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Cap 12/13 La scomparsa del diario di Falcone, gli appunti pubblicati dal Sole. Una pista colombiana porta ai Madonia

07 ottobre 2009 13:28
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Sabato, 20 giugno. Genova. Giuseppe Ayala, deputato, ex magistrato e componente del pool-antimafia guidato da Falcone, commemora il magistrato e amico scomparso. «Giovanni Falcone - racconta, tra l'altro - annotava tante cose. Scriveva tutto, specialmente nell'ultimo periodo della sua permanenza a Palermo... Non so se chiamarlo diario o che altro, ma sono certo che Giovanni Falcone deve avere lasciato qualcosa di scritto. Aveva riversato gli appunti su un dischetto del suo computer personale. Quando lasciò Palermo per il ministero di Grazia e giustizia portò tutto a Roma».

Francesco La Licata, giornalista de «La Stampa» il giorno successivo, puntualizza: «... l'uscita di Ayala sembra più un modo per mettere le mani avanti e stabilire un punto fermo: questi appunti esistono e lo sappiamo in tanti».

Insinua un avvertimento. Diretto a chi? E quali motivazioni impongono quel «punto fermo», la necessità di «mettere le mani avanti»? L'annuncio di Ayala è seguito da alcune osservazioni. «Se il dischetto non viene fuori, sarebbe un modo per alimentare polemiche che Giovanni non gradirebbe...».

Provo a capire: Giovanni Falcone non avrebbe gradito che si alimentassero polemiche sul suo diario, perciò vi prego di non nasconderne l'esistenza. «Ma se viene fuori - continua Ayala - la sua parola non rimarrà sola, perché un dovere morale c'imporrà di raccontare che è vero quello che lui ha scritto, perché c'è chi era presente e può confermare che quel diario è una cronaca di storia vissuta».

Bisogna ora collegare le due parti del discorso e offrirgli una logica plausibile. Così com'è, infatti, esso non sembra averne. Punto primo: io sono certo, sostiene Ayala, che è stato scritto un diario (o qualcosa che gli assomiglia) da Giovanni Falcone; punto secondo: esso deve essere divulgato; punto terzo: se non fosse divulgato, si commetterebbe una scorrettezza verso Falcone e si darebbe la stura a polemiche che Falcone non avrebbe gradito; punto quarto: chi conserva il diario ha il dovere di divulgarlo, non abbia preoccupazione a farlo perché noi testimonieremo che è tutto vero. «C'è chi era presente - avverte infine Ayala – e’ cronaca di storia vera vissuta».

L'ex magistrato può solo affermare che qualcuno c'era in “quel” posto; non lui, per ragioni di lavoro e per qualche dissapore superato negli ultimi mesi. Il richiamo al dovere morale è rivolto a chi sa e non parla. Il messaggio giunge a destinazione. Con una puntualizzazione: «sulla esistenza del diario eravamo informati sia io che Paolo Borsellino».

Non una anticipazione sui contenuti.

Ma è solo questione di ore.

Il giornalista Francesco La Licata, anch'egli amico di Falcone, fa sapere subito che «Celesti (il procuratore della Repubblica di Caltanissetta, titolare dell'indagine; ndr) era stato avvertito che tra le cose da cercare c'erano anche gli appunti di Falcone sulla sua battaglia personale all'interno del Palazzo di Giustizia di Palermo, delle incomprensioni sempre più ricorrenti col procuratore capo Piero Giammanco».

Ecco stabilito il punto fermo: il diario c'è e racconta tutto ciò che Falcone ha dovuto sopportare a Palermo da Giammanco.

Paolo Borsellino parla da magistrato: «Se sono appunti privati, spetta ai familiari decidere l'uso da farne. Se si tratta di materiale utile all'inchiesta tutto deve restare nelle mani dell'autorità giudiziaria».

Il reato non è stato individuato, ma il processo è ufficialmente aperto. L'escussione dei testi viene ospitata dai media puntigliosamente, nonostante l'invito della pubblica accusa alla prudenza.

«I documenti sequestrati sono stati catalogati e ben custoditi - dichiara Celesti - gli investigatori stanno ancora lavorando alla traduzione degli appunti elettronici. Molti sono stati stampati su carta, altri mancano. Fino a questo momento non credo che siano stati trovati quelli a cui si riferisce Giuseppe Ayala... Se gli appunti si riferiscono all'evolversi dell'esperienza professionale di Falcone, ai cosiddetti veleni, sarà mia cura tenerli fuori dalle indagini. A me interessa scoprire chi ha ucciso Falcone, la moglie, la sua scorta».

Ayala non è dello stesso parere. «Non sarà certamente utile per le indagini - spiega in una intervista al Giornale - ma potrebbe testimoniare del martirio in vita e in morte che Giovanni ha subito... Io non voglio fare della dietrologia, ma il rinvenimento del diario consentirebbe di mettere ordine nella memoria di Falcone e colmare in parte le tante ingiustizie che egli ha subito».

Il processo sul diario, dunque, individua un «martirio» parallelo a quello subito da Falcone sull'autostrada di Punta Raisi. Di esso si deve fare giustizia: il diario è in grado di individuare i colpevoli. Ecco le ragioni per le quali non è stato ancora ritrovato: punisce gli autori del martirio... «Dunque , scrive Giuseppe D'Avanzo su Repubblica, a tre giorni dalla denuncia di Giuseppe Ayala il mistero del diario rimane quel che era: un mistero. Dov'è finita la memoria? È stata sottratta la notte stessa della strage di Capaci prima che i carabinieri apponessero i sigilli all'ufficio di Falcone? O è scomparsa da una delle borse che il giudice portava con sé la sera del 23 maggio, restate per tre giorni alla Procura di Palermo tra le proteste del Procuratore capo di Caltanissetta?».

Il diario segreto evoca speculazioni introspettive, episodi misteriosi, angosce non confessate, verità mai svelate: le tappe di un viaggio in compagnia della propria coscienza. Tutto questo ed anche di più. Perciò ha una vita a sé, che prescinde dai fatti e dagli uomini che ne sono protagonisti. Se il diario è contenuto in un floppy-disk le ancestrali misteriosità che stimola abitano i luoghi dell’elettronica, impenetrabili labirinti della memoria. Volatile quanto gli umori dell'umanità. Prova a contraddire il diario di un uomo dabbene, avrai perduto in partenza. Prova a rifiutare la memoria del computer, avrai perso tutto, anche l'onore.

Celesti è costretto a indagare, ma la sua inchiesta appare quasi un fatto privato rispetto all'escussione dei testi ospitati dai media. Ascolta molti magistrati, annota i loro umori e le loro riflessioni e ripete che «non c'è nessun mistero».

Possibile?

Pochi hanno voglia di crederci. «Dovremmo concludere che è stato lo stesso Falcone a buttarlo via?», commenta con ironia Ayala. E qualcuno indaga sugli uomini che hanno avuto modo di vedere gli effetti personali di Falcone nei minuti successivi alla strage. Chi ha sottratto il diario?

Mentre si insegne il colpevole e si cerca il diario, una serie impressionante di episodi, annotati sul diario scomparso, giungono nelle redazioni dei giornali. I capitoli del diario, svela l'Espresso, sono 39: ogni capitolo, un episodio del contenzioso di Falcone con il suo capo, Piero Giammanco. «... 12 marzo 1992. Quel giorno nello studio di Giammanco si tiene una riunione tesa e nervosa... Estremamente nervosa...».

Dunque il diario si è volatilizzato ma c’è chi lo conosce. Com’è possibile?

IL mistero viene svelato. Il 24 giugno il «Sole 24 ore» ospita gli appunti di Giovanni Falcone. Due cartelle scritte al computer. Nessun elemento utile per le indagini. Liana Milella, giornalista del Sole 24 ore, li ha ricevuti da Falcone nella seconda settimana di luglio dello scorso anno. «È per questo che sono andato via da Palermo», dice Falcone a Liana Milella, consegnando le due cartelle. «Tienili questi fogli, non si sa mai».

Falcone non tenne solo un diario, ma consegno alcuni appunti del suo diario a persone di sua fiducia. Temeva che non bastasse la memoria del computer?

«Come in tante altre occasioni, racconta Liana Milella, si discute della sua decisione di lasciare il posto di procuratore aggiunto di Palermo. Che ci rimanevo a fare? Per fare polemiche ogni giorno? Per subire umiliazioni? Per non lavorare? O soltanto per fornire un alibi? No, meglio Roma. Qui al Ministero c'è tantissimo da fare. E alla mafia, anche da qui, si può dare molto fastidio».

Liana Milella spiega perché ha deciso di pubblicare quei fogli.

«Alle affermazioni di Ayala ne sono seguite altre e si è scatenata la caccia al diario. Questi due fogli non potevano restare nel cassetto per due buone ragioni: la prima è che rappresentano la prova che in effetti il giudice Falcone aveva l'abitudine di prendere appunti sulle ostilità che man mano incontrava nel suo lavoro palermitano; la seconda è che il contenuto di questi appunti non ha assolutamente nulla a che vedere con le indagini sul delitto...».

Sono appunti scritti in poco più di un anno, dal dicembre 1990 al 26 gennaio 1991. Ogni brano ha il suo capoverso e accenna ad un episodio. L'esordio ripete un cliché lessicale: si è lamentato, ha preteso, si è rifiutato, mi invita in maniera inurbana. C'è un soggetto fantasma, il capo. Cioè il capo della procura, Piero Giammanco.

Man mano che i mesi passano l'incipit muta; gli appunti raccontano in prima persona. «Apprendo oggi» è ripetuto più volte. L'espressione ospita sentimenti diversi: stupore, rammarico, ostilità, frustrazione.

Gli argomenti sono dapprima ben sintetizzati; poi si entra nel dettaglio, si descrive minuziosamente l'episodio, si fanno nomi. «Solo casualmente ho appreso...», scrive l'autore degli appunti; e vuole testimoniare la sua marginalità. E altrove: «Protesto per non essere stato previamente informato». O ancora: «... non trovandomi, il collega ha parlato col capo che, natura Imente, ha disposto tutto ed ha proceduto all'assegnazione della pratica... senza dirmi nulla».

Gli appunti riferiscono anche questioni procedurali, rimproverano l'assenza di coordinamento o la lettera anonima archiviata. È la testimonianza netta, inequivocabile dello scontento, della delusione, del disagio di Falcone.

Per molti giorni ho ignorato l'indagine: non una informazione nuova, non una notizia di qualche interesse. Chi ha voluto la strage di Capaci? E perché il 23 maggio, in Sicilia? L'omicidio di Salvo Lima è collegato a quello di Giovanni Falcone?

Gli interrogativi rimangono uguali, come il primo giorno. Sono sommerso da notizie che appagano la curiosità, suscitano emozioni, ma nulla che possa essere utile per capire. Polveroni, veleni, depistaggi, insabbiamenti «necessari» per coprire le indagini? Non so. Lo spazio concesso alle emozioni, agli affetti è fisiologico. C'è chi ne approfitta? È probabile. Allora, che cosa fare, se non tenere desta l'attenzione sulle cose essenziali, i dettagli utili. Senza sottrarsi al flusso dell’ informazione, anzi assecondandolo in qualche modo.

In poche ore consumai un intero taccuino: trascrissi tutti i fatti rilevanti e li selezionai. Due episodi presso la questura di Catania: un falso poliziotto per un anno e mezzo frequenta i locali della polizia indisturbato.

Cos'è potuto avvenire?

Un giovanotto sceglie di entrare in polizia senza «arruolarsi». Era una storia inverosimile.

La cronaca non è avara. Un agente vero, stavolta, è stato arrestato a Catania: scoperto in casa di un boss. Mangiava e beveva con lui, poi andava al lavoro: servizio scorte.

E’ inevitabile, queste storie non riesco a tenerle lontano dall’attentato a Giovanno falcone. Il mondo che avrebbe dovuto proteggerlo era capace di grandi nefandezze.

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Poi ci sono le “voci”, i sussurri, le trame fatte di silenzio, ammiccamenti, suggerimenti.

Due magistrati avrebbero favorito Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina, sospettato di avere assassinato il commissario Boris Giuliano. Chi sono? L'episodio non giunge alle redazioni dei giornali. Domando in giro. Bocche cucite. Qualcuno scrolla le spalle, qualche altro dice di non saperne niente.

Cerco l'ex carabiniere, non sa niente. Mi racconta di un magistrato padrone di cave nel trapanese. Fa nome e cognome, lascia intendere, poi sospetta con durezza, con rabbia.

A colazione incontro un amico di Leoluca Orlando, ex sindaco di Palermo e coordinatore della Rete. Costui racconta che il Questore in persona si è recato da Orlando per avvertirlo dei pericoli che corre. L'hanno trasferito in caserma, gli hanno concesso una superscorta. «Alcuni pentiti hanno parlato”, dice. “E sono tutti d'accordo: vogliono ammazzarlo. Ieri hanno trovato un'auto rubata a fari accesi accanto la sua casa. Era dei carabinieri. È un avvertimento: non c'è dubbio. Il messaggio è chiaro: quando vogliamo e se lo vogliamo. Loro, conclude, sono molto potenti».

Vengo informato, subito dopo, che una telefonata ad un giornale annuncia: «Orlando è già morto». Non è finita. L'autoparco della Regione siciliana lamenta due furti di autovetture blindate, il primo alla vigilia dell'attentato di Capaci e il secondo nei giorni che precedono le minacce a Orlando. Un'auto della Regione fu notata il 23 maggio, proprio nei pressi di Capaci.

L'Addaura insegna che è difficile distinguere il fallito attentato da un avvertimento. Vogliono far sapere di essere presenti, forti, solidi? O mettere paura ad una parte politica, imbavagliarla?

La sequenza degli eventi è straordinaria. Il pomeriggio che segue incontro il mio informatore, m,entre sono con lui a Palazzo dei Normanni, una voce dal forte accento catanese informa qualcuno che hanno messo una bomba. E per ben due volte raccomanda di non sottovalutare l'informazione.

Arrivano i poliziotti, fanno una ricerca accurata. Niente. Ma non c'è esplosivo nel vecchio Palazzo.

Capaci, penso, è lontana mille miglia da Palermo.

Il mio taccuino ospita le parole dei ministri: li analizzo, li giudico poco attendibili, non sono informati, hanno notizie di risulta, vaghe e confuse. Eppure un senso ce l’hanno ed anche una qualche utilità perché permettono il controllo incrociato delle informazioni.

Il ministro di Grazia e giustizia, Claudio Martelli, è convinto che la strage di Capaci sia opera della mafia siciliana. E’ il 13 giugno, le ipotesi più fantasiose inondano gli spazi della carta stampata. «Se uno dice che è semplicemente un delitto di mafia, afferma Martelli, sembra che la voglia ridimensionare. Al contrario ridimensionano il pericolo della mafia coloro che vogliono concentrare tutto sul rapporto mafia-politica. La mafia è un esercito di 5 mila capicosca in Sicilia. Ciascun capocosca può contare su una numerosa famiglia di affiliati, gregari: 100 persone circa... Non sono tutti killer certamente, però tutti insieme creano la palude, l'ambiente mafioso. Gestiscono i capitali ricavati dalla droga, organizzano le estorsioni, intimidiscono la società civile e la pubblica amministrazione...».

Il ministro dell'Interno, Vincenzo Scotti, il 15 giugno, indica una vaga pista internazionale. Martelli, il giorno dopo, ne dsegue le tracce: la strage di Capaci va addebitata al narcotraffico, all'alleanza fra mafia colombiana e siciliana. Scotti è dello stesso parere. Ma basta analizzare le corrispondenze dagli Usa, per scoprire che le convinzioni dei Ministri si basano soprattutto sulle indagini svolte dall'Fbi.

Dapprima ho creduto che Scotti e Martelli fossero stati usati come depistatori. Chi lavora sul serio ha bisogno di prendere fiato, di dare copertura ad una pista vera. Le polizie sono inseguite dall'opinione pubblica: è legittimo che affidino a qualcuno che conta, che fa notizia, parole che non contano. Niente da eccepire.

La mia iniziale sensazione s'infrange sul frangiflutti delle buone ragioni del ministro Scotti. Si sente dalle sue parole che egli crede a ciò che ipotizza, la pista colombiana. «È una operazione messa in atto dalla mafia siciliana e dalle organizzazioni criminali di altri Paesi...».

Quali motivi glielo fanno sospettare?

«Il tipo di delitto, spiega Scotti, le modalità di realizzazione non consentono di limitare tutto a un caso palermitano. Gli interessi della mafia sono troppo grandi. Non esistono molte persone al mondo in grado di organizzare questo tipo di attentato. I costi sono alti...».

Infine una convinzione: «L'assassinio non è un episodio isolato, né solo una rappresaglia per ciò che ha fatto il magistrato in passato...».

Il 28 giugno, da Bogotà una nuova conferma alla pista colombiana: il procuratore generale dello Stato, Gustavo Degreiff, rivela il coinvolgimento degli uomini del cartello di Medellin nell'assassinio di Falcone ad una radio privata colombiana. «Lo stesso Falcone, riferisce, era convinto che esistessero stretti legami tra Cosa Nostra siciliana e i vari cartelli di droga della repubblica sudamericana».

Due magistrati palermitani sono andati negli Usa ad ascoltare Marino Mannoia per trovare i riscontri oggettivi alla pista colombiana. L'iniziativa della Procura è collegata ad una inchiesta giudiziaria, nata dalla scoperta di ben 600 chilogrammi di cocaina sbarcata nel 1988 nella costa trapanese da una nave, la Big John. A questa inchiesta lavorò Giovanni Falcone.

Il lavoro investigativo consentì di seguire l'itinerario del traffico di droga dalla Colombia a Miami, attraverso la Spagna e l'Olanda, fino in Sicilia, e il percorso del denaro da riciclare, il cui terminale erano gli sportelli svizzeri.

Falcone aveva attribuito la gestione del traffico ai Madonia.

La Svizzera per lui era lo spartiacque, il luogo di tutte le verità.

Chi utilizzava tutto quel denaro? E per quali attività? Le aziende finanziate dal denaro riciclato entravano nel mercato alla stregua delle altre, recidendo il cordone ombelicale? O i consigli di amministrazione restavano funzionali al narcotraffico? Denaro a costo zero, investimenti facili, un'azienda anomala, che fra i suoi fini sociali non pone il lucro. Basta immettere nel mercato i soldi per riprenderseli attraverso il prodotto. Chi può fermare simili bisonti? Possono schiacciare tutto, quando e come vogliono: parte uno, gli altri dietro e la mandria si abbatte sul più solido dei mercati finanziari, disarcionando il più avveduto degli azionisti, il più esperto degli amministratori.

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