Per fortuna, il Signore chiude una porta ed apre un porticato, come si dice in Sicilia. Se il porticato è grande, ci entri senza accorgertene. «Novità?», domandi a uno che conosci appena, con l'aria di compiere un rito inutile; e quello sciorina il suo rosario di verità e bugie, senza fermarsi un momento. Devi solo rispettare alcune regole di buona creanza: non usare taccuino, né registratore; evitare di dare eccessiva importanza a ciò che ascolti. Il delatore per vocazione è caparbio, vuole raccontare ciò che gli preme di più: ma solo quello e nient'altro.
Se hai pazienza, uno così, prima o poi, capita e non è detto che sia uno spreco di tempo ascoltarlo. Incontrai Salvatore la prima domenica di settembre. Lo chiamo Salvatore perché è il nome che ricorre più frequentemente in Sicilia, accanto a Giuseppe e Maria. I Salvatore si sono trovano fra i delinquenti, fra i poliziotti, fra i professori. Anche fra i giornalisti, come testimonia chi scrive.
Piccoli delatori, propagatori di cattiverie, hanno sempre notizie di prima mano e le elargiscono facendoti sentire un uomo eletto dalla fortuna. Generalmente raccontano ciò che hanno appena ascoltato da un altro Salvatore. Le informazioni così circolano nello stesso ambiente e ritornano al primo dei Salvatore che le ha diffuse.
La faccio lunga, perché la vera fortuna sta nello scoprire che una notizia che ha fatto il giro dei Salvatore più volte - come una valigia sul nastro trasportatore - non è stata riconosciuta ed è passata inosservata.
Bene, tutto questo per raccontare che la prima domenica di settembre 1992 ebbi la conferma delle mie supposizioni: gli otto fogli pervenuti a 39 destinatari, prescelti secondo imperscrutabili criteri, dall'anonimo autore - poliziotto, magistrato, dirigente politico, amico della mafia o tutte le cose insieme . costituivano un pezzo dell'indagine sui delitti di Palermo. Insomma, l'intenzione era di aprire un porticato nell'inchiesta, che aveva trovato molte porte chiuse.
L'incontro con Salvatore non fu casuale come altre volte - così cercò di farmi intendere - e non si limitò alla solita delazione che segue la richiesta di generiche novità.
«La lettera anonima porta la firma della mafia?» esordì. «E allora? Una ragione di più per lavorarci a fondo... L'hanno liquidata in fretta la pratica... Troppo in fretta...».
«Bhe», osservai, «c'era il rischio di avvelenare l'ambiente. Tutti sospettabili, tutti complici. Non si salva nessuno e finisce che si salvano tutti...». E invece che dire la sua, mi consegnò le fotocopie di un articolo.
«Di che si tratta?» domandai.
«Leggi la data... 11 giugno 1971». Mi indicò alcuni brani, evidenziati con un pennarello giallo perché li leggessi. «Questo è il precedente...», aggiunse. «Anzi, uno dei precedenti...».
Era la pagina del quotidiano L'Ora di Palermo con un titolo su nove colonne: «Come nasce (e muore) un'indagine giudiziaria».
Salvatore mi osservava con aria sorniona, di uno che sa il fatto suo.
«L'indagine è chiusa», inizia l'articolo, firmato da Marcello Cimino, straordinario cronista palermitano. «Una montagna di carte scritte, custodita nell'archivio del Palazzo di Giustizia. É l'indagine cosiddetta dei 114..., difficile, complessa. Non più, come a Catanzaro, accuse di delitti particolari basati su indizi o su prove che la Corte d'Assisi ha ritenuto insufficienti, ma una sola accusa unificante, quella di associazione a delinquere, suffragata da un mosaico di minuti fatti ben collegati...».
«E allora?» chiesi.
«Vai avanti, non avere fretta», disse Salvatore infastidito.
Marcello Cimino delineava i contorni dell'inchiesta; mano a mano particolari insignificanti divenivano elementi di un intrigo. La storia raccontava il fallimento di una inchiesta giudiziaria, a causa di complicità, connivenze. Fin qui, tutto sommato, nulla di nuovo: il processo ai 114 costituì il primo grande smacco alla giustizia, una specie di pietra tombale per i processi alla mafia.
Ma il punto non è questo. Le possibilità di successo dell'inchiesta poggiavano su una lettera anonima molto circostanziata, di cui Marcello Cimino rivelava per la prima volta l'esistenza. «Essa ha fornito - scrive Cimino - preziose informazioni agli inquirenti sui maggiori delitti attribuiti all'associazione cosiddetta dei 114..., i loro rapporti, la loro organizzazione... una manna dal cielo poiché fornisce piste precise, sulle quali dovrebbe essere agevole muoversi alla ricerca dei necessari riscontri obiettivi di fatti...».
La lettera anonima riferiva infatti l'identità dei killer, i retroscena della spettacolare spedizione in viale Lazio, «tra l'altro i nomi del morto e del ferito che gli assalitori portarono via... e dove quest'ultimo fu curato». Destinatario dell'informazione - nel luglio del 1971 - è l'allora colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa, comandante del gruppo a Milano, che la giudica «stringata e categorica».
Così prosegue il cronista: «Tutto funziona a dovere: accertamenti, verifiche, tutto. La macchina della giustizia si muove, identifica il ferito, Damiano Caruso; invece di mettergli le manette, gli inquirenti gli affiancano un sott'ufficiale dei carabinieri. Un uomo in gamba, che si conquista l'amicizia del Caruso al punto da accompagnarlo in Svizzera e dalla Svizzera in aereo a Lima, poi in Messico e infine a New York, dove subisce un intervento chirurgico».
«In favore di Caruso si mobilitano i boss - Salamone, Greco, Buscetta - che partono per l'America, dove Caruso viene assistito da uomini dell'organizzazione provenienti dal Canada e dal Venezuela. A conclusione del viaggio, Damiano Caruso verrà arrestato e confinato assieme al finto amico, il sott'ufficiale dei carabinieri».
Le informazioni della lettera anonima e quelle raccolte durante il viaggio, hanno tale rilievo da distruggere l'organizzazione mafiosa siciliana, la rete italo-americana, i complici insospettabili e gli altri, i manovali. Invece «...il confinato Caruso, accompagnato presso la questura di Bergamo in data 21 agosto 1971 per essere trasferito a Linosa si rendeva irreperibile...».
Il castello di indizi e prove frana d'improvviso. La lettera anonima ritorna un foglio di carta e viene espulso dai documenti processuali.
Salvatore aveva il diritto di essere compiaciuto, aveva visto giusto. L'episodio costituiva una straordinaria metafora della realtà, ma lasciava una sensazione sgradevole. Il retrogusto di un vino che si fa bere e poi ti tradisce.
Se ne poteva trarre più di un insegnamento. Ventidue anni fa una lettera anonima aveva creato un'occasione per debellare Cosa Nostra, ma né in Sicilia, in Italia, Oltreoceano, era stata raccolta.
Che cosa cercasse di dirmi, in modo tortuoso Salvatore mi apparve evidente, e m'indusse a cercare tra le mie carte altri episodi simili. Ne trovai più d'uno, ma quello che mi sembrò più interessante riguardava Giuseppe Insalaco, il sindaco di Palermo ucciso il 12 gennaio 1988.
Insalaco faceva la guerra alle imprese vicine a Ciancimino che si erano assicurate gli appalti più importanti del comune di Palermo. Il 16 luglio 1984 «e cioè quando la battaglia per il rinnovo degli appalti era nella fase cruciale, l'Alto Commissario trasmetteva all'Ufficio della Procura un esposto anonimo a carico dell'Insalaco riguardante la questione della vendita del terreno dell'Istituto Sordomuti, inviato al senatore Silvio Coco (allora ispettore commissario della De) e a lui trasmesso da quest'ultimo».
La requisitoria della Procura, contro Vito Ciancimino e altri, riferiva anche di «una telefonata anonima in cui si invitava il giudice Falcone ad indagare sulla compravendita del terreno dell'Istituto Sordomuti e sui collegamenti dell'Insalaco con i noti Greco. É da sottolineare come siffatta telefonata sia successiva alla deposizione resa dall'Insalaco al giudice istruttore ed in cui, lo stesso, oltre che ribadire le proprie accuse nei confronti del Ciancimino, avanzava anche dei sospetti in ordine ad una strumentalizzazione della propria vicenda giudiziaria...”
«Alla stregua di quanto sopra, acquista un ben preciso significato il riferimento fatto all'Insalaco dall'avvocato Guarrasi, che rappresentava la LESCA e quindi Cassina, alla vicenda giudiziaria che lo riguardava e ciò nel corso di una conversazione relativa al rinnovo degli appalti. Con tale riferimento, nel contesto di quel discorso, si voleva fare intendere ali'Insalaco che si era in grado di manovrare l'inchiesta giudiziaria che lo riguardava e di cui si era a conoscenza, inchiesta che avrebbe preso una determinata direzione a seconda di quello che sarebbe stato l'atteggiamento sulla questione degli appalti».
La lettera anonima dunque non fa solo parte del panorama; contribuisce a crearlo, determina i fatti. Non ci sono regole che vietano agli uomini di Cosa Nostra di «infamare» per iscritto o di incaricare qualcuno - in carne e ossa - di raccontare la sua infamia. Un pentito, un collaboratore della giustizia. Con tanto di licenza dei capi. Mamma comanda, picciotto va e fa.
D'accordo, senza delatori, da che mondo e mondo, le indagini girano a vuoto; la questione non è se servirsene o meno, ma di farlo senza rinunciare all'indagine, senza svuotarla, senza sostituirla totalmente con le parole del pentito, consegnandosi mani e piedi a gente infida, spaventata, bisognosa di protezione, denari, credibilità.
In settembre l'inchiesta abbandona le lettere anonime e si affida ai pentiti. Parlano, straparlano... E si comincia a mettere le manette ai latitanti. Ogni successo in un campo solitamente poco frequentato, come la ricerca dei latitanti, giunge con la certezza di compiere un passo avanti nelle indagini sui tre omicidi. Alla base di questa credenza c'è la Commissione di Cosa nostra: un consiglio di amministrazione, un tribunale e insieme una stanza di compensazione per i conflitti interni della mafia: organo mitico, cui sono riposte le speranze di relegare in un luogo ben definito Cosa nostra: uomini e non fantasmi. Se un boss è sospettato di far parte della Commissione, è mandante di fatto dei delitti di mafia. Di conseguenza, un delitto compiuto secondo modalità tipicamente mafiose conduce direttamente alla Commissione e ai suoi componenti.
La Commissione, dunque. Non solo i soliti nomi, i soliti fantasmi, le solite rivelazioni di Buscetta, Contorno e gli altri. Nei rapporti delle polizie, dei servizi ogni famiglia viene descritta con i suoi componenti: capi, mezzi capi, rubagalline. Città per città, provincia per provincia. Certificati di famiglia accurati, preparati con pignoleria: un censimento minuzioso del crimine organizzato in Sicilia. Chi conta di più e chi meno: gli emergenti, quelli in lista d'attesa. C'è da restare stupiti: si sa tutto o quasi.
Mostro a Salvatore il “catalogo”. UN altro Salvatore, ancora uno, che non ha niente a che vedere con il Salvatore del giorno prima. Questo è uno che conta, offre notizie corredate di buoni consigli. Non è un delatore qualsiasi. Parco e riservato, affida ai gesti, agli atteggiamenti, al non-detto il successo delle sue soffiate.
«Minchiate», sentenzia, dopo un'occhiata alla classifica dei boss del crimine.
Tento di strappargli una parola di più. Ma lui non aggiunge una virgola. «Minchiate», ripete.
Quelli come lui mettono radici solo in Sicilia, se ci si deve servire di loro, bisogna attendere il vento contrario: ragionano solo di bolina, mai con il vento alle spalle.
Secondo le carte nautiche di Salvatore, gli agrigentini hanno avuto un ruolo secondario: «La Commissione ha rappresentato tre aree... i palermitani, i corleonesi e i catanesi...».
«E Trapani, Agrigento, Caltanissetta?».
«Dipende dalle stagioni...», risponde senza convinzione.
Agli organigrammi della mafia pubblicati dai giornali non crede per niente. Uno scetticismo giustificato, a giudicare dagli eventi degli ultimi mesi: stragi, rivendicazioni dei delitti, pentiti loquacissimi, minacce, terrorismo, strategia della tensione.
Cosa Nostra è un mutante.
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