Numonyx, Siteco, Italtel, Fincantieri, Rodriquez. Sono alcuni dei punti di crisi dell'industria metalmeccanica in Sicilia, dove, secondo la segretaria regionale della Fiom Giovanna Marano, la madre di tutte le vertenze rimane la Fiat di Termini Imerese, con 2.300 lavoratori appesi a un filo. Nella sua relazione al congresso regionale della Fiom, che domani a Termini Imerese eleggerà gli organismi, Marano ha fornito numeri e cifre della crisi, definendola "un bollettino di guerra". A Palermo, dove la cassa integrazione ordinaria è raddoppiata e quella straordinaria quadruplicata, c'é preoccupazione per gli oltre 200 lavoratori dell'Italtel di Carini, in contratto di solidarietà e per le 220 tute blu della Keller, di nuovo in cassa integrazione fino a dicembre di quest'anno, in assenza di commesse e di un piano industriale. Il possibile trasferimento di alcuni lavori in Croazia fa temere per il futuro della Fincantieri, dove scarseggiano ormai da tempo i carichi di lavoro. Gli impegni della Regione per gli investimenti sui bacini di carenaggio, di cui è proprietaria, non sono stati concretizzati e il rilancio mancato ritarda il recupero di competitività". Anche nelle altre province le statistiche sono pesanti. Il futuro del gruppo STMicroelectronics è un'incognita. La prossima chiusura di alcune produzioni rischia di provocare esuberi tra 3.900 dipendenti diretti. "La joint venture con Enel e Sharp per lo sviluppo del settore fotovoltaico è stata avviata con l'annuncio di centinaia di assunzioni, ma - dice Giovanna Marano - nessun piano industriale, al momento, le garantisce. Nel frattempo, Stm ha ceduto un ramo d'azienda, la Nunonyx, alla multinazionale americana Micron Technology, senza nessuna tutela per i 409 lavoratori". Oggi scade la cassa integrazione straordinaria per i 160 dipendenti della Sat; i lavoratori presidiano da un anno la fabbrica per evitare che i macchinari vengano ceduti in assenza di una valida ipotesi per il loro reimpiego. Hanno chiuso i battenti diverse aziende, come Sogit, Anteo, Cables Factory. Complessivamente 138 posti di lavoro persi. La Elmec, i cui lavoratori costituiti in cooperativa hanno rilevato l'azienda, aspetta dalla Regione risposte sulle agevolazioni per nuove assunzioni". "Colpita pesantemente dalla recessione anche l'industria di Messina - afferma Marano - Arranca la cantieristica navale, fino a oggi volano dell'economia locale. Per i Cantieri Rodriquez, del gruppo di Roberto Colannino, si paventa una possibile cessione". I 95 lavoratori metalmeccanici sono in cassa integrazione straordinaria a zero ore, per un anno. L'azienda ha già chiesto la deroga per altri sei mesi. Stesso discorso per la Aicon yachts, gruppo che produce imbarcazioni di lusso, in crisi da un anno, che fa ricorso a cassa integrazione e contratti di solidarietà. Sessanta tute blu della ex Smeb, aspettano ancora di essere riassorbite dai Cantieri navali Palumbo. Rilancio in ritardo per le Acciaierie Duferdofin. Nel siracusano, la Siteco, azienda che lavora nella costruzione di pale eoliche, ha messo in cassa integrazione 240 dipendenti a causa del blocco imposto dalla Regione. I 170 lavoratori della SFI, Società forniture impianti, che opera nella manutenzione del petrolchimico, sono in cassa integrazione straordinaria da un anno.
e se questi sono i grandi .. pensate alle migliaia di piccole aziende...
ognittanto leggo stro...te tipo "aperte 2000 nuove aziende in sicilia" ... si ... aziendine familiari .. di persone che non trovano lavoro ... e che vengono annientate dalle difficolta' del vivere e lavorare in sicilia.
nessuno che parla di quante chiudono .. o di quante (troppe) vivono sull'orlo del fallimento.
se vi preoccupate di aziende che danno lavoro a 100 persone, sarebbe giusto preoccuparsi di 100 aziende che danno lavoro ad una sola persona.... che sono le meno tutelate .. .che non popssono contare sulla cassa integrazione... che non possono contare su nulla.
Non si può fare industria con le condizioni politiche presenti in Sicilia e con il condizionamento della mafia. I siciliani alla fine dovranno capire che non possono pretendere il lavoro ed allo stesso tempo essere conniventi della delinquenza organizzata che taglieggia il loro datore di lavoro.
Più volte da imprenditore ho avuto la nostalgia di tornare nella mia terra. ma mi è sempre stato consigliato di desistere se non volevo perdere tutto, perchè avrei dovuto sottostare a delle "regole" locali ignobili:
- pagare i politici locali e non e sottostare alle loro richieste assumendo degli incapaci raccomandati da loro
- pagare la regione per ogni permesso o per ogni altra incombenza burocratica
- pagare i mafiosi per il quieto vivere
per "pagare" leggasi "mazzetta" o "pizzo".
La mia è una industria che non va a finire sui giornali o che è di tendenza per cui saremmo stati soli contro tutti, malgrado la possibilità di un buon numero di posti di lavoro possibili.
L'ultimo tentativo l'ho fatto cinque anni fa. Ora basta.