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Diario 14/15. A Marina Longa Paolo Borsellino, poco lontano dalla spiaggia, consuma
le ultime ore della sua vita su una barca con un amico. La vigilia di rivelazioni importanti

di Salvatore Parlagreco
07 ottobre 2009 13:28
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La pista colombiana è una specie di Giano bifronte: da un lato la faccia riconoscibile: ogni tassello al posto giusto. C'è il movente, il «reparto» operativo, i mandanti... Sul lato opposto, scopri una maschera, che nasconde uno sberleffo: la rivendicazione del delitto, il regalo allo sposo da parte degli amici, la strage come vendetta e messaggio di potenza.

La «costruzione» precaria che gli investigatori d'oltreoceano avevano realizzato per puntare il dito sull'alleanza fra siciliani e colombiani, non emerse facilmente. Appena cominciai a sfogliare i giornali, trovai un nuovo pentito, Joe Cuffaro, originario di Monteallegro e legato, un tempo, alle cosche di Siculiana. Cuffaro si accordò con l'Fbi nel 1987: raccontò ciò che sapeva sul narcotraffico colombiano del cartello di Medellin e la famiglia Madonia, cui sarebbe stata concessa l'esclusiva della cocaina per l'Europa. Rivelò anche che la mafia si era servita di un aereo in grado di volare «indisturbato» sui cicli trapanesi e della motonave Big John che, partendo dalle Antille, aveva trasportato 600 chilogrammi di cocaina a Castellammare del Golfo.

La notizia dell'aereo di Cosa Nostra m'incuriosì. Nei giorni successivi alla strage seppi, come altri, della presenza di un velivolo sconosciuto che avrebbe sorvolato i cieli palermitani nel pomeriggio del 23 maggio. L'informazione fu smentita. Cuffaro, interrogato da Falcone, raccontò dell'aereo. La Procura della Repubblica di Trapani, secondo una notizia pubblicata il 24 giugno, avrebbe indagato sul Centro Scorpion e su un misterioso velivolo, appartenuto al Servizio di sicurezza militare, che aveva una sede fra il 1987 e il 1989 nel trapanese, con la denominazione di Centro Scorpion. Insomma, un puzzle.

Sarebbe la strada maestra che conduce al complotto internazionale, una jattura.

«L'assassinio di Giovanni Falcone è avvenuto a Palermo, sostiene il Capo del governo, ma probabilmente è stato deciso altrove. La criminalità organizzata è un fenomeno internazionale con più teste, in più Paesi».

La pista colombiana affonda il 15 luglio, quando i magistrati di Caltanissetta la escludono in modo netto e deciso. «L'indagine, affermano, è più legata alla territorialità della matrice, nel senso che mandanti ed esecutori sono verosimilmente dello stesso territorio in cui la strage è avvenuta».

Perché è così netta la loro considerazione?

A Washington, Giusto Sciacchitano, uno dei due pubblici ministeri impegnati nelle udienze statunitensi del processo «Big John», confida di non prestare alcun credito al coinvolgimento dei narcos colombiani. «Quando Falcone incontrò Cuffaro, ricorda Sciacchitano, questi aveva già cominciato a collaborare con l'Fbi americana... Falcone non ha convinto Cuffaro, ha raccolto le sue confessioni. Fummo io e il collega Carmelo Carrara a continuare le indagini e a decidere il rinvio a giudizio».

«Il nostro compito, ricordano i magistrati nisseni, è di discernere le parti interessanti dell'inchiesta da quelle che mirano a sollevare polveroni...».

E quali sono le parti interessanti? C'è un collegamento fra l'uccisione di Salvo Lima e Capaci?

«Quello balza agli occhi», è la risposta degli inquirenti.

Affonda la pista colombiana, ma i Madonia restano nel mirino sia per la strage quanto per l'assassinio di Salvo Lima. Ne deduco che l'inchiesta si muove all'interno di un perimetro ben preciso: il movente «locale», la qualcosa significa attribuire ai due delitti una connotazione siciliana e politica.

La conclusione cui giungo è oggettiva: confida negli elementi che l'inchiesta privilegia.

La famiglia palermitana dei Madonia è stata chiamata subito in causa: sono i mandanti annunciati fin dalle prime ore grazie alla rivendicazione telefonica. Il loro coinvolgimento ha acquistato spessore con il trascorrere dei giorni grazie alle numerose interviste concesse dai pentiti ai giornali. La linearità di questo sviluppo delle indagini costituisce anche il suo limite. L'assassinio di Falcone sarebbe il regalo al giovane Madonia andato a nozze il 22 maggio? E quando mai un delitto di mafia è stato rivendicato? Devo violentare la ragione per crederci. Comunque, la questione è secondaria. Il commando operativo può essere composto da elementi locali, ma può agire per conto di una multinazionale del crimine.

I mandanti? Locali, sicuramente, ma nel senso della corresponsabilità. L'attentato non poteva essere «pensato» né eseguito senza l'approvazione delle cosche siciliane. Ma l'ordine da dove è arrivato? Chi ha deciso che bisognava agire senza indugio?

Cercare di dare un volto agli esecutori è essenziale: attraverso la loro identificazione si può giungere ai mandanti. Meglio, solo questa strada consente di sperare nell'individuazione dei mandanti. Il movente territoriale suggerisce un sospetto; per sé non è nemmeno un indizio. E nei crimini di mafia, il movente non è uno solo.

Procedo per gradi, in modo elementare: la territorialità del commando può essere stabilita attraverso la qualità dell'azione. Se le risorse messe in campo sono reperibili localmente, gli esecutori potrebbero essere locali; altrimenti, no.

La qualità dell'attentato è stata variamente giudicata: di alto livello o artigianale. Esperti e poliziotti hanno sostenuto che sono stati commessi degli errori, il più evidente sarebbe costituito dalla precarietà del risultato: Giovanni Falcone e la moglie avrebbero potuto salvarsi se si fossero trovati nel sedile posteriore della loro auto nell'istante dell'esplosione. L'autista, Giuseppe Costanza, è sopravvissuto proprio perché era seduto nel sedile posteriore. Conclusione: gli attentatori non sarebbero esperti professionisti, ma degli artigiani del crimine, piuttosto fortunati. Ragionamento affrettato, non c’è dubbio.

Il giorno 8 luglio Giuseppe Costanza racconta un particolare. L'auto sulla quale viaggiava con Falcone ha rallentato la velocità prima di arrivare sul curvone, il luogo dell'attentato. La decelerazione non fu dovuta ad una guida prudente, cioè dal normale scalare della marcia o dal colpo di freni che precede l'ingresso in curva, ma da un episodio singolare.

Costanza chiede a Falcone se deve lasciarlo a casa. «No, proseguo», risponde Falcone. «Allora mi deve dare le chiavi di casa», fa notare Costanza. Sul cruscotto, nel momento in cui si svolge la conversazione è appeso il portachiavi con le chiavi di casa. D'istinto Falcone sfila le chiavi dal cruscotto e le sostituisce con le proprie. Mentre la macchina è in corsa. Ancora qualche istante, poi la deflagrazione, l'impatto con il muro di detriti: l’onda d'urto provocata dall'esplosione.

«Un metro, tre metri... Siamo arrivati più tardi, così mi sono salvato», dice Costanza. La buona sorte lo ha aiutato. Un ritardo più lungo e quella decisione, improvvisa ed imprevedibile, avrebbe salvato Giovanni Falcone, la moglie e Costanza.

La Croma, dunque, è andata incontro all'esplosione ma in ritardo rispetto alla velocità prevista. Questo ritardo ha fatto pensare ad un errore degli attentatori, ad un calcolo sbagliato. Non c'è stato, invece, alcun errore. Se la Croma non avesse decelerato, sarebbe saltata in aria al pari dell'auto di scorta, che precedeva Falcone e gli altri. L'attentato, dunque, è stato congegnato con una scelta dei tempi perfetta. Grande professionalità, strumentazioni sofisticate.

Il delitto non può prevedere l'imprevedibile, come ogni intenzione. Accuratamente preparato, perfettamente eseguito, esso deve affrontare eventi nuovi. Imprevedibile è la scelta di Falcone di mettersi alla guida dell'autovettura, imprevedibile è lo scambio delle chiavi sul cruscotto con la vettura in marcia. A questi due eventi concomitanti Giuseppe Costanza deve la vita. «Falcone volle mettersi alla guida perché la moglie soffriva l'auto e voleva stare seduta davanti... Appena arrivato all'aeroporto di Punta Raisi mi disse di sedermi dietro...».

Domenica, a Marina Longa. Paolo Borsellino, poco lontano dalla spiaggia, consuma le ultime ore della sua vita su una barca con un amico. «È Borsellino», indica una vecchia signora.

«I residences di Marina Longa sono esclusivi, riservati, ben protetti», mi fa sapere qualcuno. «Qui sono state vissute le più grandi tragedie palermitane. Lì ha abitato la moglie del commissario ucciso, più avanti la vedova del segretario della Democrazia...».

Elenca i bungalows, come fossero le lapidi di un cimitero. Non c'è nulla che richiami quella immagine: il prato verde è ben curato, lo scivolo a mare brulica di ragazzi abbronzati, uomini sereni sulla sdraio si lasciano raggiungere dal sole insolitamente mite. «Dove c'è la vedova del segretario, prima c'era la vedova del commissario...», continua il tizio.

Ciò che vedo, tuttavia è un brandello di paesaggio. non mi fa venire in mente niente, non ricorda un gesto, una parola.

«Si, è lui, Paolo Borsellino», ripete la vecchia signora, compiaciuta.

Ha scoperto qualcosa d'importante e se ne prende il merito. Scruto il mare, scorgo la barca, ma non mi riesce di distinguere il magistrato. Alzo le spalle e riprendo a leggere. Il giornale preannuncia clamorose rivelazioni. Un pentito, ancora uno, si accinge a parlare. Borsellino chiede una legge che favorisca il pentitismo. Finalmente, mi dico, è uscito dal cono d'ombra dei media; storie di palazzo, confidenze, appunti, diari, recriminazioni postume. È al lavoro, ha una parte nelle indagini su Falcone. Atteggiamento rassicurante, penso, ricordando la sua lucida, immediata analisi il giorno dopo Capaci: «I delitti Lima e Falcone sono collegati...».

Nel pomeriggio, il mio ospite a Marina Longa ricevette una telefonata. Qualche minuto dopo le 17, il cugino aveva udito un boato e scorgeva del fumo alzarsi al ciclo. «Una bombola di gas», commentarono. Nei minuti successivi, la tragedia prese corpo. «Tre morti, alcuni passanti in via dell'Autonomia siciliana», mi dissero. Poi, i morti divennero quattro, successivamente cinque. «Agenti di scorta», precisarono.

«La scorta di chi?», chiesi.

«Quella del giudice Borsellino», ripresero. «Ma lui è rimasto illeso».

Tirai un sospiro di sollievo e subito me ne vergognai. La morte di uomini senza volto, pure atroce, non mi aveva sconvolto. Sul televisore cominciarono a scorrere immagini terribili. Fui preso, come ognuno, da sgomento. Una strada, un palazzo, fila di auto sventrate. E poveri resti su ciò che rimaneva di una ringhiera, un albero, un marciapiede. Cercai di localizzare la zona in cui era stato compiuto lo scempio. Via dell'Autonomia, angolo Via D'Amelie. «Chi abita in quell'edificio?» chiesi. «La madre del giudice Borsellino», dissero. «E stato fatto a pezzi», gridò qualcuno. L'aveva sentito dallo speaker di un canale televisivo locale. Sedetti a un tavolo e scrissi qualcosa che poi avrei cercato invano. La conferma arrivò subito, attraverso un giornalista che si trovava in Via D'Amelio. «La bomba l'ha diviso in due... Paolo è saltato in aria».

Mi riferirono che aveva trascorso la mattinata nella villa a mare di un amico, Pippo Tricoli. Avevo incontrato la moglie di Tricoli insieme con la moglie di Borsellino poche ore prima.

«Se n'è andato dopo avere mangiato, raccomtò Tricoli, doveva andare dalla madre».

«Da solo? Se ne è andato da solo?», chiese il mio ospite.

«Sì, da solo, non portava mai nessun familiare con sé... Agnese e i figli sono rimasti qui con me. Domani sarebbe partito per la Germania... Ho dovuto comunicarlo io ad Agnese...».

Non può che finire così, mi dissi. Credevo di avere parlato e invece no. Perché mi stupivo? Lasciare vivere Paolo Borsellino sarebbe stato come lasciare vivere Giovanni Falcone. E ammazzare Giovanni Falcone era stato come cominciare ad uccidere Paolo Borsellino. Perché sorprendersi? E di che cosa? Gli stessi uomini, gli stessi mezzi, le stesse volontà.

Ricordai la volta in cui Paolo Borsellino aveva ripetuto l'agghiacciante frase del commissario Cassarà: siamo cadaveri che camminano. Cassarà l'aveva mormorata a Giovanni Falcone prima di esser ucciso e questi a Paolo Borsellino. Fatalismo, rassegnazione, una maniera per esorcizzare la morte, per convivere con essa? Borsellino più di Cassarà e dello stesso suo amico Giovanni, ebbe chiara la percezione che la sua condanna era pronunciata e nessuno, proprio nessuno, avrebbe potuto graziarlo.

Ebbi i particolari crudeli del ritrovamento dei cadaveri sui teleschermi, vidi i pianti dei congiunti, la paura dei sopravvissuti. Tutto si ripeteva come un film che cambiava i protagonisti senza modificare una sola sequenza. Ora l'inevitabilità della tragedia potevo coglierla meglio. E intuire come la vigilia fosse stata vissuta da Paolo Borsellino. I ricordi, occupavano, a uno a uno, la memoria, senza sovrapporsi, tanto da permettermi di vedere tutto insieme. Prevalse l'immagine di lui, come persona fisica; senza avergli mai parlato né stretto la mano, o averlo ascoltato personalmente, quella immagine era nitida, quasi avessi avuto con lui una naturale dimestichezza. Confessai di essermi ingannato sulla sua indole. Era l'orribile fine a suggerirlo? Non so.

Paolo Borsellino aveva un certo cipiglio. Era la sua immagine pubblica a pretenderlo, più che la sua indole. Parlava soppesando ogni parola con un tono grave, aveva un aspetto austero, talvolta persine solenne. Riusciva a trasmettermi il carisma di cui lo Stato ha bisogno. Corrugava la fronte, aggrottava le ciglia, aspirava l'inseparabile sigaretta con un gesto liberatorio. Se compariva la stanchezza, la delusione, affidava all'atteggiamento severo il compito di nasconderle. La paura, lo sbigottimento non avrebbero mai avuto il sopravvento. Solo ora sono in grado di apprezzare tanta forza d'animo: quel!'ostentare sicurezza senza averne; gli occhi umidi e dolci, obbligati a recitare l'energia arcigna e minacciosa che avrebbe rassicurato la gente e preoccupato i malandrini.

Ero in grado di ricostruire le sue ultime ore. Nella mattinata aveva parlato al telefono con il sindaco di Palermo, Aldo Rizzo, poi si era recato a Marina Longa ed era salito in barca; moglie e figli lo avrebbero atteso nella villa di Giuseppe Tricoli per la colazione e la visita alla madre in casa della sorella, in via D'Amelio. La madre era ospite della figlia Rita. Sarebbe andato dalla madre di pomeriggio in via D'Amelio perché lunedì 20 avrebbe lasciato Palermo. Dunque: la madre malata, il viaggio all'estero, una visita del medico alla madre: era come se il tragitto della blindata di Borsellino e delle auto di scorta fosse già stato tracciato su un foglio. L'unico dubbio era rappresentato dall'ora della visita. Quando? Bastava aspettare. E far scattare, ancora una volta, il congegno elettronico: l'esplosivo avrebbe fatto il resto. Il trambusto, i cadaveri sulla strada, si sarebbero incaricati di impedire che scattasse un'operazione tempestiva di rastrellamento.

Avuta la certezza della visita alla madre bisognosa di cure, ed abituata all'affetto di Paolo, gli assassini hanno schierato la loro forza:luogo d' avvistamento, apparecchiature ricetrasmittenti, l'auto imbottita d'esplosivo. Giusto come sull'autostrada di Punta Raisi.

Tutto è filato liscio. La morte è arrivata puntualmente alle cinque del pomeriggio.

Giuseppe Sole, uno degli amici del magistrato, mi avrebbe raccontato qualche giorno dopo, di avere ascoltato tante volte da Paolo le prime strofe della celebre poesia di Neruda «alle cinque della sera, entra il toro nell'arena...». E padre Giuseppe Buccaro, suo prete e confessore, avrebbe fatto sapere che era stato Paolo ad indicare i brani del Vangelo da leggere nelle esequie (... perché l'empio trionfa sul giusto ed è pervertito il diritto...) ed a rivelare di sapere.

Sapere che l'avrebbero ucciso in breve tempo?

«Il tritolo è già pronto» , disse al sacerdote, senza manifestare scoramento, né rammarico.

Offriva al destino che era sul punto di compiersi, la solennità di cui aveva bisogno, perché la sconfitta dello Stato si trasformasse in una condanna senza appello per i suoi nemici.

Mi piace pensarlo, crederlo.

Nascose le sue apprensioni. Da siciliano autentico, che non rinuncia a se stesso fino all'epilogo e si porta appresso il suo tarlo dentro. Quegli ultimi giorni lo avevano caricato di anni. I baffi si erano ingrigiti. Gli occhi si posavano di frequente verso un punto imprecisato; mentre cercava le risposte ai tanti quesiti che gli venivano posti, inseguiva il fumo dell'inseparabile sigaretta. La pronuncia dialettale molto marcata offriva al suo estraniamento, alle parole gravi, ai ricordi più lievi, ai minacciosi avvenimenti, una specie di marchio di fabbrica, un timbro d'autenticità, di fedeltà alle radici.

Nei giorni che precedettero la sua morte, avevo annotato ciò che suggerivano i suoi discorsi pubblici. Non le date, le circostanze, i nomi che egli andava facendo, parlando di mafia e di Giovanni Falcone, quanto i suoi umori, i gesti, le espressioni del volto. La più curiosa delle annotazioni, è la seguente: baffetti alla Clark Gable. E più avanti: La sua è una malinconia saturnina? Nasconde disperatamente la paura. L'enigma e la semplicità stanno bene insieme. Falcone e Borsellino hanno in comune le intenzioni, la conoscenza, l'intelligenza e la vocazione...

In basso sul foglio degli appunti avevo copiato un brano di Leonardo Sciascia. Non so spiegarmene la ragione. E tratto dagli Zii di Sicilia «... è da stupidi pensare al destino ..., se cominci a pensare al destino, ti può uscire il senno ... ogni uomo si porta appresso il Dio della sua morte, come un tarlo ...».

Presentivo le liturgie del giorno dopo: inviti, appelli e auspici. All'unità, alla pacificazione degli animi, all'equilibrio, a non sparare nel mucchio, a non starsene alla finestra, a non aspettare il cadavere del governo-nemico.

Le parole sarebbero cambiate?

Non è vero che valgono poco: quando esse si schierano, smascherando ambiguità e spregevoli collusioni, additando ammiccamenti e indecenti viltà, le parole esprimono valori e idee. Se i due procuratori aggiunti di Palermo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sono stati trucidati, pensavo, una ragione ci deve essere: erano loro il pericolo per le mafie e chi si serve delle mafie. Se otto agenti di scorta sono stati massacrati sull'autostrada di Punta Raisi e in via D'Amelio, nel cuore di Palermo e a due passi dal celebre covo dei Madonia, una ragione ci deve essere: i mezzi di sicurezza non erano sufficienti. A chi indaga sulla strage di Capaci, conclusi, hanno fatto rotolare il cadavere di Borsellino e dei suoi cinque uomini della scorta.

Occorreva, a questo punto, mettere in ordine gli elementi più importanti. Mi chiesi perché era stato scelto quel giorno, domenica 19 luglio. La memoria mi regalò un particolare: Paolo Borsellino rivelò di avere parlato con un pentito importante, un giornale ospitò una intervista con un personaggio senza nome. Questi prevedeva che un pentito avrebbe «cantato» a settembre, facendo tremare le mura del Palazzo. Paolo Borsellino «sapeva», ma non aveva potuto raccogliere le informazioni in un verbale d'interrogatorio? E l'intervista al personaggio che preannuncia rivelazioni mirava a spaventare qualcuno? E chi? Una delle conseguenze della confessione annunciata riguardava il mondo della politica: due personaggi di caratura nazionale sarebbero stati smascherati.

Disinformazione pilotata?

Se Borsellino stava interrogando un nuovo pentito, perché lo rivelava in un'intervista? Avrebbe spaventato, preoccupato, creato svantaggio alle indagini.

Qualcosa non tornava. L'intervista al fantomatico «anonimo» fu seguita dalla notizia che un piccolo imprenditore nisseno, Nicolò Messina, sconosciuto o quasi, stava raccontando i suoi rapporti con mafiosi e uomini politici, facendo qualche nome di spicco. Le anticipazioni del giorno prima - una «talpa»? - erano state disinnescate con un nome e alcuni particolari in grado di spiegarne il contenuto.

Insomma si era cercato di tamponare la falla.

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