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Misteri

Cap 33/ L’enigma della 126 imbottita di esplosivo. I 152 milioni nell’auto di Sbeglia. I giorni che preparano Via D’Amelio

di Salvatore Parlagreco
03 febbraio 2010 17:39
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Il tragitto dalla redazione a casa - cinquecento metri - è uno spazio geografico e mentale cui non posso rinunciare. I luoghi che percorro hanno pensieri e parole riconoscibili. Durante questo tragitto incontro certezze, come l'agenzia di pompe funebri che promette un decoroso ultimo viaggio con sistemi rateali - «paghi prima, muori dopo» - e rassegnate incertezze, come gli operai di una azienda metalmeccanica disoccupati o cassintegrati i quali hanno scelto la piazza antistante il Palazzo della Regione per incontrarsi, discutere della quotidianità e giocare a briscola. «Ci vediamo», si promettono l'un l'altro, lasciandosi al termine di una mattinata di attesa del nulla.

 

Assisto alla manifestazione di esemplare insofferenza di una signora elegante, che, invitata a non parcheggiare l'auto da un alpino armato di mitra - di vigilanza davanti la dimora di un senatore antimafia in corso Pisani - promette di spararsi alle tempie se non le verrà consentito di sostare un attimo davanti al salumiere. «Anzi», aggiunge, «mi spari lei...».

 

M'intrometto nella conversazione per fare osservare alla signora l'ingiustizia di una simile pretesa. Se ha fatto una scelta, dico, mi pare giusto che sia lei a portarla a compimento. L'alpino sorride, rinfrancato; la signora acquista i formaggi e il resto, io torno alle mie indagini con l'idea di avere compiuto una buona azione.

 

Il giorno appresso, domenica, alle 10 del mattino, suonano il campanello alla porta, guardo attraverso lo spioncino e vedo un tale un po' mal messo con una borsa capiente.

«Che cosa desidera?» domando.

«Vorrei vendere dei prodotti», è la risposta.

Non apro la porta.

«Mi spiace, signore», dico, «ma i tempi sono quelli che sono e a pagare talvolta è la gente per bene».

Mi vergogno di quel gesto e mi stupisco averlo compiuto. Per anni ho subito le prediche dei testimoni di Geova con l'accappatoio e il sapone da barba sul viso.

 

L'indagine sui tre delitti mi lascia tempo per vivere ma le mie abitudini si sono modificate. Mentre rifiuto l'ingresso allo sconosciuto, la polizia arresta - lo saprò il giorno dopo - in un villino alla periferia di Longare, Giuseppe Madonia, figlio di don Ciccio Madonia, erede di Genco Russo, capo dei capi negli anni Sessanta. Ascolto la notizia alla radio: lunedì 7 settembre pochi particolari, una sola certezza: Madonia è il numero due della Commissione; di conseguenza è coinvolto nelle stragi di Capaci e di via D'Amelio.

 

Non condivido l'euforia degli investigatori, che pur hanno fatto un buon lavoro. Peppe Madonia opera prevalentemente a Gela, città nella quale sono vissuto per tre lustri; qui ha cercato di contendere appalti, traffici illeciti e racket del pizzo alla famiglia dei Ianni-Cavallo, originaria del luogo: 110 morti in due anni. Una carneficina.

 

Ricordo gli ultimi giorni della mia attività di cronista a Gela: l'uccisione di Ciccu Madonia, padre di Giuseppe, a Falconara, 20 chilometri da Gela; l'esecuzione di Peppe Di Cristina, boss di Riesi e la liberazione a Piana del Signore, 5-6 chilometri da Gela, di un produttore cinematografico milanese, sequestrato sei mesi prima. Per quello che ne so, don Ciccu è stato ammazzato dagli uomini di Peppe Di Cristina, che pretendeva di ereditare il controllo del Vallone - Vallelunga, Villalba, Mussomeli, Milena - zona appartenuta a Calò Vizzini prima e a Genco Russo dopo. Peppe Di Cristina fu ucciso un mese dopo la morte di Ciccu Madonia. Cercò di sfuggirvi; scampò a un attentato. Lo avvertirono, mandò avanti i suoi uomini che rimasero uccisi. Si alleò con lo Stato, rivelando tutto ciò che sapeva per danneggiare i corleonesi e i loro alleati, appunto i Madonia nisseni. Ma non servì a niente. Era il 1978, le famiglie mafiose s'insediavano a Gela, acquistando terreni nella piana gelese: la liberazione del sequestrato era una spia inequivocabile.

 

Scrissi ciò che stava accadendo sulle pagine del Giornale di Sicilia. Il giorno dopo, un imprenditore importante di Gela, che mi era amico, volle incontrarmi. «Hanno deciso di ammazzare un maiale», mi disse. Non capii. Lui ripetè la stessa frase; continuai a non capire. E allora mi chiese che cosa avevo scritto di tanto importante da fare arrabbiare qualcuno.

 

«Qualcuno chi?», chiesi.

 

«Uno importante», fu la risposta.

 

«E perché l'avrei fatto arrabbiare?».

 

«Non lo so, sono tenuto a riferire, non so altro».

 

Non mi sembrò molto preoccupato, in verità. Era un avvertimento, ma non una minaccia, come dire, definitiva, letale.

 

Andai a rileggere ciò che avevo scritto. Cronaca, nuda cronaca. Lessi ciò che avevano scritto gli altri sul sequestro. Solo allora capii. Nessuno aveva sospettato la colonizzazione di Gela da parte della mafia. Avevo indicato alcuni terreni nella piana. Sarebbe stato questo dettaglio a farli arrabbiare.

 

 

Non mi occupai più dell'argomento. L'imprenditore che mi era amico suppose di avermi persuaso. Mi telefonò elogiando la mia saggezza. «Bravo», mi disse. «Hai capito...»

Gli feci credere quello che voleva credere. In verità, dei Madonia e dei Di Cristina non sapevo proprio nulla. Quel sospetto, tuttavia, più tardi potè essere suffragato dai fatti. Nel portafogli di Peppe Di Cristina, ormai cadavere, fu trovato un assegno che provava la partecipazione al sequestro. Una specie di tangente dovuta al boss della zona.

 

Cerco il mio amico riesino a telefono per chiedergli se ha saputo dell'arresto di Madonia. Pretende una domanda più precisa. Che cosa mi serve?

 

«L'omicidio di don Ciccu», spiego.

 

«É stato un grave errore di Peppe Di Cristina», dice. «Peppe voleva il potere tutto per sé. Morto il padre, don Ciccu Di Cristina, riteneva che spettasse a lui l'eredità del Vallone».

 

«E non era così?».

 

«No, non era giusto. Peppe non se lo meritava. Non aveva saggezza, prudenza, equilibrio. Il padre morì nel suo letto, quello era un'altra cosa».

 

«E allora provvide a prenderselo il Vallone, eliminando don Ciccu Madonia», continuai.

 

«I Madonia sono stati sempre alleati dei catanesi di Nitto Santapaola e Nitto è stato alleato di Luciano Liggio e Totò Riina; insomma i corleonesi. Fu la tomba di Peppe Di Cristina combatterli».

 

«Peppe Madonia è diventato un pezzo da novanta?» chiesi.

 

«Non lo so che pezzo è... Strada ne ha fatto, quanta ne ha fatta chi lo sa? Riesi non conta più niente. Sono cambiate tante cose».

 

Quando appresi i particolari dell'arresto di Peppe Madonia e della sua straordinaria carriera nell'organizzazione di Cosa nostra, supposi che a creare il personaggio contribuisse la sua omonimia con il palermitano Giuseppe Madonia. Mi resi presto conto di sbagliarmi. Gli investigatori dipingevano Peppe Madonia come un capo indiscusso. Il soprannome - Piddu «chiacchiera» - deleterio per chi capeggia un'organizzazione criminale che fonda la sua sicurezza sull'omertà, era spiegato con la facilità di eloquio, il parlare forbito, la buona cultura. Può essere.

 

Tuttavia la sua cattura a Longare, nel vicentino, sembra tratta dal film di un regista americano, pieno di ammirazione per il padrino: stile, padronanza di sé, ruolo di Piddu Chiacchiera emergono attraverso gesti, atteggiamenti, parole-simbolo di ogni capo. Esce di casa alle 8,30 accompagnato dai guardaspalle. Trascorre la domenica mattina al mercato di Comisano, 15 chilometri da Longare; alle 10,45 ritorna nel villino affittato dal cognato dove vive da parecchi mesi. Scendendo dalla Mercedes, trova gli agenti di polizia, si guarda attorno, sorride. «Complimenti», dice. «Un buon lavoro».

In questura conversa con i poliziotti.

 

«L'Inter ha vinto?» chiede.

 

«Perché lei è interista?» fa un poliziotto.

 

«No», risponde. «Tifo per il Milan, ma quando l'Inter perde sono contento».

 

«Fumava  con  ostentata  lentenza una Marlboro»,   racconta  il  cronista, compiaciuto.

Nelle tasche di Piddu trovano cinquanta milioni in contanti, carte di credito e i santini con le immagini della Madonna e di Santa Rosalia. Ogni santino prova la devozione di una famiglia e costituisce una specie di tessera di riconoscimento.

 

E il denaro? Probabilmente ha incontrato qualcuno.

 

Sul parabrezza dell'autovettura, Fabio Bagnasco ha rinvenuto un ciclostilato. Me lo mostra con riluttanza, come se compisse un dovere d'ufficio. É titolato a mano con un pennarello, il testo è composto con una macchina per scrivere di età vetusta. Gli argomenti ruotano attorno al processo politico: «Esso potrebbe portare molto in alto e molto lontano coinvolgendo quanti vorrebbero rimanere eternamente nell'ombra». L'autore si pone una domanda: «Qual è il vero fine che si vuole raggiungere con i processi ordinari? Sono proprio questi che hanno interesse quasi a divinizzare l'operato del giudice pur sapendo che da una sentenza di un processo ordinario non si potrebbe mai ottenere un giudizio ampio, completo, trasparente e giusto. Al cittadino rimane solamente di aspettare quale sarà il nuovo sistema... tutti gli ingredienti sono pronti per la grande avventura».

 

In basso a destra, c'è una annotazione che conduce allo stampatore-autore: «La piccola Ditta Spata di via Ribera n. 12 riconosce solamente il processo politico e non quello ordinario». In alto a destra: «otto settembre/92 - Cultura antimafia - Animatore sociale antimafia Salvatore Spata».

 

Lo stesso giorno mi viene recapitata la copia di una raccomandata spedita ai procuratori della Repubblica di Roma, Marsala e Palermo. Poche righe, firmate dall'architetto Nunzio Giacomarro, abitante in via Whitaker n. 1 a Marsala. Il testo esprime soddisfazione per l'arresto di un assessore regionale e indica i particolari di un episodio di malcostume, che avrebbe fruttato tre miliardi e 300 milioni. Protagonisti dell'episodio un parlamentare, un sottufficiale dell'aeronautica e dei prestanome.

 

Fabio Bagnasco legge l'oscuro messaggio contenuto nel ciclostilato. Solo il parabrezza della sua auto, dice, custodiva il ciclostilato. Che cosa dedurne?

 

«Il messaggio era destinato a me», pensa Bagnasco. «...o a te», aggiunge.

 

«E allora?».

 

«Allora niente, perché non capisco...». E alza le spalle.

 

«Forse non c'è niente da capire», dico. «Lo credo anch'io...».

 

Gli mostro la lettera raccomandata. Stavolta strabuzza gli occhi.

 

«É firmata», esclama stupito. Nell'elenco telefonico di Marsala c'è un utente che ha lo stesso nome, cognome e indirizzo. Provo a chiamarlo, lascio squillare la suoneria a lungo. Non risponde nessuno. Decidiamo di non occuparci di entrambe le questioni.

 

«Qualcosa cambia...», mi fa notare Bagnasco.

 

Lo guardo con curiosità.

 

«La gente firma, si espone...».

 

Scuoto il capo per esprimere un misurato dissenso. Ci sono momenti in cui tutto è più difficile, perfino raccontare banalità.

Bagnasco se ne va con l'aria del cane bastonato. Devo avere una faccia da funerale se qualcuno sente il bisogno di informarsi sulla mia salute. Uscendo dall’ufficio noto un manifesto giallo, assai vistoso. Ospita un breve messaggio: «In via D'Amelio si torna a vivere e a lavorare». La comunicazione - sobria, straordinariamente efficace, umanissima - proviene da un negozio di materiale di cancelleria. É un segnale piacevole. Proprio così: si torna a vivere.

 

Giunto a casa, ricevo la telefonata di Sandro Provvisionato, il giornalista dell’Europeo. Sarà domani a Palermo, vuole incontrare il nuovo questore, Matteo Cinque.

«Lo conosco bene. É un poliziotto», dice.

 

«Niente aggettivi?».

 

«Appunto, niente aggettivi».

 

«Vorrei parlargli anch'io», dico.

 

«Penso che non ci siano problemi».

 

Il giorno dopo, alle 11 circa, mi trovo in questura con Sandro. Il solito trambusto di ogni posto di polizia. Le lapidi di marmo nel loggiato. Le scale spoglie. La breve attesa.

 

Matteo Cinque stringe la mano con energia, mi regala un sorriso cordiale e accoglie Sandro da vecchio amico.

 

«Matteo Cinque è un poliziotto vero», dice Sandro. Ed è come se mi avesse trasmesso un ordine. Osservo minuziosamente il poliziotto  vero, approfittando della conversazione fra i due. Statura media, viso rotondo, capelli scuri e folti, occhi furbi e saltellanti, neri come il carbone, la fronte larga dei meridionali aperti e gioiosi. É lui, mi dico ridendo dentro di me. Sì, è proprio lui, il dottor Francesco Ingravallo. Don Ciccio, per amici e conoscenti, quello del pasticciaccio brutto di via Merulana, i l poliziotto di Carlo Emilio Gadda. Una certa praticadel mondo, la vocazione; naturalmente senza orari; naturalmente meridionale.

 

Ascolto con curiosità l'accento. Mi aspetto il dialetto molisano di Ingravallo; invece Matteo Cinque è campano, napoletano; sfuma le asperità della sua lingua, la ingentilisce, la mette al servizio dei suoi pensieri. Ci tiene a mostrarsi affabile, cordiale, beneaugurante. Meglio Ingravallo che Mariowe, mi dico.

 

«Matteo Cinque è il più giovane questore d'Italia», avverte Sandro.

 

«Queste lapidi...», esordisce Matteo Cinque. «Qui c'è una brutta aria - continua - non è che i ragazzi abbiano torto. Se avesse visto come erano ridotti quei poveretti di via D'Amelio lo capirebbe, dicono. Sicuro che lo capisco guagliò, ma è l'ora di reagire, rispondo».

 

«Beh!, qualcosa si sta facendo. Quel Madonia per esempio...».

 

Matteo Cinque allarga le braccia, acconsente con il capo. «Va bene, va bene», ammette, «ma dobbiamo pensare alle nostre cose...».

 

Quali cose? Ma è chiaro: i patrimoni dei mafiosi. Don Ciccio ha idee precise, ha messo le palle sul tavolo e procede come un caterpillar: sequestri di immobili, interi palazzi a setaccio, controllo del territorio...

 

«E le indagini?».

 

Risponde con un gesto. Devo avere pazienza. E con me tutti quelli che s'aspettano miracoli dalla polizia.

 

«E i pentiti?».

 

«Quelli, prima, raccontano i fatti, poi fanno chiacchiere, infine si vendono. Ma sono importanti, utili. Io abito in un piccolo appartamento che ha ospitato un pentito».

 

«Meglio il sequestro dei patrimoni», osservo.

 

«Bisogna togliere l'ossigeno ai latitanti...».

 

«Il 26 agosto avete fermato un tale. Uno importante... Sbeglia».

 

«Sicuro, quell'arresto è stato sottovalutato...».

 

«Perché?».

 

«Vedremo, vedremo...», risponde senza rispondere.

 

Lasciamo la questura con l'aria contenta. Sandro Provvisionato non ha ottenuto la sua intervista, io non ho avuto risposta ad alcuna delle mie domande. E allora?

 

«Questo qui sa quello che vuole» dico. «Ma non ci ha detto niente, nemmeno una parola».

 

«Sbeglia... Perché proprio lui?», mi chiede Sandro.

 

«Mi hanno raccontato che Sbeglia conserva documenti importanti, può portare lontano».

 

«Per intanto dovresti informarti delle novità», mi rimprovera Sandro con grazia.

 

«Di che parli?».

 

«La Fiat 126 esplosa in via D'Amelio. Le targhe sono state rubate la notte prima, l'auto dieci giorni prima nel rione Brancaccio, vicino a corso dei Mille. Una zona controllata dalle famiglie Vernengo, Zanca e Marchese. Avevano bisogno per tempo dell'auto, ma doveva essere pulita. Le targhe sono state rubate da un'autorimessa che chiude nei giorni festivi. Solo lunedì il furto delle targhe sarebbe stato scoperto, il 20 luglio. Ma c'è dell'altro. Ci sono tre delinquenti. Hanno violentato una ragazza e sono finiti all'Ucciardone. Uno di loro ha rubato la 126 esplosa in via D'Amelio».

«Quando la rubò?».

 

«Il furto fu denunciato il 9 luglio, dieci giorni prima».

 

«E chi l'ha denunciato?».

 

«Pietrina Valenti, la proprietaria. Abita a Brancaccio, è parente di due dei tre delinquenti: Luciano e Roberto Valenti, che sono cugini. Il terzo si chiama Candura, Salvatore Candura, ed ha 31 anni. I Valenti sono puliti, Candura no. Ha alle spalle qualche rapina, furti. Nessuno di loro è schedato negli archivi della mafia».

 

«Sono dei balordi!».

 

«E allora?».

 

«Niente... Cosa Nostra si affida a dei balordi e li lascia vivere. Non ci capisco niente...».

 

«Ed io ci capisco meno che niente con quel tale, come si chiama...».

 

«...Sbeglia».

 

«Appunto, Sbeglia».

 

«Matteo Cinque mi è sembrato interessato...». «E da che cosa l'hai capito? dai gesti?».

 

Andammo a colazione insieme. Su Sbeglia feci delle ricerche nella banca dati dell'Ansa. A causa di un banale errore spesi inutilmente del tempo prezioso. Mi ero fidato del ritaglio del Corriere della Sera, che raccontava l'arresto di Sbeglia. Il cognome era stato storpiato tre, quattro volte nell'articolo, convincendomi che si trattasse di Sbeian, Salvatore Sbeian. Di conseguenza, non avevo ottenuto alcuna informazione. Nessuno Sbeian era stato arrestato. Ciò mi aveva indotto a telefonare all'autore dell'articolo, Enzo Mignosi. Scoprii dove stava il problema. Mignosi disse che il nome giusto era Sbeglia.

 

«Com'è potuto accadere?» domandai.

 

«Niente di più facile», spiegò Mignosi. «Quando il cognome parte" in un certo modo, arriva com'è partito. Una stronzata...».

 

«Questo Sbeglia è importante?» domandai. «Quello che so l'ho scritto... É stato fermato per caso». «Per caso?».

 

«Sì, è stato fermato a un posto di blocco in compagnia del figlio Francesco. Sul sedile posteriore dell'auto, un'Audi, c'era un sacchetto con 152 milioni divisi in mazzette da 100 mila lire».

 

«E che ha raccontato alla polizia? Da dove venivano i soldi?».

«Doveva pagare un amico. Però, ecco la cosa strana, due giorni prima venne arrestato un tale, Giosuè Cannistraro. Detenzione illegale di una pistola

 

«Come s'è saputo che era lui, il creditore?».

«Non lo so. Questa storia non mi convince».

 

«Nemmeno a me», conclusi.

 

Anzitutto non credevo alla casualità delle manette per entrambi, né al fatto che Sbeglia portasse in giro tanto denaro liquido con lo scopo di pagare Cannistraro. Chi era Cannistraro? E com'è che Sbeglia non sapeva del suo arresto? Un appuntamento preso molti giorni prima? Assai improbabile. Non si portano appresso 152 milioni senza avere la certezza di poterli consegnare. Il mistero non è solo questo. Sbeglia dispone di un archivio elettronico, un bunker segreto nel proprio appartamento, comunicante con la sede legale della ditta, la «Im.Ge.Co.», attraverso una parete mobile.

 

Doveso saperne di più sul passato di Sbeglia. Mi recai perciò in casa di un magistrato, che è una efficiente banca dati.

 

«Che cosa sai di Sbeglia?».

 

«Di lui si occupò Giovanni Falcone; alla fine degli anni Settanta avrebbe avuto una parte nella pizza-connection. Eroina, riciclaggio. Ma non ebbe danni, la posizione venne stralciata. Lui, di professione, è un imprenditore edile».

«

Servizi?».

 

«Servizi deviati...».

 

«Stanno diventando una specie di cesso, questi servizi deviati. Basta tirare lo sciacquone e tutto sparisce. Sbeglia è un personaggio ambiguo, come tanti a Palermo. Certo, il momento in cui il suo arresto è avvenuto, i 152 milioni fanno ragionare... Bisogna cercarlo tra le carte. É più difficile che pedinarlo».

 

Sbagliavo. Il nome di Salvatore Sbeglia era ospitato nell'ordinanza di rinvio a giudizio del maxi processo: Procedimento contro Abate Giovanni 706 volume 10 pagg. 1931 e seguenti. Sul suo conto vennero svolte minuziose indagini di polizia, pedinamenti, controllo dell'attività. Sbeglia ha avuto rapporti con Gaetano Mazzara e Carlo Lauricella, entrambi sospettati di traffico di droga e riciclaggio: Mazzara è stato ucciso mentre si svolgeva a New York il processo sulla pizza-connection. La polizia segnalò ogni incontro avuto da Sbeglia con Lauricella, Mazzara ed Erasmo Ferrante. Poi non succede niente. Sbeglia continua la sua attività imprenditoriale senza incidenti fino al 25 agosto, quando è costretto a fermarsi ad un posto di blocco, mentre trasporta 152 milioni in contanti con la sua Audi 990.

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