La lettera anonima anticipa il delitto, lo spiega e conduce per mano l'indagine verso il luogo prestabilito. Il suo uso può decidere la sorte di una inchiesta, indirizzare le investigazioni verso il vero colpevole o depistare, disinformare, intorbidare le acque. I grandi delitti di mafia sono stati vigilati, scortati, spiegati dalle lettere anonime.
Le schede nominative compilate dalla Commissione d'inchiesta sul fenomeno mafioso sono state elaborate dall'Anonimo. L'Anonimo informa, indica, chiede, afferma; le sue opinioni vengono raccolte e catalogate: istituiscono così fascicoli e schede personali che poi verranno stampate e divulgate. Maggiore è il potere della vittima, più alto è il numero delle lettere che pervengono alle polizie e ai magistrati.
L'Anonimo può essere un semplice cittadino, il poliziotto, il sottufficiale dei carabinieri, il magistrato - la notizia del crimine legittima l'indagine - o il moralista, il vendicatore, l'infame. Buone e cattive ragioni compilano la scheda nominativa, che vive della delazione: nessuna indagine, nessun indizio, né prova ...
L'Anonimo segnala la presenza dell'onorevole alle nozze e al battesimo, a un incontro o riunione con capimafia. Si comporta alla stregua di un attacchino che incolla ai muri il suo manifesto e scompare.
Trenta giorni dopo la strage di Capaci, una lettera anonima venne recapitata a magistrati, giornalisti, rappresentanti delle istituzioni: 39 destinatari selezionati accuratamente. Quanti ricevettero la missiva - otto pagine dattiloscritte - compresero immediatamente che non si trattava stavolta del solito anonimista, ma di un uomo che aveva accesso negli archivi dello Stato e dimestichezza con investigatori e magistrati. Il suo contenuto non lasciava dubbi: l’anonimo sapeva.
Ma sapeva che cosa?
Sapeva sicuramente che la sua ricostruzione dei delitti di Lima e Falcone, pur calunniosa, sarebbe apparsa credibile come il buon falso di un'opera d'arte. Perché? Non certo per la cattiva fama dei protagonisti della storia, quanto per la plausibilità dei fatti raccontati. La calunnia avrebbe turbato, messo scompiglio nelle istituzioni, colpito a segno, grazie alla dovizia di nomi, di particolari, alla suggestiva rappresentazione del contesto politico.
Quando ne ebbi copia - era il 26 o il 27 maggio - lessi con cura. Vi trovai nel mucchio dei sospettati persone perbene, ma rimasi egualmente colpito dalla precisione della ricostruzione dei delitti, dalla rivelazione di mandanti ed esecutori e da una appendice davvero straordinaria che in 29 punti, ben sintetizzati, elencava «indagini e accertamenti che si ritengono utili ai fini di dimostrare giudiziariamente vere le affermazioni della nostra lettera». Una specie di delega a indagare, che nelle inchieste giudiziarie viene affidata dal magistrato alla polizia.
Il dattiloscritto meritava un accurato esame. Mi ripromisi di farlo in una fase successiva, appena le reazioni sarebbero state note. Avrebbero aperto indagini? I giornali ne avrebbero dato notizia? Questi interrogativi mi incuriosivano quanto i fatti raccontati dalla lettera. La ragione è presto detta: non c'era settore della vita pubblica - istituzioni politiche, polizia, autorità giudiziaria, giornali - che non fossero stati presi di mira, ognuno attraverso un episodio, una circostanza minuziosamente riferita con maestria.
Basterebbe reagire con il silenzio, pensai. Non c'è maniera migliore per seppellire bugie o verità svantaggiose. Ed in effetti la consegna del silenzio resse per alcuni giorni, ma c'era una ragione precisa: le rivelazioni sul diario segreto di Giovanni Falcone occupavano ampi spazi di cronaca, relegando ai margini anche le notizie sulle indagini.
Ma la lettera era troppo appetibile perché non divenisse notizia. La conflittualità all'interno dei vari corpi dello Stato, dei settori pubblici interessati, aprirono un varco. Con prudenza, gradualità.
Come pubblicare il testo, o alcuni suoi brani, senza calunniare uomini e istituzioni impunemente? Come evitare l'ingerenza della delazione anonima sullo scenario dell'indagine (non l'indagine vera, ma quella sul diario di Falcone)? Il blocco venne forzato dal quotidiano «La Sicilia» di Catania; seguirono le testate nazionali. Non tutte, ma alcune; curiosamente, quelle che meno s'erano impegnate a raccontare illazioni e brandelli di verità nell'indagine sul diario.
Chi legge, sospetta così che i delitti Lima e Falcone siano stati compiuti per agevolare la scalata al potere di uomini nuovi nella Dc. Lima costituiva un ostacolo al disegno e andava eliminato; Falcone, incaricato di svelare la trama e colpire i suoi autori, doveva essere ucciso.
L'esecutore? Totò Riina, al quale secondo l'anonimo, viene assicurata l'impunità ed una grossa fetta negli appalti pubblici. Totò Riina avrebbe goduto delle leggi speciali per i pentiti che «avrebbero consentito l'ottenimento di clamorosi successi... Riina accetta l'accordo anche a nome dei catanesi Santapaola e della mafia dell'agrigentino, sulla quale ... (il mandante; n.d.r.) dichiarò di contare già insieme a quella trapanese».
«L'omicidio Lima fu compiuto da sicari convocati appositamente in Sicilia da Provenzano, braccio destro più che socio del Riina. Uno di essi veniva dalla Toscana, mentre nulla si sa circa la provenienza dell'altro. Essi rimasero a Palermo nei tre giorni precedenti l'assassinio e se ne ripartirono dieci giorni dopo. Per tutto questo tempo furono ospitati in una abitazione di San Lorenzo da amici di Mariano Troia, uomo di spicco della mafia dì San Lorenzo...»
«Prossimi al successo, agli uomini nuovi" della politica... non rimane che la soluzione estrema. Ma come fare? Su chi contare per un lavoro svolto bene? Lo stesso Riina, avvicinato dal... prende le distanze perché ritiene controproducente per la sua causa un simile omicidio e perché lo ritiene di quasi impossibile attuazione, almeno fino a quando Falcone gode della nota protezione. Non rimane che la soluzione “servizi". Chi e che cosa si nasconda sotto questo nome vada a Palermo in Via Roma 457».
«Il Riina si dice interessato alle proposte..., ma si riserva di dargli una risposta dopo aver parlato con altri amici. La risposta arriva due giorni dopo, quando viene fissato un nuovo incontro, che viene tenuto in una giornata di domenica presso la stessa abitazione del... Di ciò che si discusse si sa soltanto quanto lo stesso Riina ebbe a riferire al proprio consigliere... che ne informò alcuni dei suoi amici massoni. Venne chiesta una fattiva collaborazione di tutta la mafia controllata dai corleonesi nella campagna elettorale...».
«Una soluzione del problema del reinserimento dei latitanti nella società civile doveva pertanto passare per la scomparsa di Lima, anche fìsicamente. “Non c'è problema", affermò il Riina. Impegnatosi in tal senso, chiese maggiori spiegazioni sulle modalità del reinserimento suo e dei suoi amici. Esso prevedeva... due tempi: sull'onda della protesta civile, sarebbero state approvate alcune leggi speciali, una delle quali avrebbe previsto l'immunità a quei pentiti della mafia, che avrebbero consentito l'ottenimento di clamorosi successi alle forze di polizia. Contemporaneamente lo stesso Riina e i più importanti latitanti del suo gruppo si sarebbero fatti arrestare, consentendo agli uomini nuovi... di presentarsi di fronte all'opinione pubblica come i vincitori del fenomeno mafioso. In nome di tale vittoria essi avrebbero chiesto e ottenuto in elezioni anticipate il meritato premio, che avrebbe loro consentito di governare per almeno i prossimi vent'anni, con tutti i vantaggi che un prevedibile controllo assoluto delle maggioranze parlamentari avrebbe comportato».
L'intrigo immaginato dalla lettera anonima si snoda attraverso compiacenze e collusioni, parentele ed amicizie, affari sporchi e favori elettorali, patti spregiudicati e lungimiranti alleanze di partito. Ogni tassello al posto giusto. Sbalorditivo, tutto verosimile, come la sceneggiatura di un film di mafia pieno d'azione, con i cattivi e i buoni. Manca solo il lieto fine. E uno di quei casi in cui, fandonie o meno, la spazzatura va esaminata turandosi il naso, magari.
Bisognava anzitutto delimitare il perimetro entro il quale la «sceneggiatura» era stata tracciata, chi aveva fornito gli elementi per la scaletta e indicato i personaggi, comprimari e i protagonisti ... Questo avrebbe reso più chiaro il movente, consentendomi d'analizzare meglio il contenuto e coglierne gli aspetti più utili all'indagine. Almeno così mi piaceva pensare, forse per giustificare l'istintiva curiosità di individuare l'autore della lettera anonima. Quali caratteristiche deve possedere? mi chiesi. Deve essere al corrente degli eventi politici, delle trame più riservate nei partiti, conoscere carte processuali, investigatori, procedure penali. Un magistrato? Un avvocato? Un agente dei servizi? È un moralista o un provocatore? Disinformazione insieme a squarci di verità?
L'enigma mi avvinceva. Invece che sui fatti, tuttavia, avrei indagato sulla loro rappresentazione. Ciò che avevo condannato. Non riuscii a venirne fuori. Anche perché credetti di cogliere un dato essenziale: l'attitudine all'indagine di un uomo - il delatore anonimo - che non ha il potere d'investigare. Potrebbe agire per conto di investigatori professionisti e grazie alle loro confidenze, alle loro frustrazioni. Ricordai quante operazioni di polizia negli ultimi anni erano state bruciate da una fuga di notizie, dalle iniziative della polizia concorrente, dalle talpe.
L'Anonimo lamentava, tra l'altro, l'insabbiamento di due rapporti dei carabinieri, dedicati agli affari fra boss e imprenditori, massoni e uomini politici: 890 pagine («Accuse circostanziate verso uomini politici mentre ci si limita a ordinare l'arresto dei loro.... e non si procede contro di essi neppure con una miserabile informazione di garanzia»). Evidentemente, supposi, vuole accreditarsi come un uomo che ha accesso alle carte riservate dei carabinieri. Più avanti erano ricordate le indagini della Guardia di finanza e della polizia che non hanno avuto seguito, a causa di interventi e pressioni. «L'elenco potrebbe continuare, ma non faremmo che ripetere fatti, che verranno sicuramente alla luce se si vorrà indagare con onestà e buona volontà più e meglio di quanto abbiamo potuto fare noi fino a questo momento ... Non si citano altri incontri o fatti perché essi sono facilmente riscontrabili con attente indagini delle autorità giudiziarie».
L'elenco dei destinatari - 39 - svela propensioni e diffidenze. Esclude i leader dei partiti di sinistra e della Dc, privilegia la Gazzetta del Sud, quotidiano della provincia di Messina, le nuove opposizioni politiche (Leoluca Orlando per La Rete e Gianfranco Miglio, ideologo della Lega lombarda) e i liberali. Commette lievi errori nell'indirizzare la lettera alla Guardia di Finanza (Nucleo operativo in luogo di Nucleo di polizia tributaria) e ai Carabinieri (Nucleo investigativo in luogo di Nucleo operativo).
La scelta dei magistrati ed il loro ordine è, come dire, lo specchio
dell'anima: in coda il «dottor Celesti procuratore della Repubblica», il quale dovrebbe essere il primo destinatario. Non c'è il nome, né la sede del distretto (Caltanissetta). Fra i primi, invece, «Vincenzo Geraci, sostituto procuratore presso Corte Cassazione», «Vittorio Teresi, sostituto procuratore Tribunale di Palermo» e «Paolo Borsellino, Procuratore della Repubblica» (non c'è la qualifica di aggiunto, né la sede di Palermo), il dottor Carnevale Presidente della 4a sezione (in luogo della la) e il sostituto procuratore Alberto di Pisa.
L'apparente assenza di un criterio nella scelta dei destinatari non mi permetteva di trarre alcun indizio utile. Tuttavia, un segnale poteva venire dalla preferenza concessa alla Gazzetta del Sud, che sembrava indicare l'area nella quale l'anonimo vive o opera. Quest'area comprendeva il nord della provincia di Messina e si allungava nel Palermitano fino a Cefalù. Seguendo questo fievole indizio, controllai le 29 richieste di accertamenti che chiudono il dattiloscritto; trovai così una possibile conferma alla mia supposizione. Due di esse pretendevano indagini «sulle modalità d'assegnazione alla Consilfer dell'appalto concorso relativo al raddoppio della ferrovia Fiumetorto Cefalù» e «sull'appalto della strada San Mauro Castelverde-Ganci, prima assegnato all'impresa Maniglia e poi di fatto all'impresa di Cataldo Farinella, con particolare riferimento al ruolo svoltovi in entrambi i casi dal boss maurino Giuseppe Farinella insieme a Lima e all'ex senatore Carello».
Nell'elenco delle sue proposte, l'anonimo inseriva brogli negli appalti, «false certificazioni di lavori eseguiti in Libia, l'attività della sezione fallimentare di Palermo, le assunzioni presso le Poste in campagna elettorale, il lotto clandestino». Un calderone colmo di tutto. Ma era quell'interesse alle vicende messinesi il filo che intendevo seguire. Interrogai la Banca dati dell'Assemblea regionale e scoprii che una interpellanza, vecchia di alcuni mesi e firmata dall'onorevole Franco Piro, Presidente del Gruppo parlamentare della Rete, affrontava la questione del raddoppio della linea ferrata Fiumefreddo-Cefalù. Ne parlai con Piro, che ricordò di avere assunto informazioni nel messinese, ma non seppe dirmi chi gli avesse dato alcuni particolari sul caso; in compenso rammentava perfettamente di avere parlato con qualcuno che aveva una perfetta conoscenza della zona. La persona giusta da consultare, mi dissi.
Tornai al terminale e interrogai stavolta la Banca dati dell'Ansa usando i nomi contenuti nella lettera per avere informazioni sui loro precedenti. Appresi così che Giuseppe Farinella, il boss maurino, era stato indicato dal pentito Giuseppe Calderone come il capo della cosca mafiosa di Gangi. Per saperne di più avrei dovuto leggere le carte giudiziarie. La notizia dell'Ansa mi offriva preziose indicazioni. Mi procurai facilmente una copia dell'ordinanza di rinvio a giudizio presentata dalla Procura della Repubblica di Termini Imerese sulla mafia delle Madonie. Le accuse si reggevano sulle confessioni dei pentiti e sulle rivelazioni di tale Angelo Sciortino.
«L'organizzazione mafiosa cercava di entrare in possesso dei terreni e dell'Azienda agricola di Angelo Sciortino ... il quale, dopo avere respinto l'offerta degli imputati Giuseppe Farinella e Salvatore Guercio, subiva per ritorsione tutta una serie di danneggiamenti e piccoli furti e probabilmente non subiva sorte peggiore in forza dell'antico rispetto portato dall'organizzazione al suo defunto zio, Giovanni Sciortino, personaggio di sicuro spessore mafioso».
Sciortino era una vittima della mafia ed insieme un uomo che aveva vissuto in una famiglia di mafia. Reagiva a un sopruso o combatteva la sua guerra personale contro la mafia? Una mosca bianca. Quasi un sopravvissuto. Forse qualcosa di più.
Un capitolo dell'ordinanza era dedicato ai legami della famiglia madonita con il mondo della politica. «L'organizzazione, che già vanta un considerevole controllo del territorio, non si è lasciata sfuggire nel tempo l'occasione di controllare anche la vita politico-amministrativa dei comuni madoniti e di sfruttare a proprio vantaggio occasionali accordi con pubblici amministratori ...».
Ciò che lessi successivamente provò che il mio interesse per la mafia madonita e per Angelo Sciortino era ben riposto. L'ordinanza, infatti, anticipava i temi affrontati dalla lettera.
«Sembrerebbe, addirittura, che negli anni passati a Cefalù sia esistito una sorta di partito trasversale o comitato d'affari composto da elementi di diversa estrazione politica, da soggetti appartenenti alla massoneria e alla mafia ...».
Il magistrato, a questo punto, richiama «le pur reticenti dichiarazioni di Francesco Marino Mannoia, di monsignor Catarinicchia, vescovo di Cefalù e del teste Angelo Sciortino», persuaso che le vicende politiche locali evidenzino «inquietanti inquinamenti mafiosi nella vita politico-amministrativa di Cefalù... Le dichiarazioni dei cosiddetti pentiti e quella sui generis del teste Angelo Sciortino, hanno permesso di disegnare l'organizzazione delle famiglie mafiose operanti nel circondario».
Il rapporto fra Sciortino e gli inquirenti non era idilliaco. Una circostanza che suscitò il mio desiderio di parlare con lo Sciortino, definito ora reticente, ora «sui generis» e tuttavia credibile visto che aveva «permesso di disegnare l'organizzazione delle famiglie mafiose».
Nei suoi confronti il magistrato faceva un discorso a parte: «Egli ben conosce uomini e situazioni per avere vissuto ed operato in San Mauro Castelverde e per estrazione familiare ... Lo zio Giovanni era conclamato uomo d'onore, come peraltro dimostrato dalla partecipazione al suo funerale di uomini d'onore del calibro di Michele Greco, Stefano Bontade, Giuseppe Pizzuto e Giuseppe Farinella... Lo stesso Sciortino aveva la possibilità di essere combinato uomo d'onore, ma la sua cultura civica e la sua umana avversione per ogni forma di violenza e sopraffazione gli hanno fatto scegliere un'altra strada. Scelta che si è rivelata per lo stesso alquanto dolorosa, atteso che oltre alla disistima dei suoi compaesani maurini, ha dovuto subire il tracollo della sua azienda agricola ed infine ha dovuto abbandonare le sue stesse terre».
Sciortino mi avrebbe aiutato a capire. Non ha ottenuto giustizia, ha perso tutto. Un'altra vittima fra i collaboratori della giustizia che non hanno le spalle coperte? Attorno a loro è terra bruciata. Non hanno amici, sono braccati dalla mafia e dai bisogni dell'antimafia. Deve essere tremendo... Ora dovevo cercare l'intermediario che mi facesse parlare con Angelo Sciortino. Mi fu indicato il nome di un commerciante di Cefalù, gli telefonai. Mi promise che avrebbe cercato di aiutarmi. Si trattava di aspettare. Non potevo fare altro: Sciortino non aveva telefono, né un domicilio. Nessuno seppe dirmi se abitasse a San Mauro, a Cefalù, a Palermo o fuori dalla Sicilia. Fui informato, da ultimo, che egli preferiva risiedere nel Nord Italia, per non far correre pericoli alla famiglia, ma nulla di più.
Tornai ad analizzare gli otto fogli, nella speranza di trovare altri appigli. Sospettai che l'indirizzario non fosse stato compilato da chi aveva provveduto alla stesura della lettera: confuso e impreciso il primo, lucido e conseguenziale il testo. Era possibile, comunque, supporre un'aggiunta di indirizzi in una fase successiva. Seppi anche che la lettera non era pervenuta ad alcuni destinatari, ma la notizia non mi stupì, dal momento che taluni nomi non avevano un indirizzo completo.
Questioni marginali. Il testo racconta in prima persona plurale la trama dei delitti con l'eccezione di 10 righe in quarta pagina, quando in un moto di indignazione l’Anonimo scrive: «Dimenticavo gli ispettori del ministro Martelli e le commissioni del Csm hanno trovato tutto a posto». Le otto righe che precedono l'ispezione appaiono confuse, avulse dal testo. «Noi non sappiamo più altro, se non la conclusione del tutto, che ha colpito gli animi degli uomini onesti». È una espressione priva di logica.
La lettera concludeva con un invito a riflettere diretto «a tutti i destinatari, fra i quali figurano gli stessi accusati». A costoro l'Anonimo ricordava: «iniuram ipse facias ubi non vindices. Commette una ingiustizia colui che venendo a conoscenza di un fatto illecito non contribuisce a punirlo... Ormai non potete fingere di non sapere». L'atteggiamento moralistico è una costante degli anonimi, ma stavolta mi sembrò che costituisse la caratteristica precipua grazie a espressioni come «rozza furbizia» o «un certo elettorato clientelare poco propenso a scelte ideali».
Il dipartimento investigativo antimafia fu il più lesto a pronunciarsi sulla lettera. Ha una firma leggibile: la mafia. Il 15 luglio, qualche giorno dopo, l'autorità giudiziaria nissena espresse lo stesso parere: «una parte fanta-politica è scritta da un addetto ai lavori; una parte giudiziaria, risulta del tutto infondata».
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