Le carte profetizzano eccidi, denunciano intrighi, sospettano insospettabili, descrivono un mondo complesso, labirintico. Al quale però non si può sfuggire, se vuoi cercare di capire. Avevo cercato, in coscienza, di non entrarvi, suggerendo a Salvatore Amendolito, il pentito della celebre indagine sulla “pizza connection”, di prendere contatto con un cronista romano. Volevo tagliare il cordone ombelicale, senza perdere il collegamento. Mercoledì 27 maggio - quattro giorni dopo la strage di Capaci - Amendolito rivelò all'Europeo, in una conversazione telefonica, che quello di Falcone non era un omicidio isolato. «E’ cominciata una vera e propria guerra di mafia. Siamo solo all'inizio. E questo nessuno l'ha capito».
«E a che livello la mafia potrebbe colpire?», chiese Sandro Provvisionato, il cronista dell’Europeo.
«La mafia vuole rendere il sistema giudiziario siciliano ingovernabile”, spiegò Amendolito, “ È da un anno che sta organizzando quella che io chiamo guerra civile e le guerre si fanno con due strumenti: i mezzi militari e lo spionaggio. Per i primi non c'è problema, la mafia ne ha a disposizione in grande quantità. In quanto allo spionaggio, la mafia ha infiltrato le istituzioni italiane a tutti i livelli».
«Le ho chiesto a che livello, secondo lei, la mafia colpirà?».
«Vedremo cadere Borsellino e poi un sacco di uomini in Sicilia».
«Uomini in Sicilia?».
«Sì, intendo soprattutto magistrati, finché nessuno avrà più voglia di sedersi sulla poltrona di procuratore e neanche su quella di superprocuratore...».
Questa intervista, concessa il 27 maggio, fu pubblicata solo il 21 luglio, dopo il massacro di via D'Amelio. Borsellino era stato ucciso.
«Come lei aveva previsto...» gli ricordò Provisionato.
«Continueranno a colpire i magistrati siciliani - ribadisce Amendolito – Il loro scopo è terrorizzare la magistratura siciliana...».
«Con quale obiettivo?».
«Il caos in Sicilia e il ritiro del decreto anti-crimine a Roma. E poi liberare i detenuti della mafia».
«Come?».
«Non vorrei passare per uno che dà consigli alla mafia. Ma mi aspetto qualcosa come la presa dell'Ucciardone o delle carceri dove sono detenuti i mafiosi».
«Non le sembra eccessivo?».
«Niente affatto. Bisogna tenere presente che nella guerra in atto la mafia ha sicuramente avuto il benestare delle altre mafie, mi riferisco in particolare alla 'ndrangheta e a quella parte della camorra legata a Cosa Nostra. Che presto entreranno in azione».
«E lo Stato come dovrà reagire?».
«Ha due possibilità. O l'assedio dell'intera Sicilia e poi dell'intero Sud, cosa assolutamente impossibile. O trattare, scendere a patti con la mafia».
Il 23 o il 24 luglio il governo italiano decise di mandare l'esercito in Sicilia, l'Ucciardone venne posto sotto sorveglianza speciale, alcuni detenuti trasferiti. In due rapporti del Raggruppamento operativo dei carabinieri, furono indicati gli obiettivi di Cosa Nostra. Borsellino apriva la lista nel primo rapporto; nel secondo c'erano cinque possibili bersagli, tutti magistrati antimafia.
La preveggenza di Salvatore Amendolito era un elemento su cui riflettere. Mi feci molte domande, a cominciare dalla prima, la più importante, quale fosse il suo interesse reale, per conto di chi stesse lavorando, quali obiettivi si fosse posto e che cosa gli serviosse parlare con me e con altri giornalisti.
Mi parve improbabile che ricevesse a Washington informazioni tanto precise da permettergli delle analisi accurate da richiedere collegamenti organici. Esposi le mie perplessità a Sandro Provisionato e convenimmo che il personaggio andava ridimensionato. Non è che sapesse molte cose, sole che ve sapeva vendere quel poco che sapeva. Che Paolo Borsellino fosse l'uomo da colpire erano convinti tutti. Che si volesse mandare l'esercito in Sicilia, era noto a molti. Restava, comunque, da chiarire un aspetto: Salvatore Amendolito risiedeva a Washington e nei suoi discorsi mostrava competenza e conoscenza invidiabili sui fatti siciliani. Sta dietro ogni evento, talvolta lo anticipa, riflettemmo. Cerca i contatti ed i collegamenti con la stampa italiana e con la magistratura italiana. E rischia al punto da farsi processare per calunnia, illustrando una tesi audace e poco credibile, come la connivenza con la mafia di due magistrati svizzeri, uno dei quali, la signora Carla Del Ponte, si è conquistata la fama di unico magistrato antimafia della Confederazione e donna inflessibile ed al di sopra di ogni sospetto.
Amendolito, inoltre, sosteneva di non avere più la copertura degli agenti Fbi, né i contributi federali. Chi garantivae la sua sicurezza? Ricordai quanto mi aveva detto a telefono: «Non osano uccidermi. La mia morte sarebbe un omicidio eccellente, con costi troppo alti per Cosa Nostra... Non è come in Italia. Qui Cosa Nostra non uccide poliziotti e magistrati...».
Ma lui non era né un poliziotto né un magistrato. E allora?
Amendolito aveva spiegato i motivi della guerra scatenata da Cosa Nostra con memoriali, rapporti e lettere nel 1990 e 1991. Si era esposto al punto da consigliare allo Stato di «riconsiderare» la legislazione speciale, prendendo di fatto le parti di Cosa nostra. «Se si ritorna alle garanzie costituzionali finiscono i delitti», affermò in più di un’occasione fra un discorso e l’altro.
Un messaggio chiaro di Cosa Nostra o l'analisi di un uomo che conosce da vicino il crimine organizzato e vivendo l'esperienza americana attribuisce più rilievo agli strumenti di prevenzione e repressione del crimine, piuttosto che all'abolizione di alcune garanzie costituzionali?
Affrontare l'enigma Amendolito significò «entrare» nel cuore della multinazionale del crimine.
Per potere procedere oltre, dovetti considerare le carte che possiedo, come risposte possibili ai quesiti che Cosa Nostra propone con la sua stagione golpistica. Misi, perciò, in fila i propositi, i dubbi, segnalai le ambiguità e le contraddizioni, indicai i sospetti, cercai possibili verifiche. Il metodo, anzitutto: se devo trarre risposte dai documenti, mi dissi, essi vanno interrogati. Nascondono intenzioni, omettono fatti, contengono falsità? È indispensabile inseguire Amendolito nel suo percorso di testimone privilegiato d'oltreoceano scavando nel suo passato.
Un magistrato della Procura mi ha riferito che fra le sue attività, ce n'è una assai singolare: esportatore di pesce dagli USA in Sicilia! Salvatore Amendolito lavorava per conto di Cosa Nostra, negli anni in cui creò la società di export. Poi contribuì all'annientamento del narcotraffico legato alle pizzerie italiane con testimonianze che inchiodarono i boss mafiosi e divenne un agente Fbi sotto copertura. Infiltratosi tra i colletti bianchi dell'organizzazione mafiosa e mandato in Svizzera allo scopo di scoprire i traffici illeciti del mondo della finanza clandestina, fu arrestato per non avere pagato il conto dell'albergo e tenuto in carcere per trenta giorni. Un cumulo di stranezze.
Alcune informazioni dei pentiti lo descrivono come un uomo di Cosa Nostra e la magistratura svizzera ci crede. Salvatore Amendolito accusa i magistrati svizzeri delle sue disgrazie, vantaggiose per Cosa Nostra e soprattutto per Leonardo Greco, boss di Bagheria, condannato a venti anni nel processo «pizza connection».
“Hanno cercato di uccidermi in Svizzera ed hanno tentato di farlo in Italia, se la richiesta di estradizione fosse stata approvata dagli USA - scrive Amendolito -. E la giustizia italiana mi ha condannato per le testimonianze che ho reso negli USA nel processo pizza connection, come collaboratore della Corte distrettuale che mi aveva assicurato l'immunità, se avessi detto la verità».
Consulente finanziario, amico dei boss, agente del governo americano negli ultimi anni tenta di accreditarsi come un esperto di mafia. «Non sono mai stato mafioso, perciò non sono un pentito - sostiene -.Ecco, sono un collaboratore della giustizia...». Per trenta mesi, infatti, fu retribuito dalla polizia federale americana. Poi il carcere in Svizzera, la condanna a Roma per il riciclaggio di denaro sporco e il rinvio a giudizio per calunnia a Caltanissetta per le sue accuse alla magistratura svizzera dopo il fallito attentato dell'Addaura.
Per chi lavorava? Qual’era la sua vera attività?
Mi parve essenziale, a questo punto, analizzare i memoriali spediti il 24 aprile 1991 al Presidente del Consiglio, onorevole Giulio Andreotti, e il 23 marzo 1992 a Bettino Craxi. Questi documenti mi furono spediti in copia il 25 maggio 1992 dallo stesso Amendolito, due giorni dopo la strage di Capaci. Il plico conteneva anche un memoriale di ben 31 pagine inviato a Giovanni Falcone il 23 febbraio 1990. Esso raccontava gli intrighi, le trappole, le congiure che sarebbero state perpetrate ai danni di Amendolito, illustra con straordinaria precisione il ruolo nefasto delle banche svizzere nel riciclaggio del denaro e denuncia «il sabotaggio delle attività investigative» da parte di magistrati svizzeri, agenti Fbi, funzionari di polizia.
La parte più importante del memoriale riguardava «il contrattacco della mafia alle istituzioni italiane»: «...iniziò immediatamente dopo le prime applicazioni della legge anti-mafia, allorquando tanto l'accusa quanto i tribunali anti-mafia, chiamati a giudicare gli accusati di reato mafioso, credettero di aver ricevuto il mandato di togliere dalla circolazione chiunque fosse in odore di mafia. Per dirla con la Corte Suprema di Cassazione i tribunali italiani operarono in un clima antirivoluzionario e basarono i loro giudizi sul sentito dire e sulla reputazione degli accusati. Durante la mia detenzione al carcere “La Stampa” appresi che era stato identificato un nuovo tipo di ricatto basato sulla seguente intimidazione: se tu non fai ciò che ti chiedo, qualcuno ti indicherà quale correo in un reato di mafia, così come è accaduto a Enzo Tortora. Io credo che il solo metodo per difendere la società da un simile attacco sistematico sia quello di rendere il sistema giudiziario italiano impermeabile a qualsiasi infiltrazione disinformante. Siamo vittime di un sistema sbagliato che intende combattere la felina capacità di adattamento dell'imprenditore mafioso attraverso un sistema burocratico vetusto ed inefficiente...Sono lieto che la Suprema Corte costituzionale abbia posto un freno all'attività di polizia svolta dalla magistratura negli anni passati, perché quel rifiuto obbligherà ora la classe politica a confrontarsi con la vera realtà delle cose. Benché il problema della mafia in Italia sia cresciuto a dismisura, non è più appannaggio esclusivo del nostro Paese. La mafia di oggi è imprenditoria internazionale».
Della lettera indirizzata ad Andreotti, il 14 aprile 1991, Amendolito avverte che la mafia si appresta a dare battaglia allo Stato servendosi del terrorismo. Egli non specifica se si tratti di un'alleanza o dell'utilizzazione di uomini del terrorismo da ingaggiare per le azioni eversive. «Le invio questo rapporto, già preannunciato all'Alto Commissario Antimafia, per renderla edotta di alcune deduzioni in materia di mafia che, se fondate, potrebbero contribuire a scongiurare un complotto fra mafia e terrorismo ai danni dello Stato. L'ipotesi che la mafia si appresti a dare battaglia allo Stato è legittimata dall'inatteso proliferare di atti di terrorismo, veri e simulati, verificatisi in diverse città d'Italia e proprio in coincidenza con la recente svolta di politica giudiziaria governativa ai danni della mafia. L'idea che la mafia si prepari a tanto non è nuova. Essa si fece strada nella mia mente all'indomani dell'attentato ai danni del giudice Giovanni Falcone (Addaura - 20 giugno 1989), che le autorità giudiziarie italiane si ostinano a considerare autentico. E se le mie deduzioni di allora non raggiunsero mai il prefetto Sica fu soltanto perché le stesse autorità ostacolarono i miei sforzi».
«L'atto terroristico che mi ha rievocato quelle memorie è la recente simulazione di attentato ai danni del vecchio Palazzo di giustizia rivendicato da un non meglio identificato “Movimento Rivoluzionario”. Io credo che quella simulazione sia il messaggio conclusivo inviato dalla mafia alle istituzioni, una specie di definitiva dichiarazione d'intenti. A convincermi di ciò sono due fattori: il minaccioso segnale e l'obiettivo prescelto, il “Palazzaccio”, simbolo inconfondibile dell'istituzione giudiziaria italiana».
«I fattori che suggeriscono che sia la mafia a celarsi dietro la sigla “Movimento Rivoluzionario" sono due: 1) si tratta di una denominazione apparsa una volta soltanto nella storia del terrorismo italiano recente e anche quella volta si trattò di un attentato dimostrativo ai danni dell'autorità giudiziaria romana (marzo 1989 - piazzale Clodio); 2) tutte le simulazioni da me considerate sono portatoci di un messaggio inconfondibile: Siamo in grado di colpire lo Stato quando, dove e come vogliamo: disponiamo della capacità, della penetrazione e dell'efficienza necessarie. A ciò si aggiunga il fatto che la sigla “Movimento Rivoluzionario” si addice tanto al ruolo di coordinatore apolitico che la mafia potrebbe aver assunto nei confronti delle varie fazioni terroristiche quanto al trattamento giudiziario subito dalla stessa fin dal 1982, data di entrata in vigore della legge antimafia. Ove le mie ipotesi siano fondate sarebbe logico attendersi che il “Movimento Rivoluzionario” si prepari a colpire il Paese con una serie di attentati da essere eseguiti a breve scadenza, posto che la legge interpretativa sulle carcerazioni preventive sia già stata promulgata. Ciò che resta di difficile determinazione è il ruolo che la mafia sceglierà di assumere nei confronti dell'opinione pubblica. Essa potrebbe decidere per un atteggiamento di sfida, oppure potrebbe ritardare l'identificazione. In ogni caso a me sembra che lo scopo fondamentale di questa operazione sia quello di trasformare la Sicilia in una zona extraterritoriale”.
(Continua)