Al giornalista Luca Rossi Paolo Borsellino rivelò di stare interrogando un nuovo pentito «di straordinario interesse, perché ci dà un'immagine della mafia in questo momento, in tempo reale e non com'è capitato spesso con altri pentiti, vecchia magari di qualche anno. Il pugno di ferro, la dittatura di Totò Riina sulla mafia, produce un terrore costante all'interno dell'organizzazione di Cosa Nostra. I membri vivono un'ossessione continua, quotidiana: si chiedono esclusivamente chi potrebbe ucciderli e quando. Questa situazione ha prodotto un'incredibile fioritura di pentiti». Paolo Borsellino aveva anche detto qualcosa di sé e delle indagini antimafia a Rossi: «Qui non è rimasto nessuno, non ci sono più inchieste, non c'è un lavoro organico: che cosa posso coordinare da Roma se nessuno fa indagini in Sicilia?».
Sembrerebbe tutto evidente: Borsellino ha una carta risolutiva ed è l'unico ad averla. E’ questo che decide la scelta dei tempi del massacro? Sul perché fosse entrato nel mirino, c'è da scegliere. Negli ultimi giorni Rosario Spatola, Calderone, Amendolito e Calcara avevano preannunciato un attentato. Calcara aveva addirittura confessato di essere stato incaricato di ucciderlo. Ma non tutto torna. Quando uccisero Chinnici, si era sospettato un imminente attentato a Falcone; alla vigilia della strage di Capaci si era saputo di un attentato ai danni di Borsellino; la settimana precedente la strage di Via D'Amelio, i giornali italiani avevano raccontato le minacce, i pericoli corsi da Leoluca Orlando. Giunge la solita rivendicazione.
Una telefonata - «Madonia è in vacanza nel Gargano» - e un foglio anonimo all'Ansa con tre gruppi di nomi: magistrati, politici-magistrati e politici: tre nomi cancellati con un segno dì croce, Lima, Falcone, Borsellino. La sequenza temporale dei delitti - marzo, maggio, luglio - segnala una cadenza bimestrale. Un nuovo messaggio terrificante arriverà a settembre? È il mese che il misterioso personaggio dell'intervista indica come il tempo della grande svolta nelle indagini. I tre delitti tracciano un percorso, una strategia: mandanti ed esecutori si muovono all'interno di questo percorso. Gli obiettivi possono essere indicati dai bisogni contingenti ed avere perciò momenti diversi - per esempio le indagini sull'uccisione del giudice Rosario Livatino per Paolo Borsellino - ma rispondono ad una strategia di attacco frontale allo Stato, del quale si propongono la destabilizzazione. Per raggiungere lo scopo, Cosa Nostra è disposta a rischiare la perdita del consenso sociale, il passaggio al terrorismo che non colpisce chiurgicamente ma ammazza anche chi non c’entra. Il tritolo è un'arma devastante: non seleziona vittime, non fa giustizia, ma uccide anche uomini incolpevoli.
La base sociale del «consenso» poggia sulla giustezza della pena: chi tradisce o mette in pericolo la «famiglia» deve morire. Ma solo «lui» e non altri. L'uccisione di Falcone e Borsellino e di otto agenti di scorta ha distrutto l'immagine di una mafia «giusta» nella sua crudeltà. Questo contesto vieta di pensare che ad agire sia una famiglia mafiosa, in solitudine. Cosa Nostra deve misurarsi con i suoi “alleati” – o committenti tradizionali - se decide di mettere in crisi il Paese e l'Europa.
Gli interessi e gli obiettivi devono essere di qualità proporzionale all'entità dei mezzi messi in campo e dei prevedibili rischi. Quali guadagni possono trarre gli spacciatori siculo-colombiani da azioni che scatenano una prevedibile repressione? E i boss in galera? E la grande rete di complicità, gli uomini esposti in prima linea nel racket, nella ricettazione e nello spaccio al dettaglio? Tutta l'impalcatura può subire una spallata distruttiva. Lo Stato, incerto, debole, confuso, viene tirato per i capelli: deve combattere, non può tirarsi indietro. E’ una partita in perdita per Cosa Nostra.
«Se Dio mi aiuta forse non sono lontano dagli assassini di Giovanni» confidò Paolo Borsellino qualche giorno prima della morte. Chi gli aveva dato tanto ottimismo? E perché parlarne con giornalisti? Lunedì 27 luglio compilo un curioso elenco degli eventi della settimana scorsa: sono poche righe, ogni episodio è seguito da una data. Ora posso avere una sequenza chiara: ne traggo la sconsolata opinione che le indagini non fanno passi avanti. Certo, la mafia, il terrorismo eversivo delle cosche, l'azione territoriale; poi, le solite ipotesi, dettate più che da un indizio seppure debole, dal bisogno di raccontare qualcosa alla gente. II 24 luglio viene arrestato il dipendente di un istituto di vigilanza privata: favoreggiamento.
Sui monitor di Via D'Amelio dove prestava servizio avrebbe dovuto accorgersi di ciò che era avvenuto. Il vigilante nega. Gli investigatori della squadra mobile non gli credono: non avrebbe potuto non vedere. Che cosa? Gente sospetta, movimenti inconsueti prima e dopo l'attentato. Qualcuno infatti, pur trovandosi in un luogo meno favorevole, avrebbe visto. Dopo l'esplosione alcuni uomini sono arrivati in Via Mariano D’Amelio, armi in pugno, e un motociclista è scappato via. Avevano l'incarico di completare l'opera nel caso in cui Paolo Borsellino si fosse salvato? Così pensano gli investigatori. Le informazioni, tuttavia, sono imprecise e contraddittorie. Un inquilino che abita al n. 19 di Via D'Amelio ha visto un uomo armato - e non uomini armati - aggirarsi fra le automobili sventrate dall'esplosione. Gli inquirenti ascoltano le testimonianze dei congiunti di Borsellino. C'è stata una telefonata che ha messo sull'avviso gli assassini.
E’ stata questa telefonata, ascoltata dagli assassini, a fare sapere dell’arrivo di Borsellino? Non sarebbe stato possibile altrimenti colpire senza una talpa; gli spostamenti del magistrato erano noti a pochi. Le conclusioni sono semplici: o qualcuno ha parlato, o la telefonata è stata intercettata. La seconda ipotesi viene giudicata più plausibile. C'è da capirlo. Ogni crimine mafioso a Palermo ha un ospite fisso: la talpa. Giuseppe Sole, mi fa notare che la madre si recava in casa del magistrato abbastanza frequentemente. Per abitudine? Motivi di sicurezza?
Gli assassini confidavano sulla volontà del magistrato di vedere la madre alla vigilia di una partenza per la Germania o quando lo stato di salute lo richiedesse. Più che su una consuetudine di incontri, hanno fatto assegnamento sui comportamenti di Paolo Borsellino. Il magistrato infatti non comunicava le sue intenzioni nemmeno alla scorta. Questa circostanza la conferma Pippo Tricoli, colui che ebbe in casa Paolo Borsellino domenica: «Lasciando la mia casa, non mi disse dove stava andando», racconta Tricoli. Ma c'è la telefonata verso le 13; una telefonata della madre (o alla madre?), alla quale è legata la decisione di Paolo Borsellino di recarsi in via D'Amelio. L'auto - una Fiat 126 - carica di plastico verrà parcheggiata accanto allo stabile della sorella Rita, soltanto quando gli assassini hanno la certezza della visita, cioè circa cinque ore prima dell'attentato. Non possono correre il rischio che rimanga lì troppo a lungo; potrebbe essere notata.
E se gli spostamenti del giudice fossero stati segnalati da una talpa? La «talpa» avrebbe potuto annidarsi in un luogo vicino allo stabile della madre o fra i frequentatori non necessariamente abituali delle due famiglie. L'informazione iniziale – la prossima partenza per la Germania, malessere della madre - fa scattare l'operazione; alla talpa o alla intercettazione telefonica è affidato il compito di precisare l'ora della visita. Pochi minuti prima delle 17 Paolo Borsellino e la scorta giungono in Via Mariano D'Amelio n. 19. Le misure di sicurezza non prevedono il divieto di parcheggio né la rimozione dei veicoli o il controllo preventivo delle auto in sosta. Non prevedono che Via D'Amelio sia “vietata” al magistrato.
L'emergenza, l'estremo pericolo, la condanna a morte non hanno modificato la qualità della protezione. Eppure Via D'Amelio è uno dei luoghi in cui l'agguato può avere successo: qui Paolo Borsellino è un bersaglio sicuro. L'attentato può essere preparato accuratamente ed eseguito senza ostacoli. Il magistrato scenderà dalla sua auto, percorrerà alcuni metri, attraverserà l'uscio, la portineria per raggiungere l'ascensore. Tutto prevedibile. Movimenti che possono essere osservati da chiunque abiti il piano alto di un edificio, perfino dal Castello Utveggio di Montepellegrino. Uno, due cecchini e per Borsellino sarebbe stata la fine. Nelle stesse ore in cui Borsellino va a visitare la madre in casa della sorella Rita, l'ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando vive in un bunker a Roma.
I servizi di sicurezza lo hanno prelevato a casa in seguito alle rivelazioni di un pentito, consigliandogli di rimanere nella capitale e dì alloggiare in una caserma della Polizia. Perché a Orlando viene vietata la Sicilia, o comunque sconsigliato di lasciare Roma e Paolo Borsellino può raggiungere la casa della sorella per visitare la madre, dove non è stata istituita nemmeno una zona di rimozione? Di domande potrei farmene tante, in verità. I giornali raccontano mille storie, ma tutte insieme non ne fanno una che abbia una logica plausibile. C'è un episodio, curioso, che merita di essere raccontato. Una donna, conosciuta da Borsellino nel 1985, appresa la notizia dell'attentato telefona ad un amico sensitivo, dal quale riceve un messaggio: «Avverrà presto. Procuratore andrà da parenti con le sue sentinelle. Sparì. Sangue. Agrigento».
Perché telefona? L'amico sensitivo l'ha informata già il 13 o 14 luglio dell’imminente attentato al magistrato. «Agguato. Procuratore e le sue sentinelle. Agrigento. Spari». La donna, ricevuto il breve messaggio, informa i funzionari della squadra mobile. Ventiquattrore prima della strage. L'episodio andrebbe archiviato. La città di Agrigento viene richiamata due volte. Perché nei due messaggi c'è questa indicazione? La risposta può venire dal viaggio in Germania che Paolo Borsellino si preparava a compiere lunedì 20 luglio, per interrogare un uomo sospettato di avere partecipato all'esecuzione del giudice Rosario Livatino nella superstrada di Canicattì-Agrigento. Più che suggerire un'indagine sull'attendibilità del sensitivo, l'avvertimento della donna suggerisce una verifica. Il superpentito ascoltato da Borsellino sette o dieci giorni prima della strage aveva tracciato la nuova mappa delle cosche? La struttura regionale di Cosa Nostra affidava un ruolo primario alla mafia agrigentina? Alla famiglia Caruana-Cuntrera, i cui capi sono residenti in Canada e Sud America, da dove gestiscono i loro affari, mantenendo i collegamenti siciliani. «Borsellino aveva capito tutto», afferma il pentito Calcara.
«Sapeva che stavano preparando I’autobomba anche per lui». Sapeva dei Cuntrera e dei Caruana? Gli era stato raccontato tutto sugli affari di Cosa Nostra in Germania? «Com'è che nessuno si occupa dei Cuntrera e dei Caruana», mi fa osservare l'ex carabiniere, con l'aria di chi sa molto e vuole tenerselo per sé. «Non so ... che ne pensa?», domando. «La mafia agrigentina è molto solida ... Dietro ci sono proprio loro...», mormora. «E Riina?» «Riina? Cerca di farsi largo. Forse ha già un piano per fotterli ... Basta un pentito! Il capo deve avere una sponda nella polizia, nella magistratura o nella politica. Se non ha nessuno è morto. E stato sempre così, Perfino Ciccu Di Cristina, il padre di Peppe Di Cristina, che fu confidente e venne ammazzato, andava a raccontare tutto al maresciallo dei carabinieri... Tutto per modo di dire. Diceva quello che gli conveniva sul conto dei suoi nemici. Il maresciallo faceva la sua bella retata e quando c'era la disgrazia, quando moriva qualcuno che non aveva rispettato il capo, chiudeva tutti e due gli occhi. Non si può avere tutto. Vuoi la pace? Devi pagarla, lasciando vivere o morire».
«Borsellino, invece... ». «Borsellino, Borsellino ... Qualcuno gli aveva confezionato un pentito, come faceva Ciccu ai suoi tempi in prima persona. Per carità, tutto vero. L'uomo d'onore deve dire la verità ...». «Sciocchezze ...». «Probabilmente. Ma il pentito ha famiglia. Non può seppellirla, deve farla campare. Ogni parola sua è un colpo in canna». «Comunque sia, è il risultato che conta». «Giusto, ma il risultato è che hanno ammazzato Borsellino. E il piano dei nemici delle famiglie agrigentine è andato all'aria...». Non potei dargli torto. Il 27 luglio, lunedì, alle 21 appresi dal telegiornale che la telefonata del magistrato alla madre sarebbe stata intercettata attraverso la centralina esterna della Sip. Verso le 13, gli assassini seppero quel che c'era da sapere, parcheggiarono l'auto al plastico e stettero ad aspettare all'interno di un giardinetto abbandonato, a pochi metri dall'ingresso al numero 19 di Via D'Amelio. Nessuno vide nulla. Nemmeno il metronotte Vincenzo Sanna vide niente sul suo monitor di servizio, all'interno dei locali dell'esattoria comunale, ubicata a piano terra dello stabile.
Un nome viene segnalato alla polizia italiana dai tedeschi: Cristoph Seidler, da anni ricercato. E’ l'artificiere della Raf, sigla storica del brigatismo rosso tedesco. Seidler preparò la bomba di 50 chili che fece saltare la Mercedes blindata del Presidente della Deutsche Bank, Alfred Herrhausen, il 30 novembre 1990. Quattro anni prima, il 9 luglio 1986, Seidler fece esplodere l'auto del manager della Siemens Karl Heinz Benckurts. In entrambi gli attentati, estrema cura e precisione dell'artificiere, uso di strumenti sofisticati, i congegni fotoelettrici. Un mago insomma, scomparso nel nulla. La pista tedesca - dicono - porta agli assassini di Rosario Livatino, il giudice di Agrigento ucciso in un agguato. Ma è proprio sicuro che porti «solo» a questo episodio? Ricordo le parole di Borsellino: c'è finalmente la possibilità di sapere tutto sulla mafia di oggi. Che cosa è Cosa Nostra, oggi? Quali alleanze ha contratto? Chi tira le fila della strategia della tensione? A chi è stata affidata la trama terroristica?
Le modalità di esecuzione del crimine in Via D’Amelio confermano che la mafia ha scelto il terrorismo: lo prova l'esplosivo che ha causato il massacro. Sarebbero bastati due cecchini, forse uno solo, per colpire Paolo Borsellino senza provocare la carneficina. L'attentato al plastico è più sicuro? Forse, ma non lo è dopo. Il massacro provoca allarme diffuso, crea forte dissenso, pretende forti misure di repressione. Tutto questo è noto agli attentatori, eppure non fa loro cambiare idea. E allora? L'esplosivo è una scelta «politica».
Per mesi, costantemente, mi sono proposto di esaminare la documentazione ricevuta da Salvatore Amendolito, uno degli uomini chiave della pizza-connection. I suoi plichi, spediti da Washington, hanno depositato sulla mia scrivania e negli scaffali note biografiche, memorie investigative, documenti e certificazioni. Gli eventi non mi hanno lasciato tempo. E le carte si sono ammucchiate in buon ordine senza che potessi dare uno sguardo, seppure superficiale, sul loro contenuto. Tuttavia il mio interesse per la tesi di Amendolito - la mafia ha dichiarato guerra allo Stato perché lo Stato ha adottato leggi speciali - è cresciuto giorno dopo giorno. Ciò è avvenuto per via del fatto che le più alte cariche dello Stato, magistrati e poliziotti, hanno ammesso di trovarsi di fronte ad una strategia terroristica della mafia.
E c'è chi ha sostenuto che questa strategia mirasse proprio a mettere in ginocchio lo Stato e farlo recedere dalla sua decisione di adottare un doppio regime giudiziario, uno per i mafiosi, l'altro per i delinquenti comuni. La credibilità della tesi di Amendolito è aumentata grazie anche alle qualità dei crimini, che non lascia dubbi sul fatto che Cosa Nostra abbia scelto il terrorismo per combattere lo Stato. Se agisca per conto terzi e si ponga alcuni obiettivi piuttosto che altri, è questione diversa. Non credo di essere un interlocutore privilegiato di Amendolito; sono certo anzi che egli abbia cercato di parlare con altri giornalisti con alterna fortuna.
Non capisco perché goda di così scarso credito dal momento che un esercito di pentiti ha fatto irruzione nei giornali e le televisioni. Una ipotesi? Amendolito si definisce «un uomo che non si fa controllare da nessuno». Non so se sia vero, ma sono persuaso che, per esempio, egli non sia controllato dai nostri servizi. E i pentiti che parlano, rilasciano interviste e vengono interpellati alla stregua di consulenti sono tutti dentro il programma di protezione dei collaboratori di giustizia. Amendolito è un pianeta sconosciuto di una galassia sconosciuta. E propone i rischi di ogni esplorazione. Ho ricevuto pressanti inviti a lasciar perdere e a fare il mio mestiere che è quello del giornalista, e non dell’investigatore, ma io non mi sento affatto un detective, mi guardo attorno e leggo tutto ciò che ho sotto gli occhi con attenzione. Magari metto in fila i fatti, le voci, le illazioni e non mi accontento di ciò che vogliono farmi sapere o farmi credere.
Diffido, questo sì, e pretendo di capire. In più, nessuno è mai riuscito a convincermi che fare il mestiere del giornalista significhi raccontare ciò che altri vogliono per giunta con l'entusiasmo di chi scopre ogni giorno la verità. Se non si dispone di santi nelle stanze in cui si confeziona l'informazione, bisogna ingegnarsi. Si scoprono tante cose leggendo le carte che nessuno legge, ascoltando gli uomini che nessuno ascolta, dando importanza ad episodi trascurati e trascurabili. Dispongo di elementi che non ricevono attenzione e mi sono affezionato ad essi, come si fa con gli emarginati. Di queste idee parlo con Pippo Morina, ex cronista giudiziario dell'Ansa, passato alla cronaca politica, e questi mi rimprovera di essere sulla cattiva strada. «Quando fecero irruzione nella raffineria di eroina di Gerlando Alberti, u paccarè, non trovarono un grammo di droga» mi racconta Morina con aria divertita. «C'erano solo gli alambicchi, tutto il necessario per lavorare la materia prima.
Gli misero le manette e gli contestarono il reato di commercio di sostanze stupefacenti... E lui, allora, pretese che fosse aggiunto il reato di stupro... Perché? domandarono. Alberti, pronto, rispose: Come perché? Perché ho l'attrezzatura". Era la metafora di qualcosa? Non lo compresi e non domandai nulla. Mi sentii un imbecille. Amendolito parla per conto della mafia? È un agente Fbi under-cover? Lavora per conto della Procura distrettuale americana? Non so, certo ha l'attrezzatura per stare dall'altra parte... È utile usare le sue informazioni? Lo è se gli impedisco di usarmi. Ho raccolto i documenti di Amendolito e ordinato le notizie che egli mi ha dato per telefono.
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