stato, che spero di trovare nella seconda parte.

 

Sono convinto che l'unione delle due corone fu una riforma corretta dal punto di vista politico e della sicurezza dello Stato delle Due Sicilie e non fu come qualcuno ha scritto in passato uno sgarbo che i Borbone fecero alla Sicilia(che mantenne persino la propria moneta) in quanto già nel 1812 gli inglesi con l'aiuto dei baroni siciliani compiacenti avevano già preparato la scissione del Regno.

Anonimo 31 marzo 2010   17:08
L'utente ha risposto al commento anonimo del 31 marzo 2010. Visualizza »

 Bella e dotta analisi di diritto costituzionale preunitario.

 Per fortuna che con l'Unità d'Italia la questione sia sorpassata.

E' cosi sicuro di che sia una "fortuna" ?

Oppure è la più grande calamità che si sia abbattuta sulla Sicilia dopo il 1816

Anonimo 31 marzo 2010   16:10
L'utente ha risposto al commento anonimo del 31 marzo 2010. Visualizza »

Notevole approfondimento che lascia poco spazio a residui dubbi. Equilibrato e sobrio come si converrebbe a tanti altri ambiti dello scrivere di storie e non solo.

L. Modica

 Bella e dotta analisi di diritto costituzionale preunitario.

 Per fortuna che con l'Unità d'Italia la questione sia sorpassata.

Anonimo 31 marzo 2010   15:25

Precisazioni ineccepibili e documentate, quelle di Di Bella. Attendiamo con entusiasmo la seconda puntata.

Forse qualcuno potrebbe criticare l'uso troppo disinvolto del termine "stato". Cosa intende per "stato"? Se intende la formazione politica "de facto", beh, certo, in alcuni momenti le due corone, i due regni furono uniti in un singolo stato: in pratica però solo dal 1734 al 1816, giacché prima, anche in questa accezione, lo "stato" sarebbe stato una cosa più grande. Ai tempi della monarchia alfonsina comprendeva non solo le due "Sicilie", ma anche mezza Spagna, poi si divisero, poi quando si riunirono in quel 1500, lo "stato" in questione era nientemeno che l'Impero Spagnolo, poi ancora si divisero di nuovo, poi furono unite nei "Domini Asburgici", e infine, sì, in una formazione politica realmente duosiciliana, ma sempre con due amministrazioni distinte.

Se invece intendiamo per "stato" la classica unione di popolo, territorio e sovranità, allora dobbiamo concludere che sino al 1816 i due regni di Sicilia erano due stati completamente distinti, in semplice unione personale, assai spesso, ma solo da Alfonso in poi, e nulla più. La lunghissima unione personale tra le corone di Norvegia e Danimarca non le ha mai reso un unico stato, del resto.

Ma credo che, anche sotto questo profilo, non ci sia maggior sordo di chi non vuole sentire. Mi aspetto decine di post a dire che non è così, etc. Ma mi sa che questa volta Di Bella il discorso lo abbia chiuso.

Anonimo 30 marzo 2010   19:42

Notevole approfondimento che lascia poco spazio a residui dubbi. Equilibrato e sobrio come si converrebbe a tanti altri ambiti dello scrivere di storie e non solo.

L. Modica

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