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Il Castello a mare: la chiave di Palermo consegnata a Garibaldi

di Giuseppe Di Bella
12 giugno 2010 13:42
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Questa foto d’epoca che raffigura il Castello a mare di Palermo (altrove anche Castellammare o Castelloammare) è stata scattata verso il 1890 dalla terrazza di Palazzo Steri a Piazza Marina.

 

Spesso abbiamo parlato del ruolo che ebbe questo antico forte durante la battaglia di Palermo del maggio 1860, e delle cannonate che da li vennero indirizzate contro la città per ordine di Ferdinando Lanza, Comandante in capo e Luogotenente di Francesco II in Sicilia, bombardamento che causò la morte di 600 civili e neanche un ferito tra i garibaldini.

 

Ho ritenuto utile pubblicare questa rara immagine che da la misura della inespugnabilità dell’antico maniero e quindi della forte posizione strategica in cui si trovavano le forze duosiciliane a Palermo.

 

Alcune frammentarie notizie sull’esistenza del castello, risalgono all’epoca arabo-normanna e si ritiene che il primo nucleo fortificato sia stato edificato dagli arabi tra il IX ed il X secolo.

 

Poiché occupava una posizione strategica, a guardia di quello che era l’antico nucleo portuale della Cala, il castello venne addizionato di cospicue costruzioni e perfino dotato di una moschea, che venne trasformata in chiesa cristiana dai normanni che la dedicarono a San Giovanni Battista. All’interno del complesso venne edificata successivamente anche una seconda chiesa consacrata alla Madonna di Piedigrotta.

 

In epoca spagnola, ebbe anche funzione di residenza viceregia e poi di sede del tribunale dell’inquisizione, anche a cagione delle sue carceri sotterranee di triste memoria, nelle quali gli spazi di detenzione erano molto più somiglianti a loculi che a celle.

 

Nel 1593 un’esplosione provocò oltre duecento vittime, tra le quali il poeta Antonio Veneziano, li imprigionato per aver offeso il viceré appendendo un cartello irridente “... alla cantonera di don Pietro Pizzinga, allo piano delli Bologni“ (oggi piazza Bologni).

 

La fortezza è stata al centro di tante rivolte e battaglie, come quella tra savoiardi e spagnoli nel 1718, e ancora quella tra gli austriaci assediati e l’esercito di Carlo di Borbone: la chiave per la conquista di Palermo era certamente il Castello a mare.

 

Il castello faceva sistema col porto e con la Cala ed era vicino alle carceri borboniche ed al quartiere militare e casermaggio dei “Quattro Venti”, improvvidamente lasciato sguarnito nel 1860 da Cataldo, per ordine di Lanza, per andare anche lui con la sua colonna a difendere il Palazzo reale.

 

E’ questo uno dei tanti “errori” strategici, si fa per dire, del Generalissimo ed inettissimo Lanza (così lo definisce l’Ammiraglio Mundy nel suo diario) stante che proprio l’abbandono dei Quattro Venti, eliminava ogni speranza di resistenza o riscossa dell’esercito duosiciliano, imbottigliato tra le barricate del centro storico e rinserrato a Palazzo reale a difendere il tradimento di Lanza.

 

Un accorto stratega (o un soldato fedele) non avrebbe mai ordinato l’abbandono dei Quattro Venti, dove l’assenza di abitazioni civili e l’ampio spazio di manovra del Largo Consolazione insieme alla Piana dei Colli ed alla Favorita, avvantaggiavano l’esercito di Re Francesco, la sua cavallerie ed artiglieria.

La vicinanza poi del castello ed il controllo del porto costituivano un vantaggio enorme, che solo “l’inettitudine” del Comandante di Piazza, Ferdinando Lanza, riuscì a non vedere. In seguito venne giudicato ufficialmente “Non in grado di comprendere gli avvenimenti”.

 

Anzi la manovra militare vincente, con Von Mechel alla Fieravecchia, sarebbe stata proprio quella di uscire dalle mura della città da Porta Nuova e per la via del Borgo vecchio concentrare i 21.000 uomini, l’artiglieria e la cavalleria, proprio ai Quattro Venti, dove la Marina, ancora per poco fedele, avrebbe coperto la posizione dal mare in una con le artiglierie del Castellammare.

Von Mechel, era libero di uscire dalla Porta di Termini o da Porta de' Greci e quindi ricongiungersi a Cataldo e Lanza dalla via del mare, ancora sicura perché sotto il tiro delle navi.

 

A Regno perduto, gli strateghi napoletani identificarono l’errore più grave proprio nell’aver insistito ad occupare il Palazzo ed il centro della Città, e si disse che sarebbe stato necessario uscire da Palermo per capovolgere le sorti e mettere Garibaldi nelle stesse condizioni tattiche in cui Egli aveva messo Lanza ed i suoi ineffabili generali. Si indicò in Caltanissetta il punto da cui dovevasi ripartire. Ma i Quattro Venti erano senza dubbio una posizione più forte e più vicina.

 

L’abbandono dei Quattro Venti determinò inoltre la perdita del controllo delle carceri dalle quali evasero 1600/2000 detenuti (secondo le diverse fonti), che certamente non si schierarono con i borbonici. Ugualmente venne perso il controllo del vicino arsenale.

 

A nulla vale opporre alla presenza delle navi da guerra duosiciliane quella solo complessivamente maggiore, ma “neutrale”, di navi inglesi, francesi, austriache, sarde e spagnole, perché l’intervento di qualcuna di esse, avrebbe determinato la reazione della fazione opposta, e Austria e Francia erano ben rappresentate con potenti vascelli da guerra. 

Nella rada della felicissima città di Palermo erano accorse navi da tutti gli Stati che contavano, per assistere alla più incredibile resa della storia contemporanea. Ma nessuno era intenzionato a scoprire le carte davanti al mondo intero, a schierarsi apertamente ed innescare un più vasto conflitto europeo. Sostanzialmente le flotte si limitarono a controllarsi l’un l’altra.

 

Si noti che la Flotta duosiciliana, accreditata di 9 legni armati ed altri bastimenti, era in teoria la più forte per tonnellaggio e bocche da fuoco, e l’unica ad essere alla fonda dentro il porto: le altre navi da guerra erano schierate nel golfo, sotto costa tra la Cala e S. Erasmo. Più al largo erano ancorate circa 100 navi mercantili di svariate nazionalità, che ospitarono tante famiglie palermitane sfollate dalla città, comprese alcune greche e statunitensi che aiutarono sotto banco Garibaldi.

 

Dunque la posizione tattica dei legni napoletani era perfetta con il Castello a destra e nessuno alle spalle. Ai Quattro Venti la Colonna di Cataldo era ancora intatta, la flotta sicura nel porto ed il Castello integro: tutto questo, in due Chilometri quadrati, rendeva la posizione inespugnabile ed invincibile. Solo il tradimento determinò la resa senza sconfitta.

 

La Colonna di Cataldo, lo abbiamo detto, venne proditoriamente richiamata a Palazzo reale, il Castello a mare abbandonato a seguito della resa di Lanza, e la flotta servì a quel punto, solo per imbarcare le avvilite truppe duosiciliane alla volta di Napoli. Garibaldi aveva vinto: ora la città era veramente sua, ne aveva la chiave in pugno.

 

Nel 1923 il castello e le opere difensive ad esso collegate, vennero distrutte per far spazio all’espansione del porto di Palermo. Le bombe del 1943 fecero il resto.

In questi anni il complesso è stato oggetto di un tentativo di recupero, ancora in corso, collegato all’istituzione del Parco archeologico del Castellammare, che comunque difficilmente potrà ripristinare lo stato dei luoghi, ormai radicalmente cambiati, come si potrà constatare confrontando l’immagine che vediamo con l’attuale situazione.

 

Del vecchio quartiere militare dei Quattro Venti, rimane ancora oggi traccia nel nome di uno dei moli del porto di Palermo, detto appunto molo o banchina Quattro Venti.

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Anonimo 17 giugno 2011   18:55
L'utente ha risposto al commento anonimo del 17 giugno 2011. Visualizza »

 Ottima - come sempre - la ricostruzione degli avvenimenti, con particolari poco trattati in precedenza. In particolare, può sembrare incredibile la prima vista l'abbandono del forte dei Quattro Venti, con tutto quello che ne conseguì ivi inclusa la liberazione dei detenuti antiborbonici. Ma si tratta in realtà della "staregia", volutamente perdente, di Lanza. Non si dimentichi che costui era massone, come il suo avversario Garibaldi. E, forte di questa affiliazione che lo metteva al di sopra di ogni vendetta da parte dei suoi ex nemici, andò poi ad ossequiare il "fratello" a Napoli il 7 settembre successivo.

M.G.

Thanks for shraing. What a pleasure to read!
Anonimo 18 giugno 2010   11:46

Che vergogna il traditore Lanza, ed era pure palermitano.

Fortuna che gli ufficiali Von Mechel Del Bosco riscattarono un po il nostro onore.

 

Anonimo 15 giugno 2010   09:59

IMPORTANTI ELEMENTI CHE GETTANO ULTERIORE LUCE SU UNA VICENDA "OSCURA",  MA NON TROPPO.

Anonimo 13 giugno 2010   13:14

 Ottima - come sempre - la ricostruzione degli avvenimenti, con particolari poco trattati in precedenza. In particolare, può sembrare incredibile la prima vista l'abbandono del forte dei Quattro Venti, con tutto quello che ne conseguì ivi inclusa la liberazione dei detenuti antiborbonici. Ma si tratta in realtà della "staregia", volutamente perdente, di Lanza. Non si dimentichi che costui era massone, come il suo avversario Garibaldi. E, forte di questa affiliazione che lo metteva al di sopra di ogni vendetta da parte dei suoi ex nemici, andò poi ad ossequiare il "fratello" a Napoli il 7 settembre successivo.

M.G.

Anonimo 13 giugno 2010   12:27

Egr. dr. Di Bella, Lei ha la non comune capacità di portare i lettori nel "teatro di guerra".

Certo io sono palermitano e mi rendo conto che conoscendo i luoghi di cui lei narra, sono particolarmente "coinvolto" emotivamente. Al di la di questo aspetto, non ho mai letto una ricostruzione di questi avvenimenti militari così logica e circostanziata nel mostrare gli "erroti" tattici macroscopici commessi da Lanza, dalla quale appare fin troppo evidente il complotto ordito per la caduta di Palermo.

Cordiali Saluti

L. Modica

 

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