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I massacri di Bronte: i Gattopardi all’opera (1/3)

di Giuseppe Di Bella
10 luglio 2010 12:30
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Gli eccidi di Bronte costituiscono gli episodi più rappresentativi delle intrinseche contraddizioni politiche e sociali dell’invasione garibaldina della Sicilia e dei suoi effetti.

 

A Bronte va in scena la commedia del notabilato siciliano e si concretizza la sanguinosa sintesi della inadeguata preparazione politica, dell’avventurosa aggressione di Garibaldi al Regno meridionale.  

 

Non meno sorprendente è la confusione politica di un Garibaldi ossessionato dall’unità: repubblicano, monarchico, unionista, populista, socialista e garante del latifondo, secondo necessità e circostanze strategiche.

 

Garibaldi che infine maneggia in Sicilia una situazione sociale e politica talmente complessa, che forse non riesce neanche a comprendere fino in fondo.

 

In altre occasioni e dichiarazioni, durante la Dittatura della Sicilia e poi delle due Sicilie, il Generale si mostra indipendentista e federalista. Ma queste dichiarazioni appaiono invero preordinate al mantenimento della Dittatura ed al ritardare i Plebisciti e l’unione delle “Province meridionali”, col fine ultimo di avere le mani libere e continuare la guerra d’Italia per la conquista di Roma, Venezia e perfino Nizza.

 

In nome di questa idea “suprema e fatale”, Garibaldi si prestò all’aggressione proditoria del Regno delle due Sicilie, perpetrata da Vittorio Emanuele e dal Governo Sardo che lo mandarono allo sbaraglio, nascondendosi dietro le sue camicie rosse, in un tentativo che secondo lo stesso Cavour, non aveva nessuna possibilità di riuscita, almeno fino all’inopinata vittoria di Calatafimi, vero punto di svolta dell’impresa.

 

Per 150 anni si è parlato del “massacro di Bronte” in modo fazioso e surrettizio, citando come certi, fatti mai avvenuti, a cominciare da una essenziale circostanza ovvero che il Generale Nino Bixio sia entrato in Bronte alla testa di Battaglioni che caricavano alla baionetta e sparavano sui civili, per reprimere nel sangue una rivolta ancora in atto, anche con l’aiuto dell’artiglieria. Questo è falso e vedremo perché.

 

Accreditati memorialisti, di ambedue le fazioni, hanno mentito, da una parte raccontando di una fucilazione in piazza di 24 colpevoli ordinata da Bixio e di un omicidio commesso dallo stesso a sangue freddo mai avvenuti, e dall’altra inventando monache violate, stupri ripetuti, seni tagliati e maciullati, bambini squartati e precipitati dai campanili e atti di cannibalismo commessi dal popolo in rivolta. Gli atti documentali e processuali testimoniano la falsità di queste estreme accuse, pur trovandosi diffusa testimonianza di atti di crudeltà e ferocia, commessi dal popolo in rivolta, nei confronti delle vittime che furono sottoposte a diverse sevizie, prima di essere trucidate.

 

Anche per i tragici accadimenti di Bronte, pur a fronte di un’ampia ed approfondita documentazione, buona parte della storiografia ufficiale ha preferito glissare sui fatti realmente accaduti, sui presupposti politici che li determinarono, sulle innegabili responsabilità emergenti. E ancora una volta la storia è un’altra e la raccontano i testimoni oculari, i documenti ufficiali e gli atti processuali.

 

Ed invero i massacri furono due: quello commesso dai rivoltosi, quale reazione alla mancata applicazione dei proclami del Dittatore, perpetrato dal popolo in rivolta nei confronti dei notabili conservatori, e quello susseguente operato dal Generale Gerolamo Nino Bixio, a rivolta esaurita, con il concorso della Commissione di Guerra, nei confronti dei “veri notabili rivoluzionari” e liberali, accusati ingiustamente di essere dei borbonici controrivoluzionari. Due massacri ben distinti, perché diverso fu il movente politico delle stragi, anche se il sangue ha sempre lo stesso peso, da chiunque venga versato.

 

Rendere giustizia ai morti non è possibile, se non alla memoria, ma in Italia non vi è stata vera coscienza storica del Risorgimento, perché si è affermata una verità di Stato e di comodo, preordinata a nascondere e travisare gli accadimenti che portarono alla caduta del Regno delle Sicilie, inglobato con la forza e più con l’inganno, in uno Stato di cui divenne provincia se non colonia.

 

Legislazione d'urgenza: Proclami pericolosi

 

A Palermo, il 2 giugno 1860, Garibaldi nel tentativo di portare dalla parte della rivoluzione il popolo siciliano ed i contadini in particolare, emana il famoso decreto sulla distribuzione delle terre demaniali comunali, ed in qualità di “Comandante in capo delle forze nazionali in Sicilia, in virtù dei poteri a lui conferiti” (in realtà non gli erano stati conferiti da nessuno: se li era conferiti da solo a Salemi) e nel nome dell’Italia e Vittorio Emanuele stabilisce che:

 

1) Sopra la terra dei demani comunali da dividersi, giusta la legge, fra i cittadini del proprio comune, avrà una quota senza sorteggio chiunque si sarà battuto per la Patria. In caso della morte del milite questo diritto apparterrà al suo erede.

 

2) La quota, di cui è parola all'articolo precedente, sarà uguale a quella che sarà stabilita per tutti i capi di famiglia poveri non possidenti, e le cui quote saranno sorteggiate. Tuttavia se le terre d'un comune siano tanto estese da sorpassare i bisogni della popolazione, i militi e i loro eredi otterranno una quota doppia di quella degli altri condividenti.

 

3) Qualora i comuni non abbiano demanio proprio, vi sarà supplito colle terre appartenenti al demanio dello Stato e della Corona.

 

Il tentativo di legare i contadini siciliani all’azione rivoluzionaria, viene posto in essere da Garibaldi già subito dopo lo sbarco a Marsala, con una serie di provvedimenti tra i quali, il 19 maggio, l'abolizione dell’odiosa tassa sul macinato e la messa al bando dell’altrettanto odioso baciamano tra uomini dovuto al “padrone”, simbolo della più assoluta sottomissione, nonché dell’appellativo “eccellenza”.

 

Il decreto del 2 giugno per la divisione delle terre demaniali comunali ai combattenti e ai contadini nullatenenti, si inserisce nel solco delle aspettative che lo sbarco aveva suscitato in Sicilia e delle tante promesse di Garibaldi che si dissolveranno con la consegna dell’Isola a Vittorio Emanuele.

 

Sul punto si noti che nel giro di pochi anni, delle promesse di libertà e di riscatto sociale del popolo, così come dell’impeto di riforma del Dittatore, rimase ben poco: parte della legislazione dittatoriale venne sostanzialmente cancellata, certo non quella sul debito pubblico e per la spoliazione ed incameramento dei beni dei Gesuiti e dei Liguorini, che venne completato dalla Legge sulla “Mano morta”.

 

Risulta essenziale, per la comprensione della situazione politica determinatasi in Sicilia, evidenziare che il Decreto dittatoriale si limitava a disporre la divisione tra i contadini delle terre demaniali comunali, senza che venissero assolutamente intaccati i latifondi privati, saldamente nelle mani della nobiltà isolana. Né si faceva cenno alla redenzione delle diffuse usurpazioni o al ristabilimento degli usi civici cassati.

 

Si tenga inoltre conto che la nobiltà latifondista isolana, che nel 1812 si era appropriata dei feudi, tramutandoli in terreni allodiali e dunque di proprietà privata, temeva l’annullamento di quella norma “costituzionale”. In questa ipotesi i grandi latifondi sarebbero stati retrocessi ai demani comunali e statali e quindi sarebbero in parte rientrati tra le terre da dividere ai contadini, a tenore delle disposizioni di Garibaldi. Non meno forte era il timore che le estese usurpazioni ai danni dei demani comunali, perpetrate nei secoli, venissero riconosciute tali ed annullate.

 

I provvedimenti del 2 giugno definiscono il quadro del programma di proselitismo del Dittatore che con il ripristino dello status istituzionale del Regno di Sicilia al 15 maggio 1849 (Decreto di Alcamo del 17 maggio), ovvero al periodo rivoluzionario, aveva indotto in errore i notabili siciliani in merito al formale ristabilimento della sovranità del Regno, surrettiziamente ostentata da Garibaldi, con una serie di provvedimenti demagogici, e soprattutto sul fatto che l’apparentemente redivivo ed indipendente Regno di Sicilia, avrebbe potuto “patteggiare” da pari a pari, le condizioni del suo ingresso nell’Italia di Vittorio Emanuele.

 

In tal senso, ribadiamo, va letta la formazione di quel Comitato “Costituzionale” delineato da Ruggero Settimo, ultimo rivoluzionario “Presidente del Regno”, che intendeva trattare l’annessione costituzionale del Regno di Sicilia al nuovo Regno d’Italia. Il Comitato non venne riconosciuto quale interlocutore e venne proclamato quel Plebiscito senza alternative, che mise i siciliani con le spalle al muro.

 

Garibaldi, nei suoi provvedimenti e discorsi, formalmente evocava continuamente la sovranità della Nazione siciliana, ma in realtà non convocò mai il suo Parlamento: il timido e tardivo tentativo del pro Dittatore della Sicilia Mordini, di convocare una “Assemblea“ siciliana, prima della proclamazione del Plebiscito, venne stroncato immediatamente dagli unionisti.

 

I siciliani che “contavano”, nobili, notabili, alto Clero e grande borghesia (ivi compresa quella commerciale inglese), percepirono a pieno e da subito, che l’invasione garibaldina preludeva all’unione della Sicilia al Regno d’Italia ed accettarono questa soluzione, sperando in un “patto costituente” e nella conservazione di tutti i privilegi di cui godevano.

 

Aggiogati apparentemente al carro “rivoluzionario” e savoiardo i baroni ed i notabili dell’Isola, che in realtà avevano ben altre garanzie ed orizzonti di continuità del loro potere sotto Casa Savoia, prestate dai circoli liberali e massonici, risultava ora necessario attrarre le masse contadine nell’orbita “rivoluzionaria” ed unionista: il Decreto per la distribuzione delle terre era il miglior viatico.

 

Ossessione 

 

Garibaldi, lo spiega di suo pugno nei Mille e nelle Memorie, concepiva la formazione del Regno d’Italia quale supremo rimedio allo strapotere degli stranieri nella Penisola, che ne impediva lo sviluppo economico e sociale, e questo argomentare, teoricamente, non era privo di fondamento politico, militare ed economico.

 

L’unità era l’obiettivo vitale da raggiungere e per far ciò, lo abbiamo già ricordato, era disposto a sacrificare tutto, anche la sua fede politica repubblicana mettendosi al servizio dei Savoia. Il perseguimento ad ogni costo dell’unità italiana, assumeva in Lui le forme di una vera irragionevole ossessione, per realizzare la quale era disposto a tutto, fino alla morte.

 

Era altresì profondamente convinto che i sacrifici di sangue “fraterno” sopportati dalle popolazioni, retaggio inevitabile di ogni rivoluzione, sarebbero stati ampiamente ricompensati dai vantaggi dell’acquisita unità.

 

Sfuggiva al Generale la pericolosità dell’unione di più Stati estremamente diversi storicamente, socialmente ed economicamente, realizzata senza un accordo “Costituente”.

Garibaldi non tenne conto del rischio che l’unificazione passiva sotto lo scettro dei Savoia avrebbe potuto determinare, come avvenne, effetti estremamente negativi, sia a causa di una Dinastia inadeguata che di una classe dirigente impreparata, miope ed egoista, incapace di unire ed equilibrare veramente il Paese e di avviare uno sviluppo economico e sociale uniforme ed equo. Infatti 150 anni non sono bastati.

 

Non va comunque escluso, a mente delle dichiarazioni rilasciate da Garibaldi, ritornato di gran carriera nel settembre del 1860 in Sicilia per scongiurare l’immediata annessione, che Egli intendesse percorrere una via “pattizia” diversa dai Plebisciti, invero sempre avversati, e che solo il precipitare degli eventi lo abbia costretto, Già a Teano, alla prematura consegna del Regno delle Sicilie, che moralmente molto somiglia ad una resa “a discrezione”.

 

Abbiamo ricordato di recente che Garibaldi, subito dopo l’unità, si pentì profondamente di aver consegnato il Regno delle Sicilie a Vittorio Emanuele, perché si rese conto che erano state tradite dalla Dinastia tutte le aspettative del popolo, e soprattutto quelle da Egli stesso improvvidamente suscitate, più o meno ingenuamente. Si rese conto del suo gravissimo errore perché la situazione politica e socio-economica del Mezzogiorno era innegabilmente peggiorata.

 

Vi era nelle posizioni politiche del Dittatore un’evidente contraddizione, perché proprio la sicurezza del mantenimento dell’ordine economico-sociale feudale, ovvero “il controllo della rivoluzione” al fine di neutralizzarne alcuni temuti effetti, era stato il motivo che aveva indotto i Gattopardi siciliani a schierarsi con gli unionisti, anche prestando le loro “squadre”, subito dopo la vittoria di Calatafimi: e Garibaldi non poteva non sapere o non capire.

 

Il piano dei nobili latifondisti siciliani era chiaro: divisione dei terreni dei Demani pubblici comunali si; riforma del latifondo, restituzione delle usurpazioni o ristabilimento degli usi sui terreni allodiali di proprietà dei nobili e notabili no.

 

In tale contesto, la contraddittorietà ed il limite intrinseco dell’azione politica e rivoluzionaria di Garibaldi è evidente quanto inevitabile: decreta riforme in favore dei contadini, ma di fatto protegge il latifondo baronale. Il Generale profilava ardite riforme populiste di difficile attuazione e mantenimento, ma sapeva di camminare sul filo del rasoio perchè aveva ben presente il rischio di una reazione conservatrice, indipendentista o filo borbonica, nel caso in cui avesse minacciato gli interessi dei baroni latifondisti.

 

Si è detto da taluni autorevoli autori che Garibaldi più che “liberare” la Sicilia dai Borbone, l’abbia liberata dai baroni che contavano più dei Re: questa affermazione è falsa e lo dimostra il potere esercitato dai nobili e notabili siciliani, successivamente alla caduta del Regno, sotto Casa Savoia e fino all’epoca repubblicana. Lo dimostra il fatto che il latifondo siciliano perdurerà fino al 1950, ovvero alla riforma che porta il nome di Silvio Milazzo.

 

Al di là del grado di coscienza e di prefigurazione delle conseguenze della sua impresa in Sicilia, ciò che premeva al Dittatore era l’unità italiana, ad ogni costo e in ogni modo, ed ancora in Agosto coltivava, non troppo nascostamente, l’intento di aggredire lo Stato Pontificio ed arrivare trionfalmente a liberare le Venezie e poi proseguire verso Nizza per riprenderla ai Francesi. Tanta era l’ingenua fantasia politica di un così grande Condottiero, che di ciò ebbe tempo di pentirsi.

 

Da questo idealistico ed impossibile sogno, lo scuoterà il colpo di mano di Cavour, posto in essere con il segreto placet dell’Imperatore dei francesi, che invierà l’ingrato Re di Sardegna, il “Galantuomo”, per fermarlo a Teano, alla testa del suo esercito dai guanti bianchi, pronto a disprezzare Garibaldi ed i suoi “straccioni malfattori”, che comunque gli avevano regalato un Regno, offrendo il petto al piombo. I Plebisciti imposti e senza alternativa, completarono l’opera. 

  

Bronte simbolo della rivoluzione tradita

 

Non a caso fu Bronte il banco di prova della contraddittorietà ed inconsistenza politica dei provvedimenti Dittatoriali, preordinati alla conquista del Regno delle Due Sicilie, e vedremo subito perchè.  

 

Riepilogheremo brevemente i fatti salienti, rimandando per una lettura più approfondita, alla vastissima e minuziosa storiografia sugli avvenimenti di Bronte, ed in particolare alle opere di Benedetto Radice. Focalizzeremo invece alcuni elementi per evidenziare particolari aspetti politici della vicenda, con l’ausilio dei contenuti dei Proclami di Bixio ed in particolare di quello, meno indagato, del 9 agosto 1860.

 

L’emerito storico brontese Benedetto Radice, convinto unionista, ma imparziale osservatore, narra come da secoli la città cercasse di recuperare con ogni mezzo gli antichi diritti civici e feudali di cui il popolo era stato espropriato dalla donazione di Papa Innocenzo VIII all’Ospedale Maggiore di Palermo nel 1491, e poi da quella di Ferdinando all’ammiraglio Nelson nel 1799.

 

Il vastissimo feudo della Ducea era stato concesso all'ammiraglio inglese Orazio Nelson, per ringraziarlo dei servigi resi alla famiglia reale durante la fuga da Napoli per la Sicilia, poiché Questi aveva messo a disposizione la nave ammiraglia inglese Vanguard, per il viaggio, sfidando una tempesta spaventosa. Successivamente aveva aiutato Ferdinando a rientrare a Napoli.

 

La traversata durò tre giorni: la formidabile tempesta disperse la flotta e spezzò l’albero maestro della Vanguard. Morì tra gli spasmi e i tormenti del mare il principino Alberto Filippo di sei anni.

 

I Nelson conducevano il feudo incuranti dei disagi del popolo e della soppressione di quegli usi che permettevano alla plebe di sopravvivere, né il Comune intendeva alleviare le sofferenze dei brontesi, allentando le maglie degli usi civici sui terreni del suo demanio. E come se ciò non bastasse, alcuni notabili del luogo, dopo l’impavida partecipazione di Bronte alle rivoluzioni del 1820/1821 e del 1848/1849, approfittarono della restaurazione borbonica per usurpare altre terre demaniali.

 

Caso limite pur nell’economia latifondista siciliana, l'81% del territorio comunale di Bronte, come al solito quello più fertile e di più facile coltivazione, era nelle mani della Duchessa Nelson, del Comune, di 7 nobili e di 11 benestanti.

Gli altri 10.000 brontesi vivevano e lavoravano nella speranza di possedere un pezzetto di terra da coltivare per uscire dalla più cupa miseria e liberarsi dai quotidiani morsi della fame. Molti disperati si nutrivano solo di erbe.

 

Era stata anche intentata un’interminabile causa civile contro la "Ducea", con l’assistenza, da ultimo, dell’avvocato Nicolò Lombardo, che vedremo protagonista di questa complessa vicenda.

 

Bronte viveva già prima dello sbarco di Garibaldi, una situazione di continua ed estrema tensione sociale: due fazioni si fronteggiavano apertamente ovvero i conservatori, che difendevano gli interessi della “Ducea”, e i “comunisti” che perseguivano il ristabilimento degli usi civici sui beni demaniali usurpati. Questi ultimi erano sostenuti anche da una parte della borghesia illuminata, e segnatamente da professionisti e da qualche sacerdote.

 

La vittoria di Garibaldi ed i provvedimenti da Questi emanati, suscitarono a Bronte più che in ogni altro luogo, entusiasmi ed aspettative per la divisione delle terre, da secoli agognata. Si ebbe notizia inoltre di un precedente specifico: Garibaldi aveva restituito agli antichi e legittimi proprietari il feudo di "Bisacquino", donato da Ferdinando al tristemente famoso ministro di polizia Maniscalco. Più tardi saranno confiscati tutti gli altri beni del Maniscalco.

 

Si diffuse quindi la convinzione che secondo il “Diritto del vincitore”, di annullare gli atti del regime deposto, identica soluzione sarebbe stata finalmente adottata per le due donazioni di Bronte, con la susseguente restituzione al Comune, e quindi ai contadini, di quelle terre.

 

Ma i destini spesso s’intrecciano in modo inesplicabile e, dopo il Decreto di Alcamo, vennero chiamati a reggere la municipalità, a Bronte come in tanti altri Comuni, si elementi liberali non troppo compromessi col passato regime, secondo le disposizione del Dittatore, ma quegli stessi uomini erano in qualche modo direttamente coinvolti con gli interessi della Ducea.

 

La chiamata da parte dei Governatori di elementi liberali, ma anche di conservatori travestiti da rivoluzionari, per sostituire ai vertici del potere i fedeli alla Monarchia borbonica, può essere assunta a costante durante il passaggio dei poteri in Sicilia. Questa circostanza costituirà la premessa della consegna ai Savoia di un Regno sostanzialmente “non rivoluzionato”, pronto si a mutare la forma monarchica assoluta in costituzionale, ma nel quale ai cambiamenti formali ed istituzionali, non faranno seguito adeguati provvedimenti politici e sostanziali, indirizzati allo sviluppo economico e sociale di quella parte dell’Italia che più ne aveva bisogno.

 

Così il Mezzogiorno entra a far parte del nuovo Stato e cambia la Dinastia regnante: transita dalla Monarchia Istituzionale assoluta a quella Costituzionale. Ma questi eventi, pur di grande rilievo, non riuscirono a produrre gli effetti sperati ed il latifondo privato con la sua egocentrica gestione, rimase al centro dell’arretrata economia siciliana, condizionandone e ritardandone lo sviluppo per un secolo ancora.

 

L’inadeguata classe dirigente italiana e siciliana, permaneva nettamente ed ottusamente conservatrice ed il “patto scellerato”, più o meno tacito, prevedeva lo sviluppo industriale del Nord e il permanere del latifondo agricolo al Sud: questo spiega la facilità con la quale il Regno d’Italia neutralizzò in pochi anni, buona parte delle rivendicazioni sociali ed economiche del Mezzogiorno, che pure avevano costituito uno dei motivi principali della partecipazione popolare alla “rivoluzione” garibaldina. Una folla di politicanti si affacciò sulla scena dell’Italia unita, ma di statisti si vide solo qualche ombra.

 

Il brigantaggio e le rivolte susseguenti all’unità, ivi compresi i Fasci in epoca umbertina, costituirono l’ultimo sussulto del non allineamento del popolo al tradimento di quelle istanze sulle quali si erano a forza innestate le “rivoluzioni controllate” con le quali si edificò la nuova Italia. (continua)

 

 

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Anonimo 29 ottobre 2011   01:57
L'utente ha risposto al commento anonimo del 29 ottobre 2011. Visualizza »

Deve continuare l'opera di ristabilimento dei fatti, oltre le distorte e servili opinioni che ci hanno confuso per 150 anni. Qesto pezzo è un esempio di storia ragionata e documentata. Ma i pregi che io trovo, stanno nell'analisi politica brillante ed equidistante, direi disincantata e soprattutto nel linguaggio divulgativo, quasi documentaristico, utilizzato.

Infine Garibaldi ne esce per quello che era: un uomo con qualità e difetti, grandezza d'animo ed ingenuità politica: bene delinea Di Bella la complessità della vicenda unitaria, ragionando sui veri interessi della classe dirigente siciliana e mi sia consentito facendo balenare che dopo 150 anni siamo punto e a capo, avendo cambiato solo i nomi ed i titoli, ma i baroni ed il "Latifondo politico" ci sono ancora ed immutati.

Grazie doveroso al coraggioso Direttore Parlagreco che sta celebrando questo anniversario in modo appropriato, alla ricerca della verità. Complimenti all'altrettanto coraggioso dr. Di Bella che ci ha regalato in questo anno, una visione da diversa angolazione della storia della nostra amata Isola, a volte esponendosi in prima persona agli strali di chi vuole continuare a fare politica e non guardare la storia in faccia. Attendo con curiosità ed interesse la seconda parte dell'articolo.

Cordiali Saluti

L. Modica

 

Brilliance for free; your parents must be a sweetheart and a certified gnieus.
Anonimo 26 luglio 2010   18:49

Finalmente un testo chiaro e "scientifico" sui fatti di Bronte, da sempre mistificati  e oscurati da una coltre di ipocrisia

Anonimo 21 luglio 2010   18:16

Noto con sorpresa che non vi sono attacchi e veti incrociati da parte delle fazioni ideologiche militanti. E' un bel segno positivo, una speranza di unità dei siciliani ed un desiderio di equità appagato: credo che questo articolo sia una grande lezione per tutti e non solo di storia.

ztl

 

Anonimo 18 luglio 2010   19:36
L'utente ha risposto al commento anonimo del 18 luglio 2010. Visualizza »

Tutti questi articoli andrebbero semplicemente pubblicati in un libro unico.

SONO ASSOLUTAMENTE D'ACCORDO COL LETTORE.  LA STORIA E' UN ELEMENTO FONDAMENTALE E IMPORTANTE PER SAPERE CIO' CHE E' REALMENTE ACCADUTO, E SE CHI E' IN GRADO DI FARLO, OPPORTUNAMENTE DOCUMENTATO, DEVE FARLO SENZA DISPERDERNE IL TESTO COMPLETO IN PIU' ARTICOLI, CHE POTREBBERO ANDARE PERDUTI O NON LETTI.

SOLLECITO PERTANTO L'EDITORE PERCHE' LA RICHIESTA VENGA ATTUATA, E NON SOLO PER QUESTO EPISODIO MA PER TUTTI QUELLI CHE FINORA SONO STATI PUBBLICATI NELLA SEZIONE " CULTURA & ARTE ".

E' ORA CHE L'EDULCORATO "OSCURANTISMO" SCOLASTICO VENGA DILIGENTEMENTE DEMOLITO E RIMOSSO.

 

PERTANTO NELLA GRADITA IPOTESI CHE LA RICHIESTA VENGA ACCOLTA, L'EDITORE AD AVVENUTA PUBBLICAZIONE NE DIA AMPIA COMUNICAZIONE A TUTTI I LETTORI DI  QUESTO  BEL QUOTIDIANO ON LINE.

 

EDGARDO

Anonimo 16 luglio 2010   09:00
L'utente ha risposto al commento anonimo del 16 luglio 2010. Visualizza »

guardate che garibaldi non era manovrato dai savoia, ma dalla massoneria inglese che avrebbe concesso ai savoia di tenere le redini di questo nuovo Stato fantoccio, purchè non interferissi negli interessi inglesi. garibaldi sapeva benissimo cosa stava facendo e cosa sarebbe successo alla Sicilia e al sud

Una cosa non esclude certo l'altra. Si può essere agli ordini della massoneria inglese e del Re di Sardegna contemporaneamente ... nulla osta.

Anonimo 16 luglio 2010   02:22
L'utente ha risposto al commento anonimo del 16 luglio 2010. Visualizza »

Quel che dice è vero, ma forse ambedue non avevano alternative praticabili: a Ruggero Settimo mancava l'appoggio dei baroni e Garibaldi era nelle mani del Governo sardo che lo sfruttò come un utile fantoccio. Io credo nella sostanziale buona fede di Garibaldi: si troppo ingenuo ed a tratti puerile, ma partiva da un'idea giusta che mise in essere in modo sbagliato.

guardate che garibaldi non era manovrato dai savoia, ma dalla massoneria inglese che avrebbe concesso ai savoia di tenere le redini di questo nuovo Stato fantoccio, purchè non interferissi negli interessi inglesi. garibaldi sapeva benissimo cosa stava facendo e cosa sarebbe successo alla Sicilia e al sud

Anonimo 11 luglio 2010   21:38

Tutti questi articoli andrebbero semplicemente pubblicati in un libro unico.

Anonimo 10 luglio 2010   18:45
L'utente ha risposto al commento anonimo del 10 luglio 2010. Visualizza »

In tutta questa storia, i più lungimiranti sono stati i membri della casta baronale siciliana, che sono riusciti ad allontanare di qualche decennio il giorno della loro inevitabile fine.

 

 

Chi invece aveva ideali ed obiettivi politici (e non economici) come Ruggiero Settimo e Garibaldi fallì miseramente ed i fatti successivi dimostrarono l'inettitudine di questi personaggi in tutta la loro interezza.

Quel che dice è vero, ma forse ambedue non avevano alternative praticabili: a Ruggero Settimo mancava l'appoggio dei baroni e Garibaldi era nelle mani del Governo sardo che lo sfruttò come un utile fantoccio. Io credo nella sostanziale buona fede di Garibaldi: si troppo ingenuo ed a tratti puerile, ma partiva da un'idea giusta che mise in essere in modo sbagliato.

Anonimo 10 luglio 2010   18:13

Deve continuare l'opera di ristabilimento dei fatti, oltre le distorte e servili opinioni che ci hanno confuso per 150 anni. Qesto pezzo è un esempio di storia ragionata e documentata. Ma i pregi che io trovo, stanno nell'analisi politica brillante ed equidistante, direi disincantata e soprattutto nel linguaggio divulgativo, quasi documentaristico, utilizzato.

Infine Garibaldi ne esce per quello che era: un uomo con qualità e difetti, grandezza d'animo ed ingenuità politica: bene delinea Di Bella la complessità della vicenda unitaria, ragionando sui veri interessi della classe dirigente siciliana e mi sia consentito facendo balenare che dopo 150 anni siamo punto e a capo, avendo cambiato solo i nomi ed i titoli, ma i baroni ed il "Latifondo politico" ci sono ancora ed immutati.

Grazie doveroso al coraggioso Direttore Parlagreco che sta celebrando questo anniversario in modo appropriato, alla ricerca della verità. Complimenti all'altrettanto coraggioso dr. Di Bella che ci ha regalato in questo anno, una visione da diversa angolazione della storia della nostra amata Isola, a volte esponendosi in prima persona agli strali di chi vuole continuare a fare politica e non guardare la storia in faccia. Attendo con curiosità ed interesse la seconda parte dell'articolo.

Cordiali Saluti

L. Modica

 

Anonimo 10 luglio 2010   18:02

In tutta questa storia, i più lungimiranti sono stati i membri della casta baronale siciliana, che sono riusciti ad allontanare di qualche decennio il giorno della loro inevitabile fine.

 

 

Chi invece aveva ideali ed obiettivi politici (e non economici) come Ruggiero Settimo e Garibaldi fallì miseramente ed i fatti successivi dimostrarono l'inettitudine di questi personaggi in tutta la loro interezza.

Anonimo 10 luglio 2010   15:32

 Si sa, chi, come me, di Garibaldi e del periodo risorgimentale conosce le vicende storiche attraverso i testi scolastici, ha una loro visione edulcorata ed approssimativa. La lettura degli articoli del Dott. Di Bella  mette, a mio avviso, in condizione di ripercorrerne fatti e misfatti da un punto di vista più maturo e, proprio perchè supportato da atti ufficiali e fonti certe, sicuramente, non influenzato dall'inevitabile opinionismo di chi scrive. E' un'operazione che ci offre i fatti senza omissioni o mascheramenti in modo che da quei fatti possiamo capire il percorso  umano che ci ha portato in questo e non in un altro presente.   Mi ha colpito particolarmente un passaggio di questo pezzo e precisamente quando si parla dell'ossessione del Generale riguardo all'unità. E' per questo che più che di ingenuità il Giuseppe nazionale ha , a mio avviso, sofferto di una "una forma di cecità intellettuale" che gli ha impedito di cogliere le finte adesioni al suo progetto.

 

Il risultato di quella ingenuità o di quella cecità o  di entrambe è la Sicilia di oggi, l'Italia di oggi.

MD

Anonimo 10 luglio 2010   14:37

analisi storica coraggiosa e profondissima corroborata , come sempre negli articoli dell'ottimo prof. Di Bella, da documentzione coeva ai fatti: La storia degli incredibili (ma preordinati da tempo)fatti del 1860 e' ancora tutta da riscrivire ....basterebbe che nelle universita' e nell'intellighenzja italiana ci fossero meno lecchini e piu' gente coraggiosa come Di Bella.    Luigi Culmone Naselli di Gela

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