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Ladro di sofferenza. Un bambino scopre un tesoro: la posta come memoria

20 settembre 2009 12:36
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Si sa, più diventano grigi i capelli e più riaffiorano ricordi lontani, belli e brutti ma che fanno parte della nostra storia personale. E nella vita di un filatelista non possono mancare ricordi “filatelici”, anzi questi spesso hanno un posto privilegiato.

 

Il piccolo centro dell’interno della Sicilia dove sono cresciuto, è dolcemente disteso sul fianco del monte che lo sovrasta: vicino è presente un altro rilievo montuoso che per la sua conformazione ricorda un enorme pesce.

 

Un paese ricco di storia e di tradizioni, come tanti in Sicilia, caratterizzato dall’abbondanza di fonti di acqua e dall’aria salubre, patria di santi, ricco di poeti, di pittori e di tanti scrittori più o meno noti.

 

Ero ancora un imberbe alunno delle scuole elementari il cui edificio, posto nella parte alta del paese, presentava sul muro un anello di frasi celebri di Benito Mussolini. Le leggevo tutte le mattine ed alla fine, leggi oggi e leggi domani, anche se non le comprendi e non le condividi, finisci per impararle.

 

Come tutti i ragazzini avevo la mia combriccola di amici, composta per lo più da compagni di scuola e da vicini di casa. Non c’era tanto da spassarsela come oggi, la TV trasmetteva per poche ore e non tutti l’avevano in casa, per cui si andava in giro a bighellonare e, qualche volta, a combinare guai.

 

Un giorno il noioso andazzo quotidiano fu sconvolto da un fatto straordinario: scoprimmo un tesoro.

 

Gli uffici del Comune erano stati trasferiti in altra ala dallo stabile dove avevano sede, che poi era l’antico Convento Domenicano del paese, che dell’essere stato albergo di una comunità religiosa, conservava ben poco.

 

I vecchi locali erano stati chiusi e sigillati, ma qualcuno aveva avuto l’idea di penetrarvi e di lasciare poi aperto un passaggio.

 

I bambini non mancano certo di curiosità ed uno dei miei compagni pensò bene di entrare nel vecchio convento e di venirci a riferire cosa aveva visto. E vuoi che dopo un simile racconto avremmo potuto trattenerci dal provare il brivido dell’ignoto? Fu un vero assalto. Tutti dentro.

 

Fra i tanti ambienti, il più interessante da esplorare fu un enorme stanzone il cui pavimento era ricoperto di carta per uno spessore di almeno un metro: le pareti erano celate da tantissimi armadi e schedari che ne ricoprivano tutto il perimetro.

 

Ci fu chi fece man bassa di tutto ciò che riusciva a portar via. Io scoprii una vecchia scatola di cartone piena di medagliette per cani, corredate di fascio littorio (anche i cani dovevano essere fascisti!) e delle lettere strane, legate con un nastro, che di vistoso presentavano una croce rossa stampata.

 

Le contai: erano oltre cinquanta lettere. Inspiegabilmente contento del bottino, invero non molto divertente per un bambino, tornai a casa. Depositai il tutto nel posto “segreto” dove tenevo tutte le mie cianfrusaglie, ben celato nella mia stanza, e non ci pensai più.

 

Qualche tempo dopo, le mie prede mi tornarono in mente e cominciai a cercare di valutare ciò che avevo “trovato”. Le medagliette erano poco interessanti. Tutte nuove, immacolate, di colore grigio scuro, fatte di un materiale che solo tempo dopo avrei conosciuto come “peltro”.

 

Il gruppetto di lettere sembrava più interessante. Tolsi il nastro che le legava e cominciai a leggere. Compresi poco perché erano scritte in modo strano, forse una lingua straniera. Ma vi erano parti scritte a mano ed in italiano. “Soldato C. F. di M. II regg., 3 comp., 4 plot. Campo di… Germania”. Un paio venivano dalla Russia: molte presentavano scritte simili, anche se cambiavano i nomi ed i numeri.

 

Non ne venni a capo. Le lettere erano formate da un foglio solo che era ripiegato in due ed all’interno c’era la comunicazione, il testo della lettera. Iniziava sempre allo stesso modo: cari genitori, o caro padre, o cara madre, o caro fratello o sorella. Una o due iniziavano con: cara moglie. Tutte continuavano con il fatidico “non preoccupatevi per me perché io sto bene, come spero uguale per voi ”.

 

In qualche lettera vi era una timida richiesta di generi di prima necessità: sapone, calze di lana e oggetti vari. Finivano tutte con l’assicurazione che presto si sarebbero ricongiunti.

  

Le date andavano dalla fine del 1943 al 1945. Può sembrare strano che un bambino di sette o al massimo otto anni riuscisse a leggere quelle lettere. Ma la spiegazione è molto semplice. Erano tutte scritte con una grafia elementare, come se a scriverle fossero stati dei bambini, dei bambini sofferenti. Una scrittura semplice, non sempre lineare, ma semplice, di chi vuole aiuto ma non può scriverlo, di chi soffre ma non può farlo sapere. Ricordiamo infatti che la posta dei prigionieri di guerra era sottoposta a censura.

 

Lessi un po’ e ne conclusi che era robaccia che non valeva niente. Non so cosa mi spinse a ripensare alla mia prima idea di liberarmi del “corpo del reato”, e a mostrarle a mio padre.

Quando il giorno dopo, durante il pranzo, invece di leggere come al solito (io leggevo sempre mentre mangiavo, con grande rabbia di mio padre!) mostrai quelle lettere, vecchie e polverose, la prima domanda di mio padre fu “Dove le hai prese?”. Candidamente confessai il misfatto e lì arrivò uno schiaffone.

 

Io non potevo piangere. Mio fratello più piccolo si. Io no. Devo dire che gli schiaffi che mi ha dato mio padre non mi hanno creato menomazioni e non hanno leso le mie capacità intellettive. Non sono molto furbo come pretenderebbe il mondo attuale, ma mi consolo pensando che non sempre la furbizia è accompagnata da intelligenza.

 

Cessata la rabbia, mio padre iniziò a leggere le lettere. Mi spiegò che erano lettere di compaesani che erano stati prigionieri di guerra. Anche mio padre era stato in guerra. Conosceva ogni singola persona in paese perché aveva una attività utile a tutti: faceva il mugnaio.

 

Cominciò pian piano a declinare i nomi di ognuno dei mittenti di quelle lettere, a volte inquadrandoli per famiglia. Solo su alcuni aveva dei dubbi. Leggendo il nome di alcuni si commosse, perché erano stati suoi commilitoni in Africa Orientale ed erano morti. Uno verosimilmente era morto in Russia nel disastro dell’ARMIR.

 

Fu un doloroso calvario ricordare tanti giovani che avevano sofferto e con i quali spesso aveva diviso gli anni dell’infanzia. Di qualcuno mi disse che, quando era partito, non capiva neanche il perché andava in guerra. E penso che pochi di quella sfortunata generazione partivano convinti di fare una cosa giusta ed utile.

 

Le lettere furono confiscate da mio padre che, senza fretta, tanto erano rimaste buttate nel fondo di un archivio per quasi tren’anni, pensò bene di riconsegnarle ad ognuno dei destinatari, o ai loro figli o nipoti, man mano che venivano nella nostra piccola industria.

 

Le lettere furono quasi tutte consegnate, alcune addirittura dopo uno o due anni, magari a parenti di quei soldati che poi si erano trasferiti all’estero. Solo due lettere rimasero “non recapitate” perché papà era sicuro dell’estinzione di quelle famiglie. Le conservo ancora.

 

Furono anni terribili. Non tutti i soldati italiani dopo l’otto settembre riuscirono a tornare a casa e tanti vennero fatti prigionieri dagli stessi ex alleati tedeschi. Non tutti tornarono dalla prigionia.

 

E’ utile evidenziare che le lettere si trovavano nell’archivio comunale, perché i destinatari per avere il sussidio relativo alla prigionia del congiunto o per pratiche afferenti a pensioni di guerra, le consegnavano quale prova dell’esistenza dei presupposti giuridici del diritto a ricevere tali emolumenti.

 

Come sopra ricordato, le date indicate nelle lettere erano successive allo sbarco degli Alleati, dell’A.M.G (Allied Military Governement), dell’Indipendentismo dell’EVIS … e del banditismo.

La Sicilia era terra di scorribande, di contrasti e di contraddizioni: mi chiedo se esista un periodo della sua storia nel quale non sia stata tale.

 

Mi accorsi già da allora, ascoltando mio padre che raccontava della sorte dei suoi coetanei, che la posta è anche memoria: ne fa parte in modo inestirpabile. Spesso conferisce alla Storia dell’umanità la luce di una verità che l’ufficialità si ostina a mistificare.

 

Salvatore Antonio Pizzuto Antinoro

© Riproduzione riservata
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Anonimo 07 novembre 2009   17:31

Non lo avevo ancora letto. Non è un articolo di filatelia. E' un pezzo di cuore.

La parte dove si riporta l'inizio delle lettere mi ha fatto commuovere e suscitato ricordi terribili.

Complimenti all'autore. Seguirò i suoi articoli con interesse. Continui così.

Anonimo 21 settembre 2009   20:00

Bellissimo. Cuore tra le parole.

 

Tulipano.

Anonimo 21 settembre 2009   12:02
L'utente ha risposto al commento anonimo del 21 settembre 2009. Visualizza »

la mia mamma che ha vissuto la II guerra mondiale (nata nel '36, quindi molto piccola) ci racconta spesso da quando eravamo piccoli le storie di sofferenza, di fame, e di morte e anche di sacrificio per andare a scuola (elementare) o per prendere i sacramenti religiosi(comunione ecc.).

nel ricordo di quell'epoca si apprezza anche la fortuna di essere nati in un'era in cui possiamo usufruire di comodita' e privilegi e bisogna ricordare sempre che ogni giorno vissuto nella tranquillita' anche di routine e' un giorno conquistato e bellissimo.

c'e' bisogno di leggere episodi accaduti che ti fanno sempre riflettere, sia noi un po' piu' grandicelli ma soprattutto ai ragazzi per far capire loro quanto i loro nonni o bisnonni si sono sacrificati per far vivere loro un vita migliore e di vivere nel rispetto del loro sacrificio.

Daniela Donato- Porto Empedocle (AG)

 

L'unità d'Italia è figlia di quei sacrifici: riformiamola ma non buttiamo l'acqua con tutto il bambino

Anonimo 21 settembre 2009   09:36

la mia mamma che ha vissuto la II guerra mondiale (nata nel '36, quindi molto piccola) ci racconta spesso da quando eravamo piccoli le storie di sofferenza, di fame, e di morte e anche di sacrificio per andare a scuola (elementare) o per prendere i sacramenti religiosi(comunione ecc.).

nel ricordo di quell'epoca si apprezza anche la fortuna di essere nati in un'era in cui possiamo usufruire di comodita' e privilegi e bisogna ricordare sempre che ogni giorno vissuto nella tranquillita' anche di routine e' un giorno conquistato e bellissimo.

c'e' bisogno di leggere episodi accaduti che ti fanno sempre riflettere, sia noi un po' piu' grandicelli ma soprattutto ai ragazzi per far capire loro quanto i loro nonni o bisnonni si sono sacrificati per far vivere loro un vita migliore e di vivere nel rispetto del loro sacrificio.

Daniela Donato- Porto Empedocle (AG)

 

Anonimo 21 settembre 2009   07:31
L'utente ha risposto al commento anonimo del 21 settembre 2009. Visualizza »

Bella storia: istruttiva e ben raccontata.

  

Anche a me questo racconto ha fato riaffiorare ricordi sopiti, ma non dimenticati.  Bravo nel raccontare: c'è tutta una storia, una memoria di quei tempi difficili e pesanti che tantissimi hanno dovuto affrontare in quei tempi di guerra. Io bambina... ancora inorridisco per quei racconti di vita vissuta in quegli anni tra gli anni 40-45.  Avevo paura, angoscia che spesso si rinnova per il riaffiorare di qualcosa come sta succedendo leggendo questa storia. Il buo Dio che ci aiuti sempre..... 

Anonimo 20 settembre 2009   18:36

Bella storia: istruttiva e ben raccontata.

Anonimo 20 settembre 2009   17:58

E' un articolo bellissimo! Bellissima anche questa frase di cui condivido in pieno l'essenza:

"la posta è anche memoria: ne fa parte in modo inestirpabile. Spesso conferisce alla Storia dell’umanità la luce di una verità che l’ufficialità si ostina a mistificare".

Grazie e complimenti

Mariagrazia De Ros

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