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Diario 10/11. Il disegno per destabilizzare l’Italia. La nuova rete spionistica e le stragi in Sicilia

di Salvatore Parlagreco
07 ottobre 2009 13:27
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Nei giorni che precedono Capaci alcuni magistrati - Michele Duchi a Ragusa, Anna Canepa a Caltagirone, Paolo Borsellino a Palermo, Felice Lima a Catania - finiscono nel mirino. Sono avvertimenti? Una strategia della tensione premeditata e coordinata? Il «via libera» concesso ai boss per indebolire l'apparato repressivo? Un segnale allo Stato, in risposta ai provvedimenti anticrimine che violano i santuari carcerari? O pura, semplice, banale serie di coincidenze?

 

L'informazione sembra avere digerito il delitto.

I giornali raccontano storie di bambini che vanno a lasciare un fiore davanti la casa del giudice ucciso. Sulle indagini poche notizie e vaghe. C’è un’atmosfera cupa che ingigantisce le ombre.

Qualcuno interpreta il silenzio degli investigatori come un buon segno, ma sono pochi. Il procuratore che dirige le indagini, a Caltanissetta, esprime «cauto ottimismo».

IL traffico di Palermo è diventato impossibile. I soliti ingorghi, le solite prepotenze: ascolto senza fiatare qualche epiteto. Non mi sono accorto del segnale verde al semaforo ed ho rubato una frazione di secondo al conducente di una jaguar blu metallizzata.

Di colpo la strada, che dispone di un'ampia carreggiata, si trasforma in un budello, dentro il quale passa a malapena una vettura per volta. Non c'è un poliziotto, né un carabiniere, né un vigile urbano. Mai. A Palermo potresti non incontrare mai un poliziotto, se abiti in un certo luogo. Il controllo del territorio è affidato alla sorte. Cinque o sei giorni or sono un ex commissario di Ps mi ha raccontato di avere partecipato ad una riunione in Prefettura, durante la quale qualcuno ha ricordato che a Palermo 1.600 carabinieri e poliziotti attendono in caserma una sommossa popolare.

II battaglione mobile dei carabinieri e il reparto celere della polizia vengono impiegati solo per l'ordine pubblico. Una specie di fortino: il deserto dei tartari, in attesa del nemico che non c'è.

«Stavo telefonando da una cabina pubblica», mi raccontò anni or sono il figliolo di un medico, mio caro amico, un giovane universitario. «Un tale scese, aprì la portiera e mi invita ad andare via. Non ho il tempo di rendermi conto di ciò che succede. Vedo che sui banconi del mercatino c'è un'insolita animazione. Tutti chiudono anzitempo. In pochi minuti, il deserto. Il giorno dopo vengo a sapere che proprio lì avevano ammazzato un uomo...».

Quel mercato, a Palermo, è terra di nessuno.

L'ex commissario di Ps si danna l'anima. «È possibile che non capiscano? Se non si controlla il territorio, non può esserci indagine, prevenzione, repressione... Un controllo costante, come si fa in guerra. Dove non c'è lo Stato, il delinquente organizza il suo quartier generale, recluta i suoi soldati. Quando fu sollevato il problema in Prefettura, spiegarono che c'erano disposizioni superiori. Non si può destinare ad altri servizi gli uomini addetti all'ordine pubblico, cioè scioperi, manifestazioni...».

Supero l'ingorgo, causato da vetture parcheggiate in terza fila sui due lati e mi trovo di fronte l'edicola che espone il titolo del giorno: «Sei identikit per una strage. S'incrina il muro del silenzio».

Bene, penso, qualcosa si muove. Ma l'ottimismo dura un istante. Quando arrivo in redazione osservo con attenzione gli identikit. Quattro hanno i baffi ed uno porta occhiali e baffi. Scopro la firma dell'autore su uno dei disegni. Deve essersi compiaciuto del buon lavoro: le caratteristiche somatiche sono ben delineate: baffi folti, capelli curati, scuri, labbra pronunciate. E il ritratto di un uomo sicuro di sé, di età compresa fra i 25 e i 30 anni. È stato visto da un testimone in via Kennedy a Capaci, «alle 10,55» in compagnia di altre persone il giorno prima della strage.

Il quarto identikit, leggo su un giornale, è stato ricostruito in movimento. L'uomo sarebbe stato notato alla guida di una Fiat Croma che aveva uno stemma rettangolare di colore rosso e giallo con al centro l'effigie della Trinacria, il contrassegno delle auto della Regione siciliana. È stato visto alle 17,30 del 22 maggio anch'egli, quindi, la vigilia dell'attentato sull'autostrada di Punta Raisi. Il commento del giornalista è il seguente: «la circostanza sembrerebbe ininfluente ma evidentemente per riportarla nella scheda degli identikit gli investigatori avranno le loro buone ragioni».

Pur essendo stato visto alla guida di un auto, i dati segnaletici sono completi e forniscono l'altezza dell'uomo: 1,65 centimetri. Depistaggio? È comprensibile, affinché i testimoni non corrano pericoli.

La circostanza indicata, tuttavia, suggerisce un luogo ed una situazione poco credibili. Baffi neri, folti e ben curati: tutti eguali. Il depistaggio l'hanno fatto anche loro, i killer. Sempre che le attenzioni dei testimoni siano state indirizzate sulle persone giuste.

L'unico dato positivo è che la gente comincia a parlare. Anche a Capaci.

Ma è davvero così?

Il pomeriggio di lunedì 15 giugno ricevetti una telefonata dalla Federai Express di Milano. Una voce femminile mi comunica che sto per ricevere un plico.

«Da dove proviene?» chiedo.

«Da Washington, signore».

«Chi spedisce?».

«Salvatore Amendolito, signore. Desidererei il suo codice fiscale...».

«Per quale ragione?», domando.

«Il plico è a suo carico... Deve pagare lei... Pesa circa tre chilogrammi ».

Volli sapere quanto avrei dovuto pagare, mostrando sorpresa per quell'addebito.

Non ebbi l'informazione.

Nei giorni successivi il plico non arrivò. Cercai di saperne di più alla Federai Express, ma non ottenni notizie: una certa Marzia escluse che il codice fiscale mi fosse stato richiesto per pagare il plico. «Serve per sdoganarlo», spiegò. Li pregai di fare delle ricerche ma fu tutto inutile. Non mi richiamarono e non ricevetti il plico.

L'episodio mi incuriosì. Trenta giorni prima con lo stesso mezzo, avevo ricevuto un plico senza alcun preavviso. Nessuno aveva richiesto il codice fiscale. Bhe, mi dissi, qualcuno vuole conoscere la mia situazione patrimoniale. Poco male.

Il giorno appresso incontrai in ascensore Angelo Ganazzoli. E’ stato deputato regionale socialista e Presidente della Commissione antimafia.

«Posso parlarti?» chiedo.

Ganazzoli annuisce. «Ti raggiungo fra un minuto», dice.

E mantiene la promessa. Lo conosco da trenta anni. Ha il solito sorriso stampato sulle labbra, con il quale nasconde un'irredimibile scontentezza. Gli occhi piccoli, penetranti, balbettano l'insondabile voglia dì rivalsa. «Ormai non mi ascolta nessuno», dice. «Non ci credo» ribatto. «E poi, aggiungo un’ovvietà, “meglio il rispetto di sé, che le comode transazioni con la propria coscienza. Che ne pensi?»

«Che ne penso?».

«Di Giovanni Falcone. Qual è la tua opinione?».

«Ho avuto un terribile dolore alle gambe in questi giorni...».

«Ah!».

«...Non mi sono potuto muovere da casa. Così ho avuto il tempo di riflettere...».

Si concede una lunga pausa. Osservo con invidia i suoi capelli folti, corti e ricci, lievemente più ingrigiti. Si liscia il mento, poggia le mani sulle ginocchia, si rigira sulla sedia.

«Il delitto di mafia», riprende, «è sempre un delitto politico quando colpisce gli esterni all'organizzazione... Il delitto politico si compie in un contesto di forti conflitti... Quando uccideva i sindacalisti, la mafia commetteva delitti politici. E ogni volta arrivava quando c'erano gravi contrasti. Generalmente nel partito di appartenenza».

«Delitto di mafia, delitto politico... Dove vuoi andare a parare?».

«La distinzione è sbagliata. Il delitto politico della mafia è sempre complesso. Si carica di molti elementi, assume sempre molti significati, acquista aspetti simbolici. Il luogo, la giornata. I sindacalisti venivano uccisi la vigilia della festa del patrono... Lo sapevi?».

Ora ridacchia compiaciuto.

«Dunque...», lo incalzo.

«L'uccisione di Lima è un messaggio al Presidente Andreotti... Il delitto si verifica all'inizio della campagna elettorale, Lima è il leader indiscusso della corrente di Andreotti...».

«Un messaggio, d'accordo. Ma di che tipo?».

«Il Governo aveva fatto qualcosa in più... Per esempio le carcerazioni preventive. Si era impegnato sul fronte antimafia, e questa è stata giudicata una sfida, una specie di persecuzione».

«Persecuzione?» lo interrompo. «Il Governo ha fatto la sua parte, nient'altro che la sua parte».

«Cerca di vedere le cose con la loro ottica. Ucciso Luna, mi aspettavo che lo stesso messaggio dovesse giungere al ministro della Giustizia, Claudio Martelli. Analizzai quale potesse essere l'obiettivo, quale personaggio potesse essere individuato come l'uomo di Martelli in Sicilia. Purtroppo mi fermai nell'ambito socialista, nello stesso partito di Martelli. Così feci delle telefonate per esternare i miei timori, il sospetto che si preparasse un altro delitto. Parlai con autorevoli dirigenti, suggerii loro di stare in guardia... Solo uomini politici, uomini di partito. Conclusa la campagna elettorale, la tensione sparì. Pensai che la mia preoccupazione fosse sbagliata... Invece, era giusta. Martelli aveva tagliato i ponti con la Sicilia... L'unico siciliano del quale si fidava e con cui parlava era Giovanni Falcone...».

«Un messaggio al Governo che adottava leggi speciali?», domandai.

«Qualcosa di più», rispose Ganazzoli, ammiccando.

«Non capisco...».

«La storia non si muove su un solo scenario. C'è quello della realtà... e l'altro, l'immaginario collettivo. Ecco, la mafia ha vissuto questi provvedimenti come uno sgarbo, capisci?».

Avevo capito, certo che avevo capito.

Non aspettò che trovassi le parole per esprimere la mia opinione. Sarebbe giunto in ritardo ad un appuntamento, mi comunicò, guardando con apprensione l'orologio e regalandomi un ultimo improbabile sorriso.

Una settimana dopo avrei incontrato Luigi Granata, deputato regionale e Presidente della Commissione antimafia.

Luigi Granata confermò ciò che mi aveva riferito Angelo Ganazzoli.

«Condivisi le preoccupazioni di Angelo e telefonai ad alcuni dirigenti socialisti. Quelli che sembravano più esposti... No, non pensai a Falcone, purtroppo».

Annotai sull'agenda la conversazione con Ganazzoli, 16 giugno.

La strage di Capaci si allontanava.

Chiamai al telefono Armando D'Agostino. Bibliofilo, spirito libero e fantasioso, capace di cogliere gli spifferi della realtà. Quelli che producono sofferenze alle articolazioni e alle coscienze. Lo invitai a raggiungermi, non si fece pregare. Non mi chiese nemmeno la ragione per la quale lo volevo vedere. Quando arrivò, esordì con un ammonimento, una specie di profezia da divulgare, mio tramite, al mondo. Non è uno che si prende troppo sul serio.

«Il disegno è quello di destabilizzare l'Italia...», disse. «Come? Al nord, scoperchiando la corruzione, gli affari fra imprenditoria e politica e al sud servendosi della mafia. Chi promuove questo disegno? Quelli che temono un'Europa forte, solida, guidata da una Germania temibilissima».

«Il complotto universale...», osservai, per il gusto di provocarlo.

«La Germania e il Giappone vincono le guerre economiche, ma non quelle che si combattono con le armi. Ormai l'Iraq è lontano...».

«Complotto americano, non è originale specie se a parlare è un ex comunista», gli rinfacciai.

«Un potere universale ci deve essere. Tutti sappiamo che c'è, basta riflettere sui fatti ogni giorno, e scopri che tutto si lega. Leggi Bioy Casares. Non mi ricordo il titolo, ma leggilo...».

«Va bene, leggerò», lo rassicurai.

Mi guardò con affetto. Confessò di essere stanco.

“Stanco di che?» chiesi.

«Di tutto», rispose. «Ma soprattutto d'insegnare».

«Perché?» domandai, perplesso.

E lui: «Non s'insegna più niente a nessuno».

Non è un nichilista. Tutt'altro. Legge per diletto e per mestiere, lascia emergere gli entusiasmi, costruisce una fede incrollabile nella cultura, nell'arte, negli uomini. E’ una delle rare persone che riescono a contagiare il piacere per la buona scrittura.

«Non mi accontento delle verità ufficiali», riprese. «Così mi arrampico sugli specchi. I corleonesi sono depositari di tutto il male, la mafia di Bontade raccontata da Buscetta è il bene? Riina, il capo dei corleonesi? Da sempre conviene mantenere sulla scena, in servizio attivo, una primula rossa. Ricordi Luciano Liggio? Restò latitante per anni. E non fu solo per i suoi meriti. Meglio credere al complotto universale che passare per fessi. Vuoi sapere davvero come la penso?».

Si concesse una pausa per gustare l'interesse che le sue parole suscitavano in me, poi si avvicinò alla finestra lisciandosi la fronte. Non gli chiesi più nulla. Che poteva sapere uno come lui, che passa la giornata tra libri e studenti!

«Bisogna avere la memoria lunga, come quella della mafia», ricominciò, sibillino. «Devi tornare indietro alle guerre di mafia degli anni '80, quando si doveva spazzare via la vecchia rete spionistica italo-americana... Hai mai capito perché per 24 ore il signor Haig abbia assunto il potere negli Stati Uniti, quando attentarono alla vita di Ronald Reagan?».

«Haig...», ripetei, senza capire.

«Sì, Haig. Ex generale, sottosegretario di Stato. Che c'entrava lui? Sarebbe spettato al vice Presidente sostituire Reagan. Dovette dimettersi. E con lui dovette andarsene tutto il vecchio establishment. Così cominciò la mattanza in Sicilia, dopo il tentativo di golpe, le proposte di Tommaso Buscetta a Luciano Liggio, i propositi di Michele Sindona. Il fatto è che nessuno legge, mette insieme gli eventi...».

Ancora un complotto, pensai. Per giunta americano, niente di nuovo.

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