Giovedì 11 settembre andai a Gela, con Sandro Provvisionato, inviato speciale dell'Europeo. Provvisionato è un segugio, una specie di Philip Marlowe. Corpulento, veste come gli capita e nasconde metà del viso con la barba; ma gli occhi vivacissimi ti seguono ovunque. E’ abile, ricostruisce i fatti con la precisione di un droghiere, si serve di appunti raccolti su un foglio di taccuino, mai più d’uno. Ho provato a sbirciare, gli appunti sembrano gli escrementi di un insetto, indecifrabili.
Lo conobbi tre anni or sono; venne a trovarmi in redazione. É insolito che gli inviati dei grandi giornali chiedano pareri fuori dal giro - i gesuiti, i movimenti antimafia, i cronisti di giudiziaria - perciò mi incuriosì quella visita. Parlammo del caso Di Pisa, il giudice accusato di avere scritto lettere anonime che infamavano alcuni magistrati, perché ero l'unico a sostenere la non colpevolezza di Alberto Di Pisa, comunque a nutrire forti dubbi sulla vicenda. Provvisionato condivise i miei dubbi. Anche a lui non piaceva accontentarsi di quello che passa il governo.
Partimmo di pomeriggio alla volta di Gela: 180 chilometri, quasi due ore, da Palermo: penetri il cuore della Sicilia e ti fai l'idea di un continente, più che di un'isola nel Mediterraneo: le montagne, le radure, i vigneti, le colline, giù fino al mare, che vedi solo quando ti trovi a 50 metri dalla battigia, a Gela. É nascosto dalla collina, della muraglia bianca di case abusive alzate pietra su pietra.
Brutta, sporca e cattiva; così ti appare la città. Ho l'animo dell'emigrato (essendovi nato e cresciuto): conosco gente per bene e conservo il ricordo della sabbia dorata, delle lampare, delle mura greche di Caposoprano, delle passeggiate sul corso. I delitti terribili di questi ultimi anni, commessi a Gela, me li leggevo sui giornali meravigliandomi sempre di più. Un morto l'anno, quando abitavo a Gela; per rapina o gelosia.
«Centodieci cadaveri per la guerra di Piddu Madonia», ricordo a Sandro. «Ma non hanno contato gli omicidi sbagliati...».
«Omicidi sbagliati?»
«Sì, proprio così. I ragazzini impugnano la pistola dopo aver sparato un solo caricatore e vanno ad ammazzare il nemico, l'infame. Trecento, forse più, tentati omicidi; che sono omicidi sbagliati. C'è un esercito di sopravvissuti alla furibonda guerra di Gela, grazie all'imperizia dei killer. Insomma, al fatto che con la pistola ci giocavano. Pensa, hanno sparato a un consigliere comunale a mezzo metro di distanza. Lui era fermo, seduto nella sua auto. Il killer è riuscito a sbagliare mira. Questo cosa ti fa pensare?».
«A una mafia che non è mafia», risponde Sandro.
«Giusto... E Piddu Madonia è il capo di una mafia che non è mafia. Bande di ragazzini che infestano la città: disperati, senza arte né parte, sprovvisti di tutto, anche della voglia di campare».
Giungemmo a Gela che erano le 16,00. Il tempo di prendere un caffè. Una cronista, Giovanna Sirchia, si assunse il compito di accompagnare Sandro; io preferii immergermi nella città vecchia. Il corso Vittorio Emanuele cominciava ad affollarsi: la gente passeggiava e discuteva a grappoli davanti ai negozi. La prima impressione che ebbi fu l'immobilità: la città era cambiata nell'animo, non nel contegno, nelle abitudini. Possibile? Feci un po' di strada a piedi, stringendo le mani di decine di persone. Non ricordavo i loro nomi, ma riconoscevo i loro modi e indovinavo quello che pensavano, che cosa avrebbero detto. No, non solo le parole di circostanza, ma il resto, il non detto. L'accento, i ricordi comuni che affioravano ed altro ancora.
Dov'è il Bronx? chiesi ad uno di coloro che mi stringeva la mano. Aggrottò le sopracciglia.
«Il Bronx?» ripetè. «Lo sanno i giornali, dov'è...».
Per anni avevo scritto della povertà della Carrubbazza, di Scavone, di Locu Pasqualeddu, i quartieri più scalcinati, dimenticati da Dio.
«E Madonia, chi è questo Madonia, il boss dei boss?».
«Mai visto», risposero in tanti. Eccetto Amedeo Battiato
Amedeo è la Gela borghese, pacata, incapace di aggredire i nemici; sopporta l'insopportabile.
«Sì, l'ho visto Peppe Madonia», racconta. «Molti anni fa. Entrò in un bar. Era elegante, aveva capelli curatissimi. Salutò con grande cortesia. I signori sono ospiti miei, disse. Se loro permettono. No, non c'era arroganza, né provocazione in quelle parole. Si rese conto, forse, di averci stupito un po' troppo. Non mi chiedete perché, aggiunse Amedeo, non ve lo spiego. Il tono rimase cortese, tuttavia l'avvertimento lo trovai curioso. Mi rendo conto che è poco, ma è stato difficile per me in questi giorni immaginarlo come un boss sanguinario».
Camminammo a lungo con Amedeo; e parlammo di noi, delle nostre vite che avevano preso strade diverse. Assalito dai ricordi, scoprii di amare ancora la mia gente.
Racconta la sua storia con l'aria di non crederci nemmeno lui. Non è irritato, ma infastidito, stupito.
“Forse hanno creduto che privilegiassi la polizia, non so», osserva senza astio.
«Abbiamo fatto indagini in questi due anni. Abbiamo scoperto venti omicidi, mandato in galera più di cento persone. Questo non vale niente? Le due famiglie - il clan Iocolano e quella di Madonia - sono state quasi distrutte, sicuramente danneggiate. E dove si è registrato un simile successo? La polizia ha lavorato bene...».
«E Piddu, Piddu lei perché non lo ha fatto arrestare?», domanda Sandro.
«Una cosa è l'intercettazione ambientale in un ufficio pubblico ed un'altra in una casa privata senza una ragione specifica, ben motivata. Non potevo autorizzarla; a quel tempo sarebbe stato un abuso. Ora, con le nuove norme, avrei potuto...».
«Ma Madonia è uno importante. Il numero due...».
«Lo conosco come un boss locale».
Sandro Morlawe prende appunti, sempre sullo stesso foglio. Sembra distratto. Ma non lo è affatto. Si raggomitola nella poltroncina che non lo accoglie per intero. Non è contento; ma non è necessario esserlo nel nostro mestiere.
Fummo raggiunti da Vincenzo Giunta, professore ed ex sindaco; una specie di istituzione ed insieme il suo contrario. Lo conosco da sempre. Ha costruito e divelto con eguale maestria le istituzioni. Ci parla di tutto: mafia, antimafia, Madonia e suoi nemici, professando con coerenza il suo scetticismo, compiacendosi dell'ambiguità che suscita, delle inquietudini che manifesta, del groviglio di sentimenti che espone.
E’ come se si sentisse investito di un mandato misterioso.
Sentiamo un rumore che proviene dalla porta d'ingresso; Giunta si alza, impugna la pistola che tiene nella fondina al fianco e va ad aprire.
«Nessuno», comunica. «Ci eravamo sbagliati».
Il procuratore ci saluta. No, non può uscire, non può trattenersi a lungo nello stesso luogo, deve stare attento. Accompagniamo il professore a casa, ci soffermiamo davanti il portoncino d'ingresso. Sandro è impaziente: sono le 22,30, forse le 23,00.
«Facciamo un po' di conti», dice Giunta. «Iocolano ha detto di potere contare su 450 uomini. Lo so perché c'è una telefonata registrata. I Madonia altrettanto; forse, qualcuno in più. altrimenti come avrebbe combattuto in casa d'altri? Sono quasi mille uomini in armi, selezionati, capaci di qualunque azione criminosa. A questi vanno aggiunti almeno altri mille uomini, disponibili ma fino a un certo punto: non ammazzano, ma rubano, raccolgono il pizzo. Buoni soldati, insomma. Attorno a questi duemila uomini si muove un'area di complicità di ottomila persone: parenti, amici personali, clienti, uomini che hanno ricevuto favori o temono rappresaglie. É il dieci per cento della popolazione di Gela, no? Poi ci sono 120 morti, più di quanto ne fece la seconda guerra mondiale a Gela».
Mentre fa i conti, risponde al saluto di un tale, che ha accanto una donna e un bambino.
«Vedi», spiega. «Non lo crederesti, guardandolo. É minuto, ha la faccia buona, ma è uno di quelli...».
Sandro Mariowe, durante il ritorno a Palermo, confessa di averci capito poco di questa città. Ma vuole dire che ha capito tutto, e non è soddisfatto lo stesso. Le verità che possiede sono parziali, reticenti, le informazioni che ha raccolto servono poco...
«Non bastano nemmeno a me», dico dopo un silenzio che ci ha portato alle porte di Caltanissetta.
«Devi usare il metodo del camaleonte e quello dell'armadillo», dice ridendo.
Lo credevo stanco e sconfortato; invece ha la forza di citare John Le Carré. Lo stupisco, indovinando la fonte. É stata la fortuna a venirmi incontro. Ho appena finito di leggere Chiamata per il morto di Le Carré e quell'incrocio di furbizia e cinismo mi è rimasto ben impresso nella memoria... Misuro, senza riuscirvi, la distanza fra gli assassini della letteratura poliziesca e quelli in cui ci imbattiamo. Gli assassini di Gela sono senza storia. Non sono scaltri, non uccidono per odio, per paura o per avidità; non sono iracondi, né impulsivi, né amano la morte. Piuttosto non capiscono la vita. E non sono riusciti a suggerire una domanda essenziale: perché è potuto accadere che ingenti capitali gestiti a Milano - sede dell'Eni - abbiano provocato la nascita della più feroce mafia del Mezzogiorno d'Italia?
«Allora», chiedo a Sandro, «questo Piddu è il numero due o che cosa?».
Mi risponde con un grugnito. Quanto basta. Sandro Marlowe ha capito. Almeno lui!
La fortuna mi aiuta ancora una volta. Di ritorno da Gela incontro a Palermo il colonnello Alfio Pettinato. L'ufficiale dei carabinieri fu scelto da Peppe Di Cristina per le sue confessioni. Una tappa fondamentale nella guerra dello Stato a Cosa Nostra. Pettinato si trova a Palermo per un breve periodo di ferie. Ha stile, buona creanza; è schietto, disponibile e non ama il protagonismo. Per me è il capitano Pettinato; con quel grado l'ho conosciuto a Gela sul finire degli anni Settanta. Che cosa avrebbe potuto dirmi? Forse poco, ma quel poco mi sarebbe bastato per sapere di più su Piddu Madonia. Almeno attraverso le parole del suo nemico storico, Peppe Di Cristina.
Mi accoglie con cortesia. Raccomanda di non prendere appunti.
«Non ce n'è bisogno», dice. «Parlano le carte...».
Non ha perso il suo à plomb. Alto, asciutto, elegante. E una memoria di ferro. Nomi, date, circostanze. Ricorda il sequestro De Nora. Lo presero il 17 gennaio 1977 e lo liberarono a Gela il 19 giugno del 1978 - e la fine di Ciccu Madonia, padre di Piddu, l'8 aprile 1978. Una data importante, perché segna l'ascesa di Piddu. Un mese dopo, infatti, sarà ammazzato Peppe Di Cristina e per Piddu tutto diventerà più facile.
Nei giorni in cui il capitano Pettinato è a Gela, comunque, lo scontro fra i vincenti e la vecchia mafia di Riesi, è ancora in atto. Di Cristina fa sapere al maresciallo dei carabinieri di Riesi, Di Salvo, che avrebbe parlato solo con il capitano. É scampato miracolosamente ad un attentato il 21 novembre del 1977 e teme per la sua vita. Offre perciò a Pettinato ogni informazione utile perché i carabinieri arrestino i capi della mafia vincente - i corleonesi Riina, Provenzano e Bagarella - e impediscano la fuga di Luciano Liggio. (Buscetta sbaglia ad addebitare a Totò Riina la soffiata: è stato Peppe Di Cristina a rivelare i particolari del piano di evasione). Di Cristina perde così la padronanza di sé, il carisma del capo. É un uomo spaventato a morte.
Le informazioni arrivate a Pettinato arrivano dove devono arrivare ma non succede nulla. Già una volta i corleonesi scamparono allo tsunami, quando Leonardo Vitale, il primo pentito di mafiua, l’unico che può essere chiamato tale, riferì tutto sui nuovi boss senza essere preso sul serio.
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