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Cap 28/29 I pentiti americani e l’attentato dell’Addaura per fare “saltare in aria” Falcone. Storie di dinamite, morti ammazzati, depistaggi, killer e spioni

di Salvatore Parlagreco
22 dicembre 2009 13:19
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Ci si abitua a tutto. Quasi a tutto. Giovedì 20 agosto un furgone con un carico di tre quintali di tagex, esplosivo da mina a base di nitroglicerina, tredici detonatori e 400 metri di miccia, viene rapinato su un tratto della strada provinciale che collega Torretta a Palermo, nei pressi delle colline di Bellolampo. Il trasporto non era stato autorizzato e quindi il furgone non era scortato. L'episodio fa presagire altri attentati, altro sangue. Poche ore dopo, il furgone riappare. É stato abbandonato in una stradina del centro di Palermo. Che cosa è accaduto? Accortisi di trasportare un carico di esplosivo, si sono affrettati a riconsegnare tutto? Oppure sui tratta di un boccone avvelenato, la rapina fa parte del clima di tensione sapientemente costruito, giorno dopo giorno, attraverso avvertimenti e minacce di attentati?

La questione non è essenziale. Meglio tirare le fila degli ultimi eventi. Lavoro da farmacista; può svolgerlo qualcuno che resista al frastuono, si chiuda fra quattro mura e metta insieme le voci e gli episodi secondari, le rivelazioni dei pentiti e le novità sulle indagini divulgate dalla stampa.



«Un secondo fronte delle indagini» spiego a Fabio Bagnasco che aggrotta le sopracciglia sforzandosi di capire. Fabio è un tipo calmo e meditativo, crede nel soprannaturale ed ama Edgar Allan Poe. Subisce senza lamentarsi un compenso di 300 mila lire al mese in cambio di sei-otto ore al giorno di lavoro nella redazione di un periodico. S'indigna con educazione, pone domande impossibili in tono pacato e si limita a corrugare la fronte quando ascolta una banalità.

«Un secondo fronte di indagini», ripete severo, fingendo curiosità.
«Hai ragione, sarò più chiaro ... Sono state dette tante cose in questi giorni. I più loquaci sono i pentiti. Metti insieme le loro opinioni, cerca di capire che cosa ne viene fuori...».
Fabio annuisce e si liscia la barba lunga di tre-quattro giorni. «Quanto tempo mi dai?».
«Quello che ti pare... Hai letto qualcosa? Sai qualcosa?».
«No, non so niente».
«Meglio, così cominci da zero».
«La questione non è nuova, comunque ...» ribatte concedendosi un sorriso. Mugugnai qualcosa d'incomprensibile.
«Due secoli or sono», dice, “il principe Caracciolo era convinto che in una notte avrebbe sconfitto le cosche. Bastava mandare in galera un centinaio di capi ...».
          «Lascia perdere».
«Oggi sono di più e sono più potenti. Però, la questione è sempre la stessa».

Alle 22,30 dello stesso giorno, era il 19 agosto, Salvatore Amendolito mi chiamò da Washington. Era più informato di me sulle indagini. Mi disse che il nuovo procuratore di Caltanissetta, Tinebra, aveva ricominciato da zero.
«Se vuole fare sul serio, osservò, sarò dalla sua parte. Tinebra verrà ad interrogarmi qui negli Usa sull'attentato dell'Addaura. Se vorrà sentire, lo farò parlare in modo confidenziale con alcune persone che in Italia hanno voce. Qualcuno che ha seguito la vicenda dell'Addaura fin dall'inizio. Tante cose verranno fuori. Noi intanto abbiamo fatto le nostre indagini ...».
«Voi, chi?».
«Io e il mio avvocato. Adesso hanno unificato le indagini, gli atti che riguardano l'Addaura e la denuncia per calunnia fanno parte della grossa inchiesta. Le manderò altri documenti ...».
«Va bene, li leggerò».
«La Procura della Repubblica di New York si è ben guardata dal chiamarmi. Gli agenti dell'Fbi fanno di tutto per mettermi in imbarazzo ...».
Gli feci ricordare che appena una decina di giorni prima mi aveva detto il contrario, che l'Fbi aveva ripreso a fidarsi di lui.
«Sì, il rapporto era migliorato, poi è peggiorato ...».
«Negli ultimi giorni?».
«Sì, nelle ultime settimane».
«E che cosa è capitato?».
«Gli agenti di New York avevano ripreso a parlare con me, ma dopo avere riferito a Washington, hanno ricevuto l'ordine di rompere. Avevano proposto la mia assunzione. Questo qui, avevano detto, ci dà informazioni importanti. Sono stati mandati al diavolo. Con Amendolito non si parla, non abbiamo bisogno di lui. Comunque, la cosa interessante, cui Tinebra tiene, è che in pratica si comincia a parlare dall'inizio. Da dove viene?».
«Da dove viene, chi?».
«Tinebra ...».
«Dalla Procura di Enna ...».
«Si è occupato di mafia in passato? Quanti anni ha?».
«So poco e niente...».
«L'Fbi ha capito che le cose non quadravano,  tre anni per le indagini sull'Addaura!, ed ha chiesto di rifare tutto da capo. Abbiamo scoperto che il congegno non poteva esplodere, era stato fatto in modo che non potesse esplodere...».
«Io so per certo che è stata effettuata una prova e il congegno dell'Addaura è esploso, al secondo tentativo ...», gli dissi.
«É stata un'esplosione indotta, procurata. Il voltaggio era troppo basso. Per fare esplodere il congegno sarebbe stata necessaria una carica esterna. Il mio avvocato è andato a Caltanissetta per acquisire le notizie sulle nuove indagini e Tinebra gli ha detto: non ci pensare neppure, ho bisogno di parlare con Amendolito. Punto e basta. Io ho chiamato l'assistente di Tinebra e ho detto: mi va benissimo, qui però non mi posso incontrare con gli americani che mi sono ostili. Ho la sensazione che Tinebra stia percorrendo due strade. Finalmente c'è qualcuno che vuole sentire...».
«Amendolito, guardi che l'Addaura non è il centro dell'universo ...».
«Giusto ...».
«Il suo è un osservatorio, come dire, diverso. Può darsi che mi possa aiutare a capire. Lei ritiene che Lima, Falcone e Borsellino siano stati uccisi dalla stessa organizzazione, dalla stessa famiglia?».
«Perché questi delitti e non gli altri. Non capisco ...».
«Beh, i tempi, la concatenazione degli eventi ...».
«In apparenza è così. Per me c'è un ordine generale di sparare. Le analogie nascono dal fatto che i delitti avvengono nella stessa città. A Palermo continueranno in quel modo. Per il ministro Martelli avevano scelto un commando esterno. Probabilmente ci sono strutture diverse città per città. In Sardegna usano la bomba a mano. Ognuno fa come crede e come sa. Non è un esercito organizzato».
«Conosce i Cuntrera e i Caruana, i capifamiglia di Siculiana? Vivono in Canada, in Venezuela».
«No, non so niente...».

Da mesi, ormai, parlavo con un uomo che non aveva volto, né gesti; solo la voce, l'accento, il tono. La voce arrivava d'oltreoceano, dal luogo che la memoria dell'adolescenza ha eletto come sede del Potere mondiale. Ma il mio interesse di sapere come erano seguite le indagini dagli Stati Uniti cresceva con il crescere dei sospetti sulla parte avuta dagli americani nelle questioni europee. E’ irrazionale, ma l'America è diventata, ormai, un luogo remoto dove depositare tutto il male: congiure, complotti, insidie. E, all'incontrario, la Sicilia è diventata per gli americani il luogo in cui ha messo radici il crimine.
Amendolito seguiva una sua logica coerente: Cosa Nostra aveva deciso di colpire lo Stato: l'avrebbe fatto con ogni mezzo. Era inutile cercare diversità o analogie fra un delitto e l'altro;
tutto partiva dall'ordine di sparare, in risposta alle misure anticrimine e alle sentenze della Cassazione.
Ma chi aveva impartito l'ordine? É questo il punto.
Arrivò sul mio tavolo un memorandum di Amendolito datato 31 dicembre 1991 «sul vero significato della simulazione dell'Addaura». Il documento, trasmesso per fax, conteneva alcuni elementi nuovi sulle iniziative intraprese da Cosa Nostra: elementi di grande interesse, in considerazione del fatto che il testo era stato elaborato da Amendolito settanta giorni prima che avesse inizio la catena di delitti.
«La mafia, scrive Amendolito, sta preparando i suoi vespri siciliani con la complicità delle Brigate nere. Se lo Stato non smetterà di combattere la mafia con un uso improprio della legge ci sarà uno spontaneo sviluppo dell'azione».
Più avanti, Amendolito precisa le sue idee: «La mafia siciliana è un impero criminale affaristico provvisto di un apparato ben organizzato. Non è realistico aspettarsi che rinunci ad un tale impero senza una guerra condotta con sistemi criminali. La mafia non incontrerà ostacoli fino a che disporrà delle sue risorse e potrà proteggere i propri assetti in modo tranquillo». Amendolito ne trae il convincimento che «nelle presenti circostanze bisogna attendersi un'alleanza fra mafia e terrorismo.
La questione cruciale è la data, il 31 dicembre 1991. Amendolito avrebbe anticipato fatti importanti: deve spiegare come ha potuto farlo. Ma il documento mi è stato trasmesso il 20 agosto. Non ho prova che esso sia stato elaborato otto mesi prima. Più che una profezia, contiene un avvertimento. Sarà difficile che la mafia resista alla tentazione di scegliere il terrorismo di destra e di trasformare la Sicilia in una specie di isola dei pirati, nell'attuale situazione».


Ricevetti lo stesso giorno altre copie di lettere e memoriali, al punto da chiedermi perché mai Amendolito, dopo molti giorni di silenzio, avesse necessità di tornare a occuparsi delle questioni siciliane. Tra l'altro in una lettera del 9 agosto 1992, indirizzata al Consiglio superiore della Magistratura; egli scrive che «la mafia intende destabilizzare lo Stato; per potere mettere in pratica un simile progetto ha un passaggio obbligato: espugnare la Procura di Palermo e cioè uccidere fino a quando nessun magistrato abbia più desiderio di essere assegnato a Palermo».
«Tutto il resto verrà da sé” ,continua il sinistro messaggio, “non escludo che la mafia progetti di uccidere anche altrove. Anzi una simile strategia avrebbe il merito di distogliere l'attenzione dagli avvenimenti palermitani. L'improvvisa ondata di minacce e di rivelazioni”,  conclude, “ha proprio lo scopo di distrarre l'attenzione dai delitti palermitani».
Il 31 agosto, Amendolito ripeteva i suoi avvertimenti:
«...sospetto che ci sia qualche cosa di molto grosso nell'aria. Qualche cosa di proporzionato alla sarabanda di avvertimenti e di minacce che hanno scosso l'Italia nelle scorse settimane. L'idea che i tempi siano vicini mi è stata suggerita dall'improvviso silenzio che è piombato in Italia negli ultimi giorni ...».
Stavolta Amendolito usciva dalle congetture: «Suggerisca al ministro Martelli di prender precauzioni speciali. Sono preoccupato per Giusto Sciacchitano a Palermo. Perché? Perché è il più anziano e perché mi sembra la banca dati più ricca. Un avviso glielo mandai già attraverso l'Fbi qualche giorno dopo l'assassinio di Borsellino (in quei giorni si celebrava a Washington il processo Madonia)». Infine, una considerazione: «Un obiettivo è importante oggi ma potrebbero non esserlo più domani», ed una deduzione che riconduce al tema chiave: «Questo è quanto non era stato capito da Falcone il quale, mal consigliato da Buscetta e Contorno, nella simulazione dell'Addaura vide una condanna a morte senz'appello».

I giornali raccontavano, con dovizia di particolari, le preoccupazioni delle polizie per i nuovi obiettivi di Cosa Nostra: una decina di magistrati, poliziotti, ufficiali dei carabinieri, parlamentari. Una lista troppo folta per apparire credibile. Sospettai una volontà di creare allarme e confusione,  Amendolito stava partecipando alla opinione pubblica le sentenze di morte preannunciate da un fantomatico tribunale di mafia.
Focalizzai la mia attenzione sull'alleanza mafia-terrorismo nero. L'informazione mi parve degna di considerazione. Per molte ragioni: l'alleanza era stata sperimentata negli anni '80 con l'assassinio di Piersanti Mattarella e la strage dell'Italicus. Le bande di terroristi consentono infiltrazioni, sperimentate al tempo della strategia della tensione. I brigatisti _ di destra e di sinistra _ sono talvolta senza saperlo, strumenti docili di azioni destabilizzanti. Accetto con riluttanza ogni ipotesi di complotto: il complotto seppellisce l'indagine, essendo impossibile da provare, ma non posso scartare il sospetto che il momento politico - l'Europa comunitaria e la Germania fanno paura, i paesi dell'Est vengono colonizzati da nuovi capitali e loschi figuri -  stimoli azioni e crimini che in passato Cosa Nostra non aveva mai compiuto. O devo credere che la sanguinosa stagione di delitti è stata decisa da Totò 'u Curtu?
Se così fosse, dovrei ammettere che la sua potenza è tale da consentirgli obiettivi estremamente rischiosi. Undici anni fa - fu Buscetta a rivelarlo - Riina aveva in mano Ciancimino; oggi avrebbe in mano altre carte. Quali? I brigatisti neri. Ecco, a portata di mano, la Falange armata: sembra lì a fare mostra di sé, a dare corpo alle congetture che arrivano d'oltreoceano. I messaggi della Falange non sono deliranti; sono stupidi. Aggirano gli argomenti cruciali, indicano obiettivi secondari, manifestano intenzioni indecifrabili, anticipano azioni di criminalità comune (in Emilia Romagna).
Dietro questa sigla potrebbero nascondersi millantatori, depistatori.


Il pomeriggio di martedì 1 settembre, Amendolito mi chiamò al telefono da Washington. «Qui mi dicono, esordì, che c'è una congiura contro di me, ormai sono morto ...». Ma il tono della voce non tradiva alcuna preoccupazione. Gli domandai che cosa fosse successo. La risposta fu vaga, incomprensibile. «Ho saputo che il procuratore Celesti mi ha protetto dalla Del Ponte ...».
Lasciai cadere l'argomento. Gli chiesi se conoscesse Rosario Spatola, il pentito trapanese che aveva fatto parte della famiglia di Campobello. Rispose di non sapere nulla di lui e mi parve sincero.
«Questo Spatola, continuai, giura che a mettere il tritolo a Capaci e in Via D'Amelio è stato Mariano Antony Asaro ... Se Asaro non sarà fermato ci saranno altre stragi ...».
Amendolito reagì con stizza.
«Asaro? Sciocchezze, come se ci fosse solo lui. Ci sono tanti terroristi disoccupati. I pentiti dicono ciò che vuole il procuratore. E gli americani vogliono entrare nell'inchiesta».
Antony Asaro era un cittadino americano. Amendolito non sapeva che a far parlare Spatola era stato un giornalista e non il procuratore. Mi stupì, comunque, la decisione con la quale respinse la notizia. Nomi di artificieri della mafia ne erano stati fatti già due,  un esperto di elettronica di Avola e un tedesco, e questo Asaro era il terzo uomo del tritolo.
Perché Spatola parlava ai giornali e non ai giudici?
Ricordai che Spatola aveva indicato in Riina, il mandante della strage di Capaci. Aveva detto che c'era la sua firma nella strage. Ora, accusando Antony Asaro, rivelava il nome di un altro mandante, Mariano Agate, il boss di Marsala condannato all'ergastolo per l'uccisione del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari.
Ringraziai Amendolito. Non l'avevo mai fatto prima.
Dovetti subire i suoi ragionamenti sull'Addaura, per potergli domandare informazioni sulla sua presenza in Sicilia nel 1980. La mia intenzione era di capire quali legami avesse e se questi legami gli consentissero di avere informazioni attendibili. Sollevai, invece, un altro mistero. Amendolito ricordò di avere incontrato Leonardo Greco, il finanziere bresciano Oliviero Tognoli ed una terza persona della quale non conosceva l'identità.
«Mi è stato sempre chiesto chi fosse il gran capo che incontrai a Palermo ...»,
disse.
«E lei non l'ha mai rivelato?».
«Non l'ho mai saputo».
«Ricorderà almeno il suo aspetto fisico ...».
«Neil'80 aveva una sessantina d'anni, portava baffetti alla spagnola, era alto 1,65, ben vestito, capelli fitti, neri. Quando mi ha ricordato il nome di Rosario Spatola, è balenato qualcosa ...».
«Spatola ha 44 anni e non è stato un boss di primo piano ...», osservai.
«Il capo di Leonardo Greco si chiamava Rosario. Adesso lo so, non lo sapevo prima. Don Rosario era un personaggio d'altissimo rispetto. Gli altri parlavano, lui faceva un cenno, quelli capivano e si decideva come voleva lui ...».
«Lei conobbe questo don Rosario nel 1980 ...».
«Certo, l'ho conosciuto allora ...».
«Se fosse vivo, oggi avrebbe 72 anni circa ...».
«Leonardo Greco gli parlava con umiltà. La riunione avvenne fra me, Greco, Tognoli e il capo».
«Amendolito, nel 1980 hanno ammazzato Mattarella, Reina ed altri. Un anno di sangue, uguale al 1992. Questo grande capo ha avuto un ruolo. É importante sapere chi fosse».
«Me l'hanno sempre chiesto, ma nessuno è venuto da me con le foto per cercare di identificarlo...». « Nessuno?».
«Proprio così, nessuno».
La descrizione di Amendolito corrispondeva esattamente a quella di Totò Riina, alla foto tessera di Riina che i giornali pubblicano da quasi quindici anni: baffetti, capelli fitti. Anche l'altezza era quella giusta. Amendolito gli dà qualche centimetro in più ma la sua indicazione è valida. Ciò che non quadra è l'età: circa sessanta anni. Dovetti abbandonare l'idea. Ne parlai con un magistrato, che però nel 1980 non lavorava a Palermo. Non potè offrirmi alcun aiuto. Gli dissi di Amendolito, delle sue telefonate. Volli conoscere il suo giudizio. Era affidabile? «I pentiti _ mi disse sanno ciò che il loro ruolo, il loro grado gli permette di sapere. Talvolta hanno informazioni vecchie, ma devono arrampicarsi sugli specchi. Per loro è un problema di sopravvivenza». Su Amendolito non disse una parola, si avvicinò agli scaffali e cominciò a cercare fra le sue carte. Prese un fascicolo, lo aprì e mi suggerì di leggere alcune pagine. «É il maxiprocesso, sono pagine scritte da Giovanni Falcone», precisò compiaciuto, raccomandandomi di prendere nota di alcuni riferimenti essenziali (Pagina 5677, Ordinanza-sentenza n. 2289). Obbedii e copiai diligentemente ogni parola!
«Fin dal primo momento è stato possibile recepire le dichiarazioni rese da Salvatore Amendolito, pedina di rilievo nel riciclaggio del denaro proveniente dal traffico di stupefacenti e acquisire ulteriori decisivi elementi di prova nei confronti di Leonardo Greco, personalmente conosciuto dall'Amendolito come capo della famiglia mafiosa di Bagheria e importantissimo elemento di collegamento fra i corleonesi e Michele Greco, capo della Commissione... Gli accertamenti seguiti alle dichiarazioni dell'Amendolito ne hanno dimostrato la piena attendibilità, fino a particolari che sembrerebbero insignificanti e che invece acquistano un valore che certamente non poteva essere noto neppure a lui stesso».
Dunque, nel 1985 e negli anni seguenti, Salvatore Amendolito era giudicato attendibile ed il suo contributo alla soluzione del caso pizza-connection, decisivo.
Perché non viene creduto nel 1989? Perché il finanziere bresciano Tognoli viene adottato dalla magistratura svizzera e Amendolito diventa un infiltrato della mafia?
Le risposte si trovano negli Stati Uniti, nell'attività di Amendolito in Svizzera e nelle stesse contraddizioni di Amendolito. Egli giura di non sapere che il denaro a lui affidato fosse della mafia e quindi proveniente dal traffico di droga, la qualcosa non è credibile, e accusa in modo spericolato magistrati svizzeri di connivenza con la mafia. Da mesi, inoltre, cerca disperatamente di fare sapere che la mafia ha attaccato lo Stato italiano, colpevole di avere adottato misure illegali contro le cosche.
Chi glielo fa fare?
E’  la pedina di una strategia.
La partita a scacchi che si gioca in Sicilia ha confini molto ampi. Più di quanto non si creda.


Per fortuna, il Signore chiude una porta ed apre un porticato, come si dice in Sicilia. Se il porticato è grande, ci entri senza accorgertene.
«Novità?», domandi a uno che conosci appena, con l'aria di compiere un rito inutile; e quello sciorina il suo rosario di verità e bugie, senza fermarsi un momento. Devi solo rispettare alcune regole di buona creanza: non usare taccuino, né registratore; evitare di dare eccessiva importanza a ciò che ascolti. Il delatore per vocazione è caparbio, vuole raccontare ciò che gli preme di più: ma solo quello e nient'altro.
Se hai pazienza, uno così, prima o poi, capita e non è detto che sia uno spreco di tempo ascoltarlo. Incontrai Salvatore la prima domenica di settembre. Lo chiamo Salvatore perché è il nome che ricorre più frequentemente in Sicilia, accanto a Giuseppe e Maria. I Salvatore si sono trovano fra i delinquenti, fra i poliziotti, fra i professori... Ovunque. Piccoli delatori o propagatori di cattiverie, hanno sempre notizie di prima mano e le elargiscono facendoti sentire un uomo eletto dalla fortuna. Generalmente raccontano ciò che hanno appena ascoltato da un altro Salvatore. Le informazioni così circolano nello stesso ambiente e ritornano al primo dei Salvatore che le ha diffuse.
La faccio lunga, perché la vera fortuna sta nello scoprire che una notizia che ha fatto il giro dei Salvatore più volte, come una valigia sul nastro trasportatore,  non è stata riconosciuta ed è passata inosservata.
Bene, tutto questo per raccontare che la prima domenica di settembre ebbi la conferma delle mie supposizioni: gli otto fogli pervenuti a 39 destinatari, prescelti secondo imperscrutabili criteri, dall'anonimo autore _ poliziotto, magistrato, dirigente politico, amico della mafia o tutte le cose insieme _ costituivano un pezzo dell'indagine sui delitti di Palermo. Insomma, l'intenzione era di aprire un porticato nell'inchiesta, che aveva trovato molte porte chiuse.
L'incontro con Salvatore non fu casuale come altre volte, così cercò di farmi intendere, e non si limitò alla solita delazione che segue la richiesta di generiche novità.
«La lettera anonima porta la firma della mafia?» esordì. «E allora? Una ragione di più per lavorarci a fondo... L'hanno liquidata in fretta la pratica... Troppo in fretta...».
«Bhe», osservai, «c'era il rischio di avvelenare l'ambiente. Tutti sospettabili, tutti complici. Non si salva nessuno e finisce che si salvano tutti...».
E invece che dire la sua, mi consegnò le fotocopie di un articolo.
 «Di che si tratta?» domandai. «Leggi la data... 11 giugno 1971».
Mi indicò alcuni brani, evidenziati con un pennarello giallo perché li leggessi.
«Questo è il precedente...», aggiunse. «Anzi, uno dei precedenti...».
Era una pagina del quotidiano L'Ora di Palermo con un titolo su nove colonne: «Come nasce (e muore) un'indagine giudiziaria».
Salvatore mi guardava con aria sorniona, di uno che sa il fatto suo.
«L'indagine è chiusa», inizia l'articolo, firmato da Marcello Cimino straordinario cronista palermitano. «Una montagna di carte scritte, custodita nell'archivio del Palazzo di Giustizia. É l'indagine cosiddetta dei 114..., difficile, complessa. Non più, come a Catanzaro, accuse di delitti particolari basati su indizi o su prove che la Corte d'Assisi ha ritenuto insufficienti, ma una sola accusa unificante, quella di associazione a delinquere, suffragata da un mosaico di minuti fatti ben collegati...».
«E allora?» chiesi.
«Vai avanti, non avere fretta», disse Salvatore infastidito.
Marcello Cimino delineava i contorni dell'inchiesta; mano a mano particolari insignificanti divenivano elementi di un intrigo. La storia così testimoniava il fallimento di una inchiesta giudiziaria, a causa di complicità, connivenze. Fin qui, tutto sommato, nulla di nuovo: il processo ai 114 costituì il primo grande smacco alla giustizia, una specie di pietra tombale per i processi alla mafia. Ma il punto non è questo. Le possibilità di successo dell'inchiesta poggiavano su una lettera anonima molto circostanziata, di cui Marcello Cimino rivelava per la prima volta l'esistenza. «Essa ha fornito, scrive Cimino, preziose informazioni agli inquirenti sui maggiori delitti attribuiti all'associazione cosiddetta dei 114, i loro rapporti, la loro organizzazione... una manna dal cielo poiché fornisce piste precise, sulle quali dovrebbe essere agevole muoversi alla ricerca dei necessari riscontri obiettivi di fatti...».
La lettera anonima riferiva infatti l'identità dei killer, i retroscena della spettacolare spedizione in viale Lazio, «tra l'altro i nomi del morto e del ferito che gli assalitori portarono via... e dove quest'ultimo fu curato».
Destinatario dell'informazione nel luglio del 1971 fu l'allora colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa, comandante del gruppo a Milano, che la giudicò «stringata e categorica».
Così prosegue il cronista. «Tutto funziona a dovere: accertamenti, verifiche, tutto. La macchina della giustizia si muove, identifica il ferito, Damiano Caruso; invece di mettergli le manette, gli inquirenti gli affiancano un sott'ufficiale dei carabinieri. Un uomo in gamba, che si conquista l'amicizia del Caruso al punto da accompagnarlo in Svizzera e dalla Svizzera in aereo a Lima, poi in Messico e infine a New York, dove subisce un intervento chirurgico».
«In favore di Caruso si mobilitano i boss Salamone, Greco, Buscetta, che partono per l'America, dove Caruso viene assistito da uomini dell'organizzazione provenienti dal Canada e dal Venezuela. A conclusione del viaggio, Damiano Caruso verrà arrestato e confinato assieme al finto amico, il sott'ufficiale dei carabinieri».
Le informazioni della lettera anonima e quelle raccolte durante il viaggio, hanno tale rilievo da distruggere l'organizzazione mafiosa siciliana, la rete italo-americana, i complici insospettabili e gli altri, i manovali. Invece «...il confinato Caruso, accompagnato presso la questura di Bergamo in data 21 agosto 1971 per essere trasferito a Linosa si rendeva irreperibile...».
Il castello di indizi e prove frana d'improvviso. La lettera anonima ritorna un foglio di carta e viene espulso dai documenti processuali.
Salvatore aveva il diritto di essere compiaciuto per la sua informazione.
Aveva visto giusto. Ma l'episodio costituiva una straordinaria metafora della realtà; lasciava una sensazione sgradevole. Il retrogusto di un vino che si fa bere e poi ti tradisce. Se ne poteva trarre più di un insegnamento. Ventidue anni fa una lettera anonima aveva creato un'occasione per debellare Cosa Nostra, ma né in Sicilia, in Italia, oltreoceano, era stata raccolta.

L'informazione di Salvatore m'indusse a cercare tra le mie carte qualche altro episodio legato a lettere anonime. Ne trovai più d'uno, ma quello che mi sembrò più interessante riguardava Giuseppe Insalaco, il sindaco di Palermo ucciso il 12 gennaio 1988. Insalaco faceva la guerra alle imprese vicine a Ciancimino che si erano assicurate gli appalti più importanti del comune di Palermo. Il 16 luglio 1984 «e cioè quando la battaglia per il rinnovo degli appalti era nella fase cruciale, l'Alto Commissario trasmetteva all'Ufficio della Procura un esposto anonimo a carico dell'Insalaco riguardante la questione della vendita del terreno dell'Istituto Sordomuti, inviato al senatore Silvio Coco (allora ispettore commissario della De) e a lui trasmesso da quest'ultimo».
La requisitoria della Procura, contro Vito Ciancimino e altri, riferiva anche di «una telefonata anonima in cui si invitava il giudice Falcone ad indagare sulla compravendita del terreno dell'Istituto Sordomuti e sui collegamenti dell'Insalaco con i noti Greco. É da sottolineare come siffatta telefonata sia successiva alla deposizione resa dall'Insalaco al giudice istruttore ed in cui, lo stesso, oltre che ribadire le proprie accuse nei confronti del Ciancimino, avanzava anche dei sospetti in ordine ad una strumentalizzazione della propria vicenda giudiziaria...
«Alla stregua di quanto sopra, acquista un ben preciso significato il riferimento fatto ali'Insalaco dall'avvocato Guarrasi, che rappresentava la LESCA e quindi Cassina, alla vicenda giudiziaria che lo riguardava e ciò nel corso di una conversazione relativa al rinnovo degli appalti. Con tale riferimento, nel contesto di quel discorso, si voleva fare intendere ali'Insalaco che si era in grado di manovrare l'inchiesta giudiziaria che lo riguardava e di cui si era a conoscenza, inchiesta che avrebbe preso una determinata direzione a seconda di quello che sarebbe stato l'atteggiamento sulla questione degli appalti».
La lettera anonima dunque non fa solo parte del panorama; contribuisce a crearlo, determina i fatti. Non ci sono regole che vietano agli uomini di Cosa Nostra di «infamare» per iscritto o di incaricare qualcuno in carne e ossa di raccontare la sua infamia. Un pentito, un collaboratore della giustizia. Con tanto di licenza dei capi. Mamma comanda, picciotto va e fa. D'accordo, senza delatori, da che mondo e mondo, le indagini girano a vuoto; la questione non è se servirsene o meno, ma di farlo senza rinunciare all'indagine, senza svuotarla, senza sostituirla totalmente con le parole del pentito, consegnandosi mani e piedi a gente infida, spaventata, bisognosa di protezione, denari, credibilità.

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