La seconda memoria investigativa di Amendolito, datata 5 luglio 1989, analizza gli effetti dell'attentato dell'Addaura. «Mercoledì mattina, dopo avere saputo dell'attentato fallito, il giudice Falcone trascorse l'intera mattinata discutendo sui particolari dell'accaduto con i suoi colleghi svizzeri. Ciò che lo preoccupava non era il dispiego di capacità e di potere della mafia (che non era in grado di ostacolare), ma l'incapacità del Governo di garantire al suo lavoro la necessaria segretezza... Ciò che colpì la mente del giudice Falcone era il fatto che nessuno del suo ufficio sapeva del suo programma di andare al mare. Quella decisione era stata presa in febbraio quando il giudice Falcone si trovava a Lugano e la cosa era stata discussa, in tempi più recenti, per telefono... La mafia era venuta a conoscenza della gita controllando il telefono del giudice Falcone. I magistrati non sapevano immaginare chi potesse essere l'informatore né chi avesse avvertito il commando, nel giro di pochi minuti, dell'improvvisa decisione di posticipare la gita al mare del giudice Falcone. Questa era certamente un'indicazione dell'abilità della mafia di contrattaccare al cuore dello Stato. Tale deduzione ha fatto sentire il giudice Falcone ancora più impotente poiché nessuno sarebbe in grado di dire quanti altri importanti segreti siano stati scoperti dalla mafia grazie allo stesso stratagemma...».
«Il timer fu programmato un giorno dopo di proposito. Questo mi suggerisce che abbiamo a che fare con un bluff e che l'esistenza di un agente doppio tra i ranghi dello Stato è altamente improbabile. Creare il sospetto dell'esistenza di tale agente doppio, era secondo me lo scopo principale. Questo bluff aveva solo uno scopo, quello cioè di scoraggiare moralmente il giudice Falcone e gli altri giudici siciliani provando che la mafia è come un cancro: invincibile, onnipresente e, nonostante temporanee pause, continuamente in ascesa».
Le conclusioni di Amendolito?
Pesanti sospetti su Carla Del Ponte. È la parte più debole della sua indagine, perché egli scopre le carte. Il ragionamento non sta in piedi. Il fatto che la Del Ponte non abbia creduto in Amendolito ed abbia prestato fede al suo ex socio, Leonardo Greco, oggi avversario e pentito inaffidabile, non significa che sia sua amica ed abbia accettato di metter in scena l'attentato per guadagnarci un'immagine più credibile di eroina dell'antimafia.
«Il piano del falso attentato, conclude Amendolito, venne stravolto quando fu chiaro che nessun altro, oltre al giudice Falcone, era a conoscenza della gita a mare. Questo piccolo dettaglio fu devastante per...». Amendolito fa nome e cognome: «Carla Del Ponte». E prosegue: «tornò a Lugano dove immediatamente rilasciò una dichiarazione: siamo vivi per miracolo».
Una terza, breve memoria in lingua italiana, datata 10 dicembre 1989, appendice al documento del 5 luglio, presentata curiosamente come «autocritica ai precedenti memorandum», si sofferma su aspetti marginali della vicenda.
Torno a chiedermi se Amendolito si sia effettivamente servito dei giornali per le sue memorie. Qual è il suo reale obiettivo? Il bisogno di essere tenuto in considerazione dopo la catastrofica missione svizzera? Com'è possibile che un collaboratore dell'Fbi concordi con i suoi capi il lavoro investigativo e venga poi accusato di servire la mafia nelle sedi dell'alta finanza svizzera?'
Il 6 giugno, l'ex ministro degli Interni, Vincenzo Scotti, rivelò ai prefetti l'esistenza di un piano di destabilizzazione del Paese. Pochi gli diedero credito, perché la nota fu diramata all'indomani della uccisione di Salvo Lima, in piena campagna elettorale. Scotti fu sospettato di volere drammatizzare la situazione dell'ordine pubblico, facendo di Lima e del suo partito le vittime della mafia, per guadagnare consenso politico. Se la nota riservata del Ministro non fosse stata diffusa dall'agenzia Ansa, i sospetti non ci sarebbero stati. E i prefetti avrebbero fatto il loro mestiere. Con quali risultati non sono davvero.
«Io non parlai di un piano eversivo che avesse quasi il suono delle sciabole. Parlai di un più sottile piano di destabilizzazione del nostro Paese e delle nostre istituzioni”, spiega Scotti. “Dissi di avere attenzione perché un filo conduttore avrebbe legato le vicende precedenti all'omicidio di Salvo Lima, la sua morte e gli attentati che potevano sopravvenire...È difficile nascondersi che non vi sia un disegno convergente fra l'omicidio di Luna e la strage di Palermo... La mafia sta usando tecniche terroristiche forti, esperienze e competenze tecniche proprie del terrorismo. Il delitto Falcone lo dimostra. Lo fa per intimidire, per mettere in ginocchio le istituzioni, per dimostrare ai suoi adepti la sua forza... Non ci si può aspettare una indagine dalla Procura di Caltanissetta, quando già dalle prime battute la dimensione internazionale è così chiara...
“Anche altre grandi costellazioni criminali organizzate come la camorra e la 'ndrangheta mostrano la stessa tendenza al confronto, allo scontro e alla manipolazione delle istituzioni legali, ma solo Cosa Nostra è in grado di metterla in atto con sistematicità ed efficacia implacabili fino all'adozione di strumenti e tattiche di tipo eversivo».
Il giudice Giuseppe Di Lello, a lungo componente del pool-antimafia, la pensa allo stesso modo. «Le cosche non accettano che muti l'atteggiamento da parte delle istituzioni. Anzi diventano particolarmente feroci quando non hanno più garanzie di impunità e per loro cominciano tempi duri: i boss mafiosi, dapprima liberati con una discutibile sentenza della Cassazione, tornano in galera...».
La sequenza dei delitti che, dal '79 in poi per alcuni anni, decapitarono in Sicilia i vertici istituzionali, testimonia che una strategia di tipo eversivo è stata già adottata da Cosa Nostra, in concomitanza di eventi internazionali che facevano della Sicilia il ventre molle dell'Alleanza atlantica e la cerniera dei traffici di stupefacenti fra mondo orientale e occidentale. La risposta dello Stato è stata affidata a pochi uomini che si servirono di alcuni pentiti, reclutati nelle cosche decimate dalle famiglie vincenti. Stato assente o quasi, polizie impreparate ad affrontare l'esercito mafioso dotato di capitali ingenti, soldati efficienti, strategie sofisticate, menti raffinate.
Ucciso il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa da un commando spietato e efficiente, Leonardo Sciascia asserì che né la vittima né altri avevano capito «la mafia nella sua trasformazione in multinazionale del crimine, in un certo senso omologabile al terrorismo». Gli uomini che accettarono la sfida divennero inevitabilmente simboli, perciò bersagli, eroi loro malgrado. Qualche successo illuse lo Stato che potesse delegarsi ad un piccolo drappello una guerra che si stava combattendo su scala planetaria.
Stupida, colpevole miopia?
Questo contesto suggerisce a Salvatore Amendolito, negli Stati Uniti dal 1977, l'idea peregrina di una pace fra mafia e Stato. Sono persuaso che sia un personaggio chiave e non un calunniatore sprovveduto. Se ha intorbidito l'acqua, l'ha fatto seguendo un disegno preciso.
A mezzanotte del 26 luglio ricevetti una sua telefonata da Washington. Avevo dato uno sguardo, proprio quel giorno, ad alcuni documenti da me giudicati marginali e firmati da Rudolph Giuliani, il procuratore distrettuale italo-americano noto per la sua attività antimafia. Quelle carte riportavano Amendolito nel campo della legge. Giuliani gli dava ragione sulla vicenda giudiziaria italiana e, soprattutto, lo presentava come un collaboratore della giustizia affidabile ed un agente sotto copertura.
“L'occupazione della Sicilia significa una cosa”, esordì con una certa supponenza, “che in aggiunta alla sottrazione di tutti i diritti civili a tutti i cittadini italiani, non solo ai mafiosi, adesso ci troviamo in uno stato di guerra che tutto sommato non è stato voluto dalla mafia... Il cittadino ha diritto di pretendere tranquillità. A questa perdita non siamo arrivati per colpa della mafia...».
Aveva le sue idee e me li consegnava come un pacco ben confezionato.
«Non capisco», lo interruppi.
«... Anche per colpa della mafia”, si corresse . “Le istituzioni politiche si sono occupate poco della mafia, hanno badato ai loro affari. Non c'è una legislazione adatta. Niente! Adesso esistono due problemi: le tangenti e la mafia».
«E allora?».
«Questo irrita ancora di più la mafia, perché scopre l'intenzione dello Stato di usare due pesi e due misure: una giustizia per i corrotti e una giustizia per la mafia. È assurdo...».
Fece una breve pausa, ridacchiò, tossì. Disponeva di un argomento e lo usava con abilità.
«Senta”, riprese sorprendendomi, “ho bisogno disperato di denaro ... Ora mi sento meglio, le cose cominciano ad evolversi ... Vorrei scrivere un libro e farmelo pagare».
Espressi la convinzione che avrebbe difficilmente trovato qualcuno disposto a stampare il suo libro. Se ne meravigliò. dovetti raccontargli alcune mie esperienze: l'editoria acquista autori noti, personaggi affidabili. Se decide di raccontare la storia di un pentito, lo fa perché quel pentito è redento, sta dalla parte giusta. L'ambiguità non è tollerata e gli sconosciuti non fanno vendere o fanno paura.
Lo persuasi. Disse che avrebbe proposto il suo progetto appena le cose si sarebbero chiarite. Quali cose? «La vicenda giudiziaria che mi vede imputato di calunnia”, spiegò.”Mostrerò elementi inoppugnabili...».
Non so perché abbia cominciato a parlarmi del marxismo e della sua illiberalità. Concluse che «i socialisti ed i comunisti provenivano dallo stesso ceppo; era logico che il ministero della Giustizia, guidato da un socialista, producesse iniziative “illiberali”».
Non sapeva nulla dei partiti italiani e ragionava come molti americani. Lo riportai con fatica alle vicende siciliane e ne guadagnai altre congetture e perorazioni, nella speranza che sarebbero servite a farmi capire con chi avevo a che fare. .
«Questo gioco sarà scoperto”, riprese ,” si renderanno tutti conto che ciò che sta avvenendo è una reazione agli abusi commessi da certa magistratura. Io li accuso e loro mi riaccusano: siccome sono giudici, mi mandano sotto processo... il mio avvocato ha concluso le sue indagini. Ho le prove che la bomba dell'Addaura non era nata per esplodere. Per intanto l'Fbi mi viene a consultare. Nonostante l'inimicizia viene da me per chiedere che cosa ne penso e mi consulta abbastanza spesso per l'omicidio di Falcone. Confidenzialmente, privatamente ... Come lei sa l'Fbi ha mandato suoi agenti in Sicilia. Lavorano con Celesti...».
«Celesti è stato trasferito ... Non c'è più. Il capo delle indagini non è lui», lo informai.
«L'hanno mandato via?».
«No, l'ha chiesto lui».
«Chissà in che casino si è trovato se è stato lui ad andarsene», osservò con una risata.
«Allora lei lavora per l'Fbi?», domandai.
«L'Fbi ha detto: senti, dobbiamo riaprire le indagini sull'Addaura. Perché se non capiamo che cosa è successo all'Addaura non possiamo capire il resto. Gli agenti mandati a Palermo agiscono in piena autonomia, non devono rispondere a nessuno...Gli insabbiamenti non sono possibili. Bene, questa gente mandata in Sicilia ha detto subito: di ciò che è stato fatto finora non c'importa niente. Ed hanno riaperto le indagini su tutto...Sono stati chiamati dei periti. L'Fbi sta valutando le nuove perizie, vuole controllare se il lavoro fatto fin qui è valido...». Poi esclamò: “Adesso se ne va pure».
«Se ne va chi?».
«Lasciamo perdere. Qui uscirà tanta di quella roba in autunno che non le dico. Non sono credibile? Sono i miei accusati ad accusarmi».
«Con chi se la prende?».
«Quei poveri giudici sono stati costretti a comportarsi come si sono comportati. Falcone era un uomo brillante, in gambissima. Ero critico con lui per i mezzi che adottava, ma quelli erano i suoi metodi, gli unici che un uomo intelligente può adottare. In Italia vige il sistema albertino, l'anzianità nelle promozioni».
«Senta Amendolito, alcune sue tesi non mi convincono. Questa storia della mafia che è più forte e che non va sfidata... I rischi sono notevoli anche per la mafia...Per esempio ha perso il consenso».
«Certamente, la mafia farebbe volentieri a meno di scendere in guerra, ma non può. Questo l'ho scritto nella lettera al Presidente del Consiglio Andreotti. Per anni hanno preso i mafiosi dalla strada sapendo che sono tali sulla base della loro reputazione e li hanno messi dentro. Le prove? Non ce n'è bisogno per mandare qualcuno a giudizio. Mi domando quanti giudici sono caduti proprio su questa strada. Ora la mafia si è vista mettere in prigione, condannata a vita. I più grossi capi stanno dentro: 20, 25 anni. Io stesso sono stato causa della condanna a 22 anni di Leonardo Greco. Adesso mi rendo conto che la condanna si basa su una mia dichiarazione scritta ... Avrei potuto raccontare le balle più grosse. Non l'ho fatto. Non ho permesso che mi camminassero sui piedi. Ma lei crede che gli altri pentiti, la cui vita dipende dai magistrati inquirenti, abbiano avuto gli scrupoli che ho avuto io? A causa del sistema italiano, i pentiti oggi non valgono niente ... Ho seguito un processo italiano a Washington, quello sulla «Big John». I giornalisti ridevano per il modo con cui gli avvocati erano interrotti dagli imputati. Ecco perché Carnevale ammazza le sentenze: è un uomo di diritto...Si è reso conto che se non si vuole una rivoluzione in Italia, bisogna essere legittimisti».
«Amendolito, mi dica quando la mafia ha deciso di scendere in guerra».
«La mafia è scesa in guerra soltanto quando Carnevale ha perduto la sua battaglia».
«Secondo me, la mafia ha cominciato a perdere nel momento in cui ha deciso di combattere con armi terroristiche. Ha perso il consenso».
«Alla mafia interessa poco ...».
«Bhe!».
«Certo, ma va considerato che loro combattono per il controllo del territorio, degli affari. Questo è l'obiettivo principale. Ora, magari, ha perduto la misura. Intendiamoci: li considero una banda di criminali, ma stanno combattendo a denti stretti per la sopravvivenza. Quando si sono accorti che Carnevale aveva perduto, che Falcone era entrato nel governo e aveva convinto facilmente i socialisti ad adottare misure liberticide e anticostituzionali, sono scesi in guerra. Tanto, hanno detto, dobbiamo andare in galera comunque...».
“Lei ritiene che Cosa Nostra abbia colpito a così alti livelli, che attentati tanto distruttivi siano stati organizzati, pensati, decisi in Sicilia?».
«Certo...E allora mi spiega perché non avviene altrove? La mafia siciliana deve prima dimostrare in Sicilia di essere forte e di potere far fronte alle reazioni dello Stato. Le altre organizzazioni mafiose - la 'ndragheta, la camorra - si stanno organizzando, aspettano di vedere come vanno le cose per decidere di attaccare o meno. E’ una strategia terroristica molto professionale. Quando lo Stato si troverà con quattro, cinque regioni sotto pressione, che cosa potrà fare? Dovrà reagire come in Irlanda, contro l'Ira. La mafia non ha altre possibilità...».
«Da Lima in poi, tutto sta dentro questa strategia?».
«Le mie profezie si verificano tutte. E sa perché? Perché non sono profezie, sono analisi. Lima è stato ucciso perché...Mettiamola in questo modo: quando Ciancimino ha tentato di dire come stavano le cose è stato messo a tacere...I giudici non l'hanno fatto parlare, non hanno accolto la testimonianza di Ciancimino sulle confidenze di Lima...».
«A me non pare che sia andata così».
«Nel secondo processo Ciancimino ha tentato di parlare. La mafia allora ha detto: questa è giustizia? Double standard: una giustizia per me e una giustizia per te. Quando un uomo politico è in auge, non si consente alla giustizia di raccogliere prove contro di lui...Stesso discorso si fa per le tangenti. La richiesta di mettere a tacere tutto con un condono è un suicidio. La mafia ucciderà, perché è double standard. Come per l'Iraq: l’Onu fa rispettare le risoluzioni all'Iraq, ma non fa niente perché Israele si comporti secondo le direttive dell'Onu. Che giustizia è questa? Sono stato in galera con i mafiosi, li ho visti e so come ragionano, ho ascoltato questi discorsi. Alcuni hanno confessato reati che non avevano mai commesso pur di conquistarsi la libertà».
«Amendolito, desidero sapere da lei quando la mafia ha deciso di scendere in campo, con quali mezzi e se sta agendo da sola. Lo so, lei mi ha già dato una risposta, desidero tuttavia che riconsideri le mie domande».
«La mafia si è preparata a lungo; prima ha infiltrato i suoi uomini nelle istituzioni, poi è andata a prendere i migliori esperti di balistica. Stanno facendo la guerra civile. Probabilmente si sono attrezzati in Medio Oriente. I mezzi certo non mancano. Sono più vecchi dello Stato. Lei ricorda quali informazioni siano state messe in giro a proposito della morte di Borsellino? Hanno anticipato l'uccisione di Borsellino con la notizia di un attentato contro Di Pietro...Benissimo! Quella era una falsa informazione».
«Perché mi dice questo?».
«Le dico questo perché vedo che la mafia sta seguendo lo schema che io avevo immaginato. Di Pietro non c'entra niente con la mafia. Tuttavia Di Pietro è collegato per ragioni di lavoro alla Del Ponte e la Del Ponte in Svizzera dice di essere oggetto di minacce. La mafia non minaccia nessuno: non ha minacciato Borsellino, lo ha ucciso. Basta! Di Pietro si è messo addosso una paura terribile ed è scomparso dalla circolazione, ma lui non era affatto nel mirino. In pratica è successo che l'infiltrato dei carabinieri, l'informatore che ha passato la notizia, ha ricevuto un messaggio volontariamente inventato dalla mafia per mettere fuori strada la polizia e creare un problema a Di Pietro in previsione di un problema Del Ponte. Per ora la mafia concentra tutto sulla Sicilia, ha bisogno di destabilizzare, decapitare il sistema siciliano. Visto che Martelli andava in Sicilia, bisognava fargli un po' di paura, fargli sapere - perché la mafia ragiona in un certo modo - che lui è ritenuto responsabile, che non è esente da eventuali esecuzioni. Io stesso pensai che avrebbero aggredito Roma, poi quando ho sentito che avevano fatto fuori Borsellino, mi sono detto: non ci sono dubbi, stanno puntando sulla Sicilia. Le altre mafie stanno a guardare ciò che succede in Sicilia. Sarà l'Isola il terreno di prova. La mafia ha ucciso Falcone, ha ucciso Borsellino ma tutto ciò che sappiamo di Falcone è che hanno trovato un pezzo di carta su cui c'era scritto: «non fare politica»; il che significa, tradotto in termini mafiosi, non fare demagogia giudiziaria. Non altro: è un messaggio inequivocabile. Loro si esprimono con il loro linguaggio. Non si tratta della minaccia di un attentato, ma di un avvertimento. L'uccisione di Falcone non è stata preannunciata, l'assassinio di Borsellino non è stato preannunciato, ma tutti sapevano, era nell'aria che Borsellino sarebbe stato ucciso perché era la migliore banca-dati dopo Falcone, l'uomo più efficiente, il più legato a Falcone, il più al corrente dei fatti di mafia.