"Per comprendere le motivazioni della mafia sulle stragi di Capaci e Via D’Amelio bisogna cominciare dall'Addaura. In quell'attentato, preparato con breve preavviso ma con largo dispiego di mezzi, leggo un atto intimidatorio decifrabile soltanto dai diretti destinatari, il giudice Falcone ed il Pool antimafia. Se l’intimidazione rimase improduttiva fu soltanto perché essa rivestiva un valore meramente simbolico. L’attentato al giudice Falcone avrebbe rischiato di raffreddare il vento di liberalità di cui il nuovo codice di procedura penale era portatore, oltre che smorzare l'effetto delle direttive legittimiste dalla Corte Suprema sulle corti di merito. Ma quando il Governo fece proprie le tesi del giudice-poliziotto la mafia non fu più disposta a pazientare".
Il 23 marzo 1992, a due mesi dalla strage di Capaci, l’ex collaboratore di giustizia italo americano Salvatore Amendolito – uomo-chiave dell’inchiesta pizza connection -scrive una lettera al segretario del Psi Craxi e gli invia copia del memoriale trasmesso ad Andreotti. Stavolta il messaggio è più chiaro: la mafia non vuole Giovanni Falcone ai vertici dello Stato. Ed è disposta a tutto pur di evitare questa eventualità.
«Io credo", scrive Amendolito, "che già nell'estate del 1989 (la famosa estate dei veleni) la mafia fosse sul punto di dar fuoco alle polveri ma poi il progetto fu rinviato”, “Esso fu rispolverato circa un anno fa e precisamente con l'arrivo del giudice Giovanni Falcone alla direzione degli Affari penali del ministero di Grazia e giustizia...
“A mio parere il conflitto aperto dalla mafia può essere brevemente riassunto nei seguenti termini: lo Stato di diritto ci persegue con metodi rivoluzionari e noi rispondiamo facendo la rivoluzione. Questa teoria, da me elaborata nel primo documento, raggiunse il Governo all'indomani della promulgazione della legge sulle carcerazioni preventive, legge che violava i principi fondamentali della giustizia democratica.
“Quel provvedimento inviò alla mafia un sinistro segnale: i metodi reazionari dell'Antimafia avevano fatto breccia nel Palazzo del Governo. Per raffreddare i bollori della mafia io suggerii che il Governo rientrasse nel binario della legittimità, ma la sola risposta che ricevetti fu una critica del presidente Cossiga alle leggi speciali. Ma anche quel segnale fu presto travolto dall'incalzare dell'azione del giudice Falcone...
“A me sembra che i più recenti messaggi terroristici inviati dalla mafia alle istituzioni (ed in particolare l'assassinio dell'onorevole Salvo Lima) abbiano un significato univoco e convergente: O la smettete di fare demagogia giudiziaria, o getteremo il Paese nel caos.
“È difficile sapere se la mafia intenda davvero portare un attacco al cuore dello Stato prima del 5 aprile ma io credo che il solo modo per prevenire una simile iniziativa consista nel mandare alla Direzione Nazionale Antimafia un giudice dalle mani pulite e subito. Ciò che mi ha più sorpreso in questa vicenda è stata l'incapacità del giudice Falcone di comprendere le motivazioni della mafia ed il rischio al quale ha fin'ora esposto l'incolumità propria, quella delle forze dell'ordine e quella dei propri sostenitori».
Fin qui Amendolito. Facciamo un passo indietro. Fra il mese di ottobre del 1991 e gennaio dell'anno successivo, il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta, Bongiorno, riceve ben quattro lettere. Le accuse di Amendolito alla magistratura svizzera contenute nei memoriali sono già oggetto di una inchiesta per calunnia. Bongiorno attende Amendolito a Caltanissetta per interrogarlo. «Non verrò, avverte Amendolito. La polizia italiana, cui spetta di proteggermi, è inaffidabile. Non sono stato ucciso perché questo danneggerebbe i miei nemici, a causa della pubblicità che il mio assassinio provocherebbe sul sistema delle connivenze internazionali».
Quali connivenze?
E fra chi?
Amendolito si definisce «uno scomodo censore delle collusioni che si sviluppano all'ombra del segreto bancario svizzero».
Chi lo ostacolerebbe?
«Il sistema anticrimine non vuole fare conoscere le collusioni con la mafia in territorio elvetico...».
Ventuno giorni dopo, l'8 novembre 1991, in un'altra lettera al giudice Bongiorno, Amendolito denuncia interferenze sul processo di Caltanissetta, il comportamento contraddittorio e la conflittualità interna della polizia federale americana. L'organo di cui si fida è l'U.S. Customs Service, la polizia doganale. Negli scritti successivi fa il nome di infiltrati della mafia fra i collaboratori di giustizia, racconta l'intrigo che avrebbe favorito il boss Leonardo Greco attraverso una iniziativa giudiziaria elvetica. Le sue argomentazioni non persuadono però la magistratura italiana e Amendolito cerca di vendicarsi di quei giudici che l'hanno coinvolto nell'inchiesta sul riciclaggio.
Sono tre, comunque, i punti fermi di Amendolito: l'attentato dell'Addaura apre la campagna terroristica; Cosa Nostra risponde con le armi alla legislazione anticrimine e alla svolta sul garantismo della Corte di Cassazione; la multinazionale del crimine non tollererà mai che alcuno acceda ai santuari svizzeri.
In una delle conversazioni telefoniche, infatti, Amendolito mi ha detto: «I criminali sono tutti uguali, vanno trattati allo stesso modo, secondo le regole... La mafia accetterà di perdere se vengono rispettate le regole... Sono stato in galera, so come ragionano: il nostro rischio lo corriamo, dicono; se ci mettete in galera rispettando la legge, paghiamo; se lo fate con la forza, allora... L'omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa? Fu provocato anche dai poteri speciali che il generale pretendeva... I mafiosi temono di andare in carcere sulla base del sentito dire...».
La scelta terroristica, secondo Amendolito, sarebbe stata inaugurata dal fallito attentato dell'Addaura: «Non si capisce ciò che sta avvenendo se non si indaga sull'Addaura».
Perché l'Addaura?
L'episodio offre un buon pretesto ad Amendolito per accusare i suoi nemici elvetici di favorire la mafia, ma nulla induce a ritenere che esso promuova la strategia rivoluzionaria della mafia. L'assassinio di due magistrati nell'area agrigentina nell'88 e nel '90, lo dimostra.
«Che succederà?», chiesi ad Amendolito nel corso di una conversazione telefonica il 26 luglio 1992.
«Uccideranno quattro magistrati a Palermo... Poi chi ci va in Procura? È guerra. Cerchi di ricordare... Ci sono stati morti inspiegabili fra i poliziotti ed i carabinieri. È la strategia rivoluzionaria della mafia».
Ricordai la deposizione di Totuccio Contorno alla Commissione antimafia in gennaio del 1989: «Bologna e Firenze sono in mano ai corleonesi».
Proprio a Bologna si era verificata la strage di carabinieri. Inspiegabile, brutale, apparentemente priva di movente.
Amendolito scrive il 30 giugno 1989, nove giorni dopo l'attentato dell’Addaura, un memorandum in lingua inglese. Destinatario? «Chiunque possa essere interessato». Oggetto: «tentato omicidio da parte della mafia contro il giudice Giovanni Falcone». Svolge una indagine ben costruita che parte da alcune premesse credibili e giunge ad alcune deduzioni parzialmente condivisibili: «Nonostante gli sforzi del Governo italiano ed il dispiego delle forze di sicurezza, la mafia può raggiungere il giudice Falcone a suo piacimento, ma allo stato attuale essa non ha interesse a farlo».
A cinque giorni dall'attentato, Amendolito fa una ricostruzione dei fatti minuziosa, quasi un rapporto di polizia. «Mercoledì 21 giugno 1989, alle sette del mattino una sacca blue piena di circa 50 libbre di dinamite fu trovata sulla spiaggia davanti la casa a mare di Giovanni Falcone. La sacca era chiusa e la dinamite era collegata ad un timer programmato per esplodere alle 2,00 del pomeriggio dello stesso giorno. Un monitor di controllo fu trovato in un canotto ancorato nelle vicinanze, al largo. La quantità di esplosivo contenuto nella sacca era sufficiente per eliminare la vita tutto intorno. Il raggio di potenziale distruttivo era di circa 300 piedi: un raggio che includeva la casa del giudice Falcone oltre a parecchie altre case sul mare».
«Il commando siciliano che mise in atto la preparazione della bomba era composto da diversi individui. Nessuno di loro prese precauzioni al fine di evitare un'identificazione. Il commando operò tra le 11,00 del mattino e I’1,00 del pomeriggio di martedì. All'1,00 del pomeriggio si allontanò, dopo avere lasciato: a) la sacca sulla spiaggia, apparentemente senza sorveglianza; b) il canotto ancorato ad uno scoglio nel raggio di distruzione della bomba; e) un numero di testimoni (molto scossi più tardi) che l'esplosione avrebbe certamente ucciso».
«Il giudice Falcone non è il proprietario della casa al mare. Egli l'aveva affittata alcune settimane prima con lo scopo di trascorrervi l'estate con la famiglia. Per ragioni di sicurezza il giudice Falcone evita di scendere al mare. Quel giorno però stava pensando di fare un'eccezione. Alle 2,00 del pomeriggio precise egli doveva essere sulla spiaggia in compagnia di due ospiti: la signora Carla Timbal Del Ponte ed il signor Claudio Lhemann, due giudici svizzeri che si trovavano a Palermo per un viaggio di lavoro.
“La visita dei due funzionari svizzeri alla villa del giudice era stata concordata a Lugano in precedenza, ma nessuno tra i collaboratori del giudice Falcone ne era a conoscenza. A causa di imprevedibili ritardi subiti dai funzionari svizzeri, il gruppo di giudici non fu in grado di lasciare l'ufficio del giudice Falcone. Così la gita alla casa al mare fu rimandata al giorno successivo. Quando nella serata di quel martedì il giudice Falcone fece ritorno a casa, la squadra di polizia notò a riva la sacca ed alcuni accessori per il nuoto. Ma non li controllò perché ritenne che appartenessero ad un nuotatore che li aveva temporaneamente lasciati lì. Il giudice Falcone che non era a conoscenza del fatto, si ritirò con la sua famiglia nella casa. Il mattino successivo la sacca fu notata ancora e le investigazioni di polizia cominciarono».
“Il giudice Falcone fa menzione degli esplosivi che erano stati rinvenuti in acqua. ?Non fa alcun riferimento alla sacca blu. Gli altri indicarono la sacca blu senza accennare agli esplosivi sommersi... Il giudice Falcone fu perciò esposto agli effetti della dinamite per l'intera notte. Questa considerazione ci libera dal primo equivoco di base: la presenza fisica di Falcone sulla spiaggia non era un elemento indispensabile per l'omicidio. Se vogliamo essere logici dobbiamo ammette re che l'appuntamento delle 2,00 con gli altri giudici non era il tempo reale dell'operazione, a meno che non si presuma che il bersaglio della mafia fossero i giudici svizzeri».
«Tra l'l,00 e le 2,00 del pomeriggio il gruppo di giudici decise di rinviare la gita al mare. Quasi simultaneamente il commando lasciava la spiaggia dopo avere regolato il timer sulle 2,00 del giorno seguente. Se questo è un fatto, non abbiamo che due alternative per formulare le seguenti deduzioni: a) l'informatore che passò la notizia al commando circa l'aggiornamento della gita al mare doveva essere una presenza fisicamente vicina al giudice Falcone nel momento in cui fu presa la decisione. Quella presenza doveva anche essere in grado di comunicare con il commando via radio; b) nessuna informazione fu passata al commando, giacché il piano originario prevedeva l'esplosione per mercoledì.
“Ma una posticipazione della gita al mare non avrebbe prodotto un cambiamento nei piani dell'operazione. Ciò è evidente se si considera che il giudice Falcone avrebbe potuto essere ucciso in qualunque momento dopo il suo ritorno a casa quella stessa sera. E’ verosimile che quando la bomba fu trovata, essa era disattivata perché: a) è difficile credere che la bomba poteva essere lasciata sulla spiaggia per tante ore alla mercé di qualunque bagnante che avrebbe potuto farla esplodere per caso nel lasso di tempo; b) non è verosimile che il commando lasciasse la scena senza predisporre alcune sorveglianze. Se questa supposizione risponde a verità, si dovrebbe dedurre che il commando di controllo al largo avrebbe fatto esplodere la bomba quando gli artificieri erano all'opera per disattivarla; e) il canotto del commando al largo era posto all'interno del raggio dell'esplosione, certamente in una posizione sbagliata. Posticipare al giorno dopo il posizionamento del canotto sarebbe stata un'assurdità».
«Con il rispetto dovuto ai funzionari di sicurezza credo che si supponesse che la sacca sarebbe stata scoperta martedì sera. Non è difficile credere che la mafia contasse su tale scoperta. Quell'equipaggiamento infatti era stato lasciato per troppe ore sulla riva senza alcuna traccia di presenza umana intorno. E’ legittimo aspettarsi che all'ora del tramonto, quando la spiaggia è deserta, la squadra di sicurezza avrebbe dovuto notarla. Se il commando ricevette la notizia della posticipazione all'ultimo minuto avrebbe dovuto mettere in atto un piano di emergenza. Lasciare quella sacca a riva per 24 ore senza alcuna sorveglianza è assurdo, l'operazione era esposta ad un inutile rischio di fallimento perché la sacca sarebbe stata un oggetto anomalo per chi osservava e sarebbe stata esposta ad un'esplosione involontaria. ...
“Secondo me l'intera operazione è solo un avvertimento al giudice Falcone al fine di dimostrare che nessuna protezione sarebbe stata valida contro la mafia e i suoi attacchi. Questo messaggio però ne porta anche uno di segno opposto. La mafia avrebbe certamente ucciso il giudice Falcone, se fosse stato così semplice. Facendo grande mostra del suo potere, la mafia evidenzia i suoi limiti».
I ragionamenti di Amendolito non sono oro colato, tutt’altro, ma servono a capire ciò che pensavano dall’altra parte dell’Oceano del terrorismo mafioso.
Non è poco. L’America è più “vicina” di quanto si pensi.
(Continua)