Mi proposi di ricominciare dall'omicidio Lima: mandanti ed esecutori locali, affari siciliani. Il gioco dell'oca, insomma. Incontrai Angelo Capitummino, deputato regionale della De. «Per capire chi ha ammazzato Lima - aveva detto a poche ore dal delitto - bisogna cercare dentro la De».
«Lei onorevole, ha indicato una ipotesi precisa ...» esordii. Dietro gli occhiali scuri di Capitummino colsi una tensione palpabile.
«Ho fatto un ragionamento elementare”, disse, “Lima ha garantito gli equilibri di potere, attraverso i suoi uomini nel partito e nelle istituzioni, ovunque ci sia qualcosa da decidere. Quando le istituzioni franano, i partiti non contano più, i centri tradizionali di potere si sbriciolano, nessuno può più garantire nulla, ad alcun livello. Lima, perciò, diventa debolissimo...».
«Chi ha guadagnato con la sua morte?».
«La mafia, che ha creato equilibri diversi...».
«Ma allora, che significa puntare il dito sulla Dc, quasi che il mandante venisse dal suo interno».
«Un momento. La Dc è il partito che gestisce il maggior potere. Lo sfascio ha colpito in pieno la Dc. È chiaro che tutto parte da lì».
«Chi ha ammazzato Lima?».
«Posso dire che non sarebbe morto se i tradizionali punti di riferimento fossero rimasti saldi. I referenti del potere oggi scappano dalla Sicilia ma questo non significa che non ci sono. La Regina Elisabetta si serviva dei pirati per mantenere saldo il potere dell'impero britannico. Chi rimane e non scappa sarebbe colluso o funzionale alla mafia? Inaccettabile».
«E chi sono i pirati?».
«Napoleone Colajanni sosteneva che la mafia sarà battuta quando scomparirà il malgoverno di Roma».
«Perché muore Lima?».
«Chi svolge un ruolo nella De, qualsiasi ruolo: conflittuale, di mediazione, subisce i tempi. L'omicidio Lima a chi ha giovato? Lo ha detto Giovanni Falcone: è saltato il vecchio equilibrio. Ho sentito paura, legittima paura, nelle parole di Falcone. Dobbiamo capire la lezione. Altrimenti ...».
A Capitummino stava a cuore il suo partito, il complesso meccanismo che lo governa, le ipotesi di un futuro nebuloso. Gli ricordai il ruolo di Vito Ciancimino, l'ex sindaco di Palermo, il suo ruolo di mediazione fra il partito e la mafia.
«E’ stata promessa impunità”, osservai. “Il delitto Lima è legato a questa promessa non mantenuta?».
«Non lo so», rispose senza titubanze.
«Ciancimino è stato tradito. Era il collettore di molti affari, ha pagato per tutti».
«Il fatto è che sono state create aspettative, è stato garantito un flusso di capitali. Denaro che non può arrivare più... C'è gente che si è impegnata ed altra gente che ha speso tutto ...».
Lima, dunque. E’ lui la chiave di tutto. Eppure l'assassinio di Lima è stato seppellito insieme alla sua vittima. Sei mesi, non una parola sulle indagini, quasi che Lima da morto possa parlare, lui che in vita era il più parco e il più spartano degli uomini pubblici siciliani. Non penso a una congiura, ma ad una consegna, una scelta che accomuna tutti quelli che contano. Capitummino? Una scheggia, una mina vagante o più semplicemente, un uomo che non ha l'obbligo del silenzio.
Il mattino successivo all'incontro con Capitummino lessi qualcosa che smentiva quel silenzio. Il capo della Squadra mobile di Palermo, La Barbera, aveva deciso di parlare. «Mandanti e killer sono siciliani...», confida al Corriere della Sera. Il movente? «Borsellino e Falcone non sono omicidi che vanno considerati a sé stanti. Bisogna partire da Lima, che un significato ce l'ha».
Un significato politico?
«È il caso di guardare oltre. Ai delitti Saetta e Scopelliti. Sul delitto Lima, Falcone diceva: «Qui è saltata un'assicurazione sulla vita. Dovremmo sapere perché».
Dunque, Falcone ebbe la percezione netta che quel crimine segnava una svolta nella strategia politica di Cosa Nostra. E se ne preoccupò al punto da indagare sul delitto. Con discrezione, ma anche con determinazione. Vide Buscetta? Buscetta smentisce. Non è questo il punto. Falcone si interessò del delitto, delle sue conseguenze. Ne parlò con gli investigatori, cercando di seguire una traccia? Quale?
La Barbera è persuaso che la morte di Lima abbia un significato politico. Il suo fiuto lo induce a puntare su Lima, piuttosto che su Falcone e Borsellino. L'assassinio di Lima è leggibile perché offre uno, due moventi; l'assassinio di Falcone è situato in un contesto troppo largo, dispersivo: riciclaggio sovietico, tangenti milanesi e denaro sporco, legislazione speciale antimafia e altro, altro ancora. Borsellino ripropone gli stessi temi: la sua fine è legata con un cordone ombelicale a quella di Falcone, del quale eredita tutto: la Superprocura possibile, la straordinaria memoria degli eventi, i collegamenti con i pentiti, la tenacia. Lima, dunque, è il grimaldello. Se si trova la chiave adatta, tutto il resto potrebbe essere chiaro.
La Barbera comunica con le parole del poliziotto. Il significato politico del delitto, cioè il movente, viene così proposto attraverso due nomi: Saetta e Scopelliti. I due magistrati furono uccisi perché avevano mandato in galera i boss e ce li volevano tenere. E Lima che c'entra? Lima non è in grado d'impedirlo. Non vuole e non può.
Credo poco alle coincidenze. Gli eventi si susseguono e ci meravigliano, quando le probabilità che si verificano sono alte. Capitummino mi parla di Lima dopo i delitti Falcone e Borsellino, La Barbera torna a Lima. I due non si erano scambiate le loro opinioni. Tuttavia sono entrambi convinti che la leggibilità dell'assassinio di Lima sia alta e che perciò si debba partire da questo delitto.
«E meglio guardare in casa”, sostiene La Barbera. “Io sono un uomo da marciapiede. Lavoriamo sulle strade siciliane. E, sempre, con i piedi per terra..,».
E Falcone, Borsellino?
«L'artificiere della mafia non può essere né un palestinese, né un picciotto di Agrigento. Borsellino aveva scoperto un nuovo organigramma della mafia. C'è una marea di picciotti pronti a tutto. La preparazione della strage di Capaci è stata più macchinosa di quella di Borsellino. Il delitto Borsellino è più vicino a quello di Chinnici. Il posto da cui è partito l'impulso del telecomando era dietro il muretto del giardino di via D'Amelio. Abbiamo trovato le sgommate dell'auto dei killer in fuga... Il metronotte Satina non può non avere visto. È in galera per reticenza...».
Su questi punti, La Barbera non convince. Questo non significa che abbia torto, ne sa più di me. Sarà necessario verificare sul posto l'attendibilità dei miei dubbi. Prima di allora, mi limito ad esprimere le perplessità. La decisione di parlare, da parte di La Barbera, è un elemento su cui riflettere. Nessun poliziotto fa sapere da che parte sta andando. E quando lo fa sapere, significa che ha gli strumenti per acciuffare la sua preda, dopo averla spaventata. Anzi, la spaventa per farla uscire dalla tana. È tutto nebuloso, per ora. Piuttosto, il ragionamento di Capitummino va analizzato. Mi riferisco, naturalmente, alla pista interna, al ruolo di Lima più esposto rispetto agli altri e alle vicende di Vito Ciancimino, legate a doppio filo, politicamente, a Lima. Non più né meno di altri, mi è stato più volte fatto osservare. Giusto, ma non cambia nulla. Stanno al vertice, sono costretti a parlarsi, a confrontarsi, a prendere accordi.
Bisogna fare un passo indietro, negli anni '70, quando la Dc di Palermo riconosce Ciancimino come uno dei suoi capi senza vergognars nnene. Cominciano a morire gli imprenditori, molte imprese cambiano proprietà, uomini nuovi conquistano in poco tempo posizioni di privilegio nel mondo degli appalti pubblici. «Tra i casi più rilevanti c'è quello dell'imprenditore Rosario Spatola, legato al capomafia Salvatore Inzerillo, ucciso nel 1981 e a Giovanni Gambino”, racconta Umberto Santino, un esperto dei comportamenti mafiosi. «Nel 1969 Spatola si limitava a piccoli lavori per un valore di 30 milioni di lire; nel 1978 ottiene la cessione di un appalto per 10 miliardi e 500 milioni di lire, subentrando a una grossa impresa in difficoltà economiche. Nella concessione dell'appalto un ruolo importante ha avuto Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo e allora membro della commissione dell'Istituto autonomo case popolari, ma alla base del loro successo nella gara egemonica con altri imprenditori è senza dubbio la disponibilità di capitale derivante da traffico di droga».
I capitali provenienti dalla droga fanno nascere le imprese mafìose e queste entrano nel mondo politico, industriale, finanziario senza incontrare ostacoli. Chi cerca di resistere, si ribella, o semplicemente non vuole rinunciare al suo diritto di partecipare ad un appalto «già assegnato» viene ammazzato o fallisce. E la politica, le istituzioni? Alcuni si adeguano altri patteggiano, si alleano. E chi non ci sta, rischia la vita. Le complicità non sono tutte uguali. Ma chi regola il traffico, garantisce il rispetto dei patti, le egemonie, non è solo un complice occasionale ma ha un rapporto organico con Cosa Nostra. Che abbia prestato giuramento o si sieda attorno al tavolo dei capi, è irrilevante.
II capo della mobile, pensai, fa il suo mestiere: far sapere meno possibile. Toccava agli altri capire. Gli uomini incaricati dell'avvistamento in via D'Amelio, a sentire lui, erano nascosti dietro il muretto del giardino che taglia in due la strada. Ma il muretto dista dal luogo dell'esplosione venti metri. Se fossero stati cinquanta-settantametri avrebbe avuto ragione La Barbera. Quali indizi gli facevano credere che fosse quello il luogo giusto? Perché, in ogni caso, aveva deciso di rivelare quel particolare importante dell'attentato? Qualunque fosse la motivazione, la notizia andava verificata. Ma non era facile. Sarebbe stato impossibile misurare la distanza, poiché la zona era vigilata e transennata. Avrei dovuto fidarmi dei miei occhi. La sorte mi aiutò. Mentre cercavo di escogitare il sistema giusto per ottenere informazioni, ebbi un incontro casuale con Salvatore La Marca, dipendente dell'Assemblea regionale, proprietario di uno degli appartamenti danneggiati dall'esplosione, al numero 12 di via D'Amelio.
«Quanto dista il muretto dalla tua abitazione?», domandai.
«Quindici metri, ad occhio e croce».
«Ne sei sicuro?».
«Certo, ne sono sicuro-.
«E allora, avrebbe potuto essere pericoloso per loro appostarsi lì dietro. L'esplosione avrebbe potuto colpirli. E in ogni caso, perché scegliere un luogo così vicino. Rende più difficile la fuga e più facile l'identificazione. Hanno trovato un piccolo fossato sul prato, dietro il muretto, ma questo non conta niente: chi ci dice che sìa stato fatto dagli assassini? E così?».
«È così...», ripetè.
«Quel metronotte avrebbe visto e non parla?
«Non ne sarei così sicuro. Non basta avere i monitor sotto gli occhi per vedere tutto. Ogni tanto ci si riposa, si legge il giornale. Non succede mai niente... Chi può dire se ha visto e non parla?».
Decisi di tornare in via D'Amelio. Ci sarei andato di pomeriggio. A Palermo, nei pomeriggi d'agosto non escono di casa nemmeno i cani. Ma a colazione ricevetti la notizia che Leoluca Orlando sarebbe venuto a Palazzo dei Normanni per una conferenza stampa. Domandai quale fosse il motivo di una decisione così improvvisa. «I legami fra mafia e massoneria», mi dissero. Partecipai alla conferenza. Orlando lesse appunti scritti a mano: sette foglietti, le cui copie vennero distribuite.
«C'è uno scontro durissimo in Europa dopo la caduta del muro di Berlino...», esordì. «È in corso una redistribuzione dei poteri. La mafia sta dentro le vicende internazionali per effetto del traffico d'armi e dì droga, della sua presenza nei grandi mercati finanziari. In questo contesto si inserisce il ruolo politico ed intemazionale della massoneria, fortissimo ad est, tradizionalmente forte ad ovest. La massoneria non è però solo la P2 di Licio Gelli. Non accettiamo di assistere passivamente ad uno scontro fra cosche mafìose e logge massoniche».
Ebbi da Orlando la copia di un esposto inviato al Consiglio superiore della magistratura. Raccontava i delitti politici degli ultimi dieci anni a Palermo, attraverso i dubbi, le reticenze, le contraddizioni emerse dalle inchieste giudiziarie. I delitti di Lima, Falcone e Borsellino apparivano come la prosecuzione di quella catena dì delitti tutti originati, decisi ed eseguiti all'interno del medesimo contesto. Cambiavano le vittime, ma non le motivazioni, le connivenze tradizionali.
Gli otto fogli anonimi, depurati delle fantasie velenose, potrebbero aiutarmi a scoprire l'ingranaggio.
E Angelo Sciortino, la mafia madonita?
Sicuro, anche lui. Lo pregai di anticipare il nostro nuovo incontro, acconsentì di buon grado. Subii un lungo preambolo sui guasti della politica prima di affrontare la questione che mi stava a cuore, Salvo Lima. Angelo Sciortino mi disse che anche a San Mauro Castelverde, Lima poteva contare su importanti amicizie.
«Un'altra cosa...”, aggiunse. “Non sì può preparare un attentato importante senza avere ricevuto un assenso o avere dato almeno una informazione preventiva. Anche per un problema pratico. Mettiamo che Totò Riina si stia recando a Taormina per trascorrervi le vacanze e che sulla autostrada si stia preparando qualcosa ai danni di un personaggio importante. Se Riina non venisse avvertito, la sua presenza in quel luogo costituirebbe la prova della sua partecipazione all'attentato. I capi devono stare lontani, più lontani possibile... Se a Catania si deve uccidere un poliziotto, i boss del clan Santapaola spariscono dalla zona...».
«Riina... È ancora lui il capo dei Corleonesi? E i Corleonesi? E i Corleonesi sono ancora vincenti?». Sciortino mi osservò con aria di sufficienza.
«La moglie di Bernardo Provenzano è tornata di recente a Corleone, che è la città più tranquilla d'Italia... Le pare che Provenzano faccia correre pericoli alla sua famiglia? Se i Corleonesi fossero in disgrazia, una decisione di questo tipo equivarrebbe a un suicidio. Ci sono troppi conti in sospeso. Chissà in quanti aspettano il momento giusto. Si sono dette molte fesserie, che Provenzano ha rotto con Totò Riina. Non è vero, per la stessa ragione di prima: se Provenzano litigasse con il suo capo, non manderebbe la moglie a Corleone».
«Se ne sono dette tante, Sciortino. Per esempio si è detto che Totò Riina si sarebbe consegnato allo Stato... e che aveva voluto fare sapere di esserci. E guai a chi nonne avrebbe tenuto conto».
«Lei parla dell'avvocato Fileccia, il legale di Riina...».
«Proprio lui... Perché ha raccontato ai giornalisti di incontrare regolarmente Riina? Sapeva bene che sarebbe stata considerata una provocazione! All'indomani del massacro di Capaci, lui s'imbatte casualmente nella giornalista della Rai e spiffera ai quattro venti le sue frequentazioni con il pericolo pubblico numero uno... Fileccia sa che questo gli provocherà problemi... Eppure parla...».
«Se parla, una buona ragione deve averla...», mi interrompe infastidito.
«Un avvertimento? Un messaggio affidatogli da Riina? Chi sono i destinatari?
«Anche qui un sacco di fesserie», osserva Sciortino, accendendosi una sigaretta. «Le da fastidio?», chiede.
«No, fumi pure».
«Perché, perché... Ma lei ricorda le ultime parole del suo messaggio?».
«No, non le ricordo...».
«E invece deve ricordarsele. Fileccia si rivolge a Riina... Se mi ascolta, dice l'avvocato, sappia che lo difenderò con tutte le mie forze...».
«Allora, Fileccia lo rassicura...».
«Fileccia non vedeva Riina da almeno sei mesi. Secondo me ha commesso qualche imprudenza, magari in buona fede. Può capitare a tutti di presentare a un amico la persona sbagliata, che non rispetta gli impegni. Così ha dovuto esporsi. Non potendo incontrare Riina, a causa degli stretti controlli cui era sottoposto, non ha altro mezzo che la televisione per parlargli. E chi avrebbe potuto rimproverargli qualcosa? Faceva il suo mestiere, ribadiva di volere difendere il suo cliente. E’ suo diritto».
«Va bene, ho capito», ammisi. «Ma questa voce che Riina voglia costituirsi da dove nasce? Dalla Polizia? Dai magistrati? È un tentativo di mettere scompiglio fra le cosche?».
«Ridicolo...», esclama Sciortino. «Non escludo che ci possa essere un disegno di questo tipo. L'anonimo l'ha scritto. Ma ciò potrebbe avvenire solo quando Riina è certo che gli impegni saranno mantenuti...».
«Quali impegni?».
«Lui parla, racconta quello che c'è da raccontare e ottiene sconti, impunità. Il patrimonio non verrà toccato. E chi potrebbe, se non s'indaga? Prima deve aggiustare tante cose, assicurarsi il potere anche per il dopo.Altrimenti finisce come Michele Greco...».
Ricordai quanto mi aveva detto Pippo Morina sul conto di Michele Greco. Era stato un confindente? Le chiavi della sua villa di Favaloro le aveva il colonnello Russo, assassinato per le sue indagini sulla diga Garcia. Non feci più domande sulla conversione di Riina. Fu Sciortmo a tornare sull'argomento, dopo una breve divagazione sui voti mafiosi ai partiti. Fra le elezioni regionali di giugno del 1991 e quelle nazionali di aprile del 1992, ci sarebbero slati significativ i ritorni della mafia nella sua antica dimora. Bastava leggere i dati elettorali, le preferenze, scegliendo un campione significativo. Un nome, un partito, un paese... e si capisce tutto. Ma chi ha interesse a capire?».
Fece una lunga pausa, durante la quale affidò alla sigaretta il compito di mettere in fila i pensieri, attraverso nuvolette di fumo che disegnavano abilmente dei cerchi.
«Lei si sta fabbricando le aureole», scherzai.
Sciortino mugugnò qualcosa.
«La normalizzazione sarà pilotata dai grandi latitanti », riprese, compiaciuto.
«Lei da che parte sta?», gli domandai.
«In politica?».
«Certo, in politica...», dissi con un certo imbarazzo.
«Ho scritto al segretario del Pii, Altissimo, invitandolo a dimettersi dal partito, perché non è più un liberale».
«Sciortino, io voglio sapere chi ha ammazzato Falcone, chi ha ammazzato Lima, chi ha ammazzato Borsellino».
«Lo vorrei sapere anch'io», fece asciutto.
«Va bene, ho capito. Mettiamola così. Per quale ragione è morto Falcone? Quanto conta la mafia di Agrigento?».
«Le mie sono congetture, analisi...».
«Sicuro, congetture...».
«Secondo me, il povero maresciallo Guazzelli aveva visto giusto. Era arrivato ai conti bancari dei Corleonesi. Una scoperta casuale. Mise tutto nelle mani di Falcone. Le sue carte arrivano anche a Borsellino. I Caruana e i Cuntrera hanno un buon rapporto con i Corleonesi, operano nell'altro mondo. In Canada, in Venezuela. Quando Guazzelli indaga è pronto il grande appalto deirAgrigento-Palermo... Falcone è stato ucciso per ciò che si preparava a fare, non per quello che aveva fatto... Le ragioni sono più d'una... Da Roma venivano informazioni precise sull'attività di Falcone al Ministero. Chi informava la mafia, ha armato la mano della mafia. Falcone sapeva come operavano le grandi cosche a livello internazionale e stava predisponendo un piano per contrastarle efficacemente. Sapeva distinguere il pentito «serio» da quello che vende fumo. Era l'unico magistrato ad avere le palle ed una grandissima fantasia. Riusciva ad immaginare le mosse dell'avversario, a ragionare con la sua testa. Borsellino aveva le palle... Era pericoloso a Palermo, non a Roma. Falcone era pericoloso ovunque. Borsellino avrebbe scoperto i mandanti del delitto Falcone, ne avrebbe avuto la certezza morale, non le prove. Nessuno riuscirà mai a provare niente. Ci vorrebbe la registrazione televisiva dell'incontro, mentre si decide l'eliminazione dei giudici».
Molto interessante ed utile a capire molte cose della Sicilia di oggi. Non sono visibili, però, i primi 9 articoli.
Complimenti.
Gentile letore, i primi nove capitoli sono perfettamente leggibili. Riprovi, per favore.
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