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Misteri

Cap 26/ La mattanza della mafia, i corleonesi e gli sbirri negli anni bui. Mattarella, Reina, Lima , Livatino, Chinnici…

di Salvatore Parlagreco
07 dicembre 2009 16:33
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A causa del silenzio sulle indagini, non possiedo dati essenziali sull'agguato a Lima. Tuttavia, posso utilizzare le modalità  dell'agguato per stabilire analogie e verificare l'esattezza delle ipotesi affacciate dopo il delitto. I killer uccidono Lima, ma risparmiano i suoi accompagnatori: è un po' l'antico colpo di lupara, un'incisione chirurgica, il bisturi incaricato di eliminare il male senza danneggiare gli organi vicini. Gli assassini hanno il casco integrale, non pos, sono venire riconosciuti, ma questo non è sufficiente per spiegare il bisturi, l'esecuzione «pulita».

Negli ultimi anni sono stati compiuti numerosi delitti “inutili”; il riguardo nei confronti di chi non c'entra fa parte del passato; non sempre, certo: quando l'assassino deve eliminare il testimone, non c'è alternativa. In realtà la legge la fa chi è incaricato di ammazzare e chi lo manda. Se il mandante pretende un lavoro «pulito», che non desti «allarme», allora sceglie un chirurgo, un uomo addestrato, freddo, con i nervi saldi. Un professionista, insomma. Altrimenti affida la vittima ad un macellaio.

La crudeltà  non c'entra. Contano solo gli obiettivi e gli uomini capaci di raggiungerli. Lo stato di necessità può dettare il tipo di esecuzione, ma alla fine, le abitudini del killer e dei suoi capi vengono fuori. Pino Greco, conosciuto con il nomignolo «scarpuzzedda», ha ammazzato ottanta persone; pare che si «divertisse». I suoi crimini erano diventati riconoscibili, la sua crudeltà leggendaria, al punto da preoccupare il mandante, Totò Riina, che ne ordinò l'eliminazione.

La responsabilità  territoriale, le rivendicazioni lasciano il tempo che trovano.

Individuare «la mano» sarebbe importante ma è terribilmente difficile. 

Per capire occorre esaminare anzitutto i grandi delitti. Perché solo questi? Semplice: gli altri sono affidati alla manovalanza, a uomini privi di «personalità; non si sono fatti la mano, hanno voglia di fare carriera nella “famiglia”; devono eseguire l'ordine, costi quel che costi.

Il 6 gennaio 1980 Piersanti Mattarella fu freddato in auto. L'assassino lo colpì una prima volta, ferendolo; la pistola s'inceppò, il killer fu costretto a cambiare l'arma per sparare ancora. La moglie di Mattarella, la signora Irma, che gli stava accanto, fu risparmiata; pare anzi che il killer abbia spostato il suo braccio che cercava di coprire Piersanti, per evitare di ferirla. Identico il comportamento di killer tre mesi dopo; la vittima è il segretario provinciale della Dc, Michele Reina. L'esecuzione si svolge davanti a tre testimoni, la moglie ed una coppia di amici, che si trovano nell'auto della vittima. Il killer si avvicina all'auto, esplode alcuni colpi di pistola e si allontana. Lavoro «pulito». Non reagisce nemmeno quando l'amico di Reina gli spara, senza colpirlo.

Ben diverso il comportamento degli assassini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, del commissario Cassarà, dei giudici Terranova, Scaglione e Saetta, del segretario regionale del Pci Pio La Torre: in tutti questi delitti i killer uccidono la loro vittima e quanti le stanno accanto con brutalità e ferocia inaudite.

Il giudice Rosario Livatino, in settembre del '90, fu raggiunto con l'auto, inseguito e ucciso da tre, quattro uomini. Ferocia e determinazione, ma tecnica sicuramente diversa. Per il giudice Palermo (rimasto indenne), Chinnici, Falcone e Borsellino, Cosa nostra ha scelto il tritolo; ha voluto, proprio così, voluto, una esecuzione esemplare.

Il colonnello Giuseppe Russo fu ucciso il 20 agosto del 1977; si deve a lui la scoperta dei corleonesi, allora guidati da Luciano Liggio. Russo li inseguiva, li fiutava, li stava stanando. Lo ammazzarono mentre passeggiava nella piazzetta del borgo della Ficuzza, una volta Casina di caccia dei borboni, a pochi chilometri da Godrano e da Corleone. Era in compagnia dell'inseparabile amico, il professore Filippo Costa. I killer colpirono entrambi alle spalle, mentre il colonnello dietro il muro di una casetta accendeva una sigaretta.

Costa avrebbe potuto essere risparmiato.

Questo ragionamento indurrebbe a ritenere che due dei tre delitti di cui mi occupo,  e cioè  Falcone e Borsellino,  abbiano lo stesso mandante; il primo, in cui è caduto Lima, invece sarebbe stato compiuto da una mano diversa. Questa ipotesi è avvalorata dal fatto che gli artificieri hanno usato la stessa tecnica sia in Via D'Amelio quanto sull'autostrada di Punta Raisi.

La diversità con il delitto Lima, tuttavia, non induce a considerare separatamente i crimini. Il livello dell'azione criminale, i tempi ravvicinati, le responsabilità politiche di Salvo Lima e Giovanni Falcone costituiscono indizi di una volontà  comune, di una regia unica.

Immagino un torneo di scacchi: alcuni giocatori sfidano i loro avversari applicando regole proprie, ma ogni mossa di ciascuno percorre il filo di una strategia univoca. Le partite, peraltro, possono vincersi anche per demerito dell'avversario .

Ho letto e riletto quanto l'autista di Giovanni Falcone ha raccontato ad un giornalista del settimanale Epoca. Ho appreso così che l'orario di arrivo e l'itinerario dell'auto di Falcone erano conosciuti da molti, che non esisteva una procedura di sicurezza, né un linguaggio in codice, né strumenti di comunicazione protetti.

Oltre che sull'arma dell'agguato il crimine può contare su mezzi e risorse infinitamente superiori. Giuseppe Costanza, l'autista di Falcone, non è un poliziotto, ma un dipendente dell'amministrazione giudiziaria; non ha svolto alcun addestramento e non è preparato a difendersi. E’ lui, tuttavia, l'uomo che organizza il rientro del magistrato in Sicilia. Non certo per sua scelta.

«Sabato, 23 maggio. Alle 8,45, racconta Costanza,  chiamo Roma dall'ex ufficio istruzione del Palazzo di giustizia. No, non sul telefono cellulare. Chiamo il Ministero. Risponde la segretaria, che mi passa Falcone... Mi dice che sarebbe arrivato a Punta Raisi alle 17,45. Tocca a me avvisare la scorta. Nella stanza ci sono molte persone. Mi sposto nella stanza del giudice Leonardo Guarnotta, chiamo l'ufficio scorte, chiedo del dirigente. Non c'è, mi risponde una persona che dice di essere l'ispettore Colella. Affido a loro la comunicazione con l'orario di arrivo... L'elicottero non c'è più, una volta controllava dall'alto il percorso di Falcone... Il dottor Falcone ha due borse, ma non vedo il computer portatile che quasi sempre teneva con sé... Chiedo al dottore se vuole guidare perché so che la signora soffre il mal d'auto e preferisce sedere davanti, accanto a lui. Mette le borse nel bagagliaio, comunica la direzione al caposcorta, Antonino Montinaro e si mette alla guida... Falcone e la moglie non avevano allacciato le cinture di sicurezza. Non lo facevano mai...».

Durante il tragitto si svolge il cambio delle chiavi del cruscotto.

«La macchina è in corsa, la spegne lasciando perfino la marcia innestata. E’ un attimo: estrae la mia chiave e infila la sua nel cruscotto, riaccendendo. L'auto, ancora in trazione, rallenta. Esclamo: Ma che fa? Così ci ammazziamo. Ha il tempo di rendersi conto che ha commesso un errore. Non era mai successo prima: lui, così lucido di solito, non aveva pensato che la macchina rimaneva senza controllo, freni disattivati e sterzo bloccato. Si volta verso la moglie, che lo guarda stupita. Scuote la testa. Mormora: scusa... Se non avessimo rallentato, la bomba sarebbe saltata sotto di noi».

Tre telefonate informano chi di dovere sulle intenzioni del magistrato.

C’è di più: Falcone si mette alla guida di una blindata tutte le volte che vuole. Nessuna norma di sicurezza lo sconsiglia dal farlo; è affaticato, sovrappensiero, distratto; al punto da cambiare in corsa la chiave dal cruscotto.

Paolo Borsellino, ad alto rischio, non è meglio protetto: telefoni sotto controllo, assenza di vigilanza sul percorso e in Via D'Amelio.

Senza un'informazione tempestiva da parte degli attentatori l'attentato di Via D'Amelio sarebbe stato impossibile. Borsellino si era recato il 18 luglio in casa della sorella per visitare la madre. Sarebbe stato improbabile un suo ritorno il giorno dopo, ma il commando lo aspettava; sapeva in anticipo. Così come sapeva in anticipo l'arrivo di Giovanni Falcone.

 

 

Domenica 2 agosto 1992

«Osserva quel tale, quello in fondo seduto accanto a una coppia di vecchi. Lo vedi?-.

Feci un cenno di assenso col capo. «E allora, lo vedi?».

«Sì certo ... Quello con la barbetta grigia, gli occhiali, la camicia azzurra...». «Bene ... E ora, dimmi che cosa ti suggerisce quest'uomo...». «Niente, non mi suggerisce niente ...».

«Povero o ricco? Infame o onesto? Professore o impiegato alle poste?» incalzò sogghignando.

«Lascia perdere», dissi, mentre osservavo l'uomo dalla barbetta grigia. Non aveva età; le labbra, gli occhi erano immobili. Se ne stava con le braccia ciondolanti, fissando un bicchiere d'acqua davanti a sé.

«Potresti scambiarlo per un mobile. É un essere insignificante», sentenziò.

Assentii per compiacerlo. Ero di cattivo umore. Per incontrarmi con lui avevo speso metà  della giornata e subito le sue manie. Avevo percorso in auto per circa due ore la città, in attesa di conoscere il luogo dell'appuntamento. «Devo essere prudente», mi aveva detto, raccomandandomi pazienza. L'avevo chiamato a telefono il giorno prima. Credevo che mi avesse dato il numero di casa. Mi aveva risposto invece una voce femminile.

«Bar .... che cosa desidera?».

Balbettai il nome concordato: «Martini».

«Mi dia il suo recapito, la faccio richiamare» disse la voce.

Obbedii.

«Ah..., lei chi è?».

«Non importa», risposi.

La messinscena mi fece sentire un po' ridicolo, ma non avevo scelta.

Mi richiamò  trenta-quaranta minuti dopo, proponendo di vederci il mattino successivo, domenica 2 agosto.

«Dove e quando?» domandai.

«Lo saprai domani», rispose. «Hai il telefono in macchina, no?». «Certo, ho il telefono».

«Sali in auto verso le 10, le 10 e 30 ... Ti chiamerò e ti farò sapere».

Feci ciò che mi aveva chiesto. Mi misi in macchina alle 10 e un quarto, avviandomi verso Piazza Indipendenza. Accesi l'aria condizionata e cercai invano una stazione radio che non trasmettesse urla e singhiozzi accompagnati da suoni musicali. Poche auto, tutte stipate e pronte ad abbandonare Palermo per una spiaggia qualsiasi. Due poliziotti imbronciati sul marciapiede nei pressi della Cattedrale, un gruppetto di anziani turisti preceduti da una ragazzina che tiene ben in vista un ombrellino per farsi seguire e una pattuglia di agenti con giubbotto antiproiettile. Lasciai Corso Vittorio Emanuele per immettermi in Via Matteo Bonello, proseguii per il Papireto _ luogo degli antiquari veri e fasulli _ e giunsi a Piazza Vittorio Emanuele Orlando. Il Palazzo di Giustizia, transennato, era affollato di auto blue. Parcheggiai in Via Nicolò Tunisi Colonna, di fronte al Palazzo di Giustizia. Squillò il telefono in macchina.

«Dove ti trovi?» chiese.

«In Piazza Indipendenza», mentii.

«E allora imbocca Corso Calatafìmi fino alla Circonvallazione ed entra a Viale Lazio ... Ti richiamo fra venti minuti ...».

Si andò avanti così per un'altra ora. Finalmente decise di mostrarsi, in Via Libertà, al bar del Viale. Mancavano dieci minuti a mezzogiorno quando lo raggiunsi. Leggeva il giornale, sorbiva un caffè. Mi scorse con la coda dell'occhio, poggiò sul tavolo il giornale, si alzò  e mi venne incontro accogliendomi con esagerata familiarità. Sedetti accanto a lui, presi dal taschino penna e block notes e li riposi sul tavolo. Mi domandò allora del signore con la barbetta. Non volle parlare d'altro per un lungo tempo, tanto che mi spazientii e riposi in tasca il block notes. A quel punto cambiò tono, argomento e atteggiamento.

«Hai visto l'intervista di Tommaso Buscetta in televisione?», gli domandai.

«Parliamo di cose serie».

«Va bene, parliamo di cose serie ... Questo Totò Riina è vivo o è morto? E’ il capo o non lo è? E quanto conta oggi l'esercito dei corleonesi?».

Si girò sulla sedia, centellinò il suo caffè, accese una sigaretta.

«Di questo parlerai con qualcuno che potrà risponderti in modo soddisfacente. Ma non ti aspettare tutta la verità ... Anche perché...».

S'interruppe per dare una boccata alla sigaretta. Lo osservai incuriosito: alto, stempiato, asciutto... Recitava la stanchezza, la costrizione, il disincanto, la delusione... Non ci campava con le informazioni. Se così non fosse stato, mi avrebbe già chiesto denari, favori, qualcosa.

Si accontentava di tenermi sulla corda.

«Allora, mettiamola così ...» riprese. «Se ottieni buone informazioni e trovi la strada giusta per arrivare alla verità, sei morto. Se invece giri a vuoto, beh, non sarai disturbato da nessuno, ma avrai vissuto inutilmente; se ti accontenti delle mezze verità, salvi capre e cavoli».

Si sforzò di sorridere, mi guardò con aria docile.

«Non sto cercando di spaventarti, né di prenderti in giro. Dico sul serio. Tu non sei come quello...».

E mi indicò  con un cenno del capo il tale con la barbetta. «Quello è un uomo che non lascia mai la sua sedia. É un personaggio, quello! Viene da pensare che in vita non abbia mai lasciato uscire una parola dalla bocca. Una parola che contasse...».

«Se capisco, sono morto ... É questo che vuoi dirmi, vero?».

Assentì, serio. Ricordai Mario Francese, il cronista di giudiziaria del Giornale di Sicilia, che ammazzarono senza un perché. Quando era avvenuto? Dodici anni fa, a tarda sera. Ascoltai la notizia dalla radio della polizia, che gracchiava di un uomo ucciso a colpi di pistola. L'avevo incontrato, Mario, pochi giorni prima. Aveva avuto un infarto ed era stato costretto a curarsi. Proprio così, costretto. Fosse stato per lui... Rientrando al giornale non aveva potuto occuparsi di cronaca giudiziaria. E se ne lamentava, forse a torto.

«Che fai, Mario?».

«Quello che mi piace meno», mi aveva risposto.

Ho sempre pensato che non sapesse di essere un pericolo, che non sapesse nemmeno di avere commesso un'imprudenza. Parlava, parlava con tutti e ovunque.

«C'è  qualcuno che sa dei nostri incontri?», domandò Martini.

«No, nessuno», lo rassicurai. Ed era vero.

«Come utilizzerai ciò  che sto per dirti?».

«Semplice, un informatore anonimo. Non è originale, ma è quel che serve. Del resto, i giornali sono affollati di lettere anonime, informazion i anonime, pentiti senza nome...».

«Resta il problema...».

«Quale?».

Al tavolo si avvicinò  il cameriere per ritirare la tazzina di caffè. Ci osservò, indugiando.

«Non hai preso niente ...», disse Martini.

«Un caffé, anche per me...».

«Quale problema? Che te ne fai di un informatore senza nome? Non è credibile. E se lo è, ti domanderanno nome e cognome».

«Non sono tenuto a rispondere, ma non è questo il punto. Se servisse a qualcosa ... Vedi, potrei presentarti come... Sì, come un escamotage letterario, un mezzuccio per mettere in bocca ad un personaggio inesistente qualcosa che scotta. Lo fanno, sai, lo fanno... Per movimentare la scena, creare l'atmosfera di mistero attorno alle banalità”.

Risi di me e delle mie trovate. Martini ne fu contagiato.

«Sarò un'invenzione letteraria ...».

«Il solito gioco, no?» esclamai, scrollando le spalle.

Mugugnò qualcosa, ridivenne serio e riprese il suo dialogo con la sigaretta. Sì, perché  si parlavano lui e la sigaretta. La guardava intensamente, seguiva le nuvolette di fumo, partecipava alla sua morte lenta. Mi divertì  l'immagine che i pensieri componevano. Martini non capiva e osservava, stupito, il mio compiacimento.

«No, non è proprio un gioco, ti avverto», fece, cercando di darsi un tono.

«Tu sai molte storie di Agrigento, no?».

Annuì.

«Paolo Borsellino aveva programmato un viaggio a Mennheim per lunedì 20 luglio, giorno dopo l'attentato. Avrebbe dovuto interrogare un pentito».

«Giovanni Butticé, di Raffadali».

 «E questo Butticé che sapeva?».

«Sapeva qualcosa sull'assassinio del giudice Rosario Livatino».

«Borsellino non arrivò mai a Mennheim. Se fosse arrivato, che cosa avrebbe scoperto?».

«Nei suoi scaffali Borsellino aveva un dossier sull'omicidio del maresciallo Giuliano Guazzelli. Livatino fu ammazzato sulla scorrimento veloce Caltanissetta-Canicattì nel 1990, Guazzelli due anni dopo sulla Agrigento-Porto Empedocle. Guazzelli indagava sulla morte di Livatino. Due giorni prima di morire s'era incontrato a Roma con un distinto signore di Canicattì. Uno senza passato, sconosciuto perfino alla polizia. Settanta anni, ben portati. Questo signore sarebbe l'uomo di fiducia delle famiglie Cuntrera e Carruana, che da anni hanno lasciato la Sicilia. Guazzelli credette che fosse una pedina importante. Borsellino ripercorse l'indagine di Guazzelli. In Germania, grazie a Butticé, era arrivato a Gaetano Puzzanghero, che forse, è uno dei tre che hanno ammazzato Livatino. Puzzanghero era rimasto coinvolto in una sparatoria dentro un bar a Colonia, Butticé ha raccontato tutto ...».

«Ogni indagine di Paolo Borsellino è una buona pista», osservai. «Ma le indagini del giudice sono molte, troppe... Dal 19 luglio gli investigatori inseguono tutte le inchieste e si ritrovano con le mani vuote».

«Questi qua hanno i soldi, gli uomini e le amicizie giuste. Canada, Venezuela, i mercati europei...».

«E i corleonesi?».

Batté nervosamente sul tavolo con le nocche delle dita.

«I corleonesi, i corleonesi, sempre i corleonesi. Non sapete altro voi. Come se esistessero solo loro. Prova ad usare la testa», mi rimproverò.

Per legittimare la domanda, fui costretto ad arrampicarmi sugli specchi.

“Guarda che quelli contano. Se non fosse così mi dici perché l'avvocato di Totò Riina, quindici giorni fa, ha raccontato al mondo intero di vedere il suo cliente regolarmente? L'uomo più pericoloso passeggia per Palermo e lo fa sapere a tutti».

Assentì, seppure di malavoglia. E venni nuovamente colto dal dubbio; se sapesse davvero o fingesse di sapere, se fossero le liturgie che accompagnavano i suoi argomenti o le informazioni a contare di più.

«Prova ad immaginare uno scenario che vede i corleonesi e i loro alleati in difficoltà: i Madonia, i Vernengo ... e prova ad immaginare che i clan agrigentini vogliano approfittarne. Senza scendere in guerra, beninteso. Anzi, portandoseli a braccetto».

Fece una pausa per accendere un'altra sigaretta. Aveva preso a parlare con un forte accento siciliano; soprattutto le «s». Ho sempre creduto che il dialetto sia, come dire, una buona spia. Un ritorno alle radici, che s'accompagna ai momenti di verità. Scoprii che aveva un curioso vezzo, si toccava continuamente il lobo dell'orecchio, ed un lieve tic, che lo costringeva ad accennare ad uno starnuto.

«A braccetto, capisci», riprese, avvicinandosi a me. «Gli agrigentini hanno bisogno di controllare il territorio, altrimenti è tutto più complicato, le banche, gli uomini, la politica, la raffinazione ... tutto! Vogliono una base sicura. Lo so che i rischi sono aumentati in Sicilia, ma restare in casa è meno pericoloso. In Germania il riciclaggio è un affare da ragazzini, ma in caso di bisogno chi ti salva? Hai capito, no? Ora, i corleonesi e gli altri hanno perduto molti uomini. Ricordati la carcerazione preventiva, i decreti anticrimine... E la Cassazione sotto tutela significa ergastolo. Gli agrigentini possono assestare il colpo di grazia ed eliminare gli uomini più pericolosi dell'antimafia. Due piccioni con una fava. Questo, almeno, lo capisci?».

Il tic si fece più  insistito. Gettò via una sigaretta dopo qualche boccata. «Fanno meno male», spiegò.

«É così ben congegnata la trama, che potresti averla suggerita tu ...», dissi.

Martini fece una smorfia, che assomigliò a un curioso sberleffo.

«Il fatto è”, continuai, “che le analisi restano analisi. Tu hai l'aspetto buono come il Crocifisso, ma ragioni come loro e hai il pelo sullo stomaco. Dimmi perché parlo con te? Perché... Non riesco a farmene una ragione!».

«Lo sai che ho fatto teatro da giovanotto? Una volta recitai in paese la parte del cavaliere Rasconà... La giustizia c'è ma per chi ha abbastanza animo di calpestarla».

«Metafora per metafora, ti dirò quello che penso. Sei mafioso...».

Mi poggiò una mano sulla spalla, guardandomi con l'aria un po' stralunata. Ora mi pareva un altro uomo, meno sicuro di sé.

«Un'indagine, caro amico», disse, «trova la buona sorte solo se l'assassino gli rotola fra i piedi. Una confidenza, chiamiamola così, professionale, una delazione anonima, il caso... O la chiacchierata al caffè. L'acume degli investigatori? Quello c'entra poco, quando c'è. Sono persuaso che gli agrigentini abbiano il mazzo in mano e distribuiscono le carte. Le loro carte... Questo non vuol dire che siano soli. Nessuno è solo, a questo mondo. Livatino, Guazzelli, Lima, Falcone, Borsellino. Tutti ammazzati. Chi paga? Quelli che stanno in galera o possono finirci. Chi sta in Canada, in Venezuela, fa buoni affari, è al riparo. Deve solo sapere aspettare. Lo Stato, l'antimafia farà il servizio completo. Si ripete un copione rovesciato: Falcone si serviva dei perdenti _ Contorno, Buscetta _ gli agrigentini si servono dello Stato per eliminare le famiglie vincenti. Tutto il resto è fumo. I pentiti parlano assai... Le lettere anonime fanno il loro mestiere da che è nato il mondo. E le minacce di morte? Quelle servono a tenere occupati i carabinieri, che devono guadagnarsi lo stipendio. Servono a ricordare che il mazzo l'hanno in mano loro... Ognuno usa l'altro, ma a distribuire le carte sono quelli che la legge se la fanno da sé...».

Chiamò il cameriere, facendo tintinnare il cucchiaino sul bicchiere. Riprese ad accarezzare il lobo dell'orecchio, fu scosso da un interminabile colpo di tosse. Guardandolo, mi parve che gli anni gli fossero cresciuti addosso d'improvviso. Le guance erano solcate da due rughe profonde, dalle sopracciglia scendevano fino al mento. M'impedì di pagare il caffè. Si alzò. Era altissimo, magrissimo. Ricordava i personaggi dipinti da El Greco, che toccano il cielo pur restando coi piedi a terra.

«Accontentati di quello che sai», mi disse, porgendomi la mano. «Il sapere è una corda bagnata attorno al collo; più ti muovi per sapere e più la corda si stringe. Ecco, il sapere è un incaprettamento, una brutta morte».

Gli strinsi la mano, mormorai un saluto.

«Dovresti saperlo che la questione vera non è la scoperta del delitto, ma quante probabilità ha l'investigatore di scoprirlo e scoprendolo di restare vivo », aggiunse.

«Vorresti dire», replicai infastidito, «che sai altro e non parli perché temi che sia rischioso per la mia salute? Non puoi pretendere che ci creda».

Mi afferrò per un braccio con un gesto brusco ma amichevole, tirandomi a sé.

«Tu non sai che cosa significa adagiarsi su un letto con la sensazione che esso si trasformi in una bara. Mi sono guadagnato una solitudine che nessuno sospetta. Non posso rinunciarci, capisci? E poi, io non ti conosco. Potresti vendermi, tradirmi».

«Tradirti con chi?».

«A casa mia, m'insegnarono a non fidarmi nemmeno di mio padre... Anche volendolo, non ci riesco... Capisci, ora?».

Fece un gesto spazientito e bestemmiò. Arrotolò curiosamente il giornale, scrollò  le spalle.

Recita la sua parte, mi dissi.

A modo suo si sforzava di essermi amico.

«Il mio amico abita a Palermo, ma ha vissuto a Corleone”, mormorò con aria distratta. “E’un galantuomo, fa il maestro di scuola. Si chiama Giuseppe. Puoi chiamarlo a scuola, fai il mio nome, quello vero, s'intende».

Lo seguii per un po' con lo sguardo,  si soffermò davanti alla vetrina della vicina libreria, riprese a camminare, si girò  indietro, poi lo vidi scomparire dietro l'angolo di Via Archimede.

 

 

© Riproduzione riservata
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Anonimo 10 dicembre 2009   12:25

 Scusa non avevo firmato.

"Costa, invece, morì di polmonite"

Michele Costa

Anonimo 10 dicembre 2009   12:23

 Costa, invece, morì di polmonite!

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