In settembre l'inchiesta abbandona le lettere anonime e si affida ai pentiti. Parlano, straparlano... E si comincia a mettere le manette ai latitanti. Ogni successo in un campo solitamente poco frequentato, come la ricerca dei latitanti, giunge con la certezza di compiere un passo avanti nelle indagini sui tre omicidi. Alla base di questa credenza c'è la Commissione di Cosa nostra: un consiglio di amministrazione, un tribunale e insieme una stanza di compensazione per i conflitti interni della mafia: organo mitico, cui sono riposte le speranze di relegare in un luogo ben definito Cosa nostra: uomini e non fantasmi. Se un boss è sospettato di far parte della Commissione, è mandante di fatto dei delitti di mafia. Di conseguenza, un delitto compiuto secondo modalità tipicamente mafiose conduce direttamente alla Commissione e ai suoi componenti.
La Commissione, dunque. Non solo i soliti nomi, i soliti fantasmi, le solite rivelazioni di Buscetta, Contorno e gli altri. Nei rapporti delle polizie, dei servizi ogni famiglia viene descritta con i suoi componenti: capi, mezzi capi, rubagalline. Città per città, provincia per provincia. Certificati di famiglia accurati, preparati con pignoleria: un censimento minuzioso del crimine organizzato in Sicilia. Chi conta di più e chi meno: gli emergenti, quelli in lista d'attesa. C'è da restare stupiti: si sa tutto o quasi.
Mostro a Salvatore alcuni elenchi. Un altro Salvatore, facessero un censimento scoprirebbero che in Sicilia i Salvatore siamo la maggioranza relativa. Questo Salvatore è uno che conta, distribuisce notizie corredandole di suggerimenti. Assai parco di parole, affida ai gesti, agli atteggiamenti, al non-detto il successo delle sue soffiate.
«Minchiate», sentenzia, dopo un'occhiata alla classifica dei boss del crimine.
Tento di strappargli una parola di più. Ma lui non aggiunge una virgola.
«Minchiate», ripete.
Quelli come Salvatore mettono radici solo in Sicilia, come gli aranceti; ma non servono a niente, appunto come le arance da quando la Comunità europea ha deciso di distruggerle. E se proprio ci si deve servire di loro, bisogna attendere il vento contrario: ragionano solo di bolina, mai con il vento alle spalle. Secondo le carte nautiche di Salvatore, gli agrigentini hanno avuto un ruolo secondario: «La Commissione ha rappresentato tre aree... i palermitani, i corleonesi e i catanesi...».
«E Trapani, Agrigento, Caltanissetta?».
«Dipende dalle stagioni...», risponde senza convinzione.
Agli organigrammi della mafia pubblicati dai giornali non crede per niente. Uno scetticismo giustificato, a giudicare dagli eventi degli ultimi mesi: stragi, rivendicazioni dei delitti, pentiti loquacissimi, minacce, terrorismo, strategia della tensione. Cosa Nostra è un mutante.
Il tragitto dalla redazione a casa mia - cinquecento metri appena- è uno spazio geografico e mentale cui non mi è dato di rinunciare. Se dovessi privarmene subirei una regressione. I luoghi hanno pensieri e parole riconoscibili. Durante questo tragitto incontro certezze, come l'agenzia di pompe funebri che promette un decoroso ultimo viaggio con sistemi rateali - «paghi prima, muori dopo» - e rassegnate incertezze, come gli operai di una azienda metalmeccanica disoccupati o cassintegrati i quali hanno scelto la piazza antistante il Palazzo della Regione per incontrarsi, discutere della quotidianità e giocare a briscola e tressette. «Ci vediamo in ufficio», si promettono l'un l'altro, lasciandosi al termine di una mattinata di attesa del nulla.
Assisto alla manifestazione di insofferenza di una signora elegante, che, invitata a non parcheggiare l'auto da un alpino armato di mitra - di vigilanza davanti la dimora di un senatore antimafia in corso Pisani - promette di spararsi alle tempie se non le verrà consentito di sostare un attimo davanti al salumiere. «Anzi», aggiunge, «mi spari lei...».
M'intrometto nella conversazione per fare osservare alla signora l'ingiustizia di una simile pretesa. Se ha fatto una scelta, dico, mi pare giusto che sia lei a portarla a compimento. L'alpino sorride, rinfrancato; la signora acquista i formaggi e il resto, io torno ai miei pensieri con la vaga sensazione di avere compiuto una buona azione.
Il giorno appresso, domenica, alle 10 del mattino, suonano il campanello alla porta del mio appartamento, guardo attraverso lo spioncino e vedo un tale un po' mal messo con una borsa capiente.
«Che cosa desidera?» domando.
«Vorrei vendere dei prodotti», è la risposta.
Non apro la porta.
«Mi spiace, signore», dico, «ma i tempi sono quelli che sono e a pagare talvolta è la gente per bene».
Mi vergogno di quel gesto e mi stupisco che sia io a compierlo. Per anni ho subito le prediche dei testimoni di Geova con l'accappatoio e il sapone da barba sul viso.
Questi episodi li riferisco per due ragioni: la necessità di far sapere che l'indagine sui tre delitti mi lascia tempo per vivere ma le mie abitudini si sono modificate.
Mentre rifiuto l'ingresso allo sconosciuto, la polizia arresta - lo saprò il giorno dopo - in un villino alla periferia di Longare, Giuseppe Madonia, figlio di don Ciccio Madonia, erede di Genco Russo, capo dei capi negli anni Sessanta. Ascolto la notizia alla radio: lunedì 7 settembre, pochi particolari, una sola certezza: Madonia è il numero due della Commissione; di conseguenza è coinvolto nelle stragi di Capaci e di via D'Amelio.
Non condivido l'euforia degli investigatori, che pur hanno fatto un buon lavoro. Peppe Madonia opera prevalentemente a Gela, città nella quale sono vissuto per tre lustri; qui ha cercato di contendere appalti, traffici illeciti e racket del pizzo alla famiglia dei Ianni-Cavallo, originaria del luogo: 110 morti in due anni. Una carneficina.
Ricordo gli ultimi giorni della mia attività di cronista a Gela quindici anni or sono: l'uccisione di Ciccu Madonia, padre di Giuseppe, a Falconara, 20 chilometri da Gela; l'esecuzione di Peppe Di Cristina, boss di Riesi e la liberazione a Piana del Signore, 5-6 chilometri da Gela, di un produttore cinematografico milanese, sequestrato sei mesi prima. Per quello che ne so, don Ciccu è stato ammazzato dagli uomini di Peppe Di Cristina, che pretendeva di ereditare il controllo del Vallone - Vallelunga, Villalba, Mussomeli, Milena - zona appartenuta a Calò Vizzini prima e a Genco Russo dopo.
Peppe Di Cristina fu ucciso un mese dopo la morte di Ciccu Madonia. Cercò di sfuggire alla morte, scampò a un attentato. Lo avvertirono, mandò avanti i suoi uomini che rimasero uccisi. Si alleò con lo Stato, rivelando tutto ciò che sapeva per danneggiare i corleonesi e i loro alleati, appunto i Madonia nisseni. Ma non servì a niente.
Era il 1978, le famiglie mafiose s'insediavano a Gela, acquistando terreni nella piana gelese: la liberazione del sequestrato era una spia inquivocabile. Scrissi ciò che stava accadendo sulle pagine del Giornale di Sicilia. Il giorno dopo, un imprenditore importante di Gela, che mi era amico, volle incontrarmi. «Hanno deciso di ammazzare un maiale», mi disse. Non capii. Lui ripetè la stessa frase; continuai a non capire. E allora mi chiese che cosa avevo scritto di tanto importante da fare arrabbiare qualcuno.
«Qualcuno chi?», chiesi.
«Uno importante», fu la risposta.
«E perché l'avrei fatto arrabbiare?».
«Non lo so, sono venuto a riferire, non so altro».
Non mi sembrò molto preoccupato, in verità. Era un avvertimento, ma non una minaccia, come dire, definitiva, letale. Andai a rileggere ciò che avevo scritto. Cronaca, nuda cronaca. Lessi ciò che avevano scritto gli altri sul sequestro. Solo allora capii. Nessuno aveva sospettato la colonizzazione di Gela da parte della mafia. Avevo indicato alcuni terreni nella piana.
Non mi occupai più dell'argomento. L'imprenditore che mi era amico suppose di avermi persuaso. Mi telefonò elogiando la mia saggezza. «Bravo», mi disse. «Hai capito...».
Gli feci credere quello che voleva credere. In verità, dei Madonia, dei Di Cristina non sapevo proprio nulla. Quel sospetto, tuttavia, più tardi potè essere suffragato dai fatti. Nel portafogli di Peppe Di Cristina, ormai cadavere, fu trovato un assegno che provava la partecipazione al sequestro. Una specie di tangente dovuta al boss della zona.
Cerco il mio amico di Riesi a telefono per chiedergli se ha saputo dell'arresto di Madonia. Pretende una domanda più precisa. Che cosa mi serve...? «L'omicidio di don Ciccu», dico. «É stato un grave errore di Peppe Di Cristina», dice. «Peppe voleva il potere tutto per sé. Morto il padre, don Ciccu Di Cristina, riteneva che spettasse a lui l'eredità del Vallone».
«E non era così?».
«No, non era giusto. Peppe non se lo meritava. Non aveva saggezza, prudenza, equilibrio... Il padre morì nel suo letto, quello era un'altra cosa».
«E allora provvide a prenderselo il Vallone, eliminando don Ciccu Madonia», continuai.
«I Madonia sono stati sempre alleati dei catanesi di Nitto Santapaola e Nitto è stato alleato di Luciano Liggio e Totò Riina; insomma i corleonesi. Combatterli per Peppe Di Cristina fu la tomba».
«Peppe Madonia è diventato un pezzo da novanta?» chiesi.
«Non lo so che pezzo è... Strada ne ha fatto, quanta ne ha fatta chi lo sa? Riesi non conta più niente. Sono cambiate tante cose».
Quando appresi i particolari dell'arresto di Peppe Madonia e della sua straordinaria carriera nell'organizzazione Cosa nostra - era lunedì, 7 settembre - supposi che a creare il personaggio contribuisse la sua omonimia con il palermitano Giuseppe Madonia. Mi resi presto conto di sbagliarmi. Gli investigatori dipingevano Peppe Madonia come un capo indiscusso. Il soprannome - Piddu «chiacchiera» - deleterio per chi capeggia un'organizzazione criminale che fonda la sua sicurezza sull'omertà, era spiegato con la facilità di eloquio, il parlare forbito, la buona cultura. Può essere. Tuttavia la sua cattura a Longare, nel vicentino, sembra tratta dal film di un regista americano, pieno di ammirazione per il padrino: stile, padronanza di sé, ruolo di Piddu Chiacchiera emergono attraverso gesti, atteggiamenti, parole-simbolo di ogni capo. Esce di casa alle 8,30 accompagnato dai guardaspalle. Trascorre la domenica mattina al mercato di Comisano, 15 chilometri da Longare; alle 10,45 ritorna nel villino affittato dal cognato dove vive da parecchi mesi. Scendendo dalla Mercedes, trova gli agenti di polizia, si guarda attorno, sorride. «Complimenti», dice. «Un buon lavoro». In questura conversa con i poliziotti.
«L'Inter ha vinto?» chiede.
«Perché lei è interista?» fa un poliziotto.
«No», risponde. «Tifo per il Milan, ma quando l'Inter perde sono contento».
«Fumava con ostentata lentenza una Marlboro», racconta il cronista.
Nelle tasche di Piddu trovano cinquanta milioni in contanti, carte di credito e i santini con le immagini della Madonna e di Santa Rosalia. Ogni santino prova la devozione di una famiglia e costituisce una specie di tessera di riconoscimento. E il denaro? Probabilmente ha incontrato qualcuno.
Un altro breve scambio di battute con i poliziotti.
«Se parlerò? No, non parlerò. Per il momento».
Commento del poliziotto ai giornalisti. «Sa tutto... Basta vedere la sua faccia impenetrabile. Si comporta con la calma del mafioso vero».
Qualche giorno dopo, il primo interrogatorio nel carcere romano di Rebibbia. «Il giudice», racconta il cronista, «si trova davanti un boss che sfoggia un'aria distesa, tranquilla. Sorride, sistemandosi la camicetta verde sotto la giacca chiara».
«Stimavo il giudice Falcone”, dice. “É stato l'unico ad avere capito che io con la guerra di Gela non c'entro per niente...».
«E la strage di Capaci?» gli chiede il magistrato.
«Quello è un atto criminale, vigliacco. Là sotto potevano esserci anche i miei figli... Sa, signor giudice, io ormai avevo quasi deciso di costituirmi. Per i miei figli soprattutto, per tutte quelle cose brutte che dicevano i giornali. L'arresto è stato quasi una liberazione. A suo tempo lo avevo pure scritto a Falcone: appena c'è un mio rinvio a giudizio mi consegno. Ma quel rinvio a giudizio non è mai arrivato...».
Infatti Piddu non è mai stato in carcere, ha la fedina penale pulita, non ha mai visto da vicino un magistrato. Nel suo curriculum, una multa di 30 mila lire per una contravvenzione e un mandato di cattura per associazione mafiosa nel 1983 mai eseguito, firmato da Falcone.
«Com'è Giuseppe Madonia visto da vicino?» chiede un cronista ad Achille Serra, direttore della sezione centrale della Criminalpol.
«Un capo», risponde Serra. «Modi raffinati, camicia di seta, bel portamento, abbronzato, cordiale, accento siciliano non pronunciato. Una persona intelligente, preparata e con un carisma non comune. Abbiamo parlato mezz'ora. Era molto stanco. Mi ha chiesto con grande cortesia di andare subito al carcere».
«Madonia è davvero il numero due della mafia? Se Madonia è componente della Cupola e la Cupola ha fatto fuori Falcone e Borsellino, allora Madonia...».
«Se la magistratura stabilirà che la Cupola ha ucciso Falcone e Borsellino, allora Madonia, sì, per forza...».
«E Salvo Lima, c'entra anche lui?».
«Se Cosa nostra ha ucciso Lima...».
Secondo un rapporto della guardia di finanza Giuseppe Madonia avrebbe partecipato a un vertice svoltosi tra la fine del 1991 e l'inizio del 1992 in provincia di Caltanissetta, durante il quale sarebbe stata decisa l'uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Mai trovate prove di un simile evento con una sola eccezione: la grande adunanza di capi all'Hotel delle Palme di Palermo - nel '56 credo - dove furono riannodati i legami con Cosa nostra americana e organizzato il traffico di stupefacenti in Sicilia.
Analizzai a lungo le tre fotografie che ritraevano Madonia; due di esse raffiguravano il volto di uomini molto «diversi»; l'ultima maschera di Piddu disegnava le sembianze di un sessantenne 15 anni più vecchio dell'età effettiva - dai tratti piuttosto duri. Un uomo comune, che puoi incontrare ovunque; perciò anonimo, difficile da ricordare: capelli bianchi, labbra regolari, occhi scuri e sopracciglia grigie, niente rughe. Per molti mesi la gente di Longare lo ha conosciuto con questa faccia. Nessuno ha sospettato, dubitato. Per tutti era un medico chirurgo, un uomo affidabile, distinto, pieno di premure ma anche riservato, come si conviene ad un professionista serio.
Ma che cosa ci facesse un chirurgo a Longare per molti mesi, senza esercitare la professione, con due auto di grossa cilindrata ad accompagnarlo ovunque, non se l'è chiesto nessuno? Ognuno si fa gli affari suoi, mi è stato spiegato, e custodisce la vita privata degli altri per disporre della propria.
Le altre due foto sono simili: capelli scuri, ingrigiti alle tempie. Baffi ben curati, piuttosto lunghi e folti, allungano le labbra e le assediano. Piddu è sorridente, mostra gli anni che ha, una personalità allegra, gioviale. In una delle due fotografie i capelli delle tempie si iscuriscono e gli regalano qualche anno in meno, ma il resto non muta. Resta l'immagine di un uomo positivo, affidabile. Quest'ultima foto è la più vicina alla realtà, ma va proposta in un contesto preciso: la Gela degli anni Settanta, città nella quale Piddu si è fatto molti amici e molti nemici; dove ha studiato e conseguito il diploma. La osservo a lungo: il volto mi sembra perfino familiare.
L'inganno della doppia personalità è bene ordito, i tratti del volto non sono stati sconvolti ma sapientemente modificati. Un uomo che ostenta sicurezza. Troppe sensazioni per tre fotografie.
Ho messo Piddu sul piedistallo. Ma come liberarsi dei pregiudizi? Se ti dicono: quello lì è un capo, quando l'abbiamo preso si è complimentato, l'unico problema che ha sollevato riguarda la squadra di calcio e la voglia di andare a dormire. L'alone di fascino del boss imperturbabile conquista quanto quello del poliziotto che l'acciuffa. Bene che vada è una partita alla pari.
Si tratta ora di fare scendere Piddu dal piedistallo: ha fatto per intero il suo dovere questo piedistallo finto, rassicurando tutti sulla volontà di mettere le mani sugli stragisti. La latitanza di Piddu non è quella di un capo di prima grandezza: egli ha scelto un confortevole villino di un piccolo paese, per vivere insieme al cognato ed ai nipoti.
Quando si cerca un latitante, i parenti costituiscono il filo d'Arianna; dovrebbe saperlo pure Piddu, il quale fa un'altra scelta opinabile: a Longare tutti si conoscono e un estraneo può essere facilmente notato. Insomma il grande boss si è comportato in modo imprudente, ingenuo. Lo ha fatto perché non aveva alternative? non disponeva di luoghi più sicuri? Se è così, Piddu non è il numero due; anzi, non ha amici importanti o si fida poco degli amici che ha al punto da rischiare di vivere con il cognato.
Queste ingenuità richiamano quelle degli investigatori: se Piddu è un grande latitante, perché la ricerca non è partita dal pedinamento dei congiunti? La mia personale opinione è che la ricerca dei latitanti - come attività specifica, affidata a specialisti, mirata, programmat a, coordinata - mè una scoperta recente. Vorrei sbagliarmi.
Quando l'hanno preso, Piddu è apparso sereno, come se si aspettasse un simile evento. Carattere forte? Non solo questo. Ho la sensazione che ci sia qualcosa in più.
La cronaca del 7 settembre riferisce una frase di Piddu: «Se parlerò? No, non parlo. Per il momento».
Per il momento.
Piddu si sentiva sicuro a Longare; altrimenti non ci avrebbe abitato così a lungo. Che cosa gli offriva tanta sicurezza? Un patto. Stipulato con chi? Il meccanismo a un certo punto si è inceppato: una trappola o il risultato di un accordo? Se si è trattato di una trappola, chi ha aiutato la polizia?
Nel 1978 Peppe Di Cristina rivelò il piano di evasione di Luciano Liggio ad un colonnello dei carabinieri. Peppe Di Cristina e Piddu Madonia hanno molte cose in comune. E i figli? Vite parallele, sorte diversa. Piddu, più giovane di Peppe, sale i gradini quattro a quattro, grazie a Luciano Liggio e Nitto Santapaola. Il pentito Antonino Calderone raccontò che Liggio, un giorno, volle mettere alla prova, il figlio di don Ciccu Madonia. «Se sei un uomo ammazza il primo carabiniere che incontri...». gli disse. Non l'incontrarono, per fortuna. Che cosa avrebbe fatto Piddu? Il carabiniere non sarebbe stato ucciso. L'audacia o la codardia non c'entrano. La mafia non uccide mai per niente. Se non si trova il movente contingente, c'è di sicuro uno scopo importante. Fare mostra di crudeltà, talvolta, è necessario per tenere saldo l'esercito e intimorire amici e nemici: ma il rischio deve valere la pena di correrlo.
Sto divagando? No, devo necessariamente tenerle bene in mente queste regole, se voglio capire.
L'arresto di Piddu e poi l'interrogatorio a Rebibbia meritano una riflessione: «Falcone? Lo rispettavo. É stato l'unico a capire che con la guerra di Gela io non c'entravo. La strage? Una vigliaccata, sotto le macerie potevano trovarsi i miei figli».
Piddu non se ne sta zitto; condanna la scelta di Capaci.
Perché lo fa?
Si difende, non vuole essere coinvolto. Un comportamento anomalo, rispetto alle regole che conosciamo.
«Gli uomini d'onore non parlano», dice Buscetta, «e quando parlano dicono la verità...».
Idiozie, naturalmente. Peppe Di Cristina infama Liggio, Riina infama Michele Greco e ad ogni grande delitto di mafia la cosca nemica telefona o scrive per infamare gli autori dell'assassinio. La rivendicazione di Capaci è una infamità, (il regalo ai Madonia), la rivendicazione del delitto Lima («Fu Aglieri») è un'altra infamità.