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Cap.22/23 Falcone sulla soglia dei santuari svizzeri. Le rivelazioni del “latitante” Sciortino sulla mafia delle Madonie.

14 novembre 2009 10:28
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 La stagione delle stragi fu anche la stagione delle lettere anonime. Sugli anonimi esistono due strade: o si considerano con serietà e quindi si aprono indagini, oppure è meglio gettarle nel cestino. Qualche volta s’indaga sul’autore, ma sono casi eccezionali. La prima via è la peggiore, ma è la più seguita. La Sicilia è affollata di anonimisti. Sono volontari, per lo più, come gli alcolisti, ma capita che agiscano suggerimento di pubblici ufficiali. Scrivere lettere anonime sembra che sia stata un’attività a tempo pieno per molti anni in Sicilia.

Consultai uno dei ponderosi volumi della Commissione antimafia e scoprii che una delle 3.000 schede nominative collezionava cinquanta pagine di segnalazioni anonime.  Solo una, capite? Quante di esse, mi chiesi, erano state oggetto di indagine? Quante giustificavano il semplice sospetto? O avrebbero richiesto l'apertura di un procedimento penale? Ero irritato. E sbagliavo, perché trascuravo la necessità di spegnere sul nascere tensioni e polveroni.

Ma la lettera anonima che raccontava le trattative con la mafia che avevano preceduto e seguito la strage di Capaci restava un enigma. L'anomalo ed inquietante testo suscitava in me il dubbio che nascondesse una trama sottotraccia, un messaggio indirizzato a coloro che hanno le conoscenze utili a decifrarne il contenuto.

 

Ebbi in copia un'altra lettera anonima. Mi fu donata da un personaggiop politico di secondo piano. Mi parve, leggendo il testo, che fosse un tentativo di sbugiardare l'autore degli otto fogli della prima lettera anonima. Il nuovo delatore scriveva di proprio pugno a caratteri stampatello, su foglio di carta protocollo. Si trattava di un nuovo messaggio in codice, perché raccontava i particolari del delitto del colonnello dei carabinieri Ninni Russo, ucciso dalla mafia nel 1977.

 

Ma c'era anche dell'altro: «Un supertestimone sa tutto sugli omicidi Lima-Falcone e del colonnello Russo. Dalle procure di Caltanissetta e Palermo il teste è stato verbalizzato ed è stato ritenuto attendibile tanto che la Procura di Palermo ha chiesto al Gip di riaprire le indagini sul delitto Russo... Il teste racconta un episodio inedito che incastra i killer... L'onorevole Lima è stato ucciso da un commando proveniente dal Venezuela. Il teste ha rivelato i nomi dei killer al giudice: il covo dove si rifugiavano i killer era in via Raffaello a Palermo. Il commando 24 ore prima aveva ucciso il boss Pino Provenzano nella sua villa sopra Cardillo. Un cecchino lo colpì mentre era al balcone con la moglie Palazzolo di Terrasini rimasta illesa. Il boss Provenzano e ... avevano pagato il pentito Spatola per fare dichiarazioni false contro nemici di Provenzano. Provenzano rubò i verbali di Spatola e li spedì ai giornali col duplice scopo di delegittimare i pentiti che accusano i politici e infangare quei politici. I Caruana non gradirono, così Pasquale Cuntrera venne in Sicilia dal Venezuela e uccise con i suoi picciotti Lima e Provenzano. Quindi telefonò ai giornali accusando del delitto Lima il guardiaspalle di Provenzano, Piero Aglieri ...».

E Falcone?

 

Secondo l'anonimo, era stato ucciso da Totò Riina a causa di un grave sgarbo.

 

Francesco Di Maggio, uno dei magistrati che ha lavorato con l'Alto commissario per la lotta alla mafia Domenico Sica, esaminò le otto pagine della lettera anonima e sentenziò che essa indicava una pista politica. «La parte politica è una ricostruzione fantasiosa”, giudicò Di Maggio, ”Dove diventa molto interessante, anche per i dettagli che fornisce, è quando parla del malaffare politico amministrativo. È come se volesse dire: guardate, questa è la famosa area grigia nella quale nessuno ha voluto finora mettere le mani...».

 

Il giornalista Tony Zermo gli chiede se l'anonimo non sia un addetto ai lavori, forse un ufficiale di polizia giudiziaria. «Quasi sicuramente”, risponde Di Maggio. “E deve essere di buon livello culturale, anche se a volte lascia cadere dentro a bella posta qualche errore di sintassi. Quindi mi figuro l'anonimo come un funzionario di alto livello».

 

«Falcone stava indagando sul caso Lima?».

 

Ma no, non ci può essere nessun collegamento, non c'è nesso logico. Con quali strumenti Falcone avrebbe potuto indagare? Non aveva poteri di controllo sulle indagini,..».

 

«Ma allora perché è stato assassinato Falcone? Si è detto che Cosa Nostra era irritata dai decreti anticrimine retroattivi preparati da Falcone e firmati da Martelli».

 

«Può essere un buon motivo. Ma secondo me ce n'è un altro ancora più pressante. Falcone stava procedendo anche al monitoraggio delle sentenze della prima sezione della Cassazione. Voleva capire e cercare di rimediare ai tanti processi andati in fumo. E questo la mafia non poteva permetterlo».

 

«Insomma, Cosa Nostra non vuole che si tocchi Corrado Carnevale? E in questo quadro non va inserita l'uccisione del sostituto procuratore generale della Cassazione Antonio Scopellitti, considerato un “piantagrane"?».

 

«Già, un delitto passato sotto silenzio. Però un momento, stiamo attenti. Senza sospettare connivenze. Obiettivamente, la filosofia garantista delle sentenze finora espresse dalla prima sezione della Cassazione sta bene alla criminalità organizzata. Perché appena c'è un difetto, un buco, qualcosa che quadra poco, e nei grandi processi di questi buchi ce ne possono sempre essere, la prima sezione annulla. E dunque qualunque tentativo di mutamento di questa filosofia garantista danneggia la mafia. La mafia non è solo quella che uccide e che traffica, ma pensa pure alla grande. Non per nulla, quando ha potuto, ha sempre cercato di mettere le mani negli affari della giustizia. Basta prendere ad esempio quello che avvenne a Trapani ai tempi dell'uccisione di Ciaccio Montalto e della corruzione di altri magistrati».

 

Di Maggio riproponeva la pista indicata da Amendolito con molta convinzione. Perché era così importante quella lettera?

 

«Non certo per la spazzatura che espande”, scrive Repubblica, “ma perché rivela il malessere che c'è dentro alcuni ambienti. Ambienti di mafia, ambienti contigui alla mafia. L'anonimo in pratica “spiega" che dall'altra parte della barricata non tutto fila liscio... E un segnale che annuncia la rottura di equilibri dentro Cosa Nostra? In ogni caso la lettera è uno dei momenti fondamentali di questa estate siciliana».

 

La seconda missiva anonima, quella che fa venire il commando omicida di Falcone dal Venezuela, precedette di qualche giorno l'intervista con «un addetto ai lavori, una gola molto profonda», come lo definì Tony Zermo su La Sicilia di Catania. Addetto ai lavori può significare tre cose: magistrato, poliziotto, alto funzionario dello Stato. Al pari della lettera preannunciava importanti rivelazioni di un superpentito a settembre. La tentazione di addebitare le due iniziative a qualche investigatore che tentava la strada della disinformazione fu forte, ma non avevo alcun indizio che me lo suggerisse.

 

«A settembre ci sarà il botto”, preannuncia l'addetto ai lavori.”La magistratura di Caltanissetta sta facendo un lavoro eccellente. Questo è un pentito grosso, molto grosso, uno che sa tutto e che ha avuto le mani su tutto».

 

Proprio in quelle ore Paolo Borsellino confidava al giornalista Luca Rossi di stare interrogando un superpentito.

 

«Chi è?» domanda Zermo al suo interlocutore sconosciuto. E azzarda un nome: Gaetano Fidanzati, il boss che non si è opposto all'estradizione dall'Argentina.

 

«No”, risponde deciso l'addetto ai lavori .” Uno più in alto di lui».

 

«Qualcuno della Cupola di Cosa Nostra? O Francesco Madonia, Pietro Vernengo, che sono in carcere?».

 

«Non posso rivelare quel nome”, taglia corto l'addetto ai lavori. “Saremmo in pericolo lei ed io. Le posso dire che sta molto in alto».

 

Sospetto  che quelle parole, mirino a gettare scompiglio fra i capi delle cosche. Un'azione diversiva dello Stato. Ma se lo sospetto io, perché non dovrebbe sospettarlo Cosa Nostra? Qual è altrimenti lo scopo di queste presunte rivelazioni? Zermo domanda se i colombiani hanno a che fare con l'uccisione di Falcone.

 

«La pista colombiana c'è sempre stata, si stava indagando già nei mesi prima che ammazzassero Falcone. E la Cupola di Cosa Nostra che gestisce la cocaina del cartello di Medellin, che ha l'esclusiva per il traffico della cocaina in tutta Europa. Ci sono interessi di migliaia di miliardi. Falcone lo sapeva, aveva le coordinate giuste, dava gli input giusti, anche se era direttore dell'ufficio Affari penali del ministero. Era uno che aveva la visione globale. E dunque era un avversario da eliminare».

 

«Ma proprio ieri il giudice Francesco Di Maggio da Vienna suggeriva un'altra pista, quella della prima sezione della Cassazione, dei meccanismi dell'eccesso di garantismo che Falcone voleva inceppare. Come si concilia con la pista colombiana?».

«L'una pista non esclude l'altra, c'è stata una convergenza di interessi nella strage di Capaci. Falcone voleva in effetti “radiografare" le sentenze di Carnevale, voleva scoprirne i buchi, metterci uno stop. E il giudice Scopelliti, quello ucciso in Calabria, che era sostituto procuratore generale in Cassazione, fu ammazzato pochi giorni dopo avere detto pubblicamente: Finiamola con il garantismo di Carnevale: per lui anche chi possiede un'auto blindata non è sospettabile di mafiosità. Ma allora chi è mafioso? Dunque la pista del garantismo che la mafia vuole difendere a tutti i costi e la pista colombiana stanno benissimo insieme per cercare la motivazione del delitto Falcone. C'è poi il terzo motivo, quello di fondo: Falcone sapeva tutto della mafia e non lo sapeva né attraverso Buscetta, né attraverso Marino Mannoia; conosceva i segreti di Cosa Nostra di sua scienza. E quindi come lo si poteva lasciare vivere e operare in un posto chiave come quello di direttore degli Affari penali, o peggio ancora di superprocuratore nazionale?».

 

«Ma è stata la Cupola di Cosa Nostra a decidere? E oggi da chi è formata la Cupola?».

Non pensiamo più che sia composta da Luciano Liggio o da Michele Greco, quella è acqua passata, preistoria della mafia. Dopo il delitto Lima si deve pensare che ci siano stati dei mutamenti. Un punto fermo è Totò Riina, che resta il capo, ma Bernardo Provenzano è retrocesso, credo che ora si trovi al quarto posto. Al secondo posto c'è l'emergente Pippo Madonia, quello di Gela, ma che è andato via da Gela una decina di anni addietro».

 

«E Totò Minore di Trapani?».

 

«Quello l'hanno ucciso da tempo, è stato eliminato dalla Cupola».

 

«Ma che c'entra il delitto Lima con il delitto Falcone?».

 

«Sono due omicidi eccellenti entrambi, ma “separati" nel senso che non hanno connessioni tra loro. Lima e Falcone sono stati uccisi per motivi diversi. Luna è stato ucciso perché non poteva garantire più nessuno. Non dimentichiamo che c'erano stati i decreti anticrimine retroattivi preparati da Falcone e che nel dicembre 1991 Vito Ciancimino aveva ricevuto per la prima volta una condanna a dodici anni di carcere. Lima non serviva più».

 

«Se questo superpentito continua a parlare sarà allora un terremoto, anche perché a quanto pare farebbe luce sui rapporti tra mafia e politica».

 

«Gli uomini politici hanno strettissimi rapporti con Cosa Nostra. Qui la tangente è del 15%, il 5% tocca a Cosa Nostra il 10% ai politici. Ci vorrebbero in Sicilia tanti Di Pietro. Ma soprattutto ci vuole una legge chiara, a favore dei pentiti. Se puoi promettere a un pentito l'impunità, quello parla. E se parla, la mafia finisce di colpo. Il problema è che i politici non hanno alcun interesse a fare una legge sui pentiti, perché rischiano di essere colpiti, soprattutto i politici siciliani».

Da Piazza Politeama, il cuore di Palermo, a Palazzo dei Normanni, per quindici minuti, vedo scorrere le immagini di una città tranquilla attraverso il finestrino dell'auto. Due soldati in armi, a ridosso del Palazzo di Giustizia. Qui, però, c'è sempre stata la jeep dei carabinieri in servizio. La Bosnia, che vedo sui teleschermi quattro volte al giorno, non c'è proprio. Devo stropicciarmi gli occhi? Incontro gente normale, parlo con uomini normali, mi infastidisco a causa di normali cattive abitudini. Palermo sembra gradevole, accogliente, umanissima, affollata di ragazzi, di turisti incuriositi.

 

 

Un quarto alle 17: è ora di tornare in redazione. Devo incontrare Angelo Sciortino. Avrei dovuto prepararmi accuratamente leggendo le malefatte madonite, imparando i nomi dei capicosca e invece ho solo sfogliato le carte svogliatamente. Ma non sento alcun senso di colpa. M'interessa lui, non le carte che scrivono di lui.

 

Arriva alle 17,15 puntualissimo. Veste bene. Una giacca di grisaglia, pantaloni scuri. Un paio di baffi scuri, piuttosto folti. È alto, imponente, ma i suoi occhi inviano segnali rassicuranti. Si muove con lentezza, attende che lo inviti a sedere. Non si guarda attorno e da le spalle alla porta. Sulle labbra il consueto sorriso degli uomini abituati a misurarsi con i loro simili senza apprensioni. Consueti convenevoli, poi il timido tentativo di spiegare il mio interesse di incontrarlo, attraverso il minuzioso racconto delle mie ricerche al terminale. Il suo sorriso s'allarga.

 

«Ciò che non ho capito”, osservo, “è la sua condizione di latitante”.

 

Scrolla le spalle.

 

«Il processo sulla mafia delle Madonie è strano”, esordisce . “Dovrebbe nascere nel 1984, quando presentai un esposto al sostituto procuratore Vittorio Teresi... Ne avevo parlato con altri magistrati. Avevo subito intimidazioni, minacce. Avevo ricevuto la visita di Farinella e di Michele Greco. Per quattro anni non successe nulla. Poi, nel 1988, si mise in contatto con me il capitano dei carabinieri Scola. Un uomo serio, determinato, stimabile. Più che al racconto dei fatti, era interessato alle mie opinioni. Purtroppo tutto finì presto. Ricorderà Marino, il giovane sospettato di avere ucciso il commissario Montana? Cercavano di farlo parlare. Insomma, Scola finì in manette. Il successore di Teresi mandò l'esposto ai carabinieri dì Cefalù..., ripresi il dialogo con il capitano Conti. Era più giovane di Scola e aveva meno esperienza. Compilò una relazione di servizio, con la mia collaborazione: lavorammo dalle 22 alle 4 del mattino... Raccontai  proprio tutto... Primavera? No, era estate. Giugno sicuramente; giugno '87. Quali risultati?. Sono preoccupato. L'impalcatura del processo mi pare precaria ... Tutto poggia sui pentiti. Forse, le circostanze non sono ben spiegate».

 

«La mafia delle Madonie”, lo interruppi, “ è pur sempre marginale. Non se ne parla nemmeno. I crimini di questi mesi la vedono fuori. O è una sensazione sbagliata?».

 

«Sottovalutazione... Se ne sa poco perché si è indagato poco».

 

«Per colpa di chi?».

 

«Lasciamo perdere il passato. Ma oggi? Il decreto antimafia impedisce di lavorare, di collaborare in maniera professionale, conservando una misura di dignità».

 

«È al suo ruolo di collaboratore della giustizia che si riferisce, non è vero?».

 

«Non sono un collaboratore, né un pentito. Il punto è che finora non c'è stato dialogo con la gente; questo ha provocato anche scarsa fiducia nella giustizia. Alcuni uomini incaricati di rappresentarla sono apparsi incapaci o scorretti... e chi ha scelto di parlare si è trovato esposto alla vendetta, senza che c'è ne fosse bisogno. Io riuscii a fare parlare altre persone. Non era gente di poco conto. Per esempio Vincenzo Varrano, che aveva subito attentati e minacce ed era stato costretto a pagare il pizzo a Giuseppe Farinella. Varrano spiegò come era organizzato il racket e si dichiarò pronto a favorire le indagini. Avrebbe avvertito gli investigatori, per arrestare gli uomini delle estorsioni. Bastava pedinare qualcuno, fotocopiare il denaro che veniva consegnato... Falcone raccolse la testimonianza di Calderone contro Farinella e la affidò alla polizia. I carabinieri, che si occupavano del racket, s'incazzarono. Così tutto poggia sulla parola dei pentiti. E sulle mie dichiarazioni... Che non cambiano. I boss delle Madonie fanno quello che vogliono. Troppi errori. Si doveva indagare in silenzio, invece venne allo scoperto ogni mossa, ogni sospetto. Se sono importanti le Madonie? Certo che lo sono, sono il centro della mafia... Se si fa la storia della mafia bisogna partire da qui, dalle Madonie. Le famiglie comandavano nel '900, continuano a comandare ancora oggi... Per esempio, il comune di San Mauro Castelverde: Farinella 80 anni fa, Farinella oggi... È vero, il prefetto Mori ne mise dentro un bel po', ma durò dieci, dodici anni e dopo lo sbarco degli alleati tornarono tutti dal confino. Mio nonno, di parte paterna, non fu un mafioso, non ne volle sapere. L'altro, di parte materna, ebbe un ruolo importante. Al confino mio nonno imparò il latino. Era piacevole ascoltarlo, nonostante avesse frequentato solo le elementari. Una intelligenza lucida. Si rifiutò più volte di dare l'assenso ai delitti. Se vogliamo capire ciò che sta succedendo oggi, dobbiamo capire il passato».

«Le mafie del palermitano non ebbero relazioni con le cosche madonite?».

 

«Molti latitanti hanno trovato rifugio da sempre nelle Madonie. È un luogo tradizionale... I vecchi Greco, che poi emigrarono in Usa, s'incontravano nelle Madonie, si nascondevano lì. Ricordo Michele Greco, Bontade, mio zio Giovanni Sciortino e Gigino Pizzuto, che fu poi ammazzato. Quando uccisero Bontade, si fece vedere Michele Greco. Legami? Con le cosche di Bagheria, Casteldaccia, Corso dei Mille a Palermo... Si sa poco, o niente. Ma i paesìni delle Madonie non hanno segreti. Tutti sanno tutto. Se solo si volesse...».

 

“Sciortino, lei non è un collaboratore, né un pentito. Critica investigato ri, combatte i mafiosi. Perché fa tutto questo? Chi la protegge?».

 

«Non devo contrattare sconti di pena, non sono un pentito. Non sono nemmeno un collaboratore prezzolato, non ho debiti di riconoscenza. Anzi, ho chiuso in credito. Credo nella giustizia».

 

«Crede nella giustizia, ma non in coloro che devono farla funzionare».

 

«Ho rinunciato a vivere decentemente con la mia famiglia. Non sono uno che subisce e se ne sta zitto. Mi chiedo come può vivere qui un siciliano onesto! Devi sperare che tuo figlio non emerga, altrimenti viene notato, avvicinato. Deve pagare o far parte dell'organizzazione. Basta abbracciare la causa della mafia. Se l'avessi fatto, mi sarei arricchito. Chi avrebbe indagato su di me? Chi avrebbe potuto dimostrare che le mie ricchezze non fossero frutto della buona gestione del mio patrimonio. Ho perso cinque anni della mia vita per mandare in galera quattro gatti. Le indagini hanno bisogno di professionalità. Con il sistema inquisitorio che hanno ripristinato, si potrà annoverare qualche effimero successo, che ci farà credere di avere gli uomini giusti per combattere la mafia. Ma è una scorciatoia. La mafia vera si debella con professionisti competenti, affidabili... Quando ci si accorge che colui il quale deve mettere in galera Farinella, invece lo favorisce, chi vuole che vada a raccontare quello che sa? In questi giorni ho sentito che basta acciuffare venti latitanti... Imbecillità! Dietro quei venti ce ne sono altri venti, pronti a prendere il loro posto. Due secoli or sono, la sorella di Filangeri confessò a Goethe che il fratello stava rompendo le scatole alla gente comune, che era costretta a trovare nuovi marchingegni per farsi gli affari suoi. Non leggi, ma uomini ci vogliono. Oggi si parla della mafia agrigentina, che è diventata potente. Mi dovrebbero spiegare perché non hanno consentito a Arturo e Luciano Cassina di parlare al maxi processo sul pizzo che avevano pagato al boss Colletti di Agrigento. E San Mauro? Nessuno sa se esiste questo paese. E invece, dovrebbero saperlo... San Mauro aveva Gigino Pizzuto, il capomafia che dominava a Caltanissetta ed Agrigento. Le grandi riunioni dei capi si facevano negli anni '60 a Vallelunga,   che  era  una  zona  equidistante   rispetto  a  Catania  e  alle  province occidentali. Basta leggere le carte...».

 

«Un ritardo nella comprensione del passato...».

 

«... e perciò un ritardo nella comprensione del presente. Per esempio le otto cartelle dell'anonimo. Ne avrà sentito parlare, no?».

 

«Certo che ne ho sentito parlare “, ammisi . “Ho letto e riletto tutto. L'indicazione di due politici mandanti dei delitti mi sembra un'infamia gratuita».

 

“Quelle otto cartelle si avvicinano alla realtà”, riprese con voce ferma. “Lasciamo perdere i nomi. Per uccidere Lima e gli altri non è sufficiente che cambino gli equilibri mafiosi: devono cambiare quelli politici. Lima non viene ucciso perché è inutile. Insomma non è stato posato. Poteva essere posato, messo da parte. E invece l'hanno ammazzato. Vuoi dire che poteva fare danno all'interno del suo partito, voleva allargarsi. Allora io dico: ci deve essere qualcuno che promuove i nuovi equilibri. Lei non pensa che costui debba trattare con la mafia? Toglietemelo di dosso, avrebbe detto. A chi? Ai corleonesi? La risposta sta nelle 900 pagine del rapporto dei carabinieri, che si è concluso facendo volare gli stracci. Solo fandonie in 900 pagine? Lì c'è la faccia pulita dei corleonesi. E chi è questo Farinella? Uno che non conta? Una persona perbene? La lettera anonima...».

 

«Lei la conosce punto per punto?», lo interruppi.

 

«So quello che è stato pubblicato dai giornali...».

 

«Ecco, legga il resto», dissi porgendogli la lettera.

 

Sfogliò le otto pagine, soffermandosi su alcuni brani, brevemente.

 

«Ci sono indicazioni precise», esclamò.

 

Annuii.

 

«Si fa presto a verificare. Se un versamento è stato fatto, per esempio, dal Gruppo Cassina sul conto di Pazienza... Falcone aveva interrogato Arturo Cassina... Tutte cose che, per la miseria!, si possono controllare. La gente ha diritto di sapere. Folla tremans aut tremenda est, dice Tacito... Sono stupefatto! Ora, questa lettera è stata ricevuta da uomini di governo e dall'opposizione? Nessuno che si sia chiesto se ciò che è stato scritto ha un senso...».

 

«Sciortino. chi ha scritto questa lettera?».

 

«Qualcuno che sa molte cose e rendendosi conto di non potere fare nulla, di essere impotente...».

 

«... si rivolge alla giustizia del popolo..., ma non a tutti. Per esempio non gli piacciono Psi, Pds, Fri, Psdi e De...».

 

«Vero. Personalmente non parlerei con De e Psi».

 

«... non legge La Sicilia e II Giornale di Sicilia», aggiungo.

«La prosa è corretta, le argomentazioni sono precise... non ci sono le afasie che ho io...».

 

«C'è disordine apparente nell'indirizzario» gli faccio rilevare. Sciortino osserva, alza gli occhi, guarda con sufficienza.

 

«Ha una sua logica, un suo ordine, le imprecisioni servono a sviare i sospetti. E poi, non commettiamo l'errore di cercare l'identità dell'anonimo. Il punto è verificare l'attendibilità delle informazioni...».

 

«E lei, Sciortino, perché si sente un latitante? Ha detto così, no... di sentirsi un latitante, di vivere da latitante».

 

«Non ho mai digerito la collaborazione con le forze dell'ordine. Non mi piace la figura di chi collabora nell'ombra... Io ho cominciato con un esposto firmato».

 

«La riservatezza, tuttavia, è indispensabile».

 

«È giusto, ma non bisogna prendere le mie parole alla lettera. Non sono un geometra. Ad alcuni è venuto in niente che potessi essere una fonte inesauribile di informazioni, o uno che sottoscrive le loro cose, in maniera da aiutarli a fare carriera. Brillante operazione e così via. Ma io non sottoscrivo le notizie ascoltate al bar».

 

«La latitanza è dovuta alla necessità di difendersi da pressioni o dai mafiosi che ha denunciato?».

 

«Gli uni e gli altri. Vede, in Sicilia ci sono una miriade di non colpevoli, parecchi colpevoli, rarissimi innocenti. Assisto a uno scippo e non intervengo? Sono non colpevole, ma non innocente. Gli innocenti quando ci sono, vengono dissuasi dall'esserlo: vanno allo sbaraglio. Io sono stato innocente».

 

«È stato innocente?...», ironizzai.

 

Sciortino colse il mio scetticismo, ma non me lo rimproverò.

 

«Erano convinti di esser furbi”, disse . “Ma non lo erano abbastanza. Il magistrato di Termini che mi interrogò, dopo avere riempito due pagine, credette che avessi finito. Ed io: no, giudice, ho tante altre cose da dire. Riempii 40 pagine. Il cancelliere fece le fotocopie e li passò agli amici...».

Si alzò e fece per congedarsi. Poi riprese: «Mi piace Voltaire, la mia morale è kantiana... Pretendo competenza, pretendo che al collaboratore della giustizia sia riconosciuto il ruolo, la sua attività. Certo, esprit de finesse, ma anche dignità...».

Mi salutò, promettendo che sì sarebbe fatto vivo. Ci demmo un nuovo appuntamento per martedì della settimana successiva. «Esprit de finesse», ripetè, compiaciuto, davanti l'uscio.

 

Quello di tagliare a fette l'umanità è un antico vizio dei siciliani. Colpevoli, non colpevoli, innocenti. O uomini, mezzi uomini, ominicchi. Chi separa, forse vive sul crinale della coscienza. Il potere che si concede, lo tiene lontano dagli eventi. In qualche modo, lo protegge. Le grandi congiure vengono immaginate su questo crinale, abitato da sconfitti. Nell'animo, prima ancora che nella vita. Ma c'è da capirli. Basta un cognome e la vita è segnata: famiglia mafiosa. Gli amici progettano la naturale affiliazione, gli affari comuni: uno scontato comparaggio, talvolta subito, tal1 altra accettato. E agli altri dovranno dimostrare ad ogni passo la loro innocenza. Se decidono di stare dalla parte della legge, subiscono le diffidenze degli uni e le sanzioni degli altri. Quando superano le diffidenze, viene loro attribuita la qualifica, come chiamarli altrimenti?,  di pentiti, delatori, infami.

 

Gli americani contrattano la verità, ne fanno oggetto di transazione, arruolano come agenti «sotto-copertura» i collaboratori, anche se hanno una lunga fedina penale. Quando il contratto scade, ognuno torna a fare la sua parte. Senza ipocrisie, ambiguità. Qui prevale ancora la cultura del pentito secondo coscienza; dell'infamità che è colpa grave.

 

27 luglio, lunedì. Sono stato costretto a lasciare a metà il lavoro. La solita telefonata con la minaccia di fare esplodere Palazzo dei Normanni e l'inevitabile inutile rito del sopralluogo dei poliziotti. Vedo diecimila lire nell'ascensore di casa. Li prendo. Dovrei restituirle al portiere? Trovo in frigorifero un po' di frutta, mangio qualcosa, poi prendo carta e penna e allineo cifre misteriose su un foglio. La calligrafia è minuta, rapida. Il foglio si affolla di numeri, spirali, segni.

 

Disegno un triangolo, accanto a ogni punto del triangolo, scrivo un nome: Lima-Falcone-Borsellino.

 

Bisogna smontare l’indagine pezzo per pezzo, manovrando tutti gli elementi dell'enigma, in modo da sistemare la complessa intelaiatura dei fatti di cui sono certo. Non è facile. Gli elementi si avvolgono l'uno sull'altro, s'incrociano, provocando un groviglio inestricabile. E in più l'intrico è protetto da una spessa cortina fumogena: avrei saputo tutto sulla metafisica del crimine organizzato, nulla sui criminali.

 

La loquacità dei pentiti propone una pista al giorno, le indagini di Borsellino fanno emergere sospetti in tutte le direzioni. E da ogni parte del mondo giungono notizie di indagini fatte da Giovanni Falcone sul riciclaggio di denaro sporco. Le polizie e i pentiti segnalano possibili attentati e nuovi bersagli della mafia. I rapporti dei carabinieri sono bollettini di guerra, la lista dei bersagli viene costantemente aggiornata e modificata secondo il livello di rischio; una specie di macabra classifica che indica chi sta in cima ai pensieri di Cosa Nostra. La qualcosa suggerisce più di un interrogativo, il più importante dei quali riguarda proprio la divulgazione di queste notizie, che dovrebbero essere riservate per potere proteggere le persone minacciate e non creare allarme nella gente, obiettivo quest'ultimo presumibilmente voluto da Cosa Nostra. La questione sta dentro l'indagine, non ne è affatto estranea. E merita un accurato lavoro di ricerca. Mi riprometto perciò di raccogliere gli elementi di cui dispongo, appena possibile.

 

La tensione viene sapientemente nutrita con l'incubo della bomba suscitato da decine di telefonate anonime, dalle minacce di morte agli uomini più esposti. Tutto è diventato possibile: una taglia per dare un nome agli assassini di Falcone nel New Jersey, i killer tedeschi per Paolo Borsellino, un cecchino con passaporto palestinese che si aggira per l'Italia per uccidere i ministri della Giustizia e della Difesa.

 

È indispensabile mettere ordine, eliminando tutto ciò che interferisce sui fatti essenziali. I delitti di Lima, Falcone e Borsellino hanno molti moventi, alcuni probabili esecutori, nessun mandante. Cosa Nostra ha agito su mandato o per fare il proprio interesse? Oppure per entrambi le ragioni? Quali formidabili coperture consentono a Cosa Nostra l'attacco allo Stato?

«Queste non sono stragi ordinarie, sono stragi straordinarie”, afferma l'ex Presidente della Regione siciliana Rino Nicolosi . “La mafia raramente ha commesso massacri di questo tipo, che tra l'altro sono dannosi agli interessi degli stessi affiliati. E allora è naturale domandarsi se dietro la facciata del delitto di stampo mafioso non ci sia dell'altro e di più allarmante. Si tratta di un'azione di servizio svolta nei confronti di una logica eversiva di più alto livello i cui nodi vitali non si trovano in Sicilia, ma in ambiti maggiori? Viene da pensare che la Sicilia sia uno dei tavoli su cui si gioca una feroce partita per una nuova definizione degli equilibri nazionali ed internazionali».

 

Nicolosi non va oltre. Qualunque ipotesi può trovare buone ragioni per essere sostenuta. Perfino la sentenza di morte pronunciata dai potenti Madonia mantiene una sua credibilità. Né più né meno, quanto ne ha la congiura della P2 resuscitata nelle pagine dei giornali di agosto.

 

Salvo Lima è stato ucciso per dare un taglio al passato? I cosiddetti nuovi equilibri, un segnale forte? Giovanni Falcone aveva capito? «Non fare politica» gli avevano scritto. Un avvertimento inequivocabile. Falcone siede già sul tritolo: le tangenti milanesi, quelle dell'ex Urss, il terminale svizzero, i decreti anticrimine. Cosa Nostra è il motore di alleanze, affari internazionali. E Falcone, al vertice della politica giudiziaria italiana, potrebbe avere da Lugano i nomi dei conti «coperti».

Conosce a menadito questi ingranaggi, li ha studiati, esaminati, ci ha battuto la testa: successi, sconfitte, la tenacia e la determinazione di sempre. In maggio, la grande occasione: i santuari svizzeri potrebbero aprirsi e mettere a nudo le trame del crimine organizzato e dell'illecito internazionale.

 

Falcone, ancora Falcone...

 

Una consultazione rapida, un'intesa fra gente che conta: e parte l'ordine. La vecchia sentenza può essere finalmente eseguita. Sono contenti i picciotti, i boss delle famiglie decimate dalle manette, i colletti bianchi che tremano al pensiero che qualcuno metta il naso nei loro conti, il mondo della finanza compromesso. Tutti d'accordo. C'è da stabilire chi dovrà assumersi la responsabilità dell'operazione. Nient'altro.

 

La miscela esplosiva?

 

Le alleanze coperte fra Cosa Nostra e alta finanza; la spinta verso nuovi equilibri politici, la debolezza dei vecchi gruppi dirigenti, che non garantiscono più nulla ...

 

Vito Ciancimino è stato un collettore generoso per decenni? In galera, spogliato dei suoi beni, tradito dai vecchi amici, perseguitato dagli avversar. «Con lui”,  dichiara Salvo Lima durante il processo d'appello per associazione mafiosa e altri illeciti, “ ho avuto solo rapporti politici». Vito Ciancimino lo osserva severo, ascolta attento e se ne sta in silenzio. Solo dopo la sentenza, dirà: «Sono stato amico di Salvo Luna e di tanti altri».

 

Falcone forse capì per tempo. Ma che cosa poteva fare? A Roma finalmente assaporava qualche ora d'aria. Una passeggiata con gli amici, il caffè al tavolo del bar come qualsiasi essere umano.

 

Mi parve di esser finalmente sulla pista giusta. Volli confrontare le poche idee che mi ero fatto, con l'ex carabiniere. Ripetei tutto per filo e per segno. Mi servì per riascoltarmi e correggere alcuni dettagli. Lui, l'ex carabiniere, rimase in silenzio per tutto il tempo. Quando ebbi completato il mio ragionamento, scrollò le spalle e mi guardò con commiserazione. «Che significa?”,  chiesi . “Ha una logica, no?».

 

«Sì, ma...», fece imbarazzato.

 

«Lasci perdere», mormorai infastidito.

 

L'ex carabiniere aprì la solita borsa che sembrava vuota ed estrasse tre ritagli del giornale l'Unità.

 

«Legga», ingiunse.

 

Obbedii, docile. Erano tre articoli pubblicati il 13 e il 14 luglio. La mafia riciclava tangenti milanesi già dieci anni or sono. I proventi delle tangentì versate per la costruzione degli aeroporti milanesi venivano investiti in Spagna in collaborazione con la mafia. Deputati, amministratori pubblici, faccendieri e boss della droga si erano messi d'accordo per investire 2.400 miliardi a Benidorm, attraverso la costituzione di una società immobiliare. La vicenda emerse in seguito alle indagini avviate in Spagna sul conto di Gaetano Badalamenti e dei suoi uomini che avevano comprato nella zona di Alicante e Benidorm immobili per un valore di 2.400 miliardi: «In un appunto della Criminalpol, corredato da documenti, era stato illustrato ogni dettaglio dell'operazione. Per due anni l'appunto riservato restò nei cassetti del Viminale e divenne oggetto di indagine da parte di Giovanni Falcone».

 

L'ex carabiniere aveva le sue idee, ma preferiva che fossi io a scoprirle.

 

«Bisogna saperne di più ...», raccomandò andandosene.

 

Seguii il suo consiglio ed ebbi fortuna. Accertai che effettivamente Giovanni Falcone aveva indagato su un appunto riservato della Criminalpol. L'appunto era stato scritto dal maresciallo Giovanni Notella e consegnato al vice questore Franco Rotella. Provava che i siciliani - Salvatore Grado, fra gli altri - erano in affari con amministratori e parlamentari milanesi.

 

Ne parlai con Pippo Morina, che lavora all’Ansa. Volevo sapere di più sul conto dei Grado, cugini di Totuccio Contorno. Ricordai il misterioso episodio di San Nicola l'Arena in maggio del 1988, l'arrivo degli agenti della squadra mobile, l'arresto di Contorno. Totuccio Contorno aveva tradito i cugini. Com'era possibile che lo ospitassero? Morina mi fece capire com'era andata. «Totuccio si limitò a raccontare ciò che si sapeva, che i Grado spacciavano droga. Roba di poco conto rispetto agli affari spagnoli. Ma c'è di più: i Grado e lo stesso Tano Badalamenti facevano buoni affari con le cosche vincenti...».

 

«Non ci capisco niente», confessai.

 

«E che c'è da capire? I soldi non hanno colore ...» esclamò Morina con aria di sufficienza.

 

«L'appunto della Criminalpol sparito”, dissi” prova che il sistema mafioso va ben oltre la Sicilia, che le grandi imprese non disdegnano le cattive compagnie e le tangenti... Macché contiguità! Affari in comune fra mafia, impresa e uomini delle istituzioni. Già tutto chiaro fin dal 1984, l'anno in cui Tommaso Buscetta racconta tutto, meno che gli affari politici...»

 

Morina assunse un'aria pensierosa, scosse la testa. Mugugnava parole incomprensibili.

 

«Totuccio Contorno e le sue verità!» esclamò.

 

Secondo lui, avrei dovuto capire. E se non avessi capito, tanto peggio per me.

 

La lezione ebbe un buon effetto, perché imparai che non ci si deve affezionare a un'idea quando il puzzle è ancora da costruire e puoi contare solo sul fatto che i tasselli ci sono tutti.

 

 

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