Il 6 agosto Bronte è circondata e posta in stato d’assedio. Ma i rivoltosi più coinvolti nei fatti di sangue sono già fuggiti, ed a Bixio non resta altro da fare che arrestare l’avvocato Nicolò Lombardo, accusandolo di essere il capo dei rivoltosi e di essere un reazionario borbonico e controrivoluzionario.
La forza del destino
A nulla vale che Lombardo non sia fuggito avendone facile occasione, a nulla serve che si presenti spontaneamente a Bixio che, senza consentirgli di parlare e spiegare quanto accaduto, lo fa subito arrestare.
Lo stesso proclama di condanna, non dei rivoltosi ma dell’intero Comune, immediato e senza riserve, comprova da una parte la partecipazione generale alla rivolta e dall’altra la coscienza di Bixio che gli avvenimenti avevano matrice popolare, spontanea e non lealista.
IL GENERALE G. N. BIXIO in virtù delle facoltà ricevute dal Dittatore
DECRETA
Il Paese di Bronte colpevole di lesa umanità è dichiarato in istato d'assedio.
Nel termine di tre ore da cominciare alle 13 e mezza, gli abitanti consegneranno le armi da fuoco e da taglio, pena di fucilazione pei retentori.
Il Municipio è sciolto per organizzarsi ai termini di legge.
Gli autori de' delitti commessi saranno consegnati all'autorità militare per essere giudicati dalla Commessione speciale.
E' imposta al paese una tassa di guerra di onze dieci l'ora, da cominciare alle ore 22 del 4 corrente giorno, ora della mobilizzazione della forza militare in Postavina e da avere termine al momento della regolare organizzazione del paese.
Bronte 6 agosto 1860
A racimolare di ora in ora la tassa di guerra, tra i benestanti del paese, già tragicamente provati da lutti e saccheggi, Bixio inviò lo spaurito Nicolò Spedaleri delegato di pubblica sicurezza. Ad ogni tornata gli rinnovò minacce e motti canzonatori, tenendo sempre la pistola ben in vista sul tavolo.
Gli arresti furono centinaia: calunnie, vendette private e regolamenti di conto si aggiunsero alle accuse mosse a quei partecipanti ai moti che non erano fuggiti.
Bixio quindi, per avere le mani libere, dispose che gli uomini della Guardia Nazionale e quelli di Poulet lasciassero immediatamente il paese. Il colonnello Poulet, a fronte della crudeltà con la quale il genovese trattava tutto e tutti, ritenne utile inviargli un messaggio (oggi perso ma citato da De Luca e Radice) nel quale gli scriveva:
“Sig. Generale,
Quando io arrivai nelle vicinanze di Bronte trovai postato il popolo in tal terribile sito e strategico modo che potea trucidarci tutti senza che noi avessimo potuto ferirli. Ma al risapere che noi eravamo forza pubblica del Governo, abbassarono le armi e ci accolsero come in festa. Io raccomando all’Eccellenza Vostra un popolo sì docile e buono”.
Bixio non tenne in alcun conto quanto dichiarato da Poulet, che pure aveva assistito all’intervento dell’avvocato Lombardo e dispose subito un’inchiesta sui fatti accaduti, prestando ascolto e credito alle falsità interessate dei notabili conservatori che ancora s’infingevano rivoluzionari, e che colsero l'occasione per accusare gli avversari politici e l'avvocato Nicolò Lombardo in particolare, che venne indicato come capo della rivolta, controrivoluzionario e borbonico, mentre in realtà, pur essendo il referente politico della protesta, si era adoperato per placare gli animi ed addivenire ad una soluzione pacifica.
Parte della storiografia “unionista” imputa a Lombardo la grave responsabilità di aver “cospirato” contro le autorità municipali e di aver istigato il popolo alla sanguinosa rivolta. Risulta evidente che Lombardo non rimase con le mani in mano e che i rivoltosi facevano “politicamente” capo a Lui. Ma nessun elemento ha mai comprovato la sua partecipazione morale o materiale ai disordini o alla strage. Certo è che la situazione gli sfuggì di mano ed i suoi sforzi per frenare la sommossa furono inutili.
Per comprendere adeguatamente il clima di aberrazione e di inquità nel quale si svolse il processo, è sufficiente evidenziare che contestate le accuse alle ore 12,00, venne assegnato il termine di un’ora per le memorie a difesa, che consegnate alle 14,00, con un’ora di ritardo, vennero rigettate dalla Commissione come irricevibili!
Oscuro rimane il motivo per il quale l’avvocato Lombardo nominò suo difensore di fiducia il più acerrimo nemico, ovvero l’avvocato Cesare. Questi chiese che venissero ammessi testimoni a discolpa: i Sacerdoti Gaetano Rizzo e Gaetano Palermo, ed altri credibili ed onorati cittadini, confermarono che l'avvocato era estraneo alla rivolta e che anzi al contrario aveva cercato di frenare i tumulti.
Dunque
Si è da taluni sostenuto, anche durante il famoso processo postumo a Bixio, tenutosi a Bronte nel 1987, che Questi non abbia assolutamente fatto pressioni sulla Commissione giudicante per ottenere le “esemplari” condanne a morte. Fatto sta che Bixio il giorno prima della sentenza, ovvero l’8 agosto, indirizza al Maggiore Dezza questa lettera in cui anticipa i contenuti della sentenza:
“Sig. Comandante Dezza,
Nuovi tumulti in Regalbuto e minacce in Cesarò. Io vado in carrozza a Regalbuto. Prendete un battaglione e conducetelo in Cesarò, e fatevi intendere a vostro modo, vi unisco il rapporto delle autorità. Domani ritornate voi in Randazzo. Io sarò in Bronte per la fucilazione e poi ci vedremo in Randazzo. Condannati alla pena di morte dalla Commissione:
Lombardo Nicolò, capo
Nunzio Sampieri, capo
Nunzio Ciraldo Fraiunco
Nunzio Longhitano Longi
Nunzio Spitaleri Nunno
Bronte 8 agosto”
E questi furono i condannati a morte: Lombardo e Sampieri come capi dei rivoltosi, gli altri come partecipanti materiali agli omicidi, fra i quali il povero Fraiunco, la cui sola colpa era quella di essere un demente che era andato in giro col tamburo a gridare sciocchezze senza senso, col tricolore in mano.
Gli altri imputati vennero rinviati alla Commissione sedente in Messina e pertanto Bixio deportò nella Città dello Stretto, questa “Colonna infame” composta almeno da 150 uomini, che successivamente vennero trasferiti a Catania.
La sentenza di morte venne eseguita mediante fucilazione all’alba del 10 agosto. I condannati vennero scortati al piano di S. Vito. In testa l'avvocato Lombardo che procedeva sereno come chi ha coscienza che la giustizia non appartiene a questo mondo: gli altri disperavano.
Arrivati sul luogo prescelto per l’esecuzione, un ufficiale lesse ad alta voce la sentenza di morte e ordinò il fuoco. Caddero in quattro come marionette dai fili recisi.
Rimase indenne il povero demente Nunzio Ciraldo Fraiunco, che gridava al miracolo: evidentemente i fucilatori, persuasi della sua visibile follia, non avevano mirato al petto. Un gesto di pietà, sentimento che certo non albergava nel cuore del Genovese che, contrariamente all’uso di graziare coloro i quali fossero sopravvissuti alla scarica di fucileria, ordinò che gli venisse tirato il colpo di grazia alla nuca.
Stucchevolmente mendaci le parole di Cesare Abba che, nella sua favola “Da Quarto al Volturno”, ci racconta delle lacrime di Bixio a fronte dell’esecuzione. Quello stesso Abba che “vide” le bambine di Partitico danzare una sarabanda infernale, facendo girotondo attorno ai cadaveri squartati dei soldati borbonici di Landi, aggrediti dalle bande di insorti durante la ritirata.
Bixio sapeva
Dalle documentazioni disponibili e dall’epistolario di Bixio, risulta chiaro quanto il genovese fosse in preda ad altre urgenze e che questo favorì la soluzione più facile e “sicura”, quella che gli veniva suggerita dai notabili Brontesi.
Risulta sufficientemente provato che Bixio non sia stato “ingannato” sulla natura dei moti di Bronte e quindi sul ruolo che ebbero i condannati. Gli si fece credere che solo la brama di potere avesse ispirato i capi “morali” e materiali della rivolta “controrivoluzionaria”, che avevano utilizzato l’odio di classe per aizzare il popolo contro l’autorità municipale “rivoluzionaria”. Gli si fece credere e finse di credere per convenienza politica.
Risultava in quel frangente politicamente più conveniente agire in tal modo sbrigativo, per non correre rischi e passare avanti. La rivolta, pur suscitata dalla non applicazione del Decreto dittatoriale, era “inopportuna e pericolosa” e andava stroncata subito e con crudeltà esemplare perché “Temeva (Bixio) un esito funesto alla spedizione miracolosa, se il resto dell’Isola seguiva l’esempio dei paesi attorno all’Etna” (Sclavo).
Più tardi, ormai al crepuscolo della sua vita, Bixio ripenserà con rammarico alla Sicilia, ripetendo che i contadini di Bronte aspiravano solo alla divisione delle terre che Garibaldi aveva decretata, e che i moti erano spontanei e non controrivoluzionari. Arrivò a dichiarare in Parlamento ed è quanto dire “… che
A comprendere gli intenti di Bixio ed ancor più i timori politici suoi e di Garibaldi, ci aiuta infine il proclama del 9 agosto, meno noto ma non meno importante:
PROCLAMA
IL GENERALE G. NINO BIXIO
AGLI ABITANTI DEI COMUNI DI
Francavilla, Castiglione, Linguaglossa,
Randazzo, Maletto, Bronte, Cesarò, Centorbi e Regalbuto.
La corte di Napoli ha educati una parte di voi al delitto
ed oggi vi spinge a commetterlo. Una mano Satanica vi dirige all'assassinio, all'incendio, ed al furto, per poi mostrarvi all'Europa e dire — ECCOVI
Volete voi essere segnati a dito, e dei vostri stessi nemici messi
al bando della civiltà? Volete voi che il Dittatore sia costretto a prescriverci “STRITOLATE QUEI MALVAGI”
Con noi poche parole: o voi ritornate al pacifico lavoro dei vostri campi e vi tenete tranquilli, o noi in nome della giustizia e
della Patria nostra vi distruggiamo come nemici
della umanità: ci siano intesi.
Bronte 9 agosto 1860
Risultano qui evidenti i timori di Garibaldi e di Bixio, che temono una manovra controrivoluzionaria a favore della Corte di Napoli. Altrettanto esplicito è il disinteresse per il vero movente della rivolta, che mette a repentaglio l’impresa, a fronte di altre esigenze considerate prioritarie. Traspare inoltre chiaramente la paura di un intervento straniero che fermi la rivoluzione a Messina. Insomma si profila il concreto timore di una controrivoluzione ed il rischio del fallimento del progetto unitario.
Lo stesso Garibaldi non è sicuro della neutralità della Francia ed invero l’unico vascello che profilò d’intervenire contro i garibaldini, che si dirigevano alle Calabrie, era francese. Si ritirò in buon ordine su segnalazione semaforica della flotta inglese.
E poiché la verità spesso fugge dalla bocca del falso, in questo proclama, dato a rivolta sedata, Bixio esplicitamente e di suo pugno ci informa che i rivoltosi erano contadini: “O voi ritornate al pacifico lavoro dei vostri campi e vi tenete tranquilli …” dunque era certo di aver a che fare non con criminali e controrivoluzionari, come si è tentato di definirli, ma con dei contadini che come ben sapeva, non avevano campi a cui ritornare.
Anche questo elemento risulta importante per stabilire che la percezione politica che Bixio ebbe degli avvenimenti fu chiara e completa, al contrario di quanto si è concluso nel citato processo postumo, così come fu determinante il suo ruolo nella decisione della Commissione.
E se ciò non bastasse ad accertare la piena coscienza di Bixio e di Garibaldi degli avvenimenti, ne è prova conclusiva la lettera che questi indirizza al Governatore di Catania in data 14 agosto da Giardini:
“Ho ricevuto or ora il suo foglio n. 2670. Sta bene tutto quello che dice. Ieri ho fatto un passo a Messina dal Dittatore che approva completamente il fatto da noi; ma vuole che le autorità tutte comprendano che anche loro hanno dei doveri da compiere, ed intende che siano responsabili della mancanza di energia mostrata.
Farà studiare la quistione della ripartizione dei beni comunali, accoglierà le domande che siano inoltrate nei modi voluti, reprimerà energicamente chi si avvisi spingere alla violenza, in una parola non s’intende essere il Dittatore di un paese popolato da uomini metà feroci e metà codardi.
Io con la mia brigata debbo raggiungere il Quartier Generale e lo farò al più presto: il pensiero di non giungere in tempo mi rende febbricitante. I prigionieri li conduco meco, le commissioni che hanno fatto qualche cosa si renderanno in Messina per riferire all’Auditorato di Guerra.
Queste commissioni sono gran parte formate di poltroni, non giunsero in tempo e non ne compresero il valore. Ordini ai Comandante Poulet di recarsi in Randazzo con forze, il paese non è completamente sistemato. Ma noi dobbiamo correre al nostro posto, ognuno prenda il suo e lo tenga.”
Alla luce di questi fatti, affermare che “La responsabilità della storica grave ingiustizia ricade esclusivamente sui giudici straordinari che hanno deliberato la sentenza” per assenza di pressioni esplicite del Generale, appare un’ingenuità storico-politica macroscopica, oggettivamente contraddetta dalla lettera al Dezza sopra riportata.
I “porcili” liberati
Bixio a Bronte, come in altri frangenti, è sprezzante e non intende lasciare focolai di “barbarie” alle sue spalle. E ancora più chiaro il genovese nel dichiarare di chi fosse
E come considerasse Bixio
Altre chiare indicazioni sull’approccio di Bixio all’impresa siciliana, e sulle sue opinioni verso i siciliani, ci pervengono da una lettera da Questi indirizzata al Governatore di Catania il 10 agosto 1860:
“Si è eseguita or ora la sentenza della Commissione straordinaria che condannava alla fucilazione. Triste missione per noi venuti a combattere per la libertà!
Ieri ho fatto un passo a Regalbuto e Centorbi ed ho fatto occupare Cesarò da un battaglione dei due che trovavasi a Randazzo. Tutti gridano all’armi, ma nessuna delle autorità fa il dover suo. I delegati, i Presidenti dei Municipii ed i Comandanti della Guardia Nazionale hanno bisogno di una lezione di codice militare. Per ora ho dichiarato loro recisamente che non avranno da me un soldato, se prima non provano di essere informati di cosa succede, e di chi muove gli ignoranti. Nel disarmo di Bronte apparvero oltre 350 fucili di uomini che in Sicilia si chiamano Galantuomini, e che noi chiamiamo miserabili vigliacchi. Perchè non si difesero?... Perchè non lo tentarono ?... Tutti disertarono il loro posto gridando aiuto ed i pochi ignoranti e tristi si resero padroni del paese. Non è così che si conducono gli uomini di onore.
Io non so comprendere come non si segnino d’infamia tutti questi miserabili, come non si formi un’opinione pubblica che segni a dito i disertori ed i vili, e come i buoni non si accorgano che di questo passo
Signor Governatore, dichiaro a Lei che, dato l’esempio di Bronte, io non punirò nessun altro fuorchè i capi delle amministrazioni, i Delegati, i comandanti delle Guardie Nazionali che non sieno al loro posto …”
A nulla vale poi cercare di scusare o derubricare la posizione di Bixio, facendo appello al suo “profilo temperamentale” ed alla sua “intolleranza caratterologica”, a meno che non si voglia dubitare delle sue facoltà mentali.
Quale fosse il temperamento e l’approccio politico sociale del Generale Bixio, lo si vede ancora nel Proclama del 12 agosto 1860, dato dopo l’esecuzione, prima di ripartire per Messina:
“Gli assassini, ed i ladri di Bronte sono stati severamente puniti - Voi lo sapete! la fucilazione seguì immediata i loro delitti - Io lascio questa Provincia - i Municipi, ed i Consigli civici nuovamente nominati, le guardie nazionali riorganizzate mi rispondano della pubblica tranquillità!... Però i Capi stiino al loro posto, abbino energia e coraggio, abbino fiducia nel Governo e nella forza, di cui esso dispone - Chi non sente di star bene al suo posto si dimetta, non mancano cittadini capaci e vigorosi che possano rimpiazzarli.
Le autorità dicano ai loro amministrati che il governo si occupa di apposite leggi e di opportuni legali giudizi pel reintegro dei demanî - Ma dicano altresì a chi tenta altre vie e crede farsi giustizia da se, guai agli istigatori e sovvertitori dell'ordine pubblico sotto qualunque pretesto. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge lo vuole. Il comandante militare della Provincia percorre i Comuni di questo distretto.”
Randazzo, 12 agosto 1860.
IL MAGGIORE GENERALE G. NINO BIXIO
Così tra vaghe promesse ed esplicite minacce, Bixio cala un sipario di sangue sui fatti di Bronte e sulla ribellione dei siciliani contro i traditori della “rivoluzione garibaldina”.
Epilogo
Tra il 1862 ed il 1863, venne celebrato il processo ad altre centinaia di brontesi coinvolti nella rivolta. Non venne loro applicata l’amnistia concessa da Garibaldi ed alla fine vennero comminati 25 ergastoli e alcuni secoli di carcere duro.
La plurisecolare causa con
Infine le terre del Demanio comunale di Bronte vennero divise: il popolo ignorante e indigente, venne ancora una volta preso per la gola e vendette per un tozzo di pane quel fazzoletto di terra concimato dal sangue.
Subito dopo l’esecuzione del sorteggio degli appezzamenti, circuiti e raggirati da nuovi e vecchi avvoltoi, buona parte dei beneficiari cedette la propria quota per 40 o 50 Lire, dichiarando invece nei contratti anticretici di averne ricevute 300 o 400.
Questo fenomeno di sciacallaggio non si verificò solo a Bronte, ma in tutta l’Isola: la dove i terreni del Demanio comunale vennero di fatto distribuiti, talvolta i baroni li ricomprarono per quattro soldi dai contadini che non avevano neanche il denaro per acquistare le sementi.
Dunque il popolo, a Bronte come in altre decine di Comuni, venne nuovamente “legalmente” spogliato ed i terreni spesso andarono ad ingrandire i vecchi feudi, che transitarono indenni, tra le maglie larghe della “rivoluzione garibaldina”, dai gigli borbonici alla croce savoiarda.
Lascio doverosamente la conclusione della narrazione alle illuminate parole di Benedetto Radice che rappresentano la più saggia testimonianza del nostro passato e il più prezioso ammonimento per il nostro futuro:
“Così ebbe fine questa sanguinosa sommossa, che ira cumulata di generazioni per soprusi e ingiustizie, mal governo del Comune, pochezza di senno e di animo nelle autorità e nei cittadini, discordia e cupidigia di potere in tutti, fruttò al paese tanto sterminio e morte.”
Vagano dunque senza posa i fantasmi della storia siciliana ed i morti di Bronte con essi, relegati nel nulla del lato oscuro della Luna e della coscienza nazionale. E la storia sempre sporca di sangue, incontra la verità in quel punto irraggiungibile che è l’orizzonte, su quella linea indistinguibile e sfuggente che continuamente divide la notte dal giorno.
Il vero fatto è che ormai, di fronte al miserabile crollo della verità patriottarda a lungo propinata nelle scuole, le persone "interessate" a quel tipo di unità, si infilano in questi siti per cercare di rimuovere psicologicamente la discussione che a loro fa scomodo, brucia: cose superate, sì, superate....come la questione meridionale.
"A quel tipo di unità ..." che è poi quello ancora vigente nel quale si continua con l'assistenzialismo e gli impieghi pubblici inventati per tirare a campare. Si continua con una mentalità mafiosa a sostituire il latifondo con la commessa pubblica in senso lato, che paga tutto e sostiene il parassitaggio come sistema politico e sociale.
Certo è meglio sviare l'attenzione e parlare di tette e culi ... ma infin dei conti al popolo FESTE. FARINA E FORCA. Oggi abbiamo fatto di più perché eliminando la forca gli diamo feste e farina, nessuna rivoluzione dunque in vista.
Certo il popolo siciliano non ha futuro, ovvero ne avrà uno pessimo. E se la lezione della storia che ogni tanto qualcuno ci ricorda, viene dimenticata, siamo condannati a ripetere all'infinito per sempre gli errori del passato e del presente.
Addormentare le coscienze, magari su un bel paio di tette, rientra in una logica di governo determinata dagli interessi di chi dirige la baracca (vedi TV). Allora gridare W Sciortino e abbasso la storia, è l'esito ultimo ed il trionfo di quella logica secondo la quale il popolo è bestia da soma e lo sarà per sempre, carne da cannone senza futuro.
Vi è comunque da osservare che alcuni commenti sono dei veri autogol clamorosi: nulla si eccepisce storicamente all'articolo e ci si "vendica" della ineccepibile "correttezza tecnica" dell''autore con paragoni estemporanei e privi di ogni sostanza. Non sfugge il tentativo provocatorio, supportato da nomi veri o pseudonimi immaginifici, teso a spostare l'attenzione dai contenuti alle opinioni sullo "stile" utilizzato. Ma di stile non dovrebbe proprio parlare chi usa solo il pronome dimostrativo prima del cognome.
Non è brandendo o nascondendosi dietro un cognome famigerato, che si fa il bene della Sicilia. Al contrario credo fermamente che la conoscenza degli avvenimenti, così come ricercata da Di Bella, Costa, Marino e tanti altri, pur nel rispetto delle personali convinzioni, sia veramente un segno positivo per la nostra Nazione e per un futuro sperabile.
Degli "onanisti" e della loro "mano...vra" culturale, non è il caso neanche di parlarne.
Il vero fatto è che ormai, di fronte al miserabile crollo della verità patriottarda a lungo propinata nelle scuole, le persone "interessate" a quel tipo di unità, si infilano in questi siti per cercare di rimuovere psicologicamente la discussione che a loro fa scomodo, brucia: cose superate, sì, superate....come la questione meridionale.
Vi è comunque da osservare che alcuni commenti sono dei veri autogol clamorosi: nulla si eccepisce storicamente all'articolo e ci si "vendica" della ineccepibile "correttezza tecnica" dell''autore con paragoni estemporanei e privi di ogni sostanza. Non sfugge il tentativo provocatorio, supportato da nomi veri o pseudonimi immaginifici, teso a spostare l'attenzione dai contenuti alle opinioni sullo "stile" utilizzato. Ma di stile non dovrebbe proprio parlare chi usa solo il pronome dimostrativo prima del cognome.
Non è brandendo o nascondendosi dietro un cognome famigerato, che si fa il bene della Sicilia. Al contrario credo fermamente che la conoscenza degli avvenimenti, così come ricercata da Di Bella, Costa, Marino e tanti altri, pur nel rispetto delle personali convinzioni, sia veramente un segno positivo per la nostra Nazione e per un futuro sperabile.
Degli "onanisti" e della loro "mano...vra" culturale, non è il caso neanche di parlarne.
volevo complimentarmi per l'atissimo valore culturale con la quale alccuni anonimi stanno trattando l'agomento. Un contributo davvero incommensurabile che ci fa meglio comprendere il significato di civiltà
Carmelo Modica
Ps.
Non deludetemi avanti con gli insulti
Il nulla urla sempre caro Signor Modica, non se ne faccia un problema: in realtà si tratta di alcune voci isolate che approfittano di un articolo molto letto per lanciare i loro proclami "culturalmente" onanistici (vedi sotto).
Cordiali Saluti
E vaiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii Sciortino anche oggi ha scatenato i lettori di SiciliaInformazioni.......Batterà tutti come sempre.....W Sciortino e i suoi articoli!!!!!!!!!
volevo complimentarmi per l'atissimo valore culturale con la quale alccuni anonimi stanno trattando l'agomento. Un contributo davvero incommensurabile che ci fa meglio comprendere il significato di civiltà
Carmelo Modica
Ps.
Non deludetemi avanti con gli insulti
Egregio Prof. Costa, ma se i Comuni in cui si registrarono disordini a causa dellA (MANCATA) applicazione del decreto dittatoriale furono oltre 30, in che senso Lei sostiene che Bronte fu un fatto isolato?
Al contrario le sollevazioni della Sicilia orientale sono la prova tangibile che i nobili si erano travestiti da rivoluzionari e che il popolo ove ciò fu possibile, si sollevò nei modi che sono tipici delle rivolte di massa.
Affermare il contrario significa togliere valore politico alla reazione popolare.
Grazie anticipatamente per la risposta e Cordiali saluti
Non intendevo negare che l'episodio di Bronte non potesse attivare effetti emulativi in altri centri, che peraltro rafforzavano il bisogno di normalizzazione rispetto alla "fuga in avanti" del decreto dittatoriale che si rivelava un vero e proprio scivolone. Volevo solo parlare di un relativo isolamento nel tempo più che nello spazio. Il mio modestissimo parere è che a metà dell'Ottocento in Sicilia è presto perché si possa avere un movimento organizzato e di classe che rappresentasse gli interessi dei contadini. E infatti l'esito della vicenda sta lì a dimostrarlo. D'accordo sul gattopardismo delle classi dominanti.
La rivolta del 1860 "mi pare" ancora una rivolta di antico regime, di quelle esplosioni che raramente lasciavano traccia nei diritti dei più umili, alla Masaniello per intenderci. Potrei sbagliarmi, ma questo - ripeto - è il mio modesto parere.
Aveva la rivolta reale "valore politico"? In che senso? Nel senso generico sì; un evento così cruento non può non averlo; nel senso che i contadini avessero un progetto politico, e magari anche sociale, alternativo al governo della dittatura, mi lasci dubitarne. Volevano la terra e basta. Poi, purtroppo, erano pronti a indossare le coccarde tricolori e a fare festa al messia di turno, questa volta Garibaldi. Che la loro speranza fosse mal riposta è evidente. Quale alternativa avessero all'epoca è impossibile dire. Non stavano meglio prima, non sarebbero stati meglio dopo e a lungo.
M.C.
Può essere che Sciortino non esista, ma questo non toglie che qualcuno quegli articoli li scrive. E sono scritti bene, in un'ottima prosa, con un ricco italiano e splendida ironia. W Sciortino e chi si nasconde dietro questo misterioso giornalista! Magari dietro c'è proprio il Di Bella. Anzi no, perché Sciortino è più divertente... 
AOI (Associazione Onanisti Italiani)
E vaiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii Sciortino anche oggi ha scatenato i lettori di SiciliaInformazioni.......Batterà tutti come sempre.....W Sciortino e i suoi articoli!!!!!!!!!
LEI CONTINUA A CAPIRE QUELLO CHE VUOLE. HO SCRITTO "COMPLESSIVAMENTE", COME POTRA'' CONTROLLARE LEI STESSO NEL LINK "I PIU' LETTI (DI SEMPRE). COMUNQUE PENSO CHE PER LEI QUESTO SIA IRRILEVANTE POICHE' LE PIACE TANTO SCIORTINO E QUINDI GLI ARGOMENTI DA LUI TRATTATI. AH A PROPOSITO, MI SPIACE DARLE UNA GRANDE DELUSIONE, FORSE LE E' SFUGGITO L'ARTICOLO DEL DIRETTORE NEL QUALE HA DETTO CHE SCIORTINO NON ESISTE.
Può essere che Sciortino non esista, ma questo non toglie che qualcuno quegli articoli li scrive. E sono scritti bene, in un'ottima prosa, con un ricco italiano e splendida ironia. W Sciortino e chi si nasconde dietro questo misterioso giornalista! Magari dietro c'è proprio il Di Bella. Anzi no, perché Sciortino è più divertente... 
AOI (Associazione Onanisti Italiani)
W SCIORTINO COMUNQUE, ANCHE SE NON ESISTE PERCHE' CI FA DIVERTIRE E NON CI ANNOIA CON STORIE SUPERATE E DA BACUCCHI.
Anche io trovo gli articoli di Sciortino molto stimolanti e li stampo per portarli con me in tutte le stanze della casa, nessuna esclusa.
Bene Sciortino e la cronaca/storia prurigginosa molto più "stimolante" di queste vecchie carte che non fanno più brodo e che interessano solo vecchi professori superati dagli avvenimenti e dal mondo moderno che se ne frega dei Borboni e dei Savoia.
VIVA SCIORTINO E LA SETTIMA MISURA (ANCHE L'OTTAVA NON E' MALE!). METTIAMO LA STORIA TRA LE TETTE E SALVIAMO IL MONDO.
Bene Sciortino e la cronaca/storia prurigginosa molto più "stimolante" di queste vecchie carte che non fanno più brodo e che interessano solo vecchi professori superati dagli avvenimenti e dal mondo moderno che se ne frega dei Borboni e dei Savoia.
LEI CONTINUA A CAPIRE QUELLO CHE VUOLE. HO SCRITTO "COMPLESSIVAMENTE", COME POTRA'' CONTROLLARE LEI STESSO NEL LINK "I PIU' LETTI (DI SEMPRE). COMUNQUE PENSO CHE PER LEI QUESTO SIA IRRILEVANTE POICHE' LE PIACE TANTO SCIORTINO E QUINDI GLI ARGOMENTI DA LUI TRATTATI. AH A PROPOSITO, MI SPIACE DARLE UNA GRANDE DELUSIONE, FORSE LE E' SFUGGITO L'ARTICOLO DEL DIRETTORE NEL QUALE HA DETTO CHE SCIORTINO NON ESISTE.
W SCIORTINO COMUNQUE, ANCHE SE NON ESISTE PERCHE' CI FA DIVERTIRE E NON CI ANNOIA CON STORIE SUPERATE E DA BACUCCHI.
Non vi è dubbio che il Popolo, considerando tale quello contadino, non entra come soggetto attivo della storia in Sicilia prima dei Fasci siciliani di fine Ottocento. Ma in questo la Sicilia non è eccezionale: è nella storia europea come altre regioni periferiche rispetto all'epicentro della Rivoluzione Industriale. Diverso sarebbe il caso delle corporazioni cittadine, da sempre soggetto politico attivo. Ma qui non mette conto parlarne.
L'episodio di Bronte fu un fatto tutto sommato sporadico, e che finì nell'unico modo possibile, con la repressione della jacquerie. Tentare di vedere emancipazioni del mondo contadino in quella o in epoche precedenti è partigiano e antistorico.
L'abolizione della feudalità è un altro discorso. Chi aboliva la feudalità lo faceva spinto dallo spirito dei tempi non certo dal filantropismo. E lo spirito dei tempi era quello del nascente capitalismo, ora incarnato anche dagli antichi proprietari terrieri che vedevano nel feudalesimo un impaccio pubblicistico ad una gestione totalmente privata dei loro fondi. Ciò non toglie che tale abolizione non debba essere salutata come un momento di modernizzazione del paese.
E infatti in maniera irreversibile in tutta Europa questo avvenne, prima o poi. Anche in Sicilia. Nel 1812, piaccia o no, il diritto positivo su questo è indiscutibile.
Qualcuno parlava su queste righe della Sardegna.
Ebbene in Sardegna il diritto intermedio fu "pensionato" con le leggi feliciane del 1826 (6 anni dopo che in Sicilia dove il Codice Ferdinandeo entrò in vigore nel 1820), il feudalesimo, ultimo o quasi in Europa, nel 1838 da Carlo Alberto (26 anni dopo che in Sicilia), e l'autonomia del Regno Sardo (con il suo parlamentino, simile a quello siciliano, ma con minori poteri, e con il suo Vicerè) soltanto nel 1847. Mentre come è noto la Sicilia ebbe l'ultimo vicerè nel 1798, poi ebbe luogotenenti, con minori poteri, poi perse l'autonomia di regno nel 1816, ma mantenne la luogotenenza ... sino al 1862, cioè persino dopo l'Unità d'Italia, passando anche per un "vice-dittatore" ai tempi di Garibaldi "duo-dittatore" di Napoli e Sicilia.
Perché ricordo questo? Perché la storia delle due isole presenta non pochi parallelismi che andrebbero studiati per uscire dal nostro provincialismo.
Lo sfruttamento coloniale delle Isole, e poi anche del Mezzogiorno continentale, passava necessariamente anche dalla modernizzazione delle strutture giuridiche e politiche. In questo senso anche il "colonizzatore" di turno può aver svolto un ruolo progressivo. Così anche gli italiani in Libia, e così gli Inglesi in India. Ma il "modernismo" del colonizzatore è sempre parziale, perché funzionale alle proprie esigenze.
Il c.d. Mezzogiorno, un tempo lacerato nelle contrapposizioni tra Napoletano e Sicilia (la Sardegna faceva storia politica a sé da molto tempo), oggi accomunato nella sventura, ha vissuto solo una modernizzazione esterna, ma senza l'emancipazione politica tale modernizzazione non sarà mai compiuta.
Anche le lotte contadine, in fondo, sono rimaste frustrate. I Fasci furono combattuti a fucilate da un Primo Ministro siciliano. Il Fascismo garantì i latifondisti. Infine la riforma, ineludibile, del 1950, premiò una frantumazione assistenziale della proprietà che impedì o rallentò la nascita di imprese agricole moderne di medie e grandi dimensioni che prendessero il posto dei vecchi latifondi.
La riforma del 1950 servì a narcotizzare le classi agricole ed a legarle al nuovo sistema di potere democristiano, che avrebbe frustrato l'Autonomia in cambio di finanziamenti, dal 1957 anche finanziamenti europei.
E dopo che questo narcoticò finirà?
Nuova rivolta o implosione del sistema?
Massimo Costa
Egregio Prof. Costa, ma se i Comuni in cui si registrarono disordini a causa dellA (MANCATA) applicazione del decreto dittatoriale furono oltre 30, in che senso Lei sostiene che Bronte fu un fatto isolato?
Al contrario le sollevazioni della Sicilia orientale sono la prova tangibile che i nobili si erano travestiti da rivoluzionari e che il popolo ove ciò fu possibile, si sollevò nei modi che sono tipici delle rivolte di massa.
Affermare il contrario significa togliere valore politico alla reazione popolare.
Grazie anticipatamente per la risposta e Cordiali saluti
Booooommmmmm centinaia di migliaia di letture!!!!! La smetta, per favore
LEI CONTINUA A CAPIRE QUELLO CHE VUOLE. HO SCRITTO "COMPLESSIVAMENTE", COME POTRA'' CONTROLLARE LEI STESSO NEL LINK "I PIU' LETTI (DI SEMPRE). COMUNQUE PENSO CHE PER LEI QUESTO SIA IRRILEVANTE POICHE' LE PIACE TANTO SCIORTINO E QUINDI GLI ARGOMENTI DA LUI TRATTATI. AH A PROPOSITO, MI SPIACE DARLE UNA GRANDE DELUSIONE, FORSE LE E' SFUGGITO L'ARTICOLO DEL DIRETTORE NEL QUALE HA DETTO CHE SCIORTINO NON ESISTE.
Ma che paragone è questo? Uno scrive di gossip e l'altro di storia ... lei ha una gran confusione in testa. Lasci perdere e legga solo Sciortino.
Scusi cosa centra il paragone...qui stiamo parlando di scrittura!!!!! Scrivere di storia non dà automaticamente il pregio della bella scrittura... Marco Sciortino scrive bene anche se gli argomenti sono frivoli!!!! Bravo!
Ma che paragone è questo? Uno scrive di gossip e l'altro di storia ... lei ha una gran confusione in testa. Lasci perdere e legga solo Sciortino.
La penna di Sciortino è di squisita qualità. W Sciortino!!!
Ciò che conta non sono i complimenti, fatti soggettivi, ma le centinaia di migliaia di letture che tali articoli registrano complessivamente (vedi pagina statistiche) e questo è un dato oggettivo. Il resto sono chiacchiere più o meno interessate ma sicuramente di dubbio gusto.
Booooommmmmm centinaia di migliaia di letture!!!!! La smetta, per favore
di scomodo vedo solo la glorificazione di Di Bella. Sciortino, tanto per dirne uno, scrive molto meglio
Ma che paragone è questo? Uno scrive di gossip e l'altro di storia ... lei ha una gran confusione in testa. Lasci perdere e legga solo Sciortino.
Concordo con Riccardo Bixio, non me lo spiego neanche io. Articoli prestigiosi che leggo su SiciliaInformazioni non ricevono tutti questi commenti come gli articoli, mi passi il termine, un po' meno giornalistici, del signor Di Bella.
Di sicuro la notte dormo, però se qualcuno lo spiegasse.....
Ciò che conta non sono i complimenti, fatti soggettivi, ma le centinaia di migliaia di letture che tali articoli registrano complessivamente (vedi pagina statistiche) e questo è un dato oggettivo. Il resto sono chiacchiere più o meno interessate ma sicuramente di dubbio gusto.
di scomodo vedo solo la glorificazione di Di Bella. Sciortino, tanto per dirne uno, scrive molto meglio
Buongiorno. Sono un lettore della prima ora di SI. Da circa due anni mi arrovella un quesito. Ma com'è che questo Di Bella riceve sempre una messe di complimenti? Avevamo un nuovo Indro Montanelli e i maggiori giornali nazionali se lo sono fatti scappare! Sento che nella nostra bella Isola sta per nascere il nuovo caso lettererio del decennio. Dopo Bufalino e Camilleri, ecco Di Bella!
Cordialità
Riccardo Bixio
Signor Riccardo Bixio, perché non ci racconta Lei la storia di Bronte ... ?
Buongiorno. Sono un lettore della prima ora di SI. Da circa due anni mi arrovella un quesito. Ma com'è che questo Di Bella riceve sempre una messe di complimenti? Avevamo un nuovo Indro Montanelli e i maggiori giornali nazionali se lo sono fatti scappare! Sento che nella nostra bella Isola sta per nascere il nuovo caso lettererio del decennio. Dopo Bufalino e Camilleri, ecco Di Bella!
Cordialità
Riccardo Bixio
IL COMMENTO DI BIXIO ... SI COMMENTA DA SOLO ... PRO DOMO ...
Aristide passava notte tempo per l'agorà di Atene. Notò un tizio che armeggiava attorno all'Ostracon e gli chiese: "Amico posso aiutarti, di cosa hai bisogno?"
Rispose:"Voglio scrivere il nome di Aristide nell'ostrica ma sono analfabeta."
Aristide non si scompose e gli chiese:" Perché vuoi che Aristide venga esiliato?"
E quello: "Perché sento dire da troppe persone che è un uomo retto e giusto".
Aristide scrisse il suo nome sull'ostrica e la depose nell'urna.
Buongiorno. Sono un lettore della prima ora di SI. Da circa due anni mi arrovella un quesito. Ma com'è che questo Di Bella riceve sempre una messe di complimenti? Avevamo un nuovo Indro Montanelli e i maggiori giornali nazionali se lo sono fatti scappare! Sento che nella nostra bella Isola sta per nascere il nuovo caso lettererio del decennio. Dopo Bufalino e Camilleri, ecco Di Bella!
Cordialità
Riccardo Bixio
Ironia Incomprensibile e fuori luogo. La contestazione tecnica quale è? Se vi sono inasattezze o imprecisioni negli articoli del dr. Di Bella abbiate il coraggio di indicarle, altrimenti è meglio tacere.
Al contrario appare un tentativo di neutralizzare qualcosa di scomodo. Veramente un misero tentativo.
La spiegazione è semplicissima.
S.I. è un ottimo giornale. Ma gli articoli di Di Bella non soddisfano solo un ordinario bisogno di buona informazione. Di Bella copre un vuoto, ecco il perché di tanto plauso.
Dopo 150 anni di storia falsata e patriottarda e, talvolta, di controstoria revisionista basata solo su umori e passioni ideologiche, egli ci offre fatti documentati, equilibrio di giudizio, e ci presenta nella loro crudezza i fatti del nostro passato. Ciò è davvero molto raro, anche perché l'invocata informazione "nazionale" non premia tutto ciò, né ha interesse a farlo. Questo tipo di informazione non è giornalistica, è didascalica, da conservare, come un libro di testo, come quel libro di testo che mancava e che ora c'è.
Che male c'è in questo? Perché invocare chissà che cosa senza avere il coraggio di dirlo? Perché se c'è un giornalista/storico bravo avere questa acredine nei suoi confronti? Davvero inspiegabile.
Io mi riesco a dare solo due tipi di spiegazioni.
O la naturale acredine un po' idiota, un po' invidiosa verso qualcuno che fa bene il suo lavoro ed al quale non si riesce ad obiettare proprio nulla.
Ovvero, dato il cognome di alcuni "lagnanti", il malcelato risentimento per avere osato mettere in discussione l'immagine di un avo al quale sono dedicate le migliori strade di tutta la Sicilia e che invece dovrebbe essere ricordato solo come un macellaio, un boia da esecrare. Consiglio a quegli eredi di fare come i parenti di Hitler, anziché difenderlo, chiedete di cambiare cognome che ci fate più figura.
Un lettore affezionato di S.I. e degli articoli di Di Bella
Buongiorno. Sono un lettore della prima ora di SI. Da circa due anni mi arrovella un quesito. Ma com'è che questo Di Bella riceve sempre una messe di complimenti? Avevamo un nuovo Indro Montanelli e i maggiori giornali nazionali se lo sono fatti scappare! Sento che nella nostra bella Isola sta per nascere il nuovo caso lettererio del decennio. Dopo Bufalino e Camilleri, ecco Di Bella!
Cordialità
Riccardo Bixio
Concordo con Riccardo Bixio, non me lo spiego neanche io. Articoli prestigiosi che leggo su SiciliaInformazioni non ricevono tutti questi commenti come gli articoli, mi passi il termine, un po' meno giornalistici, del signor Di Bella.
Di sicuro la notte dormo, però se qualcuno lo spiegasse.....
Buongiorno. Sono un lettore della prima ora di SI. Da circa due anni mi arrovella un quesito. Ma com'è che questo Di Bella riceve sempre una messe di complimenti? Avevamo un nuovo Indro Montanelli e i maggiori giornali nazionali se lo sono fatti scappare! Sento che nella nostra bella Isola sta per nascere il nuovo caso lettererio del decennio. Dopo Bufalino e Camilleri, ecco Di Bella!
Cordialità
Riccardo Bixio
Nella polemica in merito al ruolo dei Borboni sulla eliminazione della feudalità ed alle comunque interssanti lezioni sul diritto feudale io penso che sarebbe utile anche una visione da microfisica del potere tentando di dare una risposta alle seguenti domande:
1) In quale modo il popolo dei villani dell'ottocento vide cambiata la propria vita di tutti i giorni, man mano che si introducevano leggi, costituzioni e quant’altro sia con i Borboni che con i sabaudi?
2) Nella tanto enfatizzata rivoluzione liberale gli interessi e la vita stentata del popolo fu al centro della rivoluzione, oppure dovette accontentarsi delle molliche che cadevano dalla eccezionale lotta tra poteri forti, Corti, feudatari, ex feudatari, famiglie nobili e gentilizie per la spartizione della proprietà terriere e, quindi, il mantenimento di una ricca vita di rendite parassitarie per se e per la propria nobile prole?
Codialità
Carmelo Modica
Non vi è dubbio che il Popolo, considerando tale quello contadino, non entra come soggetto attivo della storia in Sicilia prima dei Fasci siciliani di fine Ottocento. Ma in questo la Sicilia non è eccezionale: è nella storia europea come altre regioni periferiche rispetto all'epicentro della Rivoluzione Industriale. Diverso sarebbe il caso delle corporazioni cittadine, da sempre soggetto politico attivo. Ma qui non mette conto parlarne.
L'episodio di Bronte fu un fatto tutto sommato sporadico, e che finì nell'unico modo possibile, con la repressione della jacquerie. Tentare di vedere emancipazioni del mondo contadino in quella o in epoche precedenti è partigiano e antistorico.
L'abolizione della feudalità è un altro discorso. Chi aboliva la feudalità lo faceva spinto dallo spirito dei tempi non certo dal filantropismo. E lo spirito dei tempi era quello del nascente capitalismo, ora incarnato anche dagli antichi proprietari terrieri che vedevano nel feudalesimo un impaccio pubblicistico ad una gestione totalmente privata dei loro fondi. Ciò non toglie che tale abolizione non debba essere salutata come un momento di modernizzazione del paese.
E infatti in maniera irreversibile in tutta Europa questo avvenne, prima o poi. Anche in Sicilia. Nel 1812, piaccia o no, il diritto positivo su questo è indiscutibile.
Qualcuno parlava su queste righe della Sardegna.
Ebbene in Sardegna il diritto intermedio fu "pensionato" con le leggi feliciane del 1826 (6 anni dopo che in Sicilia dove il Codice Ferdinandeo entrò in vigore nel 1820), il feudalesimo, ultimo o quasi in Europa, nel 1838 da Carlo Alberto (26 anni dopo che in Sicilia), e l'autonomia del Regno Sardo (con il suo parlamentino, simile a quello siciliano, ma con minori poteri, e con il suo Vicerè) soltanto nel 1847. Mentre come è noto la Sicilia ebbe l'ultimo vicerè nel 1798, poi ebbe luogotenenti, con minori poteri, poi perse l'autonomia di regno nel 1816, ma mantenne la luogotenenza ... sino al 1862, cioè persino dopo l'Unità d'Italia, passando anche per un "vice-dittatore" ai tempi di Garibaldi "duo-dittatore" di Napoli e Sicilia.
Perché ricordo questo? Perché la storia delle due isole presenta non pochi parallelismi che andrebbero studiati per uscire dal nostro provincialismo.
Lo sfruttamento coloniale delle Isole, e poi anche del Mezzogiorno continentale, passava necessariamente anche dalla modernizzazione delle strutture giuridiche e politiche. In questo senso anche il "colonizzatore" di turno può aver svolto un ruolo progressivo. Così anche gli italiani in Libia, e così gli Inglesi in India. Ma il "modernismo" del colonizzatore è sempre parziale, perché funzionale alle proprie esigenze.
Il c.d. Mezzogiorno, un tempo lacerato nelle contrapposizioni tra Napoletano e Sicilia (la Sardegna faceva storia politica a sé da molto tempo), oggi accomunato nella sventura, ha vissuto solo una modernizzazione esterna, ma senza l'emancipazione politica tale modernizzazione non sarà mai compiuta.
Anche le lotte contadine, in fondo, sono rimaste frustrate. I Fasci furono combattuti a fucilate da un Primo Ministro siciliano. Il Fascismo garantì i latifondisti. Infine la riforma, ineludibile, del 1950, premiò una frantumazione assistenziale della proprietà che impedì o rallentò la nascita di imprese agricole moderne di medie e grandi dimensioni che prendessero il posto dei vecchi latifondi.
La riforma del 1950 servì a narcotizzare le classi agricole ed a legarle al nuovo sistema di potere democristiano, che avrebbe frustrato l'Autonomia in cambio di finanziamenti, dal 1957 anche finanziamenti europei.
E dopo che questo narcoticò finirà?
Nuova rivolta o implosione del sistema?
Massimo Costa
Nella polemica in merito al ruolo dei Borboni sulla eliminazione della feudalità ed alle comunque interssanti lezioni sul diritto feudale io penso che sarebbe utile anche una visione da microfisica del potere tentando di dare una risposta alle seguenti domande:
1) In quale modo il popolo dei villani dell'ottocento vide cambiata la propria vita di tutti i giorni, man mano che si introducevano leggi, costituzioni e quant’altro sia con i Borboni che con i sabaudi?
2) Nella tanto enfatizzata rivoluzione liberale gli interessi e la vita stentata del popolo fu al centro della rivoluzione, oppure dovette accontentarsi delle molliche che cadevano dalla eccezionale lotta tra poteri forti, Corti, feudatari, ex feudatari, famiglie nobili e gentilizie per la spartizione della proprietà terriere e, quindi, il mantenimento di una ricca vita di rendite parassitarie per se e per la propria nobile prole?
Codialità
Carmelo Modica
E' triste verificare che, di quanto accadeva veramente in Sicilia in quegli anni, ne sapeva molto di più Carlo Marx, che su quelle vicende scrisse una decina di articoli (vedi New Yorch Herald Tribune), che non i siciliani. Pochissimi, ad esempio, sanno, né si sono chiesti perché la delegazione siciliana rifiutò di partecipare all'internazionale di Neuchatel, ritenendo un offesa alla Sicilia l'elezione di Garibaldi a presidente dell'assemblea. Eppure, la prima Comune, prodromo dei Fasci siciliani, fu realizzata a Palermo.
Ricambio i cordiali
mc
Le sarei grato se potesse darci maggiori ragguagli su questa vicenda di Neuchatel
cordiali saluti
carmelo modica
Bellissimo articolo: equanime e rigoroso. Ragionato e ragionevole. Peccato che si colga al contrario l'occasione per diatribe e per evidenziare ciò che divide e non ciò che unisce i siciliani e la loro storia.
Grazie al dr. Di Bella per i suoi pregevoli lavori che risultano essere un faro sulla rotta perigliosa della nostra storia patria e che impreziosiscono questa pagina e questo giornale.
Buon Ferragosto.
Ancora la fantasia al potere. La Deputazione del Regno era solo incaricata di ripartire il donativo tra i contribuenti; non aveva i poteri esecutivi che lei fantastica. Altra cosa: la Deputazione fu abolita nel 1812, proprio dal Parlamento.
Anche nel 1812 l'esecutivo era saldamente nelle mani del re (ceduto al primogenito provvisoriamente).
Quindi povero reuccio, lui avrebbe voluto fare, fare, ma il Parlamento non gli faceva fare niente. Ah, ho capito finalmente.
Si studi meglio la storia, tra i compiti della Deputazione vi era la gestione e l’amministrazione delle strade, dei ponti, e del sistema delle Torri costiere della Sicilia.
Si, in quegli anni Ferdinando aveva talmente tanto potere che gli inglesi si permisero persino di far esiliare la regina.
Ecco cosa si diceva di quei baroni che nel 1812 avevano "abolito" la feudalità che poi essi stessi esercitavano:
"coloro che l'avevano sancita furono i primi a frustrarne l'applicazione" ed ancora...."Nulla di strano che dalle ulteriori dicharazioni del Parlamento spuntassero fuori restrizioni, che attenuavano i danni che la predetta abolizione avrebbe portato agli ex baroni" (Società siciliana di storia patria, 1933)
Tra baroni e re non saprei cosa scegliere in tema di ignavia ed egoismo.
Credo che le può tranquillamente rispondere il signore separatista, il quale rimpiangerà certamente la perdita del parlamento siciliano del 1816, la cui Deputazione aveva pieni poteri per quanto concerne la costruzione delle strade e delle infrastrutture, che mai fecero.
Ancora la fantasia al potere. La Deputazione del Regno era solo incaricata di ripartire il donativo tra i contribuenti; non aveva i poteri esecutivi che lei fantastica. Altra cosa: la Deputazione fu abolita nel 1812, proprio dal Parlamento.
Anche nel 1812 l'esecutivo era saldamente nelle mani del re (ceduto al primogenito provvisoriamente).
Quindi povero reuccio, lui avrebbe voluto fare, fare, ma il Parlamento non gli faceva fare niente. Ah, ho capito finalmente.
Mi vorrei inserire in questa polemica per chiedere a questo signore neoborbonico se la Sicilia a un quarto dell'Ottocento era senza strade di chi era la colpa se i suoi borboni regnavano in Sicilia da quasi cento anni.
I baroni erano privati. Da quando in qua le strade le fanno i privati? Le fa lo Stato. E lo Stato siciliano era azzoppato da ben quattro secoli, perché se formalmente era indipendente, tutti sappiamo che i suoi re erano stranieri, e così anche i vicerè. Così nessuno poté fare quegli investimenti, se non in minima parte, che nelle altre monarchie europee ci furono un po' dappertutto.
Poi nell'Ottocento misero quattro basole alle vecchie regie trazzere, neanche a tutte, e solo negli anni '30. E non fecero neanche un km di ferrovia. Troppo tardi per essere presi sul serio. La Sicilia arrivò al 1860 con infrastrutture moderne o arretrate? Il fatto che la sua bilancia commerciale fosse in attivo per il grano, gli zolfi o altro, e che il sistema tributario fosse moderato sono un conto, il fatto che le infrastrutture erano da Medio Evo è un altro conto. Ma la responsabilità è sempre dei baroni, certo. Facile no?
Credo che le può tranquillamente rispondere il signore separatista, il quale rimpiangerà certamente la perdita del parlamento siciliano del 1816, la cui Deputazione aveva pieni poteri per quanto concerne la costruzione delle strade e delle infrastrutture, che mai fecero.
Ecco cosa si diceva di quei baroni che nel 1812 avevano "abolito" la feudalità che poi essi stessi esercitavano:
"coloro che l'avevano sancita furono i primi a frustrarne l'applicazione" ed ancora...."Nulla di strano che dalle ulteriori dicharazioni del Parlamento spuntassero fuori restrizioni, che attenuavano i danni che la predetta abolizione avrebbe portato agli ex baroni" (Società siciliana di storia patria, 1933)
Lei la fa fuori dal rinale uscendo con altri discorsi per nascondere la sua falsità, sgamata, sull'abolizione della feudalità in Sicilia. Ammetta di aver sbagliato e poi parli di ciò che vuole.
Se se, poi detto da un separatista travestito da storico...
Eccola, l'ideologia politica separatista del mio interlocutore finalmente esce allo scoperto, mi dispiace per lei, ma uno stato separatista siciliano non esisterà mai e d'altronde non è mai esistito ne è mai stato riconosciuto. Ecco perchè lei vede nella costituzione del 1812 "opera di modernizzazione", quando in quel periodo la Sicilia toccò il punto più basso e vergognoso. Ma cosa dovevano ammodernare quei baroni visto che "per due secoli neanche un singolo ponte fu costruito o riparato in questo paese di monti, valli e correnti torrentizi, e il denaro raccolto svaniva in conti incomprensibili o addirittura inesistenti" (Storia della Sicilia medievale e moderna, 1983) tant'è che nel 1820 non esisteva ancora una strada che collegasse Trapani con Palermo (Comunicazioni e trasmissioni: la lunga storia della comunicazione umana , 2002)
Gli unici che avevano legiferato per la reale abolizione della feudalità (anche se i risultati furono modesti) e per abbattere il potere baronale furono proprio i sovrani borbonici.
In merito alle leggi costituzionali Si Aliquem et Volontes, ciò che lei chiama "commerciabilità dei feudi"(1) io la chiamo "inizio dell'annoso problema dell'anarchia baronale". Le ricordo che stiamo parlando del 1300 mentre lei mi parla di un ipotetico sviluppo economico avvenuto tre secoli dopo? E come fa a dimostrare che i due fatti sono correlati, a 300 anni distanza?
La verità è che con i Volontes, Federico III d'Aragona doveva ingraziarsi i baroni e "questa disposizione, a causa anche della cattiva interpretazione che ne venne data, creò una vera e propria anarchia baronale favorendo l'illegalità" (Terre, casali e feudi nel comprensorio barcellonese, 2009) .
Infatti il vero fine delle ricche concessioni elargite era l'ottenimento dell'appoggio militare ed economico dei baroni per l'aggressiva politica estera di Federico, il quale era ansioso di recuperare il maltolto (Napoli) in mano agli Angiò, altro che tifo per la malasignoria angioina...
(1)Ad apportarne le prime limitazioni fu, guarda un pò, Ferdinando di Borbone con la Prammatica del 1788.
Mi vorrei inserire in questa polemica per chiedere a questo signore neoborbonico se la Sicilia a un quarto dell'Ottocento era senza strade di chi era la colpa se i suoi borboni regnavano in Sicilia da quasi cento anni.
I baroni erano privati. Da quando in qua le strade le fanno i privati? Le fa lo Stato. E lo Stato siciliano era azzoppato da ben quattro secoli, perché se formalmente era indipendente, tutti sappiamo che i suoi re erano stranieri, e così anche i vicerè. Così nessuno poté fare quegli investimenti, se non in minima parte, che nelle altre monarchie europee ci furono un po' dappertutto.
Poi nell'Ottocento misero quattro basole alle vecchie regie trazzere, neanche a tutte, e solo negli anni '30. E non fecero neanche un km di ferrovia. Troppo tardi per essere presi sul serio. La Sicilia arrivò al 1860 con infrastrutture moderne o arretrate? Il fatto che la sua bilancia commerciale fosse in attivo per il grano, gli zolfi o altro, e che il sistema tributario fosse moderato sono un conto, il fatto che le infrastrutture erano da Medio Evo è un altro conto. Ma la responsabilità è sempre dei baroni, certo. Facile no?
Eccola, l'ideologia politica separatista del mio interlocutore finalmente esce allo scoperto, mi dispiace per lei, ma uno stato separatista siciliano non esisterà mai e d'altronde non è mai esistito ne è mai stato riconosciuto. Ecco perchè lei vede nella costituzione del 1812 "opera di modernizzazione", quando in quel periodo la Sicilia toccò il punto più basso e vergognoso. Ma cosa dovevano ammodernare quei baroni visto che "per due secoli neanche un singolo ponte fu costruito o riparato in questo paese di monti, valli e correnti torrentizi, e il denaro raccolto svaniva in conti incomprensibili o addirittura inesistenti" (Storia della Sicilia medievale e moderna, 1983) tant'è che nel 1820 non esisteva ancora una strada che collegasse Trapani con Palermo (Comunicazioni e trasmissioni: la lunga storia della comunicazione umana , 2002)
Gli unici che avevano legiferato per la reale abolizione della feudalità (anche se i risultati furono modesti) e per abbattere il potere baronale furono proprio i sovrani borbonici.
In merito alle leggi costituzionali Si Aliquem et Volontes, ciò che lei chiama "commerciabilità dei feudi"(1) io la chiamo "inizio dell'annoso problema dell'anarchia baronale". Le ricordo che stiamo parlando del 1300 mentre lei mi parla di un ipotetico sviluppo economico avvenuto tre secoli dopo? E come fa a dimostrare che i due fatti sono correlati, a 300 anni distanza?
La verità è che con i Volontes, Federico III d'Aragona doveva ingraziarsi i baroni e "questa disposizione, a causa anche della cattiva interpretazione che ne venne data, creò una vera e propria anarchia baronale favorendo l'illegalità" (Terre, casali e feudi nel comprensorio barcellonese, 2009) .
Infatti il vero fine delle ricche concessioni elargite era l'ottenimento dell'appoggio militare ed economico dei baroni per l'aggressiva politica estera di Federico, il quale era ansioso di recuperare il maltolto (Napoli) in mano agli Angiò, altro che tifo per la malasignoria angioina...
(1)Ad apportarne le prime limitazioni fu, guarda un pò, Ferdinando di Borbone con la Prammatica del 1788.
Lei la fa fuori dal rinale uscendo con altri discorsi per nascondere la sua falsità, sgamata, sull'abolizione della feudalità in Sicilia. Ammetta di aver sbagliato e poi parli di ciò che vuole.
Lei continua a dire cose fantastoriche. I borboni non cambiarono nel 1816 nessun contenuto lasciando invariato il titolo. Mantennero esattamente la questione nei termini in cui l'avevano trovata: nessun diritto feudale (che già non c'era più), immutato rapporto di forza tra proprietari e contadini.
La riforma del 1812 non fu una truffa, fu una modernizzazione della struttura dei rapporti agrari in linea con quanto era avvenuto in tutta Europa, soltanto in maniera meno cruenta. Quello che lei chiama "truffaldino peggioramento" era soltanto la trasformazione dei rapporti agrari dai "modi" dell'antico regime a quelli capitalistici. Questi erano forse più brutali, come più brutale fu in tutt'Europa il capitalismo nei suoi rapporti economici con il proletariato, ma più moderni e inevitabili. O è lei che a questo punto vagheggia il Medioevo e i vari rapporti di villanaggio? E bene fece il Governo delle 2 Sicilie a non tornare indietro su questo punto, anzi ad andare avanti, sia pure con estrema lentezza per paura di qualunque modernizzazione dei rapporti sociali che potesse mettere in discussione la sua autocrazia.
In questo processo l'aristocrazia siciliana era "relativamente moderna". La costituzione fridericiana Aliquem et volentes, cui lei forse vagamente allude, con evidente "tifo" per la malasignoria angioina, che consentì la commerciabilità dei feudi fu un fatto che accelerò precocemente la trasformazione protocapitalistica del capitale fondiario siciliano. Lo sa che tra la seconda metà del '500 e l'intero '600 la Sicilia conobbe il raddoppio dei centri abitati e della popolazione, con immigrazioni cospicue dal Continente?
Le aziende baronali e religiose avevano al loro interno sistemi che oggi si direbbero di controllo di gestione all'avanguardia per i tempi. Lo sa che a metà '600 in Sicilia fu inventato il conto economico e il principio di competenza che oggi sono alla base della moderna ragioneria?
Fino a un certo punto i "pari" siciliani non furono affatto diversi dai "lords" britannici, "enclosures" comprese. Quello che c'è da capire è perché la nostra borghesia dei gabelloti non era affatto paragonabile agli imprenditori agricoli britannici che prepararono la rivoluzione industriale. Gli aristocratici siciliani facevano i loro interessi di classe ma non sono semplicisticamente additabili come il "male assoluto" come vorrebbe semplicisticamente fare lei, per metterli sulla lavagna dei cattivi, per poi mettere i "buoni" re napoletani dall'altra parte.
Quei re, semmai e quando combatterono quell'aristocrazia, solo sul piano politico, e mai su quello economico, non seppero appoggiarsi a nessun'altra classe sociale. Erano odiati da tutti in Sicilia, tranne forse qualche minoranza a Messina per ragioni campanilistiche, e anche questa seppero alienarsela in pochi anni.
Cosa impedì alla borghesia siciliana uno sviluppo europeo normale? Questa è la domanda che ha senso. E l'unica risposta che si riesce a trovare è: la mancanza di uno stato proprio che, con tanto di esercito, facesse gli interessi nazionali e favorisse quegli investimenti che i privati non potevano realizzare. Il Napoletano prima, e l'Italia poi, inibirono sempre questo sviluppo perché non funzionale alle "loro" borghesie, e favorirono per contro una borghesia locale parassitaria e improduttiva. E siamo ancora a questo punto. Il resto è aria fritta.
Lo sa che prima del colpo di stato del 1816 il re tentò la strada di far chiedere dai consigli civici l'abolizione della Costituzione? E lo sa, già con i diritti costituzionali soppressi e il Parlamento sciolto, quanti comuni risposero all'appello? Uno solo: Messina! Dacché la proposta fu accantonata e si ricorse alla forza.
Comunque non divaghiamo.
Sono intervenuto solo perché ho letto la bestialità che il governo borbonico avrebbe avuto il merito di abolire la feudalità in Sicilia, mentre ebbe solo il merito di non ripristinarlo e di assecondarne il processo di eversione. E su questa bestialità non può arrampicarsi sugli specchi. E' un errore da matita blu, troppo grossolano per passare inosservato.
Nemmeno nel Napoletano avevano tolto un bel niente: qualche timida riforma nel Settecento, poi il "lavoro sporco" lo fecero i francesi, gli odiati giacobini.
Eccola, l'ideologia politica separatista del mio interlocutore finalmente esce allo scoperto, mi dispiace per lei, ma uno stato separatista siciliano non esisterà mai e d'altronde non è mai esistito ne è mai stato riconosciuto. Ecco perchè lei vede nella costituzione del 1812 "opera di modernizzazione", quando in quel periodo la Sicilia toccò il punto più basso e vergognoso. Ma cosa dovevano ammodernare quei baroni visto che "per due secoli neanche un singolo ponte fu costruito o riparato in questo paese di monti, valli e correnti torrentizi, e il denaro raccolto svaniva in conti incomprensibili o addirittura inesistenti" (Storia della Sicilia medievale e moderna, 1983) tant'è che nel 1820 non esisteva ancora una strada che collegasse Trapani con Palermo (Comunicazioni e trasmissioni: la lunga storia della comunicazione umana , 2002)
Gli unici che avevano legiferato per la reale abolizione della feudalità (anche se i risultati furono modesti) e per abbattere il potere baronale furono proprio i sovrani borbonici.
In merito alle leggi costituzionali Si Aliquem et Volontes, ciò che lei chiama "commerciabilità dei feudi"(1) io la chiamo "inizio dell'annoso problema dell'anarchia baronale". Le ricordo che stiamo parlando del 1300 mentre lei mi parla di un ipotetico sviluppo economico avvenuto tre secoli dopo? E come fa a dimostrare che i due fatti sono correlati, a 300 anni distanza?
La verità è che con i Volontes, Federico III d'Aragona doveva ingraziarsi i baroni e "questa disposizione, a causa anche della cattiva interpretazione che ne venne data, creò una vera e propria anarchia baronale favorendo l'illegalità" (Terre, casali e feudi nel comprensorio barcellonese, 2009) .
Infatti il vero fine delle ricche concessioni elargite era l'ottenimento dell'appoggio militare ed economico dei baroni per l'aggressiva politica estera di Federico, il quale era ansioso di recuperare il maltolto (Napoli) in mano agli Angiò, altro che tifo per la malasignoria angioina...
(1)Ad apportarne le prime limitazioni fu, guarda un pò, Ferdinando di Borbone con la Prammatica del 1788.
E' necessario però ricordare che uno dei motivi dell'avversione dei baroni siciliani verso i Borboni, fu proprio la sussistenza di reiterati tentativi di togliere loro parte delle terre, già con la Prammatica XXIV del 1792. Altrettanto vero che i Borboni non vi riuscirono mai.
Ma come prima parla di "solennità" e poi giustifica il fallimento, peggio, la truffa perpetrata ai danni dei contadini siciliani da parte di quei baroni che, deputati al parlamento siciliano, facevano sia i controllori che i controllati. Si sono fatti la legge a loro uso e consumo, facendola passare per "abolizione della feudalità" quando ne rappresentava un truffaldino peggioramento. Ecco perchè la "feudalità" rimase fino al 1950, perchè i baroni tolsero di mezzo il borbonico bastone tra le ruote e si allearono con i compiacenti Savoja.
Ed il legislatore del 1816 cosa doveva dire al popolo che i i deputati del 1812 erano degli avidi lestofanti o lasciare tutto com'era oppure ancora come ha giustamente fatto, confermare che la feudalità era abolita (lasciando invariato il titolo e cambiando il contenuto della legge, che era quello che più contava.)
Mi risponda sulla questione, non abbiamo bisogno che ci spieghi cosa sono i diritti feudali che con la legge del 1812, apparentemente aboliti, venivano ancora esercitati da i baroni forti del fatto che gli ex feudi erano diventati loro proprietà privata, altrimenti mi toccherà ricordarle che l'annosa questione iniziò quando Federico III di Aragona, concesse alle baronie diritti su diritti per convincerle a sostenere la sua guerra contro gli Angioini per la riconquista di Napoli.
Lei continua a dire cose fantastoriche. I borboni non cambiarono nel 1816 nessun contenuto lasciando invariato il titolo. Mantennero esattamente la questione nei termini in cui l'avevano trovata: nessun diritto feudale (che già non c'era più), immutato rapporto di forza tra proprietari e contadini.
La riforma del 1812 non fu una truffa, fu una modernizzazione della struttura dei rapporti agrari in linea con quanto era avvenuto in tutta Europa, soltanto in maniera meno cruenta. Quello che lei chiama "truffaldino peggioramento" era soltanto la trasformazione dei rapporti agrari dai "modi" dell'antico regime a quelli capitalistici. Questi erano forse più brutali, come più brutale fu in tutt'Europa il capitalismo nei suoi rapporti economici con il proletariato, ma più moderni e inevitabili. O è lei che a questo punto vagheggia il Medioevo e i vari rapporti di villanaggio? E bene fece il Governo delle 2 Sicilie a non tornare indietro su questo punto, anzi ad andare avanti, sia pure con estrema lentezza per paura di qualunque modernizzazione dei rapporti sociali che potesse mettere in discussione la sua autocrazia.
In questo processo l'aristocrazia siciliana era "relativamente moderna". La costituzione fridericiana Aliquem et volentes, cui lei forse vagamente allude, con evidente "tifo" per la malasignoria angioina, che consentì la commerciabilità dei feudi fu un fatto che accelerò precocemente la trasformazione protocapitalistica del capitale fondiario siciliano. Lo sa che tra la seconda metà del '500 e l'intero '600 la Sicilia conobbe il raddoppio dei centri abitati e della popolazione, con immigrazioni cospicue dal Continente?
Le aziende baronali e religiose avevano al loro interno sistemi che oggi si direbbero di controllo di gestione all'avanguardia per i tempi. Lo sa che a metà '600 in Sicilia fu inventato il conto economico e il principio di competenza che oggi sono alla base della moderna ragioneria?
Fino a un certo punto i "pari" siciliani non furono affatto diversi dai "lords" britannici, "enclosures" comprese. Quello che c'è da capire è perché la nostra borghesia dei gabelloti non era affatto paragonabile agli imprenditori agricoli britannici che prepararono la rivoluzione industriale. Gli aristocratici siciliani facevano i loro interessi di classe ma non sono semplicisticamente additabili come il "male assoluto" come vorrebbe semplicisticamente fare lei, per metterli sulla lavagna dei cattivi, per poi mettere i "buoni" re napoletani dall'altra parte.
Quei re, semmai e quando combatterono quell'aristocrazia, solo sul piano politico, e mai su quello economico, non seppero appoggiarsi a nessun'altra classe sociale. Erano odiati da tutti in Sicilia, tranne forse qualche minoranza a Messina per ragioni campanilistiche, e anche questa seppero alienarsela in pochi anni.
Cosa impedì alla borghesia siciliana uno sviluppo europeo normale? Questa è la domanda che ha senso. E l'unica risposta che si riesce a trovare è: la mancanza di uno stato proprio che, con tanto di esercito, facesse gli interessi nazionali e favorisse quegli investimenti che i privati non potevano realizzare. Il Napoletano prima, e l'Italia poi, inibirono sempre questo sviluppo perché non funzionale alle "loro" borghesie, e favorirono per contro una borghesia locale parassitaria e improduttiva. E siamo ancora a questo punto. Il resto è aria fritta.
Lo sa che prima del colpo di stato del 1816 il re tentò la strada di far chiedere dai consigli civici l'abolizione della Costituzione? E lo sa, già con i diritti costituzionali soppressi e il Parlamento sciolto, quanti comuni risposero all'appello? Uno solo: Messina! Dacché la proposta fu accantonata e si ricorse alla forza.
Comunque non divaghiamo.
Sono intervenuto solo perché ho letto la bestialità che il governo borbonico avrebbe avuto il merito di abolire la feudalità in Sicilia, mentre ebbe solo il merito di non ripristinarlo e di assecondarne il processo di eversione. E su questa bestialità non può arrampicarsi sugli specchi. E' un errore da matita blu, troppo grossolano per passare inosservato.
Nemmeno nel Napoletano avevano tolto un bel niente: qualche timida riforma nel Settecento, poi il "lavoro sporco" lo fecero i francesi, gli odiati giacobini.
Lei o non capisce nulla di storia e di diritto o fa finta.
Il diritto feudale è una cosa, la proprietà privata, anche latifondistica, è una cosa completamente diversa.
Ma secondo lei il Parlamento del 1812 avrebbe dovuto fare in un anno e mezzo una cosa che nemmeno 45 anni di governo assoluto borbonico ebbe mai il coraggio di fare?
Espropriare la terra ai baroni e distribuirla ai contadini? La sua è fantastoria. Le mancano proprio i fondamentali. Scambia Ferdinando I per Lenin o per Robespierre. Me lo faccia lei il favore...
Ma lei lo sa che cos'è il diritto feudale? comincio a dubitarne... Diritti angarici di prestazioni gratuite da parte dei "vassalli", obbligo di fornitura in mulini del signore, diritto alla nomina dei magistrati municipali, amministrazione della giustizia... Cose che, peraltro, in gran parte nel 1812 i baroni non avevano più il coraggio di esercitare da tempo, almeno nei centri più grossi, come Caltanissetta ad esempio, limitandosi a nominare i magistrati municipali su consiglio delle élite locali. Feudalesimo è anche impossibilità di spezzettare i beni feudali, che in Sicilia si potevano vendere solo in blocco e con il titolo, e successione al figlio primogenito secondo la legge salica.
Glielo spiego perché mi pare un po' ignorante in materia. Feudalesimo non è possedere 100 o 1000 salme di terreno. Quello è solo latifondismo. Che peraltro era possibile anche prima del 1812 sui non pochi "beni allodiali", cioè in proprietà privata vera e propria, non tutti nelle mani di baroni, ma molti nelle mani di "ricchi burgisi" dei centri minori, qualcuno dei quali poi un titolo di barone prima o poi lo scippava o lo comprava ("baronie di regno" dicevano con disprezzo i Gattopardi).
Che il latifondismo, in assenza dei "francesi", sia resistito in Sicilia più e meglio che altrove è semplicemente ovvio.
E non strumentalizzi i preziosi articoli di Di Bella che dicono tutt'altro di quello che lei vorrebbe sostenere.
Poi si contraddice proprio con i documenti che porta. Non riesce nemmeno a spiegare perché i documenti del 1816 parlano di conferma dell'abolizione dei diritti feudali (conferma della finta? ma per piacere...).
Ma come prima parla di "solennità" e poi giustifica il fallimento, peggio, la truffa perpetrata ai danni dei contadini siciliani da parte di quei baroni che, deputati al parlamento siciliano, facevano sia i controllori che i controllati. Si sono fatti la legge a loro uso e consumo, facendola passare per "abolizione della feudalità" quando ne rappresentava un truffaldino peggioramento. Ecco perchè la "feudalità" rimase fino al 1950, perchè i baroni tolsero di mezzo il borbonico bastone tra le ruote e si allearono con i compiacenti Savoja.
Ed il legislatore del 1816 cosa doveva dire al popolo che i i deputati del 1812 erano degli avidi lestofanti o lasciare tutto com'era oppure ancora come ha giustamente fatto, confermare che la feudalità era abolita (lasciando invariato il titolo e cambiando il contenuto della legge, che era quello che più contava.)
Mi risponda sulla questione, non abbiamo bisogno che ci spieghi cosa sono i diritti feudali che con la legge del 1812, apparentemente aboliti, venivano ancora esercitati da i baroni forti del fatto che gli ex feudi erano diventati loro proprietà privata, altrimenti mi toccherà ricordarle che l'annosa questione iniziò quando Federico III di Aragona, concesse alle baronie diritti su diritti per convincerle a sostenere la sua guerra contro gli Angioini per la riconquista di Napoli.
Ma come, prima dice che la feudalità fu abolita "solennemente" nel 1812 e poi dice che resistette fino al 1950...
Un passo alla volta: nel 1812 la feudalità fu "solennemente" abolita per finta ed i feudi trasformati in proprietà private dei baroni: ciò rappresenta più che altro una "solenne" truffa ai danni dei contadini siciliani.
O vuole forse negare l'evidenza che la trasformazione dei feudi in proprietà privata non rappresenti un grave peggioramento della stessa feudalità?
Ciò che dice sui Borbone che "non fecero altro che completare l'opera di appropriazione privata dei terreni comuni" è smentito dai decreti e dalla storia, difatti i baroni per ringraziarli si allearono a Garibaldi ed a Vittorio Emanuele....ma per favore...
Lei o non capisce nulla di storia e di diritto o fa finta.
Il diritto feudale è una cosa, la proprietà privata, anche latifondistica, è una cosa completamente diversa.
Ma secondo lei il Parlamento del 1812 avrebbe dovuto fare in un anno e mezzo una cosa che nemmeno 45 anni di governo assoluto borbonico ebbe mai il coraggio di fare?
Espropriare la terra ai baroni e distribuirla ai contadini? La sua è fantastoria. Le mancano proprio i fondamentali. Scambia Ferdinando I per Lenin o per Robespierre. Me lo faccia lei il favore...
Ma lei lo sa che cos'è il diritto feudale? comincio a dubitarne... Diritti angarici di prestazioni gratuite da parte dei "vassalli", obbligo di fornitura in mulini del signore, diritto alla nomina dei magistrati municipali, amministrazione della giustizia... Cose che, peraltro, in gran parte nel 1812 i baroni non avevano più il coraggio di esercitare da tempo, almeno nei centri più grossi, come Caltanissetta ad esempio, limitandosi a nominare i magistrati municipali su consiglio delle élite locali. Feudalesimo è anche impossibilità di spezzettare i beni feudali, che in Sicilia si potevano vendere solo in blocco e con il titolo, e successione al figlio primogenito secondo la legge salica.
Glielo spiego perché mi pare un po' ignorante in materia. Feudalesimo non è possedere 100 o 1000 salme di terreno. Quello è solo latifondismo. Che peraltro era possibile anche prima del 1812 sui non pochi "beni allodiali", cioè in proprietà privata vera e propria, non tutti nelle mani di baroni, ma molti nelle mani di "ricchi burgisi" dei centri minori, qualcuno dei quali poi un titolo di barone prima o poi lo scippava o lo comprava ("baronie di regno" dicevano con disprezzo i Gattopardi).
Che il latifondismo, in assenza dei "francesi", sia resistito in Sicilia più e meglio che altrove è semplicemente ovvio.
E non strumentalizzi i preziosi articoli di Di Bella che dicono tutt'altro di quello che lei vorrebbe sostenere.
Poi si contraddice proprio con i documenti che porta. Non riesce nemmeno a spiegare perché i documenti del 1816 parlano di conferma dell'abolizione dei diritti feudali (conferma della finta? ma per piacere...).
I beni feudali, trasformati in proprietà privata, rimasero tali sino alla riforma agraria del 1950. Bronte insegna. Le rispedisco quindi l'idea di andare a studiare. I suoi amati borboni non fecero altro che completare l'opera di appropriazione privata dei terreni comuni e non attuarono alcuna eversione del latifondo, nemmeno nel Napoletano.
Il diritto feudale invece cessa di colpo nel 1812, con qualche insignificante residuo che infatti fu solo "portato a compimento" come recita la stessa legge che lei riporta, negli anni seguenti. Il partito che voleva salvare maggiorascato e fedecommesso nei beni ex feudali (p.pe di Belmonte) fu sconfitto in Parlamento nel 1812. E questo portò comunque a un lento frazionamento delle proprietà per effetto di vendite e successioni. Se poi vuole negare l'evidenza faccia pure.
Ma come, prima dice che la feudalità fu abolita "solennemente" nel 1812 e poi dice che resistette fino al 1950...
Un passo alla volta: nel 1812 la feudalità fu "solennemente" abolita per finta ed i feudi trasformati in proprietà private dei baroni: ciò rappresenta più che altro una "solenne" truffa ai danni dei contadini siciliani.
O vuole forse negare l'evidenza che la trasformazione dei feudi in proprietà privata non rappresenti un grave peggioramento della stessa feudalità?
Ciò che dice sui Borbone che "non fecero altro che completare l'opera di appropriazione privata dei terreni comuni" è smentito dai decreti e dalla storia, difatti i baroni per ringraziarli si allearono a Garibaldi ed a Vittorio Emanuele....ma per favore...
Probabilmente è lei che deve considerare la possibilità di frequentare altri lidi, si giusto vada proprio al mare e se non soffre troppo il caldo può passare dalla biblioteca, magari si istruisce un pò e ci porta qualche bel decreto con cui provare le sue osservazioni.
Nella legge del 1812(le consiglio di ripassarla) fu scritto esplicitamente che la feudalità era abolita, ma leggendo bene gli articoli, si capisce chiaramente che essi venivano trasformati in proprietà private a disposizione dei baroni. Il legislatore del 1816 confermò che la feudalità era abolita, ma cambiando l'ultimo piccolo, ma significativo particolare.
Se lei passasse più tempo a studiare la storia, capirebbe che la vicenda della "feudalità" non si concluse mai, dopo il 1838 seguirono nuovi decreti e decreti interpretativi, perchè il potere della casta baronale era troppo forte, ma tanto bastò ai baroni per appoggiare Garibaldi ed i Savoja nel 1860.
Le evidenzio il titolo del decreto: Decreto relativo al compimento dell'abolizione della feudalità, ed allo scioglimento de' dIritti promiscui in Sicilia.
cordialmente e buone vacanze
I beni feudali, trasformati in proprietà privata, rimasero tali sino alla riforma agraria del 1950. Bronte insegna. Le rispedisco quindi l'idea di andare a studiare. I suoi amati borboni non fecero altro che completare l'opera di appropriazione privata dei terreni comuni e non attuarono alcuna eversione del latifondo, nemmeno nel Napoletano.
Il diritto feudale invece cessa di colpo nel 1812, con qualche insignificante residuo che infatti fu solo "portato a compimento" come recita la stessa legge che lei riporta, negli anni seguenti. Il partito che voleva salvare maggiorascato e fedecommesso nei beni ex feudali (p.pe di Belmonte) fu sconfitto in Parlamento nel 1812. E questo portò comunque a un lento frazionamento delle proprietà per effetto di vendite e successioni. Se poi vuole negare l'evidenza faccia pure.
Aggiungiamo che lo scioglimento delle promiscuità non ha nulla a che vedere con la feudalità. Era invece la politica capitalistica delle enclosures, per la quale gli ex-feudatari e nuovi borghesi agrari, ora nelle veste di proprietari privati, si appropriavano delle "terre comuni" togliendoli alle collettività. Grave che si arrivi a una chiusura della vicenda solo nel 1838. E poi lo stesso testo citato, la legge del 1816, parla di "conservazione" dell'abolizione della feudalità, non di abolizione.
Cioè lo Stato duosiciliano, creato nel dicembre del 1816, nel distruggere tutte le conquiste di quella rivoluzione, fece salva solo l'abolizione della feudalità, perché nello spirito dei tempi, e perché funzionale agli interessi della corona.
Andate a inquinare altri siti con le vostre immondizie borboniche.
Probabilmente è lei che deve considerare la possibilità di frequentare altri lidi, si giusto vada proprio al mare e se non soffre troppo il caldo può passare dalla biblioteca, magari si istruisce un pò e ci porta qualche bel decreto con cui provare le sue osservazioni.
Nella legge del 1812(le consiglio di ripassarla) fu scritto esplicitamente che la feudalità era abolita, ma leggendo bene gli articoli, si capisce chiaramente che essi venivano trasformati in proprietà private a disposizione dei baroni. Il legislatore del 1816 confermò che la feudalità era abolita, ma cambiando l'ultimo piccolo, ma significativo particolare.
Se lei passasse più tempo a studiare la storia, capirebbe che la vicenda della "feudalità" non si concluse mai, dopo il 1838 seguirono nuovi decreti e decreti interpretativi, perchè il potere della casta baronale era troppo forte, ma tanto bastò ai baroni per appoggiare Garibaldi ed i Savoja nel 1860.
Le evidenzio il titolo del decreto: Decreto relativo al compimento dell'abolizione della feudalità, ed allo scioglimento de' dIritti promiscui in Sicilia.
cordialmente e buone vacanze
Che falsità!
La feudalità fu abolita solennemente con la costituzione del 1812, insieme al mero e misto imperio.
I magistrati municipali, prima scelti dai baroni, divennero eletti dai consigli civici. Poi, con le 2 sicilie, si andò indietro, con la nomina "prefettizia" da parte degli intendenti.
Il Regno delle 2 Sicilie si limitò a ripulire alcuni avanzi che erano sopravvissuti e che, del resto, nel primo XIX secolo tutti gli stati europei si affrettarono a fare. Tranne la Russia, che guarda caso ai duosiciliani piace tanto.
A quando la celebrazione dei Savoia per l'eliminazione dei residui di feudalesimo in Sardegna negli anni '30 del XX secolo? Avete mai sentito parlare dei provvedimenti di Carlo Alberto in tal senso?
Ebbene quei provvedimenti erano funzionali certo ad una modernizzazione, ormai inevitabile, della Sardegna, ma anche a "riunire le amministrazioni" degli Stati sardi in un unico Regno di Sardegna, ma in cui, in realtà, la grande isola diventava soltanto una colonia del Piemonte, perdendo ogni residua autonomia, divisa in due province per evitare revanscismi nazionalisti, sfruttata brutalmente con un modello che poi sarà esteso all'intero Mezzogiorno.
W i Borbone? Allora pure W i Savoia. Il modello nei confronti delle isole era identico, solo che poi vinsero i secondi.
Si rilegga gli articoli di Di Bella, anche lui riporta che nel 1812 non fu abolito un bel nulla.
Nel panorama politico siciliano, i Borbone furono gli unici che si impegnarono a combattere i residui di feudalità che ancora funestavano il popolo in Sicilia. Lo strapotere di principi e baroni era tale che questo processo si svolgeva troppo lentamente, ma ciò bastò ai regnanti per essere malvisti e combattuti dalla casta baronale isolana.
Tra i vari decreti contro la feudalità (che era stata di fatto abolita con la fondazione del Regno delle Due Sicilie) ricordo quelli del 11 dicembre 1816 e 19 dicembre 1838.
Ecco il decreto del 1838:
Decreto relativo al compimento dell'abolizione della feudalità, ed allo scioglimento de' dIritti promiscui in Sicilia.
Palermo, 19 Dicembre 1838.
FErDlNANDo II. Per Grazia Di Dio RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE, DI GERUSALEMME OC. DUCA DI TARMA, PIACENZA, CASTRO CC. CC. GRAN PRINCIPE EREDITARIO DI TOSCANA CC. CC. CC.
Vedali i reclami che durante il nostro giro per le provincia della Sicilia ci sonò stati presentati dalle popolazioni, le quali hanno implorato la esecuzione delle leggi abolitive della feudalità , la pronta decisione delle
annose cause pendenti fra' comuni e gli antichi loro feudatarii, lo scioglimento delle promiscuità , e la ripartizione delle terre per poterle chiudere e migliorare;
Considerando che l'agricoltura non può prosperare senza la proprietà assoluta di ogni fondo che dia il diritto di vietarne altrui l'ingresso.; che le terre non acquistino valore dove non esistano molti agiati coltivatori che
l'amore della proprietà affezioni al suolo ; che le vaste contrade, nude, deserte, o mal coltivate che s'incontrano in Sicilia, non ostante la loro feracità naturale, ed il favore del clima , non potranno esser migliorale finché
durerà la esistenza di più padroni sullo stesso fondo ;
Volendo accelerare la esecuzione delle leggi che da epoche remole hanno proscritta la indicala condizione delle proprietà, perniciosa egualmente alla pubblica prosperila , al ben essere delle popolazioni , ed agli slessi
grandi proprielarii ;
Veduti i rapporti del nostro Luogotenente generale e degl'Intendenti, i voti de'Consigli provinciali, ed i pareri della Commissione nominata a quest' oggetto da Noi a' 17 del prossimo passato novembre, e riunita a
Palermo;
Veduto l'articolo 9 della legge degli 11 di dicembre 1816, col quale fu conservata l' abolizione della feudalità in Sicilia, ugualmente che negli altri nostri domini continentali ;
Vedute le disposizioni della legge fondamentale dell'amministrazione civile del 12 dello stesso mese ed anno;
Abbiamo risoluto di decretare , e decretiamo quanto segue.
Art. 1. Gli Intendenti delle provincie della Sicilia verificheranno rigorosamenie , comune per comune , se vi esistano, e si esercitino ancora da qualsivoglia ex-feudatario, o corpo morale, o avente causa da essi , alcuno
de' dritti feudali aboliti, e ne faranno distinto rapportò al nostro Ministro Segretario di Stato degli affari interni, il quale prenderà i nostri ordini proponendoci le misure da adottare.
2. Non credendo espediente che un tribunale di eccezione decida delle liti fra' comuni ed i loro antichi feudatarii, successori, o aventi causa, continueranno queste ad esser giudicate da' tribunali ordinarii ; ma i nostri
procuratori generali e procuratori regii assumeranno da ora innanzi la difesa de' comuni , come parte principale, senza escludere però l'assistenza di qualunque interessato. Essi provocheranno quindi di uffìzio la
spedizione de'giudizii; e per l'organo del nostro Ministro Segretario di Stato di grazia e giustizia informeranno il nostro Ministro Segretario di Stato degli affari interni, mese per mese, dello stato delle cause che
difendono, del loro valore, e del successo.
3. Gl'Intendenti delle stesse provincie procederanno allo scioglimento delle promiscuità ed alla divisione de' demanii comunali colle facoltà accordate loro nell'articolo 177 della legge del 12 di dicembre 1816, ed a norma
del real decreto del primo di settembre 1819. Ne'casi di dubbio gl'Intendenti chiederanno l'avviso del nostro procurator generale presso la gran Corte de' conti di Palermo , il quale è incaricato di dar loro tutte le
occorrenti dilucidazioni , e di corrispondere per questo ramo di affari col nostro Ministro Segretario di Stalo degli affari interni, cui sarà tenuto dar conto di ogni dubbio proposto e risoluto.
4. Lo stesso procurator generale sulle basi delle istruzioni approvate col decreto de' 10 di marzo 1810 formerà il progetto di quelle che dovranno servir di norma agli Intendenti per lo scioglimento delle promiscuità, per la
divisione delle terre demaniali appartenenti ad ex-feudatarii, o a corpi morali di qualsivoglia titolo o denominazione, sulle quali i cittadini hanno esercitato gli usi civici, e per la suddivisione in quote fra i più poveri della
parte che in compenso di tali usi ne sarà spettata a' comuni. Il progetto del procurator generale sarà proposto dal Ministro Segretario di Stato degli affari interni alla nostra sovrana approvazione fra il termine
improrogabile di mesi due, inteso il Luogotenente generale.
5. Tutte le promiscuità non ancora sciolte, è quelle il di cui scioglimento non si trovi definitivamente approvato, lo saranno colle norme indicate ne' due articoli precedenti nel più breve tempo possibile, sotto la
immediata responsabilità degl'Intendenti, i quali nella fine di ogni mese daranno conto al nostro Ministro Segretario di Stato degli affari interni del progresso e de' risultamenti di tutte le indicate operazioni.
Quanto alle promiscuità, il di cui scioglimento trovasi già pronunziato ed approvalo, e per le quali sia stato accordato a' comuni un canone annuale in vece di terreni, vogliamo che ogn' Intendente esamini in Consiglio
d'Intendenza colla massima diligenza e posatezza se sieno stati lesi i dritti imprescrittibili delle popolazioni che erano in possesso dell'esercizio degli usi per lo sostegno e pe' comodi della vita, se sia stato tradito lo
spirito della legge che avea in mira di formar nuovi proprietarii, di favorire l'agricoltura, e dare un effettivo compenso degli usi civici in una quota delle stesse terre da distribuirsi a' più poveri. Del risultamento di ogni
esame sarà diretto al nostro Ministro Segretario di Stato degli affari interni ed al nostro Luogotenente generale un pieno e distinto rapporto, che ci sarà da essi rassegnato per le opportune risoluzioni. Questi rapporti
verranno sottoscritti dall' Intendente e da tutt' i consiglieri d'Intendenza.
6. Tutte le disposizioni contrarie a quelle del presente decreto sono abrogate.
7. I nostri Ministri Segretarii di Stato di grazia e giustizia e degli affari interni, ed il nostro Luogotetenente generale in Sicilia sono incaricati della esecuzione del presente decreto, ciascuno per la parte che lo riguarda.
Firmato, FERDINANDO.
Consigliere Ministro di Stato
Presidente interino del Cons. de' Ministri
Firmato, Marchese Ruffo.
Aggiungiamo che lo scioglimento delle promiscuità non ha nulla a che vedere con la feudalità. Era invece la politica capitalistica delle enclosures, per la quale gli ex-feudatari e nuovi borghesi agrari, ora nelle veste di proprietari privati, si appropriavano delle "terre comuni" togliendoli alle collettività. Grave che si arrivi a una chiusura della vicenda solo nel 1838. E poi lo stesso testo citato, la legge del 1816, parla di "conservazione" dell'abolizione della feudalità, non di abolizione.
Cioè lo Stato duosiciliano, creato nel dicembre del 1816, nel distruggere tutte le conquiste di quella rivoluzione, fece salva solo l'abolizione della feudalità, perché nello spirito dei tempi, e perché funzionale agli interessi della corona.
Andate a inquinare altri siti con le vostre immondizie borboniche.
Nel panorama politico siciliano, i Borbone furono gli unici che si impegnarono a combattere i residui di feudalità che ancora funestavano il popolo in Sicilia. Lo strapotere di principi e baroni era tale che questo processo si svolgeva troppo lentamente, ma ciò bastò ai regnanti per essere malvisti e combattuti dalla casta baronale isolana.
Tra i vari decreti contro la feudalità (che era stata di fatto abolita con la fondazione del Regno delle Due Sicilie) ricordo quelli del 11 dicembre 1816 e 19 dicembre 1838.
Ecco il decreto del 1838:
Decreto relativo al compimento dell'abolizione della feudalità, ed allo scioglimento de' dIritti promiscui in Sicilia.
Palermo, 19 Dicembre 1838.
FErDlNANDo II. Per Grazia Di Dio RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE, DI GERUSALEMME OC. DUCA DI TARMA, PIACENZA, CASTRO CC. CC. GRAN PRINCIPE EREDITARIO DI TOSCANA CC. CC. CC.
Vedali i reclami che durante il nostro giro per le provincia della Sicilia ci sonò stati presentati dalle popolazioni, le quali hanno implorato la esecuzione delle leggi abolitive della feudalità , la pronta decisione delle
annose cause pendenti fra' comuni e gli antichi loro feudatarii, lo scioglimento delle promiscuità , e la ripartizione delle terre per poterle chiudere e migliorare;
Considerando che l'agricoltura non può prosperare senza la proprietà assoluta di ogni fondo che dia il diritto di vietarne altrui l'ingresso.; che le terre non acquistino valore dove non esistano molti agiati coltivatori che
l'amore della proprietà affezioni al suolo ; che le vaste contrade, nude, deserte, o mal coltivate che s'incontrano in Sicilia, non ostante la loro feracità naturale, ed il favore del clima , non potranno esser migliorale finché
durerà la esistenza di più padroni sullo stesso fondo ;
Volendo accelerare la esecuzione delle leggi che da epoche remole hanno proscritta la indicala condizione delle proprietà, perniciosa egualmente alla pubblica prosperila , al ben essere delle popolazioni , ed agli slessi
grandi proprielarii ;
Veduti i rapporti del nostro Luogotenente generale e degl'Intendenti, i voti de'Consigli provinciali, ed i pareri della Commissione nominata a quest' oggetto da Noi a' 17 del prossimo passato novembre, e riunita a
Palermo;
Veduto l'articolo 9 della legge degli 11 di dicembre 1816, col quale fu conservata l' abolizione della feudalità in Sicilia, ugualmente che negli altri nostri domini continentali ;
Vedute le disposizioni della legge fondamentale dell'amministrazione civile del 12 dello stesso mese ed anno;
Abbiamo risoluto di decretare , e decretiamo quanto segue.
Art. 1. Gli Intendenti delle provincie della Sicilia verificheranno rigorosamenie , comune per comune , se vi esistano, e si esercitino ancora da qualsivoglia ex-feudatario, o corpo morale, o avente causa da essi , alcuno
de' dritti feudali aboliti, e ne faranno distinto rapportò al nostro Ministro Segretario di Stato degli affari interni, il quale prenderà i nostri ordini proponendoci le misure da adottare.
2. Non credendo espediente che un tribunale di eccezione decida delle liti fra' comuni ed i loro antichi feudatarii, successori, o aventi causa, continueranno queste ad esser giudicate da' tribunali ordinarii ; ma i nostri
procuratori generali e procuratori regii assumeranno da ora innanzi la difesa de' comuni , come parte principale, senza escludere però l'assistenza di qualunque interessato. Essi provocheranno quindi di uffìzio la
spedizione de'giudizii; e per l'organo del nostro Ministro Segretario di Stato di grazia e giustizia informeranno il nostro Ministro Segretario di Stato degli affari interni, mese per mese, dello stato delle cause che
difendono, del loro valore, e del successo.
3. Gl'Intendenti delle stesse provincie procederanno allo scioglimento delle promiscuità ed alla divisione de' demanii comunali colle facoltà accordate loro nell'articolo 177 della legge del 12 di dicembre 1816, ed a norma
del real decreto del primo di settembre 1819. Ne'casi di dubbio gl'Intendenti chiederanno l'avviso del nostro procurator generale presso la gran Corte de' conti di Palermo , il quale è incaricato di dar loro tutte le
occorrenti dilucidazioni , e di corrispondere per questo ramo di affari col nostro Ministro Segretario di Stalo degli affari interni, cui sarà tenuto dar conto di ogni dubbio proposto e risoluto.
4. Lo stesso procurator generale sulle basi delle istruzioni approvate col decreto de' 10 di marzo 1810 formerà il progetto di quelle che dovranno servir di norma agli Intendenti per lo scioglimento delle promiscuità, per la
divisione delle terre demaniali appartenenti ad ex-feudatarii, o a corpi morali di qualsivoglia titolo o denominazione, sulle quali i cittadini hanno esercitato gli usi civici, e per la suddivisione in quote fra i più poveri della
parte che in compenso di tali usi ne sarà spettata a' comuni. Il progetto del procurator generale sarà proposto dal Ministro Segretario di Stato degli affari interni alla nostra sovrana approvazione fra il termine
improrogabile di mesi due, inteso il Luogotenente generale.
5. Tutte le promiscuità non ancora sciolte, è quelle il di cui scioglimento non si trovi definitivamente approvato, lo saranno colle norme indicate ne' due articoli precedenti nel più breve tempo possibile, sotto la
immediata responsabilità degl'Intendenti, i quali nella fine di ogni mese daranno conto al nostro Ministro Segretario di Stato degli affari interni del progresso e de' risultamenti di tutte le indicate operazioni.
Quanto alle promiscuità, il di cui scioglimento trovasi già pronunziato ed approvalo, e per le quali sia stato accordato a' comuni un canone annuale in vece di terreni, vogliamo che ogn' Intendente esamini in Consiglio
d'Intendenza colla massima diligenza e posatezza se sieno stati lesi i dritti imprescrittibili delle popolazioni che erano in possesso dell'esercizio degli usi per lo sostegno e pe' comodi della vita, se sia stato tradito lo
spirito della legge che avea in mira di formar nuovi proprietarii, di favorire l'agricoltura, e dare un effettivo compenso degli usi civici in una quota delle stesse terre da distribuirsi a' più poveri. Del risultamento di ogni
esame sarà diretto al nostro Ministro Segretario di Stato degli affari interni ed al nostro Luogotenente generale un pieno e distinto rapporto, che ci sarà da essi rassegnato per le opportune risoluzioni. Questi rapporti
verranno sottoscritti dall' Intendente e da tutt' i consiglieri d'Intendenza.
6. Tutte le disposizioni contrarie a quelle del presente decreto sono abrogate.
7. I nostri Ministri Segretarii di Stato di grazia e giustizia e degli affari interni, ed il nostro Luogotetenente generale in Sicilia sono incaricati della esecuzione del presente decreto, ciascuno per la parte che lo riguarda.
Firmato, FERDINANDO.
Consigliere Ministro di Stato
Presidente interino del Cons. de' Ministri
Firmato, Marchese Ruffo.
Che falsità!
La feudalità fu abolita solennemente con la costituzione del 1812, insieme al mero e misto imperio.
I magistrati municipali, prima scelti dai baroni, divennero eletti dai consigli civici. Poi, con le 2 sicilie, si andò indietro, con la nomina "prefettizia" da parte degli intendenti.
Il Regno delle 2 Sicilie si limitò a ripulire alcuni avanzi che erano sopravvissuti e che, del resto, nel primo XIX secolo tutti gli stati europei si affrettarono a fare. Tranne la Russia, che guarda caso ai duosiciliani piace tanto.
A quando la celebrazione dei Savoia per l'eliminazione dei residui di feudalesimo in Sardegna negli anni '30 del XX secolo? Avete mai sentito parlare dei provvedimenti di Carlo Alberto in tal senso?
Ebbene quei provvedimenti erano funzionali certo ad una modernizzazione, ormai inevitabile, della Sardegna, ma anche a "riunire le amministrazioni" degli Stati sardi in un unico Regno di Sardegna, ma in cui, in realtà, la grande isola diventava soltanto una colonia del Piemonte, perdendo ogni residua autonomia, divisa in due province per evitare revanscismi nazionalisti, sfruttata brutalmente con un modello che poi sarà esteso all'intero Mezzogiorno.
W i Borbone? Allora pure W i Savoia. Il modello nei confronti delle isole era identico, solo che poi vinsero i secondi.
Garibaldi, che dette l'ordine di massacrare i poveracci di Bronte a quel macellaio di Bixio, non era nuovo a simili bravate. Inafatti, ne aveva fatto larego uso e abuso nel corso delle sue esperienze sudamericane, effettuando rappresaglia tutto spiano. Poi finse di vergognarsene, tanto da farne solo un breve cenno ad una di esse nelle sue "Memorie". Si tratta della sventurata cittadina di Imiruì (o Imiriù), dove furono asassinati dai suoi uomini tutti gli abitanti. nel corso della guerriglia del Rio Grande contro il Brasile. E ciò senza parlare di Colonia ed altri. nel corso della guerra con l'Argentina.
Insomma, per venire ai fatti a noi più vicini dell'ultima guerra, chi vi ricorda? Non mi risulta, però, che, al contrario di Garibaldi e Bixio, siano stati dedicati monumenti, strade, teatri e piazze a Kappler e a Reder! Quanto siamo c...!
Ci sono dei documenti che provano il tentato coinvolgimento di Garibaldi alla guida della rivoluzione siciliana del 1848.
Nel panorama politico siciliano, i Borbone furono gli unici che si impegnarono a combattere i residui di feudalità che ancora funestavano il popolo in Sicilia. Lo strapotere di principi e baroni era tale che questo processo si svolgeva troppo lentamente, ma ciò bastò ai regnanti per essere malvisti e combattuti dalla casta baronale isolana.
Tra i vari decreti contro la feudalità (che era stata di fatto abolita con la fondazione del Regno delle Due Sicilie) ricordo quelli del 11 dicembre 1816 e 19 dicembre 1838.
Ecco il decreto del 1838:
Decreto relativo al compimento dell'abolizione della feudalità, ed allo scioglimento de' dIritti promiscui in Sicilia.
Palermo, 19 Dicembre 1838.
FErDlNANDo II. Per Grazia Di Dio RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE, DI GERUSALEMME OC. DUCA DI TARMA, PIACENZA, CASTRO CC. CC. GRAN PRINCIPE EREDITARIO DI TOSCANA CC. CC. CC.
Vedali i reclami che durante il nostro giro per le provincia della Sicilia ci sonò stati presentati dalle popolazioni, le quali hanno implorato la esecuzione delle leggi abolitive della feudalità , la pronta decisione delle
annose cause pendenti fra' comuni e gli antichi loro feudatarii, lo scioglimento delle promiscuità , e la ripartizione delle terre per poterle chiudere e migliorare;
Considerando che l'agricoltura non può prosperare senza la proprietà assoluta di ogni fondo che dia il diritto di vietarne altrui l'ingresso.; che le terre non acquistino valore dove non esistano molti agiati coltivatori che
l'amore della proprietà affezioni al suolo ; che le vaste contrade, nude, deserte, o mal coltivate che s'incontrano in Sicilia, non ostante la loro feracità naturale, ed il favore del clima , non potranno esser migliorale finché
durerà la esistenza di più padroni sullo stesso fondo ;
Volendo accelerare la esecuzione delle leggi che da epoche remole hanno proscritta la indicala condizione delle proprietà, perniciosa egualmente alla pubblica prosperila , al ben essere delle popolazioni , ed agli slessi
grandi proprielarii ;
Veduti i rapporti del nostro Luogotenente generale e degl'Intendenti, i voti de'Consigli provinciali, ed i pareri della Commissione nominata a quest' oggetto da Noi a' 17 del prossimo passato novembre, e riunita a
Palermo;
Veduto l'articolo 9 della legge degli 11 di dicembre 1816, col quale fu conservata l' abolizione della feudalità in Sicilia, ugualmente che negli altri nostri domini continentali ;
Vedute le disposizioni della legge fondamentale dell'amministrazione civile del 12 dello stesso mese ed anno;
Abbiamo risoluto di decretare , e decretiamo quanto segue.
Art. 1. Gli Intendenti delle provincie della Sicilia verificheranno rigorosamenie , comune per comune , se vi esistano, e si esercitino ancora da qualsivoglia ex-feudatario, o corpo morale, o avente causa da essi , alcuno
de' dritti feudali aboliti, e ne faranno distinto rapportò al nostro Ministro Segretario di Stato degli affari interni, il quale prenderà i nostri ordini proponendoci le misure da adottare.
2. Non credendo espediente che un tribunale di eccezione decida delle liti fra' comuni ed i loro antichi feudatarii, successori, o aventi causa, continueranno queste ad esser giudicate da' tribunali ordinarii ; ma i nostri
procuratori generali e procuratori regii assumeranno da ora innanzi la difesa de' comuni , come parte principale, senza escludere però l'assistenza di qualunque interessato. Essi provocheranno quindi di uffìzio la
spedizione de'giudizii; e per l'organo del nostro Ministro Segretario di Stato di grazia e giustizia informeranno il nostro Ministro Segretario di Stato degli affari interni, mese per mese, dello stato delle cause che
difendono, del loro valore, e del successo.
3. Gl'Intendenti delle stesse provincie procederanno allo scioglimento delle promiscuità ed alla divisione de' demanii comunali colle facoltà accordate loro nell'articolo 177 della legge del 12 di dicembre 1816, ed a norma
del real decreto del primo di settembre 1819. Ne'casi di dubbio gl'Intendenti chiederanno l'avviso del nostro procurator generale presso la gran Corte de' conti di Palermo , il quale è incaricato di dar loro tutte le
occorrenti dilucidazioni , e di corrispondere per questo ramo di affari col nostro Ministro Segretario di Stalo degli affari interni, cui sarà tenuto dar conto di ogni dubbio proposto e risoluto.
4. Lo stesso procurator generale sulle basi delle istruzioni approvate col decreto de' 10 di marzo 1810 formerà il progetto di quelle che dovranno servir di norma agli Intendenti per lo scioglimento delle promiscuità, per la
divisione delle terre demaniali appartenenti ad ex-feudatarii, o a corpi morali di qualsivoglia titolo o denominazione, sulle quali i cittadini hanno esercitato gli usi civici, e per la suddivisione in quote fra i più poveri della
parte che in compenso di tali usi ne sarà spettata a' comuni. Il progetto del procurator generale sarà proposto dal Ministro Segretario di Stato degli affari interni alla nostra sovrana approvazione fra il termine
improrogabile di mesi due, inteso il Luogotenente generale.
5. Tutte le promiscuità non ancora sciolte, è quelle il di cui scioglimento non si trovi definitivamente approvato, lo saranno colle norme indicate ne' due articoli precedenti nel più breve tempo possibile, sotto la
immediata responsabilità degl'Intendenti, i quali nella fine di ogni mese daranno conto al nostro Ministro Segretario di Stato degli affari interni del progresso e de' risultamenti di tutte le indicate operazioni.
Quanto alle promiscuità, il di cui scioglimento trovasi già pronunziato ed approvalo, e per le quali sia stato accordato a' comuni un canone annuale in vece di terreni, vogliamo che ogn' Intendente esamini in Consiglio
d'Intendenza colla massima diligenza e posatezza se sieno stati lesi i dritti imprescrittibili delle popolazioni che erano in possesso dell'esercizio degli usi per lo sostegno e pe' comodi della vita, se sia stato tradito lo
spirito della legge che avea in mira di formar nuovi proprietarii, di favorire l'agricoltura, e dare un effettivo compenso degli usi civici in una quota delle stesse terre da distribuirsi a' più poveri. Del risultamento di ogni
esame sarà diretto al nostro Ministro Segretario di Stato degli affari interni ed al nostro Luogotenente generale un pieno e distinto rapporto, che ci sarà da essi rassegnato per le opportune risoluzioni. Questi rapporti
verranno sottoscritti dall' Intendente e da tutt' i consiglieri d'Intendenza.
6. Tutte le disposizioni contrarie a quelle del presente decreto sono abrogate.
7. I nostri Ministri Segretarii di Stato di grazia e giustizia e degli affari interni, ed il nostro Luogotetenente generale in Sicilia sono incaricati della esecuzione del presente decreto, ciascuno per la parte che lo riguarda.
Firmato, FERDINANDO.
Consigliere Ministro di Stato
Presidente interino del Cons. de' Ministri
Firmato, Marchese Ruffo.
Garibaldi, che dette l'ordine di massacrare i poveracci di Bronte a quel macellaio di Bixio, non era nuovo a simili bravate. Inafatti, ne aveva fatto larego uso e abuso nel corso delle sue esperienze sudamericane, effettuando rappresaglia tutto spiano. Poi finse di vergognarsene, tanto da farne solo un breve cenno ad una di esse nelle sue "Memorie". Si tratta della sventurata cittadina di Imiruì (o Imiriù), dove furono asassinati dai suoi uomini tutti gli abitanti. nel corso della guerriglia del Rio Grande contro il Brasile. E ciò senza parlare di Colonia ed altri. nel corso della guerra con l'Argentina.
Insomma, per venire ai fatti a noi più vicini dell'ultima guerra, chi vi ricorda? Non mi risulta, però, che, al contrario di Garibaldi e Bixio, siano stati dedicati monumenti, strade, teatri e piazze a Kappler e a Reder! Quanto siamo c...!
Interessante trilogia e sorprendente autore che da un anno apre finestre sulla storia siciliana con vedute inedite e angolazioni inimmaginabili. Da lettore di storia sono sorpreso dalla capacità di sintesi che non riscontro spesso, e mi chiedo, come faccio con tutti gli autori, quale sia il messaggio "nascosto", cosa ci voglia comunicare oltre le parole. Non credo che chi scrive in questo modo lo faccia solo per raccontare.
Non per raccontare, ma per ricordare. Anche perché un popolo che non ha memoria è un popolo senza futuro. E i siciliani hanno cancellato da tempo il futuro anche dalla loro lingua.
Interessante trilogia e sorprendente autore che da un anno apre finestre sulla storia siciliana con vedute inedite e angolazioni inimmaginabili. Da lettore di storia sono sorpreso dalla capacità di sintesi che non riscontro spesso, e mi chiedo, come faccio con tutti gli autori, quale sia il messaggio "nascosto", cosa ci voglia comunicare oltre le parole. Non credo che chi scrive in questo modo lo faccia solo per raccontare.
Finalmente qualcosa di equilibrato ed oggettivo sui lati oscuri ed oscurati di una tragedia nazionale.
Un plauso a siciliainformazioni per il coraggio della verità, certo più difficile del coraggio della menzogna propinata da troppi e per troppo tempo.
Certosino lavoro di ricerca e documentazione. Grazie per la Sua passione esempio e prova di come il passato sconosciuto e spesso vilipeso, per quanto si tenti di seppellirlo , fa rivivere se stesso e chiede di essere annoverato tra la Storia.
Grazie.
Marianna.
GRAZIE MOLTO GENTILE, CERCHERO' I LIBRI CITATI.
CORDIALI SALUTI
ztl
E' triste verificare che, di quanto accadeva veramente in Sicilia in quegli anni, ne sapeva molto di più Carlo Marx, che su quelle vicende scrisse una decina di articoli (vedi New Yorch Herald Tribune), che non i siciliani. Pochissimi, ad esempio, sanno, né si sono chiesti perché la delegazione siciliana rifiutò di partecipare all'internazionale di Neuchatel, ritenendo un offesa alla Sicilia l'elezione di Garibaldi a presidente dell'assemblea. Eppure, la prima Comune, prodromo dei Fasci siciliani, fu realizzata a Palermo.
Ricambio i cordiali
mc
Stiamo parlando della rivolta del "sette e mezzo", quando, al grido di "Repubblica e Santa Rosalia", la città insorse per liberarsi definitivamente del giogo italiano, avendo tutti preso atto di essere stati buggerati alla grande. Fu istaurata la Comune, precedendo di qualche anno quella di Parigi, e per cinque giorni la Palermo fu in mano ai ribelli. Ma con loro non si schierarono i notabili e l'aristocrazia che, data la natura popolare della rivolta, temette la confisca dei feudi. Nessun sostegno, quindi, neppure dalle campagne, sotto il ferreo controllo dei "baroni" e loro campieri, né, per la prima volta, dalle altre città della Sicilia. Nonostante ciò, il prefetto di Palermo conte Luigi Torelli, insieme con i generali Giacomo Carderina e Cesare Righini, comandanti la piazza d'armi, asserragliati a Palazzo Reale, avevano incominciato a trattare la resa, con unica condizione l'abbandono immediato della Sicilia, quando all'orizzonte comparve la flotta inglese che scortava il naviglio militare italiano al comando dell'ammiraglio Persano, proveniente da Napoli e Livorno. Per ben due giorni e mezzo, la città fu bombardata a tappeto, quindi lo sbarco di ventimila soldati al comando del generale La Marmora, che in breve s'impadronirono del territorio. Subito dopo, l'avvio della strage, con grande soddisfazione del sindaco di Palermo, marchese Antonio Starabba di Rudinì, premiato poco dopo con la nomina a presidente del Consiglio per la fedeltà a Casa Savoia e per aver impedito che qualche rappresentante della classe dirigente dell'epoca si schierasse con i ribelli. La vicenda, abilmente romanzata, anche probabilmente per timore di conseguenze, è stata trattata dal prof. Maggiore Amari nell'omonimo romanzo "Sette e mezzo" che, ad una prima lettura appare come l'anteprima del Gattopardo di Lanza Tomasi. Solo che l'autore del "Sette e mezzo" è deceduto una decina d'anni prima che il principe di Lampedusa desse alle stampe la sua celebre opera. Notizie, invece, più precise, con l'elenco dei reparti in armi sbarcati per quell'occasione a Palermo, i nomi dei comandanti, fucilazioni di massa, fosse comuni eccetera, le trova ne "Gli occhiali di Cavour" del compianto Sandro Attanasio. Una pubblicazione, con i dettagli di quelle giornate, edita dalla Fondazione Mormino negli anni '50 è letteralmente scomparsa dalla circolazione. E', comunque, a partire dalla tragica conclusione di quegli avvenimenti, che ebbe inizio la grande fuga verso gli Stati uniti.
GRAZIE MOLTO GENTILE, CERCHERO' I LIBRI CITATI.
CORDIALI SALUTI
ztl
Commento molto interessante. Potrebbe indicarmi dove posso trovare notizia ed ulteriori ragguagli sulla detta fucilazione di seimila palermitani nel 1866?
Grazie
Cordiali Saluti
ztl
Stiamo parlando della rivolta del "sette e mezzo", quando, al grido di "Repubblica e Santa Rosalia", la città insorse per liberarsi definitivamente del giogo italiano, avendo tutti preso atto di essere stati buggerati alla grande. Fu istaurata la Comune, precedendo di qualche anno quella di Parigi, e per cinque giorni la Palermo fu in mano ai ribelli. Ma con loro non si schierarono i notabili e l'aristocrazia che, data la natura popolare della rivolta, temette la confisca dei feudi. Nessun sostegno, quindi, neppure dalle campagne, sotto il ferreo controllo dei "baroni" e loro campieri, né, per la prima volta, dalle altre città della Sicilia. Nonostante ciò, il prefetto di Palermo conte Luigi Torelli, insieme con i generali Giacomo Carderina e Cesare Righini, comandanti la piazza d'armi, asserragliati a Palazzo Reale, avevano incominciato a trattare la resa, con unica condizione l'abbandono immediato della Sicilia, quando all'orizzonte comparve la flotta inglese che scortava il naviglio militare italiano al comando dell'ammiraglio Persano, proveniente da Napoli e Livorno. Per ben due giorni e mezzo, la città fu bombardata a tappeto, quindi lo sbarco di ventimila soldati al comando del generale La Marmora, che in breve s'impadronirono del territorio. Subito dopo, l'avvio della strage, con grande soddisfazione del sindaco di Palermo, marchese Antonio Starabba di Rudinì, premiato poco dopo con la nomina a presidente del Consiglio per la fedeltà a Casa Savoia e per aver impedito che qualche rappresentante della classe dirigente dell'epoca si schierasse con i ribelli. La vicenda, abilmente romanzata, anche probabilmente per timore di conseguenze, è stata trattata dal prof. Maggiore Amari nell'omonimo romanzo "Sette e mezzo" che, ad una prima lettura appare come l'anteprima del Gattopardo di Lanza Tomasi. Solo che l'autore del "Sette e mezzo" è deceduto una decina d'anni prima che il principe di Lampedusa desse alle stampe la sua celebre opera. Notizie, invece, più precise, con l'elenco dei reparti in armi sbarcati per quell'occasione a Palermo, i nomi dei comandanti, fucilazioni di massa, fosse comuni eccetera, le trova ne "Gli occhiali di Cavour" del compianto Sandro Attanasio. Una pubblicazione, con i dettagli di quelle giornate, edita dalla Fondazione Mormino negli anni '50 è letteralmente scomparsa dalla circolazione. E', comunque, a partire dalla tragica conclusione di quegli avvenimenti, che ebbe inizio la grande fuga verso gli Stati uniti.
C'è anche di peggio. Palermo è l'unica città che dedica una propria strada all'ammiraglio Carlo Persano, degradato per ignominia e radiato dalla Marina, che, forse nel tentativo di farsi perdonare per la sconfitta di Lissa, tra il 20 e il 23 settembre del 1866, ordinò la fucilazione di ben seimila palermitani.
Commento molto interessante. Potrebbe indicarmi dove posso trovare notizia ed ulteriori ragguagli sulla detta fucilazione di seimila palermitani nel 1866?
Grazie
Cordiali Saluti
ztl
splendido articolo che rende giustizia alla storia vera ..favoloso il finale denso di alta poesia ....e degno di un testo di Teologia della Storia ...ps dopo qvere saputo queste vere verita' come si fa a sopportare le strade siciliane intestate al fucilatore Nino Bixio ? luigi culmone naselli
C'è anche di peggio. Palermo è l'unica città che dedica una propria strada all'ammiraglio Carlo Persano, degradato per ignominia e radiato dalla Marina, che, forse nel tentativo di farsi perdonare per la sconfitta di Lissa, tra il 20 e il 23 settembre del 1866, ordinò la fucilazione di ben seimila palermitani.
Una ricerca puntigliosa, una documentazione inoppugnabile, una prosa coinvolgente. Ottimo servizio alla ricerca dei fatti veri, a prescindere dalle opinioni e dai partti presi che ci hanno avvelenati per secoli.
Una fonte indispensabile di informazioni statistiche. Consulta l'intero archivio o esegui una ricerca.
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