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Anteprima delle stragi. La vigilia dell’elezione
del Presidente della Repubblica, è il tempo degli agguati

di Salvatore Parlagreco
26 novembre 2009 10:37
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Percorro via dell'Autonomia siciliana senza incontrare anima viva. Sono le 17 del 15 agosto 1992. Non ho le idee chiare. Che cosa potrei scoprire, che già non sappia? Giungo all'altezza di Via D'Amelio, posteggio l'auto sulla mia destra, accanto ai campi di tennis; sullo stesso lato, 60-100 metri più indietro c’è un grande parcheggio. Davanti a me, in fondo, la via Montepellegrino sulla quale affluisce via dell'Autonomia Siciliana. I campi di tennis lasciano un'ampia prospettiva; ad est, con il prospetto sulla via Montepellegrino, c'è un palazzo alto 10 piani.

Traccio una mappa su un foglietto, ritorno in auto, percorro in senso contrario via dell'Autonomia Siciliana; dal grande parcheggio a via D'Amelio c'è una distanza di 100-150 metri. Lascio l'auto e mi dirigo a piedi verso via D'Amelio, sulla mia sinistra il numero 12, i segni dello scempio; di fronte il muretto con il prato, dal quale sarebbe partito l'impulso per fare esplodere l'autobomba- In alto, al di là del muretto, poco lontano dal numero 12 e sulla mia destra, guardando verso il muretto, un edificio alto 11 piani. Ricordo un particolare riferitomi da Salvatore La Marca, uno degli inquilini dell'edificio in cui abita la sorella del giudice Paolo Borsellino. «Quando mia figlia s'affaccia, riesce a vedere la sua amichetta che abita al di là del muretto...».

Cerco di ricostruire i movimenti del commando. Se volessi avere l'autobomba pronta per l'uso, andrei a posteggiarla in un luogo in cui non sarebbe notata. E dove? Per esempio nel grande parcheggio, ubicato a 50-70 metri da via D'Amelio. Avuta notizia dell'arrivo del magistrato, l'autobomba viene parcheggiata accanto al n. 12. Meno sicuro, ma altrettanto buono il parcheggio libero sulla carreggiata di via dell'Autonomia. Basta sostituire la vettura posteggiata con l'autobomba. L'operazione può essere compiuta in pochi minuti. E devono appostarsi in un luogo che assicuri la visibilità della zona e consenta la fuga. Dietro il muretto? No, meglio il palazzone alto sulla destra. Sceglierei proprio il piano alto di quel palazzo. Quel palazzo è disabitato; rifinito, ma disabitato. Da lì si può osservare in tutta tranquillità anche ciò che avviene dopo l'esplosione. E lasciare il rifugio quando si vuole. Il trambusto, provocato dall'esplosione e dall'arrivo della polizia e vigili del fuoco, non interesserà l'area posta al di là del prato. Niente dì meglio. La Barbera, invece, racconta che le sgommate dell'auto degli assassini, indicano che si sarebbero appostati dietro il muretto... Avrà le sue ragioni, penso. Ma anch'io ho le mie ragioni. L'importante è non prenderle per oro colato. Esposi la mia ipotesi sull'autobomba nascosta nel grande parcheggio prima dell'attentato a un tale che abita in via dell'Autonomia Siciliana.

«Cazzate”, mi gelò, scuotendo il capo. “Ci sono centinaia di vetture parcheggiate sulla strada, giorno e notte. Che bisogno c'era di nascondere l'autobomba? Il parcheggio è custodito, propone qualche problema in più, perché complicarsi la vita!».

Ammisi che poteva avere ragione, a meno di non sospettare una complicità, che niente mi autorizzava a supporre.

La conversazione si sarebbe già conclusa se non avesse fatto un cenno ad una strana circostanza.

«Fino a mezz'ora prima dell'attentato, in via D'Amelio giocavano bambini, come ogni pomeriggio...». Fece una pausa, carica di significati nascosti. Parlava come se stesse pronunciando una sentenza della Cassazione, ma pretendeva - come dire - di non essere preso sul serio, sforzandosi di fare dell'ironia sui testimoni oculari. Poi, ammiccando, aggiunse: «Qui, qualcuno ha avvertito odore di bruciato. Non penso ad un segnale esplicito, penso alla possibilità di fare succedere qualcosa che allontani la gente da quel luogo. Non sarebbe una novità».

Annuii, per compiacerlo.

«Qualcuno ha detto ai bambini che stavano alla finestra mentre giungeva la scorta di Borsellino: rientrate a casa. Giusto in tempo, una frazione di secondo e per loro sarebbe stata la fine. Ha visto qualcosa di strano, di curioso? Che cosa?».

«Buona sorte, meno male», feci.

«Certo, certo..., ma la sorte ha aiutato proprio tutti».

«Che vuoi dire?».

«Vuoi dire che bisognerebbe sapere se...».

S'interruppe, alzò gli occhi al cielo, annusò l'aria.

«Pioverà?», chiese.

«E che ne so?», risposi infastidito.

«Di che si parlava?», domandò, facendo il finto tonto.

«Della luna», replicai.

Trascorro la mattina di Ferragosto a casa arrovellandomi attorno ai miei appunti e ai ritagli di giornali senza venire a capo di nulla. Scopro che la solitudine ha il suono della sirena di un'autombulanza, i tasti di una macchina per scrivere. Riordino tutto ciò che ho raccolto per argomenti, per ipotesi, cronologicamente. Un'operazione di igiene mentale, ma di nessuna utilità concreta. Ogni fatto, ogni ipotesi ne richiama un'altra, fino a che giungi a un punto che costringe a mutare percorso e devi ricominciare dall'inizio con pazienza. Mi ripeto, monotonamente, che l'uccisione di Paolo Borsellino è legata a quella di Giovanni Falcone e questa al delitto di Salvo Lima. E allora? «Bisogna partire da Reina per capire il delitto Lima», sostiene Nino Mannino che non è un poliziotto, ma un deputato palermitano comunista.

Perché da Reina? «Reina faceva la fronda a don Vito Ciancimino che nel '70 era diventato sindaco. Una volta rimproverò Achille Occhetto. Per voi questa è politica, disse, ma io rischio la vita».

Don Vito, dunque. Uhm! Non mi persuade. La tendenza ad addebitare tutto a Vito Ciancimino è una vecchia e comoda storia. Fa parte del panorama, ormai. C'è sempre bisogno di qualcuno che ha il compito di caricarsi tutti i mali dell'umanità. Calvi, Sindona furono indicati come i colpevoli di molte nefandezze. Non è che siano stati dei santi, ma nemmeno gli unici diavoli in circolazione.

In giugno del 1991 Salvo Lima depose come teste nel processo contro Vito Ciancimino (associazione mafiosa, irregolarità amministrative, etc.). Non smentì l'imputato, ad eccezione di un episodio. Ciancimino aveva ricordato un contributo di 50 milioni versati al partito durante la segreteria di Lima a Palermo. «A me non risulta”, sostenne Lima, “ma si può chiedere all'amministratore dell'epoca».

Una smentita parziale, dunque, che salva anche Ciancimino.

Lima fece di più: negò che ci fossero stati contrasti fra Reina e Ciancimino e negò quanto avevano detto i sindaci di Palermo, Elda Pucci e Nando Martellucci, che descrissero Ciancimino come il padrone degli affari comunali. «Ciancimino”, dichiara invece Lima, “non esercitò mai pressioni».

In novembre del 1970, Lima concesse una intervista a «L'Unità». La Commissione antimafia aveva scritto che l'amministrazione comunale di Palermo era «particolarmente permeabile al sistema mafioso» e il questore Vicari aveva espresso pesanti giudizi su Vito Ciancimino. Lei che cosa ne pensa? Gli chiese il giornalista Giorgio Frasca Polara. «Ciancimino è un amico mio”, rispose Lima, “ma io oggi milito in un'altra corrente della De e debbo stare attento a non farmi accusare di sfruttare i guai di un amico, guai da cui sono certo che uscirà indenne».

Ventuno anni dopo, solo ventuno anni dopo, Salvo Lima accettò di riparlare di Vito Ciancimino in una intervista al settimanale «II Sabato». Nella requisitoria sui delitti politici Ciancimino era stato definito dai giudici il portavoce di interessi mafiosi all'interno dell'amministrazione. Lima fece notare che Ciancimino era «un politico atipico».

«Atipico in che senso?», gli chiesero.

«Lui si occupava di affari. Quando parlo di un uomo politico mi riferisco a gente che si occupa di politica. Se oltre alla politica fa anche l'imprenditore è una cosa diversa».

«Ma l'atipico Ciancimino è stato per anni uno dei maggiori rappresentanti della De siciliana. E ha accennato ai giudici che nel periodo in cui era sindaco si incontrava con lei ogni domenica alle ore 12».

«Con Ciancimino ho avuto un rapporto contrastato. Certo, c'è stato un momento in cui ci vedevamo. Non ogni settimana... Ma poi per decidere che?».

«Questo lo sa lei...».

«A Palermo c'è stata sempre una gestione unitaria del partito. Quindi Ciancimino, politicamente parlando, si può dire che andava d'accordo con tutti. Io e Ciancimino il più delle volte ci siamo trovati sul fronte opposto. Ed è stato il mio gruppo a farlo dimettere da sindaco».

In ventuno anni molto è cambiato, Ciancimino è in galera, subisce pesanti condanne, ma la cautela di Salvo Lima non è venuta meno. Il rapporto fra Lima e Ciancimino può essere giudicato come si vuole: conflittuale, pacifico, a fasi alterne. C'è dell'altro, tuttavia. Gli amici di Salvo Lima sarebbero stati sconfitti dagli amici di Don Vito, i corleonesi. Al tempo della sanguinosa guerra di mafia del 1980/1983, Lima fu costretto a viaggiare con un'auto blindata, prestatagli dai Salvo, potenti esattori di Palermo. Il suo uomo migliore, il segretario provinciale della De Reina, fu ammazzato. Oggi Ciancimino deve sentirsi come il vitello sacrificale. Perché pago solo io, si sarà detto, e perché nessuno è in grado di evitare questa vergogna? Ma basta questo per spiegare un delitto? No, non è sufficiente. Il malanimo di Don Vito verso Salvo Lima è un'invenzione? Se il delitto perfetto esiste, l'ha inventato la mafia. Se fosse possibile, la mafia ricorrerebbe alla lupara bianca, sempre: scompare il corpo, perfino l'anima della vittima; restano ai parenti gli occhi per piangere e ai poliziotti i particolari sulle sue ultime ore.

«Con Ciancimino ho avuto un rapporto contrastato», ribadì Lima nel 1991. Non gli è più amico come nel 1970? No, non è questo il punto. «Oggi potrei dire”, spiegò, “che allora io lottavo contro la mafia, visto che Ciancimino viene dipinto come il diavolo. E dovrei dire che Mattarella e Gioia erano mafiosi. Ma questo non lo posso dire. I contrasti erano politici...».

Ciò che Lima non dice, è più interessante. Per esempio: «Posso dimostrare di non essere stato dalla sua parte in momenti cruciali, posso dimostrare che altri personaggi illustri gli hanno tenuto bordone. Se ragionassi come ragionate voi, sarebbero questi i personaggi mafiosi e non io. Ma non ragiono come voi, così non affermo ciò che potrei affermare».

I fatti, dunque.

II 9 febbraio 1002, 35 prima che Lima venisse ucciso, in un rapporto dei carabinieri, si segnala «la possibilità che frange eversive stipulino accordi di collaborazione ai fini operativi per la destabilizzazione del Paese. Salvatore Amendolito nei suoi memoriali al capo del governo, a ministri e magistrati, scrive che le cosche si preparano a sferrare un attacco allo Stato. Sempre in febbraio-marzo, un'operazione di polizia porta all'arresto di 26 mafiosi tra i quali c'è Pietro Vernengo: i loro nomi e la loro attività provano un'alleanza fra boss siciliani, finanza internazionale e dittature sudamericane, in un traffico d'armi e di valuta fra regimi dell'Est e il Sud America. Paolo Borsellino, è il mese di febbraio, ha appena archiviato l'inchiesta aperta dalle rivelazioni del trapanese Rosario Spatola sulle frequentazioni del Ministro siciliano Calogero Mannino, il quale sospetta un complotto ai suoi danni. Marmino e Lima si contendono la leadership siciliana della De.

Due settimane prima del delitto, Lima raccomanda prudenza a due suoi collaboratori. «State attenti», dice. Non una parola di più”. Ha saputo qualcosa? Ha ricevuto minacce? Certo è che non si comporta come un uomo preoccupato.

Il 6 marzo Elio Ciolini, legato ai servizi francesi e svizzeri e alla loggia P2, segnala attentati e trasmette a un magistrato un'oscura nota: «protezione Dc, D'Acquisto-Lima, Via Andreotti». I bersagli? Il deputato Mario D'Acquisto e Salvo Lima. II ministro degli Interni Scotti verrà a conoscenza dell'informazione il 14 marzo, quattro giorni dopo il delitto e solo il 18 conoscerà il nome dell’informatore, quel Ciolini che aveva bloccato per due anni con notizie false l'inchiesta sulla strage di Bologna.

Gli eventi politici, infine: due, a pochi giorni dal delitto; il rinnovo del Parlamento e l'elezione del Presidente della Repubblica. Le previsioni sono unanimi: la Dc perderà al nord, ma non al sud. Il candidato più quotato al Quirinale è Giulio Andreotti, il suo sponsor più quotato è Salvo Lima. Il tempo degli agguati, dunque; il socialista Francesco De Martino, candidato alla Presidenza della Repubblica, subì il sequestro del figlio ad opera della camorra napoletana e non fu eletto perché aveva pagato il riscatto.

La campagna elettorale si apre con le consuete scaramucce: a Misilmerì e Monreale bruciano le sezioni della Dc. Nell'Isola sgomitano i candidati, costretti a rinunciare alle cordate, perché si voterà con la preferenza unica. Sgomitano anche i boss, che vogliono essere rappresentati? Lima è costretto a dire no. A chi? Qualcuno tradisce? Non ne fa un dramma. Le sezioni bruciano? Silenzio. I guai di Marnnino Non lo riguardano. Secondo consolidate abitudini Lima si occupa di ciò che conta. Decide di radunare per mercoledì 11 marzo il suo esercito. Il meeting d'apertura della campagna elettorale si svolgerà a due passi da casa, all'Astoria Palace dì Mondello. Prende accordi con il direttore, cui preannuncia una visita per la mattina successiva, giovedì 12 marzo verso le 10.

L'ultima giornata di Salvo Lima comincia come tutte le altre: alle 9 del mattino in Via Danae; nella sua villa arrivano collaboratori e due deputati, Lillo Pumilia e Mario D'Acquisto; poi giunge l'assessore regionale alle Finanze Sebastiano Purpura. I consueti incontri mattutini con gli uomini importanti. Alle 9,30 Pumilia se ne va. È la volta di Nando Liggio, assessore provinciale e del professor Alfredo Li Vecchi. Liggio ha la vettura dell’amministrazione, Li Vecchi giunge con la sua Opel Vectra. Lima, Li Vecchi e Liggio salgono sulla Opel Vectra, seguiti dall'auto della provincia con autista. Qualche centinaio di metri, l'Opel torna indietro. Salvo Lima ha dimenticato la borsa. Rientra, prende l'agenda e lascia la borsa. L'Opel riparte. Manca un quarto d'ora alle 10. Li Vecchi è alla guida, accanto a lui Lima, sul sedile posteriore Liggio. L'Opel percorre la via Danae, supera la via Orfeo e imbocca Via Principessa Mafalda. Qualche centinaio di metri e sarebbe entrata in via Palme per dirigersi verso l'Astoria, attraverso il viale Regina Margherita. Qui Lima avrebbe parlato con il direttore e sarebbe poi andato in Via Emerico Amari, nella sede della Dc, dove è atteso per una riunione. Nella sua agenda, due impegni certi: domenica, il comizio d'apertura e, il 23 marzo, il comizio di Giulio Andreotti.

L'Opel giunge a pochi metri da Via Principessa Mafalda, Li Vecchi è costretto a frenare; una Honda gli sbarra la strada dopo avere superato a velocità sostenuta una Prisma. In sella alla motocicletta due uomini, che indossano il casco integrale. Lima è il primo a rendersi conto del pericolo, ma non c'è modo di sfuggirvi. Dalla Honda sparano due colpi sul tergicristallo dell'Opel, uno sulla ruota. Il vetro di sinistra, accanto a LÌ Vecchi s'infrange. La Honda accelera. «Tornano», dice Lima. Tenta di uscire dall'auto per sfuggire ai suoi assassini; il loden verde che indossa s'impiglia nello sportello. Fuggono Li Vecchi e Nando Liggio; il primo trova rifugio dietro i cassonetti della immondizia. Ma i killer non si curano di loro; Lima viene inseguito, ferito e poi ucciso con un colpo alla nuca. La campagna elettorale di Lima si chiude così con 23 giorni di anticipo, lasciando l'esercito andreottiano allo sbando. Solo D'Acquisto riuscirà ad arrivare a Montecitorio. E per Andreotti, addio al Quirinale.

Poche ore dopo il delitto una telefonata al 113: «La lista non si ferma qui». E un anonimo indica nel «corleonese» Pietro Aglieri, il killer di Lima. Una rivendicazione. La responsabilità territoriale del delitto spetta alla cosca corleonese dei Madonia che controllano Partanna Mondello. È oggettivamente colpevole, secondo la mappa del potere mafioso disegnata dai pentiti. L'assassinio di Lima è preceduto, così, dall'avvertimento di un ambiguo confidente, Elio Ciolini, e seguito da una rivendicazione anonima. L'agguato a Falcone fu preceduto da un avvertimento anonimo. «Occupati di politica» , e dai memoriali di Salvatore Amendolito, e seguito da una nuova rivendicazione del delitto (il regalo di nozze per il matrimonio del giovane Madonia).

Il 13 marzo a poche ore dal delitto, Ciolini può affermare: «Visto che sta avvenendo quello che avevo previsto!». E Amendolito può scrivere che la mafia sta combattendo contro le leggi speciali con azioni terroristiche.

Il 18 marzo l'Agenzia Ansa divulga una circolare del ministero degli Interni destinata alle prefetture: «E’ in atto un piano di destabilìzzazione del Paese». Lo ha anticipato un rapporto dei carabinieri, non solo Elio Ciolini. Sembrerebbe che il movente politico e quello terroristico mafioso percorrano strade diverse. Salvo Lima non avrebbe impedito le leggi speciali decise dal governo Andreotti e non avrebbe fermato le iniziative della Procura della Repubblica di Palermo. Puntando al bersaglio grosso, gli assassìni hanno scompaginato gli equilibri politici, messo a segno il primo «colpo» contro lo Stato colpevole delle leggi speciali, destabilizzato il Paese (e attraverso l'Italia, l'Europa di Maastricht incerta e impaurila per via del contagio mafioso).

Queste, tuttavia, sono opinioni. Forse, illazioni.

Torniamo ai fatti.

Arriva un'altra rivendicazione. Stavolta è la Falange armata; una sigla che sarà usata per minacciare il ministro degli Interni Nicola Mancino, il direttore dell'amministrazione penitenziaria Nicolò Amato e il ministro della Giustizia Claudio Martelli. In una telefonata all'Agenzia Adn-Kronos un uomo della Falange armata, con un forte accento siciliano, minaccia il ministro siciliano Calogero Mannino; dopo la morte di Lima, è l'uomo politico più importante dell'Isola. «La retorica posticcia della fratellanza in armi”, dice la voce registrata su nastro, “non potrà reggere a lungo al vuoto lasciato dalla scomparsa del nemico comune. Mancino se ne accorgerà prestissimo sulla propria pelle.

Hanno voluto anche saggiare la reale volontà e determinazione degli avversali. Hanno cominciato a sfidarli, aumentando a poco a poco la provocazione, finché a un certo punto l'avversario si muove, deve muoversi, si indigna, prende le contromisure energiche.

Ho cercato d'immaginare questo brano letto in dialetto siciliano e non ci sono riuscito. Ma non posso liquidare la questione con la mia scarsa fantasia. La Falange armata ha accompagnato le gesta della banda della «Uno bianca» che ha terrorizzato la Romagna; più che la rapina, il denaro, l'obiettivo dei banditi sembra la violenza gratuita. Il 27 luglio la Falange comunica all'Adn-Kronos che è «in pieno svolgimento la terza fase». Nuovi crìmini, dunque. E’ un filo esile, ma esiste. Riaffiora alla mia mente, l'indicazione di Totuccio Contorno all'Antimafia: la famiglia Riina si è messa in affari in Emilia.

Nel 1991 inventarono un'altra sigla, il Movimento rivoluzionario: cercavano di ideologizzare il crimine, attraverso la rivendicazione. Così in Sicilia si inaugurò la stagione dei riconoscimenti di paternità per i delitti di mafia. Che è la negazione dell'antico costume del silenzio e dell'omertà. Un altro capo dell'esile filo sembra congiungere eventi apparentemente lontani tra loro. Attribuirvi un significato mi pare arbitrario, ma non posso ignorarli.

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