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Zara: la città perduta che vive nel cuore degli italiani

02 giugno 2010 09:20
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(di Emanuele Gabbini)  La notte del 30 ottobre 1944 i tedeschi abbandonano Zara e il mattino del 31 ottobre entrano in Zara, senza combattere, i partigiani jugoslavi. 

 

DALLA CORRISPONDENZA DELL’EPOCA

 

Lettera da Zara del 9-9-43, da un soldato alla mamma a Milano

 

… sono ancora stupito e non ancora persuaso della notizia di ieri, benché si aspettava non sembra una cosa vera, qui circolano le voci che gli anziani forse tornano in Italia … nonostante il lutto della resa, qui è stata una esplosione di gioia, cosa vuoi persone che sono da 8, 9 e 10 anni sotto le armi: ti puoi immaginare come sono contenti di poter tornare a casa (sperano) e al proprio lavoro.

Qui pasticci non ne sono successi e si spera che adesso i partigiani abbiano terminato il loro compito e smettano le loro imboscate mortali.

Oggi hanno attaccato solo automezzi tedeschi mentre quelli italiani li hanno lasciati passare …

 

Lettera da Zara del 18-9-43 da un finanziere alla moglie ad Avancelli (Ancona)

 

… Intanto la guerra finirà e tu potrai, al mio ritorno, farmi trovare un bel bambino. Solo così io potrò stare tranquillo. Per il momento io mi trovo a Zara prigioniero ma ti assicuro che non v’é nulla di grave, anzi sto benissimo. A noi della finanza ci hanno lasciato anche le armi ed io faccio servizio di polizia in città con una motocicletta. Abbiamo passati qualche giorno un po’ confusionari, ma ora si è stabilita la calma e la tranquillità …

 

Cartolina postale da Zara del 28-10-43 da un soldato ai genitori a Milano

 

… dai caratteri della scrittura avrete capito a priori che genere di lavoro sto facendo ora, qui al comando mi trovo sempre bene e il lavoro che sto facendo ora fu sempre di mio gradimento e credo se voi lo sapeste vi farebbe certamente piacere.

Di vostre notizie ne sono privo da ben 50 giorni ed è l’unica cosa la quale mi rende un po’ triste …

 

Lettera da Zara dell’8.1 1.43 da una signora ad un’amica a Borgo Trento (Verona)

 

… L’altro giorno ho ricevuto la tua cartolina del 17 ottobre … giorni fa ho ricevuto una lettera dopo un mese che ha impiegato per venire qui …

Ii giorno 2 abbiamo avuto una brutta sorpresa alle ore 8 di sera, apparecchi nemici hanno sganciato molte bombe delle quali due ha preso il rifugio che si trovava sul terreno che era di tua zia cioè quello vicino a S. Matteo.

Molte famiglie intere sono morte … Anche in città ci sono state vittime e sei o sette case sono crollate …

 

Lettera da Zara del 15.2.1944 da una signora al marito a Fiesso d’Artico (Venezia)

 

…. Se sapessi che vita amara che conduciamo. Ora da 3 giorni abbiamo fatto ritorno in villa … e dormiamo in nostra cantina o roccaforte. Puoi immaginare che stanche che siamo dover nuovamente portare tutta la nostra roba a casa …

Ogni tanto erano i mitraglieri ed i “picchiatelli” che non ci lasciavano in pace e poi si teme per quella casa. Se le bombe cadono vicino a casa … addio tutto quello che c’è dentro.

… Se non si restava a Zara tutto era perduto. Quello che non ha fatto le bombe l’hanno finito i ladri ed adesso la pioggia che viene in tutte le case. Ti dico che è una disperazione …Due giorni ha nevicato, oggi non più ma fa freddo … Da due giorni si vede tornare le famiglie da oltre confine. Si sono decisi per forza perché non ricevono più gli alimenti … Questa vita che conduciamo ci costerà parecchi anni di vita oltre ai nervi scossi. Speriamo di rivederci presto … 

 

Lettera da Zara del 20.4.44 da una signora al marito a Fiesso d’Artico (Venezia)

 

… Spero di poter partire con il prossimo Sansego che non so se arriverà anche la prossima settimana o forse appena tra 14 giorni.

… spero di vederti all’arrivo mio a Trieste, cioè sarebbe bene che mi aspettassi alla banchina poiché non si può avere abbastanza occhi, come mi hanno detto. La signora …. ha perduto così 4 colli a Trieste che sono spariti …

Anche la pulizia qui lascia a desiderare e la mancanza dell’acqua certo non serve all’igiene ... Loro hanno passato una brutta avventura l’altra sera a Diclo. Sono venuti 4 individui a mano armata con la maschera e si sono contentati di £. 2.500 …

… tutte le case sono svaligiate anche del mobilio. Credo che in nessun paese è successo quello che si è visto qui …

… Bombardamenti a Zara non ne abbiamo avuti più dal 3 marzo. I soliti caccia tutti i giorni ma quelli non temiamo, soltanto bisogna stare attenti anche di quelli a non trovarsi all’aperto. Domani mattina vado a prendere il mio lasciapassare a Casali …

 

Cartolina postale da Zara del 26.5.44 da un signore ad una signorina a Piano d’Arta (Udine)

 

… La presente per avvisarti che con la partenza del prossimo Sansego speriamo di partire per Trieste, da dove poi con molte probabilità proseguiremo per Piano d’Arta perciò ti prego di occuparti per trovare due stanze, anche in albergo …”

 

Quest’ultima cartolina postale partì il giorno stesso col Sansego che, il giorno seguente fu affondato di fronte a Lussinpiccolo. La corrispondenza fu recuperata ed annullata a Fiume il 2.6.44.: i collegamenti da Zara a Trieste, via mare, erano così terminati.

Nel gennaio del 1945 Zara viene unilateralmente annessa alla Jugoslavia, ma questo atto sarà giuridicamente formalizzato solo col Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947.

 

L’OCCUPAZIONE JUGOSLAVA 1944 – 45

CENNI STORICI

I partigiani jugoslavi occupano Zara il mattino del 31 ottobre 1944 a seguito della evacuazione dei tedeschi.

Gli jugoslavi trattano Zara come parte del loro territorio creando subito strutture politico amministrative come nel resto del nuovo Paese comunista.

STORIA POSTALE

Nel primo periodo di occupazione la corrispondenza è limitata ai militari che scrivono alle loro famiglie: la posta viene inoltrata con scritte e bolli di emergenza.

Il 23 marzo 1945 vengono soprastampati francobolli di Croazia (emissione locale di Spalato) con stella rossa e scritta “Demokratska Federativna Jugoslavija” e nuovo valore in kune.

La pochissima corrispondenza civile viene inoltrata dai sobborghi di Zara: Borgo Erizzo, Eso Grande, Ugliano ecc. Dall’agosto del 1945 vengono usati i francobolli di Jugoslavia dando così origine ad una annessione “de facto”.

 

Il servizio postale con l’italia riprende ufficialmente solo il 16 agosto 1945: prima di tale data la corrispondenza viene recapitata con mezzi di fortuna e transita dalla censura alleata Transadriatica.

In questi casi la tariffa per cartolina è di 20 kune e quella per lettera di 40 kune.

Questi documenti sono molto rari ed hanno un valore intorno ai 1500/2500 euro.

 

LA REPUBBLICA FEDERALE JUGOSLAVA 1945- 1991

 

CENNI STORICI E DI STORIA POSTALE

Dopo la annessione unilaterale del 1945, Zara diventa giuridicamente parte della Jugoslavia col Trattato di Pace di Parigi del 1947 e lo rimane fino alla proclamazione della indipendenza della Croazia nel 1991.

Durante i 45/47 anni di appartenenza alla Jugoslavia, moltissime sono le emissioni di francobolli ordinari e commemorativi che non si ritiene qui utile elencare e che possono essere trovate, se di interesse, su qualunque catalogo europeo.

Gli annullamenti sono due:

ZADAR e ZADAR 1

Questi annulli hanno la doppia scritta in caratteri latini e slavi fino la metà degli anni 70 e poi i soli caratteri latini.

 

L’ASSEDIO SERBO – SETTEMBRE 1991

 

CENNI STORICI E DI STORIA POSTALE

A seguito del conflitto in Bosnia Erzegovina, i serbi, nel settembre 1991, per due settimane, bloccando tutti i collegamenti via terra, assediano Zara.

A seguito dell’assedio, Zara rimane sprovvista di francobolli, ed alcune corrispondenze con la scritta “Zadar bez marka” (Zara sprovvista di francobolli) riescono a lasciare la città trasportate con mezzi di fortuna (barche) fino ad altre città croate che provvedono all’inoltro.

 

LA REPUBBLICA DI CROAZIA 1992 - OGGI

 

CENNI STORICI E DI STORIA POSTALE

Il 25 giugno 1991 la Croazia (e la Slovenia) si proclamano stati indipendenti. L’indipendenza viene però riconosciuta dalla Comunità Internazionale solo il 15 gennaio 1992.

Con la proclamazione dell’indipendenza viene emessa una prima serie di francobolli che però ha validità solo per l’interno.

 

Nuovi francobolli vengono emessi dopo il riconoscimento della indipendenza all’inizio del 1992.

Alla fine del 1992, a causa della iper-inflazione i francobolli vengono sostituiti da etichette dell’ufficio postale che adegua le tariffe all’andamento della inflazione.

 

IL FUTURO DI ZARA

 

Lasciata la Dalmazia nel 1943, i dalmati italiani hanno costituito delle associazioni private a carattere simbolico: i Liberi Comuni in Esilio.

Il Libero Comune di Zara in Esilio ha come sindaco il noto stilista Ottavio Missoni che, nel 1993, ha solennemente celebrato il 500 anniversario della distruzione ed esodo di Zara Italiana.

Gli zaratini italiani sono convinti che la storia non abbia ancora scritto l’ultima parola su Zara che, per essi, è la Patria, che interessa ai croati che ci vivono e che interessa ai serbi che sostengono che la Krajina ha inderogabili necessità di sbocco al mare.

Il 13 giugno 1994, Giulio Vignoli pubblica ne “Il Giornale” il seguente articolo che esprime i sentimenti degli italiani di Zara:

 

GLI ITALIANI DIMENTICATI

 

La comunità di Zara in lotta fra speranze e timori

 

“Come vivono gli italiani di Zara? Male, ma in qualche modo vivono, prima della caduta della dittatura titoista non esistevano neppure. Com’e possibile, vi chiederete. Prima non ce n’erano: da dove sono usciti? Sono sortiti dalle catacombe in cui erano stati relegati.

 

Tito e soci avevano consideiato estinti i dalmati italiani. Gli «optanti» erano dovuti partire per l’Italia, i rimasti erano stati croatizzati persino nel nome e cognome.

Strano destino dei residui abitanti autoctoni di Zara e delle altre città della costa.

Gli eredi del Sanmicheli che aveva dotato la capitale della Dalmazia delle due poderose porte di Terraferma e della Marina, dei costruttori di San Donato e di S. Anastasia con a loro tesori di architettura di oreficeria e di pittura, erano «spariti», non potevano palesarsi pena l’esser considerati cittadini di terza categoria.

 

Zara aveva prima della guerra circa 20 mila abitanti (solo 12 le famiglie slave): 14 mila andarono esuli in Italia, 4 mila morirono sotto i bombardamenti (60 incursioni), mille furono uccisi dagli slavo-comunisti, famiglie intere, come i Luxardo, annegate in mare, al largo. Il conto e presto fatto. Le bombe avevano distrutto il 75 per cento degli edifici. Cosi cessò di esistere la Zara della storia romana, veneziana e italiana, con la sua sede arcivescovile e metropolitana, con i suoi monumenti sacri e profani coi suoi musei e le due biblioteche. A tutto addio, nell’indifferenza della prima Repubblica.

Addio ai quadri del Carpaccio, addio all’arca d’argento e d’oro di San Simeone, commissionata a Francesco da Milano (1377-80) dalla regina Elisabetta d’Ungheria. Addio a Zara dalle sei accademie: quella degli Animosi del 1562, quella dei Cinici del 1665, quella degli lncaloriti del 1694, quella dei Ravvivati del 1752, quella Economico-Letteraria del 1787, quella Economica-Agraria del 1793. Addio ai 66651 volumi della biblioteca Paravia, addio ai 18 887 volumi dell’Archivio di Stato con i suoi 2.790 metri di scaffalatura, ai 30 mila volumi del Liceo Ginnasio. Al suo posto nasceva Zadar, grosso borgo di 70 mila abitanti giunti dai quattro punti cardinali della Slavia, senza tradizione, senza radici, senza cultura.

Due anni fa però, dopo aver lottato con la burocrazia locale e con quella ancor più agguerrita di Zagabria, ecco nascere ufficialmente la «Comunità degli italiani» di Zara. Sono i figli dei sopravvissuti, dei rimasti, che vogliono affermare la loro identità, la loro presenza sul territorio, nonostante tutto e tutti. Non hanno una sede, non hanno giornali non hanno libri, non hanno scuole non hanno un asilo. Non hanno niente.

 

Subito dopo rinasce anche la «Comunità degli italiani» di Spalato, con gli stessi problemi, anzi maggiori: hanno una sde, è vero, ma priva persino delle seggiole.

Signori ministri degli Esteri, dove siete stati in tutti questi anni?”

 

Nel libro di Renzo de Vidovich, edito dal Libero Comune di Zara in Esilio, “Dalmazia, regione d’Europa”, l’autore sostiene che la Dalmazia non può essere considerata né una regione croata, né italiana né di altri. Si tratta di una regione a sé stante, frutto dell’interazione e della collaborazione, sviluppatasi nel corso dei secoli tra le varie componenti: quella latino veneta, quella illirica e quella croata anche se non si può negare che la cultura dominante sia quella veneta.

L’autore si augura quindi un nuovo status per la Dalmazia: o regione Europea autonoma o cittadini con plurinazionalità.

 

De Vidovich conclude con l’affermazione che “In una Dalmazia autonoma, i dalmatini ortodossi il cui cuore pulsa a Belgrado devono poter convivere insieme coi dalmatini cattolici che stravedono per Zagabria, ma anche con i dalmati latino-veneti che guardano a Roma e Venezia”.

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Anonimo 05 giugno 2010   12:48

Bell'articolo, bella pagina.

Anonimo 04 giugno 2010   10:48
L'utente ha risposto al commento anonimo del 04 giugno 2010. Visualizza »

E tuttavia la causa resta persa. Paragonare il caso dalmata a quello istriano e fiumano non mi appare corretto.

La Dalmazia nel Medio Evo aveva ancora una lingua propria, l'Illirico, imparentata non a caso con l'odierno albanese. Questo gruppo etnico sparì poco a poco per una doppia pressione: dal mare, nelle isole e nelle città principali, si installavano i coloni veneti, in progressione con l'espansione della Serenissima, dall'interno l'infiltrazione slava dalla Croazia e dalla Bosnia faceva poco a poco prevalere quell'elemento. Intorno al 1200 l'elemento illirico sparì del tutto, assimilato ai due precedenti. E si venne a creare un equilibrio strano: una élite veneta nelle città e le campagne slave (non croate, allora la Croazia era solo una provincia del grande regno d'Ungheria). Questi slavi però non davano alcun problema politico. Essi si sentivano dalmati e quindi sudditi della Serenissima non meno dei bergamaschi. Entrarono (come i Croati d'Ungheria, da lì la loro futura assimilazione) nell'orbita latina e cattolica, a differenza dei serbi che restarono ortodossi pur appartenendo allo stesso ceppo etnico. Persino la piccola Repubblica di Ragusa/DubrovniK che politicamente si era emancipata da Venezia, rimaneva guidata dalla piccola élite veneta e, fino a tutto il XVIII secolo, considerava se stessa uno "stato italiano". Poco importa se gran parte della sua popolazione nella vita di ogni giorno parlasse un dialetto croato. E cosa doveva sentirsi sennò? Nel Quattrocento l'interno era diventato tutto Impero Ottomano (l'attuale Bosnia Erzegovina) con la conversione di non pochi serbi all'islam (le cui conseguenze oggi sono note), mentre il Montenegro ortodosso era sopravvissuto come paese tributario dell'Impero ottomano. I dalmati quindi si stringevano ancor più alla Repubblica Veneta che sentivano come la loro Nazione. E l'elemento latino/italiano effettivamente era predominante nelle isole, dove la penetrazione dall'interno era oggettivamente più difficile.

Chissà, col tempo, coi secoli, se questa situazione fosse durata, forse la Dalmazia si sarebbe italianizzata del tutto, anche se fuori dai confini geografici della Penisola. Nel '600, quando la monarchia asburgica assicurò i confini meridionali dell'Impero infeudandoli ai serbi profughi nelle Krajne (che recentemente hanno fatto la fine che sappiamo), anche la Repubblica di Venezia ne seguì l'esempio e affidò l'interno della Dalmazia (la zona di Knin) a fedeli sudditi serbo-ortodossi che ripopolarono una zona ormai spopolata e che avevano il compito di guardiani della frontiera. Ovviamente questo rafforzò l'elemento etnico slavo.

Le cose cambiarono però già quando venne Napoleone e distrusse la Serenissima. Da quel momento in poi ci fu il risveglio delle nazionalità e gli italiani si scoprirono minoranza, e nel tempo sempre più minoranza, nelle loro stesse città, tranne forse Zara, che, appunto, essendo la capitale della Dalmazia, ne conteneva il maggior numero. Gli anni di Napoleone durarono poco e furono convulsi: ora all'Austria insieme al Veneto, ora al Regno d'Italia, ora alle Provincie Illiriche dell'Impero francese, non ci fu il tempo di trovare un equilibrio.

Ma dopo il Congresso di Vienna la Dalmazia divenne stabilmente provincia dell'Impero Austriaco e - a mio avviso - da quel punto in poi la causa dalmata è già virtualmente persa per l'Italia. Gli austriaci, infatti, non potendo contare su di un elemento germanico nella provincia, sfruttavano le divisioni tra la maggioranza serbo-croata e la minoranza italiana per governare meglio. E nel tempo, tra il Risorgimento che attirava all'Italia gli italiani e che faceva aumentare il risentimento austriaco nei loro confronti e la necessaria legge demografica per cui i ceti più ricchi vanno sempre a diminuire nei confronti dei più poveri, gli italiani non potevano che assottigliarsi.

Durante la c.d. III Guerra d'Indipendenza a Lissa morirono le speranze della nuova Italia di impossessarsi anche soltanto di parte della Dalmazia. Dopo di allora l'Impero si divise in due tra Austria e Ungheria e la Dalmazia fu assegnata alla prima (la Cisleithania) ma, essendo lontana dall'Austria propria, ottenne, come la Galizia e la Bucovina un'ampia autonomia amministrativa. In queste condizioni alla vigilia della I guerra mondiale gli italiani erano ridotti al 5 % della popolazione: di che stiamo parlando dunque?

Dopo la I guerra si arrivò ad equilibri equi con quel rapporto demografico e all'Italia andò solo un brandello di Dalmazia: le isole più vicine alla Venezia Giulia (Cherso, Lussino, Lussinpiccolo) o alla Puglia (Lagosta, Pelagosa,...) e, appunto, la "vecchia" capitale, Zara, in prevalenza italiana.

Ma quell'equilibrio era già di pulizia etnica perché gli italiani rimasti nel resto della Dalmazia erano incentivati ad abbandonare quel Regno di Jugoslavia in cui erano stranieri, mentre Zara, tagliata dal suo retroterra, rimaneva come una città mummificata e assediata. E infatti, da allora in poi, la seconda città della Dalmazia, la veneta Spàlato, si avvierà a diventare la nuova "capitale" della Dalmazia con il nome di Split.

Al resto ci ha pensato il fascismo. Infatti, quando durante la Seconda guerra mondiale lo potè fare, annesse all'Italia quasi tutta la Dalmazia e ne tentò una italianizzazione forzata che poi finì per ritorcersi contro gli italiani del posto. Si noti che fino a quel punto la Dalmazia non era mai stata croata in senso proprio. Neanche gli Ustascia collaborazionisti dell'asse si sognavano di togliere la Dalmazia all'Italia: essa era Jugoslava, genericamente, o italiana. L'assimilazione della Dalmazia alla Croazia e la sua dipendenza amministrativa da Zagabria fu un'idea del croato Tito, tutto sommato vincente - però bisogna ammettere - perché, pur non dipendendo mai amministrativamente dalla stessa entità, le due realtà condividevano da secoli lingua, caratteri alfabetici e religione.

Normale quindi che con la sconfitta italiana si sia perso tutto. Meno - è vero - che non ci sia stato rispetto per la minoranza italiana e che questa sia stata cancellata del tutto dalla Dalmazia e quasi del tutto da Istria e Fiume. Ma è la legge del più forte che regola la storia.

Insomma, erano già una minoranza in una regione esterna all'Italia propriamente detta. E' andata così. Ci sono drammi più  grandi nella storia.

Salvo poi che la storia della Dalmazia non è finita con la pulizia degli italiani. Al collasso della Jugoslavia è toccato ai serbi di Knin (l'antica Krajna dalmata) e ora - chissà- tra i Dalmati che guardano a Occidente e al Mediterraneo e i Croati propriamente detti che guardano alla Germania, mi pare che una tensione latente ci sia. E' nelle cose. Ma forse nell'Europa, finché esiste l'Europa, si stempera tutto.

Massimo Costa

Egregio prof. Costa,

I suoi interventi sono sempre pregevoli e ben argomentati. Vorrei solo aggiungere un elemento, ovvero che l'irredentismo italiano si innesta su un fatto reale, ovvero sull'esistenza remota di popolazioni di ceppo italico romano ( e poi veneziano): Malta, Nizza, Rodi e il dodecanneso, la costa dalmata ed il litorale sloveno, sono luoghi di antichissima cultura e tradizione romana, italica ed infine italiana. Un altro Stato non avrebbe rinunciato così facilmente. Ha ragione Culmone Naselli: mancarono e mancano ... gli attribbuti "storici", direi il senso di uno Stato vero ed equo di tutti gli italiani, in Istria come in Sicilia, unita con l'inganno all'Italia. Non sono indipendentista né separatista, ma l'unità come l'irredentismo, sono istanze vere a cui sono state date risposte false e sbagliate.

Anonimo 04 giugno 2010   09:26

E tuttavia la causa resta persa. Paragonare il caso dalmata a quello istriano e fiumano non mi appare corretto.

La Dalmazia nel Medio Evo aveva ancora una lingua propria, l'Illirico, imparentata non a caso con l'odierno albanese. Questo gruppo etnico sparì poco a poco per una doppia pressione: dal mare, nelle isole e nelle città principali, si installavano i coloni veneti, in progressione con l'espansione della Serenissima, dall'interno l'infiltrazione slava dalla Croazia e dalla Bosnia faceva poco a poco prevalere quell'elemento. Intorno al 1200 l'elemento illirico sparì del tutto, assimilato ai due precedenti. E si venne a creare un equilibrio strano: una élite veneta nelle città e le campagne slave (non croate, allora la Croazia era solo una provincia del grande regno d'Ungheria). Questi slavi però non davano alcun problema politico. Essi si sentivano dalmati e quindi sudditi della Serenissima non meno dei bergamaschi. Entrarono (come i Croati d'Ungheria, da lì la loro futura assimilazione) nell'orbita latina e cattolica, a differenza dei serbi che restarono ortodossi pur appartenendo allo stesso ceppo etnico. Persino la piccola Repubblica di Ragusa/DubrovniK che politicamente si era emancipata da Venezia, rimaneva guidata dalla piccola élite veneta e, fino a tutto il XVIII secolo, considerava se stessa uno "stato italiano". Poco importa se gran parte della sua popolazione nella vita di ogni giorno parlasse un dialetto croato. E cosa doveva sentirsi sennò? Nel Quattrocento l'interno era diventato tutto Impero Ottomano (l'attuale Bosnia Erzegovina) con la conversione di non pochi serbi all'islam (le cui conseguenze oggi sono note), mentre il Montenegro ortodosso era sopravvissuto come paese tributario dell'Impero ottomano. I dalmati quindi si stringevano ancor più alla Repubblica Veneta che sentivano come la loro Nazione. E l'elemento latino/italiano effettivamente era predominante nelle isole, dove la penetrazione dall'interno era oggettivamente più difficile.

Chissà, col tempo, coi secoli, se questa situazione fosse durata, forse la Dalmazia si sarebbe italianizzata del tutto, anche se fuori dai confini geografici della Penisola. Nel '600, quando la monarchia asburgica assicurò i confini meridionali dell'Impero infeudandoli ai serbi profughi nelle Krajne (che recentemente hanno fatto la fine che sappiamo), anche la Repubblica di Venezia ne seguì l'esempio e affidò l'interno della Dalmazia (la zona di Knin) a fedeli sudditi serbo-ortodossi che ripopolarono una zona ormai spopolata e che avevano il compito di guardiani della frontiera. Ovviamente questo rafforzò l'elemento etnico slavo.

Le cose cambiarono però già quando venne Napoleone e distrusse la Serenissima. Da quel momento in poi ci fu il risveglio delle nazionalità e gli italiani si scoprirono minoranza, e nel tempo sempre più minoranza, nelle loro stesse città, tranne forse Zara, che, appunto, essendo la capitale della Dalmazia, ne conteneva il maggior numero. Gli anni di Napoleone durarono poco e furono convulsi: ora all'Austria insieme al Veneto, ora al Regno d'Italia, ora alle Provincie Illiriche dell'Impero francese, non ci fu il tempo di trovare un equilibrio.

Ma dopo il Congresso di Vienna la Dalmazia divenne stabilmente provincia dell'Impero Austriaco e - a mio avviso - da quel punto in poi la causa dalmata è già virtualmente persa per l'Italia. Gli austriaci, infatti, non potendo contare su di un elemento germanico nella provincia, sfruttavano le divisioni tra la maggioranza serbo-croata e la minoranza italiana per governare meglio. E nel tempo, tra il Risorgimento che attirava all'Italia gli italiani e che faceva aumentare il risentimento austriaco nei loro confronti e la necessaria legge demografica per cui i ceti più ricchi vanno sempre a diminuire nei confronti dei più poveri, gli italiani non potevano che assottigliarsi.

Durante la c.d. III Guerra d'Indipendenza a Lissa morirono le speranze della nuova Italia di impossessarsi anche soltanto di parte della Dalmazia. Dopo di allora l'Impero si divise in due tra Austria e Ungheria e la Dalmazia fu assegnata alla prima (la Cisleithania) ma, essendo lontana dall'Austria propria, ottenne, come la Galizia e la Bucovina un'ampia autonomia amministrativa. In queste condizioni alla vigilia della I guerra mondiale gli italiani erano ridotti al 5 % della popolazione: di che stiamo parlando dunque?

Dopo la I guerra si arrivò ad equilibri equi con quel rapporto demografico e all'Italia andò solo un brandello di Dalmazia: le isole più vicine alla Venezia Giulia (Cherso, Lussino, Lussinpiccolo) o alla Puglia (Lagosta, Pelagosa,...) e, appunto, la "vecchia" capitale, Zara, in prevalenza italiana.

Ma quell'equilibrio era già di pulizia etnica perché gli italiani rimasti nel resto della Dalmazia erano incentivati ad abbandonare quel Regno di Jugoslavia in cui erano stranieri, mentre Zara, tagliata dal suo retroterra, rimaneva come una città mummificata e assediata. E infatti, da allora in poi, la seconda città della Dalmazia, la veneta Spàlato, si avvierà a diventare la nuova "capitale" della Dalmazia con il nome di Split.

Al resto ci ha pensato il fascismo. Infatti, quando durante la Seconda guerra mondiale lo potè fare, annesse all'Italia quasi tutta la Dalmazia e ne tentò una italianizzazione forzata che poi finì per ritorcersi contro gli italiani del posto. Si noti che fino a quel punto la Dalmazia non era mai stata croata in senso proprio. Neanche gli Ustascia collaborazionisti dell'asse si sognavano di togliere la Dalmazia all'Italia: essa era Jugoslava, genericamente, o italiana. L'assimilazione della Dalmazia alla Croazia e la sua dipendenza amministrativa da Zagabria fu un'idea del croato Tito, tutto sommato vincente - però bisogna ammettere - perché, pur non dipendendo mai amministrativamente dalla stessa entità, le due realtà condividevano da secoli lingua, caratteri alfabetici e religione.

Normale quindi che con la sconfitta italiana si sia perso tutto. Meno - è vero - che non ci sia stato rispetto per la minoranza italiana e che questa sia stata cancellata del tutto dalla Dalmazia e quasi del tutto da Istria e Fiume. Ma è la legge del più forte che regola la storia.

Insomma, erano già una minoranza in una regione esterna all'Italia propriamente detta. E' andata così. Ci sono drammi più  grandi nella storia.

Salvo poi che la storia della Dalmazia non è finita con la pulizia degli italiani. Al collasso della Jugoslavia è toccato ai serbi di Knin (l'antica Krajna dalmata) e ora - chissà- tra i Dalmati che guardano a Occidente e al Mediterraneo e i Croati propriamente detti che guardano alla Germania, mi pare che una tensione latente ci sia. E' nelle cose. Ma forse nell'Europa, finché esiste l'Europa, si stempera tutto.

Massimo Costa

Anonimo 04 giugno 2010   07:44
L'utente ha risposto al commento anonimo del 04 giugno 2010. Visualizza »

carissimo vedo che la pensiamo allo stesso modo ..oggi hanno ucciso un Vescovo in Turchia la notizia  e' gia' passato in secondo piano..oramai e' chiaro che con l'islam si va (purtroppo) allo scontro  ma il culturame  occidentale non lo vuole ammettere ...comunque amare la patria non e' ne' di destra ne' di sinistra ..il problema che alcuni" sinistri" sinistrati dal crollo dell'Unione Sovietica per bandiera hanno ancora quella sovietica...non dimentichiamo che Togliatti piuttosto che per l'italia lavorava per dare trieste ai compagni Tito e Gilas....solo la pressione  politica dei milioni di italo americani (la maggior parte siciliani) sugli USA ed il Vaticano salvarono Trieste e Gorizia non certo il governo italiano fatt eccezione per Alcide Gasperi , politico retto e santo.     ps non sono di destra  soprattutto di questa destra che ha dimenticato..sia Dio , sia la Patria , sia la Famiglia........semu 'n menzu la strata runni ni vutamu vutamu

LE COSE VERE E CONCRETE IN iTALIA NON SI POSSONO DIRE. ESEMPIO IL 95% DEGLI ITALIANI, IO CREDO, SONO D'ACCORDO PER NON METTERE LIMITI ALLE INTERCETTAZIONI NELL'AMBITO DELLE INDAGINI, A COMINCIARE DAL POVERO FINI, MA IL VENTO CHE TIRA NON E' QUESTO ED ALLORA LA POLITICA ED IL PALAZZO SI CONVERTONO COME I COLONNELLI "TRADITORI".

Anonimo 03 giugno 2010   20:01
L'utente ha risposto al commento anonimo del 03 giugno 2010. Visualizza »

Lei ha ragione e molti italiani VERI la pensano così: ma non è political correct secondo la CULTURA SINISTROIDE PREVALENTE.

carissimo vedo che la pensiamo allo stesso modo ..oggi hanno ucciso un Vescovo in Turchia la notizia  e' gia' passato in secondo piano..oramai e' chiaro che con l'islam si va (purtroppo) allo scontro  ma il culturame  occidentale non lo vuole ammettere ...comunque amare la patria non e' ne' di destra ne' di sinistra ..il problema che alcuni" sinistri" sinistrati dal crollo dell'Unione Sovietica per bandiera hanno ancora quella sovietica...non dimentichiamo che Togliatti piuttosto che per l'italia lavorava per dare trieste ai compagni Tito e Gilas....solo la pressione  politica dei milioni di italo americani (la maggior parte siciliani) sugli USA ed il Vaticano salvarono Trieste e Gorizia non certo il governo italiano fatt eccezione per Alcide Gasperi , politico retto e santo.     ps non sono di destra  soprattutto di questa destra che ha dimenticato..sia Dio , sia la Patria , sia la Famiglia........semu 'n menzu la strata runni ni vutamu vutamu

Anonimo 03 giugno 2010   18:15
L'utente ha risposto al commento anonimo del 03 giugno 2010. Visualizza »

carissimo lei ha ragione pero' gli italiani hanno il dovere di ricordare...nella storia alcune volte i miracoli accadono ....IGerusalemme dopo circa 1900 e' ridiventata ebrea...Lituania ,Estonia e Lettoni hanno riacquistato l'indipendenza....se il governo italiano nel 1991 avesse mostrato di avere le palle la Jugoslavia in cambio di tutela militare e politica era disposta a ridarci un pezzo d'istria ...invece abbiamo preferito riconoscere subito la Slovenia  che come tutti gli stati insignificanti e' anche arrogante....se nel 1991 l'italia rioccupava la zona b(capodistria ,pirano  umago e cittanova) e qualche chilometro attorno a gorizia ...chi ci cacciava ...gli sloveni con i fucili da caccia  ?Nel 1975 con un governo imbelle (il nostro)gli Jugoslavi in cambio di qualche soldo e la costruzione di una strada ci ridiedero la cima del monte sabotino. come vede  le occasioni la storia le offre ...bisogna avere i governi giusti...comunque la cultura italiana puo' benissimo ridivenire quella di rifermento della dalmazia come gia' lo e' dell'istria (e fino a pochi anni fa cio' sarebbe sembrato incredibile !)    Come vede la storia e' imprevedbile ,,,,,Luigi culmone Naselli di Gela

Lei ha ragione e molti italiani VERI la pensano così: ma non è political correct secondo la CULTURA SINISTROIDE PREVALENTE.

Anonimo 03 giugno 2010   09:52
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"Approfondire tante storie nostrane",  perché parlare anche degli altri ci distrae troppo? Siamo così egoisti da non poter dedicare nulla agli altri? Neanche il tempo di leggere un articolo? Troppo egocentrico.

 scusi se ho chiesto troppo...

 

però è bello conoscere storie come queste, mentre della nostra storia non sappiamo niente...anzi, sappiamo cose false!

Anonimo 02 giugno 2010   21:52
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 articolo interessante, ma prima sarebbe meglio approfondire tante storie nostrane.Il popolo siciliano ne ha di bisogno.

"Approfondire tante storie nostrane",  perché parlare anche degli altri ci distrae troppo? Siamo così egoisti da non poter dedicare nulla agli altri? Neanche il tempo di leggere un articolo? Troppo egocentrico.

Anonimo 02 giugno 2010   21:37
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Non vorrei scoraggiare nessuno, ma le pulizie etniche sono processi irreversibili.

Nessuno potrà fare tornare gli italiani in Dalmazia. Nessuno potrà far tornare gli Armeni nelle provincie turche di Erzurum ed Erzincan. Nessuno potrà far tornare i tedeschi a Kaliningrad/Konigsberg. Nessuno potrà far tornare i Greci a Smirne o a Trebisonda. Nessuno potrà far tornare i Pellerossa Delaware nell'omonimo stato USA o i Serbi nel Kosovo perduto o i Sumeri in Irak.

Perché col tempo i popoli esiliati o sopraffatti spariscono, si fondono con altri popoli, perdono le loro radici...

E questo rende le pulizie etniche ancora più odiose, ma non c'è nulla da fare se non rassegnarsi.

carissimo lei ha ragione pero' gli italiani hanno il dovere di ricordare...nella storia alcune volte i miracoli accadono ....IGerusalemme dopo circa 1900 e' ridiventata ebrea...Lituania ,Estonia e Lettoni hanno riacquistato l'indipendenza....se il governo italiano nel 1991 avesse mostrato di avere le palle la Jugoslavia in cambio di tutela militare e politica era disposta a ridarci un pezzo d'istria ...invece abbiamo preferito riconoscere subito la Slovenia  che come tutti gli stati insignificanti e' anche arrogante....se nel 1991 l'italia rioccupava la zona b(capodistria ,pirano  umago e cittanova) e qualche chilometro attorno a gorizia ...chi ci cacciava ...gli sloveni con i fucili da caccia  ?Nel 1975 con un governo imbelle (il nostro)gli Jugoslavi in cambio di qualche soldo e la costruzione di una strada ci ridiedero la cima del monte sabotino. come vede  le occasioni la storia le offre ...bisogna avere i governi giusti...comunque la cultura italiana puo' benissimo ridivenire quella di rifermento della dalmazia come gia' lo e' dell'istria (e fino a pochi anni fa cio' sarebbe sembrato incredibile !)    Come vede la storia e' imprevedbile ,,,,,Luigi culmone Naselli di Gela

Anonimo 02 giugno 2010   11:19

 articolo interessante, ma prima sarebbe meglio approfondire tante storie nostrane.Il popolo siciliano ne ha di bisogno.

Anonimo 02 giugno 2010   10:56

Non vorrei scoraggiare nessuno, ma le pulizie etniche sono processi irreversibili.

Nessuno potrà fare tornare gli italiani in Dalmazia. Nessuno potrà far tornare gli Armeni nelle provincie turche di Erzurum ed Erzincan. Nessuno potrà far tornare i tedeschi a Kaliningrad/Konigsberg. Nessuno potrà far tornare i Greci a Smirne o a Trebisonda. Nessuno potrà far tornare i Pellerossa Delaware nell'omonimo stato USA o i Serbi nel Kosovo perduto o i Sumeri in Irak.

Perché col tempo i popoli esiliati o sopraffatti spariscono, si fondono con altri popoli, perdono le loro radici...

E questo rende le pulizie etniche ancora più odiose, ma non c'è nulla da fare se non rassegnarsi.

Anonimo 02 giugno 2010   10:06

complimenti a chi in questa data patriottica ha pensato alla sfortunata citta' di zara ed agli italiani zaratini martiri innoccenti della follia della seconda guerra mondiale. Grazie anche al Direttore Parlagreco che con grande saggezza ha avuto il grande meritoodi fare di Sicilia informazioni un giornale senza paraocchi ed aperto a tutti : W Zara italiana e veneziana ...senza nostalgie ma anche senza dimenticare          Luigi Culmone Naselli di Gela

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