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La voce dei "senza voce" o del padrone?

di Loredana Brigante
28 luglio 2010 18:27
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Tutto il mondo è paese. In Italia come in Africa si parla di corruzione.
P. Giuseppe Dovigo, un missionario che opera nella Repubblica democratica del Congo, titola la sua lettera «La voce dei senza voce o la voce del padrone?» denunciando quanto succede nella regione del Sud-Kivu.
Il 12 giugno scorso, per l’elezione del governatore, il nome è stato “imposto dall’alto ed è quello del consigliere politico del Presidente della repubblica, l’influente Marcellino Cishambo”.

Ironia della sorte, quest’anno – il 30 giugno – il Paese ha celebrato i 50 anni della sua indipendenza. Se non è più una colonia, però, l’ex Zaire (e le sue ricchezze) restano comunque appannaggio di pochi e un terzo della popolazione, con un dollaro al giorno, ignora diritti e libertà.

Come racconta il saveriano vicentino, “la gente, sdegnata, accusa i deputati regionali di corruzione e di avere ricevuto ognuno una forte somma per dare il loro voto all’indesiderato”, ma il padrone sa come mettere a tacere le voci scomode.


In vista delle celebrazioni, le registrazioni dei vari incontri nei villaggi vengono portate alle radio locali, che le trasmettono gratuitamente. Invece, il dirigente della radio nazionale, dice p. Dovigo, “ci fa pagare e, nel momento della diffusione, accortosi di una certa critica al governo, sospende immediatamente la trasmissione e sostituisce l’istruzione con un’allegra musica non compromettente”.

Intanto, Floribert Chebeya, militante dei diritti umani e direttore nazionale dell’ONG La Voce dei senza voce, è stato trovato morto nella sua auto con le mani legate. Ucciso anche il suo autista, il cui corpo “è stato recuperato in un’altra zona di Kinshasa”.
Chebeya – continua la lettera – più volte minacciato di morte, seguiva importanti dossier: lo sfruttamento delle miniere di uranio nel Katanga; l’uccisione di centinaia di persone appartenenti a un movimento religioso politico; l’amnistia di 51 detenuti per il 30 giugno; le operazioni militari con la partecipazione delle truppe ruandesi”.

Nascono mille interrogativi e si pone una riflessione anche sulla situazione politica italiana. Questo missionario, in una domanda, sa darsi una risposta: “Da dove viene il male congolese, se non dalla situazione pessima del Paese, che è immorale, istituzionalizzata e inumana?”.
La priorità, in ogni parte del mondo, è l’assoluta urgenza di un cambiamento, il bisogno concorde di opporsi all’ingiustizia e all’impunità, il dovere di una rivoluzione nella coscienza di tutti, l’obbligo di conversione nella chiesa, nello stato e nei rapporti tra i popoli”.

A proposito dei cristiani africani, lui osserva che “negli ultimi decenni si sono dispersi nelle varie sette e religioni per trovare consolazione, salvezza, salute, benessere”.
“Hanno imboccato la via della divisione, della paura, della magia e della consolazione emotiva, conclude p. Giuseppe Dovigo, e non hanno trovato la vera soluzione. Sarà forse ora il tempo opportuno (anche per noi?!) per rintracciare la via opposta, la via dell’incontro, del dialogo, dell’unità nell’azione politica e culturale”.

(Foto di Mauro Pedercini)

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