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34/La zona franca. Colletti bianchi al tempo delle stragi. Ignazio Salvo riprende i beni sequestrati e muore

di Salvatore Parlagreco
09 febbraio 2010 13:57
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Ci sono uomini che vivono in una specie di zona franca. Imprenditori, commercianti, professionisti. Magari li salutiamo due volte al giorno e prendiamo il caffè a casa loro. Voltiamo le spalle, premono un pulsante e la parete ruotante si muove. Quali misteri celano le intercapedini?

 

Sotto gli occhi mi ritrovo il ritaglio di un articolo del quotidiano La Stampa. È una intervista a Salvatore Iocolano, un autotrasportatore di Gela, in soggiorno obbligato in Val D'Aosta.

«I miei introiti sono onesti, puliti» spiega Salvatore Iocolano. «I giornali scrivono frescacce. Complotti, trame..., a che serve essere ricchi se ogni tanto non ti prendi una soddisfazione. Che cosa crede la gente, che quella condannata al maxiprocesso sia gente che va a comprarsi il pane ogni mattina? Tutti ce li hanno i miliardi, forse qualcuno ha voluto prendersi una soddisfazione».

Una soddisfazione ogni due mesi

L'8 settembre la vittima è Ignazio Salvo, intimo amico di Salvo Lima e potente esattore siciliano. I sicari lo uccidono nella sua villa a mare di Santa Flavia: due colpi di lupara, mentre accompagna un ospite insieme alla moglie. I killer risparmiano i due occasionali accompagnatori della vittima, così come avevano fatto con Salvo Lima. Lavoro da professionisti.

Ignazio Salvo si sentiva tranquilllo. Più di Lima. Altrimenti non sarebbe venuto in Sicilia, non avrebbe alloggiato in una villetta a mare fuori dell'abitato, indifendibile, senza alcuna protezione. Qualcuno aveva garantito sulla sua sicurezza o lo aveva invitato a venire a Palermo per prospettargli un affare?

Il tradimento ricalca un vecchio copione: nelle esecuzioni mafiose, il traditore, il giuda è l'uomo più vicino alla vittima. Ha l'ordine di accompagnarlo nel luogo dell'esecuzione, di consegnarlo al boia. Non so se l'uccisione di Lima anticipa inevitabilmente quella di Ignazio Salvo, come l'assassinio di Falcone obbliga ad ammazzare Borsellino; ma è un fatto che Lima e Salvo fanno parte del medesimo disegno, come Falcone e Borsellino. Queste morti violente sono state scritte dagli assassini con inchiostro simpatico. Basta guardare in controluce. Ed appare ogni lettera.

Quando ne parlo a Mario Obole, per anni cronista de «Il Mattino», capelli bianchi, intuizioni volpine, storce la bocca. Non è così semplice, fa capire. «Lima era estraneo, ma vicino. Vicino come una parte della De fin dal dopoguerra. Questa è storia, Ignazio Salvo era dentro», osserva lapidario.

«Fammi capire...».

«Ci fu un momento in cui i Salvo sarebbero saliti su un'astronave per sfuggire alla guerra di mafia fra le famiglie Bontade-Badalamenti e i corleonesi. Andarono in crociera e nel frattempo si mediò. Giovanni Falcone aveva raccontato a Buscetta che i Salvo lo stavano consegnando ai corleonesi e riuscì a farlo parlare».

Non basta.

Telefono ad un amico, un magistrato. «Devi darmi la reperibilità», lo ammonisco, sorridendo.

«Il problema vero», mi dice «è capire che cosa sta prendendo il posto delle vecchie alleanze. Li stanno decimando. Per resistere si erano alleati con i vincenti».

«Alleanza o stato di necessità», osservo.

«Comunque sia, ora la situazione è più chiara. Un episodio non basta per capire, due sono talvolta sufficienti. Il vecchio gruppo di potere è stato smantellato. C'è chi è scappato letteralmente dalla Sicilia».

«Una questione di famiglia. Cosche contro cosche?».

«No, non è solo mafia. C'è chi si è candidato a sostituire la vecchia guardia. Questi qui non sono in condizione di garantirli, quindi... Salvo è una potenza. Ucciderlo a che serve? Se è stato ai patti, conservando l'immunità, perché sarebbe arrivata la sua ora? Solo se ci sono nuovi inquilini nel palazzo...».

«Dunque, Salvo deve scomparire, perché il suo potere economico è comunque condizionante: fa eleggere deputati, crea imprese. Tutto. É così?».

«Certo, proprio così. Un patrimonio enorme, non scalfito dalle vicende dell’antimafia, anzi».

Trovo presto conferma alle parole del giudice in due note dell'Ansa. «La gestione delle esattorie fungeva da polmone finanziario per numerose altre attività censite dalla Magistratura che spaziavano dal turismo all'agricoltura, dalle cantine sociali alle immobiliari per un fatturato di decine di miliardi all'anno. Con una catena di aziende concentrate nel trapanese, il gruppo Salvo controlla, fra l'altro, un terzo dell'intera produzione vinicola siciliana e la quota più grande delle esportazioni diretta al mercato americano ed europeo.

“A conclusione dell'indagine patrimoniale nel novembre 1986, il Tribunale di Palermo aveva deciso di confiscare ad Ignazio Salvo le sue azioni della Satris (esattorie), della Semate e della Immobiliare Sicula oltre la villa di Santa Flavia in cui è stato compiuto il delitto e tre fondi rurali con annessi fabbricati a Salemi, paese d'origine del finanziere. Ma il 29 maggio 1990 la Corte di Appello ha annullato la decisione e restituito a Ignazio Salvo i beni sequestrati. Altri beni, sequestrati, invece, dal giudice Falcone e dal pool antimafia, sono stati restituiti dalla Corte d'Appello al finanziere il 2 luglio 1991».

I guai con la giustizia erano finiti. Avrebbe dovuto scontare un giudizio di pericolosità sociale, che impone il divieto di soggiorno a Palermo. Poco male: questo non impedisce di mantenere i vecchi contatti, di tornare al centro delle decisioni che contano. L'hanno ammazzato per eliminare un concorrente pericoloso?

Per due giorni, queste confortanti certezze sembrano avere il sopravvento sui consueti dubbi. Ma solo per due giorni. Quando ne parlo con Pippo Morina, l'impalcatura cade. Diviene un castello di carta, malfermo e pretenzioso. «La dittatura di Riina su Cosa Nostra, sulla Sicilia politica ed economica, su tutto insomma», esordisce Morina con gli occhiuzzi che si godono l'inevitabile stupore suscitato dalle sue parole. «La dittatura di Totò è una ipotesi suggestiva. All'Alto Commissario contro la mafia dobbiamo necessariamente opporre l'Alto Commissario della mafia. Ma la realtà è un'altra. La Commissione non funziona, ognuno fa quello che vuole, se lo sa fare e ha gli strumenti per farlo».

«Ti sarai chiesto perché mai Ignazio Salvo viene a Palermo e se ne sta tutto solo nella villetta mentre scoppiano i candelotti di tritolo e sparano le armi automatiche. É impazzito? O che cosa?».

«Non c'è stato uomo più avveduto, prudente, saggio di Ignazio Salvo» risponde Morina.

«Come spieghi il suo comportamento?».

«É proprio questo il punto. Non c'è nessuno in grado di dare garanzie ad altri».

«Vuol dire che si sentiva protetto, ma non gli è servito a nulla. Non un tradimento, una trappola, ma millantato credito».

«Nemmeno questo. Perfetta buona fede. Chi garantì, credette di poterselo permettere. Non trovo altra spiegazione. Ignazio Salvo vede ammazzare Lima sei mesi fa, cioè l'uomo con il quale ha costruito la sua fortuna, non deve andare nella sua villa di Santa Flavia. Se ci va, è costretto a farlo o è sicuro di sé. Troppo sicuro. Va bene, non è più nemico dei corleonesi, ma non gli è amico. E poi, quando mai Riina ha fatto distinzioni fra amici e nemici».

Ritornano le certezze: l'identità del mandante, il movente, il contesto. Le analogie fra i due delitti Lima e Salvo sono impressionanti: i killer in motocicletta, le due donne risparmiate, perfino la tranquillità della vittima. Ho trascurato tutto ciò che confliggeva con queste certezze. L'ho scartato, nascosto, ignorato. Devo recuperare questo vuoto colpevole. Come? I soliti informatori, i soliti giornali, i soliti depistaggi. Ma che altro rimane da fare?

Gli investigatori indagano su un possibile collegamento fra l'attentato subito a Mazara dal vice questore Germana e l'omicidio di Salvo. Germana aveva riaperto il fascicolo sul sequestro dell'esattore Luigi Corleo, suocero di Ignazio Salvo. Il poliziotto parlò con Salvo? Che cosa ha saputo Germana a Mazara del Vallo? So che a Mazara, c'era tensione fra logge massoniche. E Germana si occupava di logge e di cosche.

Il sequestro Corleo avvenne il 17 luglio 1975. Uno sgarbo ai Bontade e ai Badalamenti che proteggevano i Salvo. Uno sgarbo che costò molte vittime, se tutti gli uomini sospettati dal colonnello Russo di avere avuto parte nel sequestro furono ammazzati o scomparvero. C'è poi la lettera anonima giunta dopo la strage di Capaci, a fine giugno, che ricostruisce l'assassinio del colonnello Russo alla Ficuzza, chiamando altri boss a risponderne.

La sequenza degli eventi propone una pista. Più che una pista, un intreccio diabolico. Lima e Salvo, diffidenti e sospettosi per indole, si consegnano inermi nelle mani dei loro assassini. É l'antica sfida dell'uomo di potere: temere il nemico equivale dimostrarsi deboli; se si è deboli, non si ha potere. Ecco perché un comportamento illogico diviene logico.

Ma mi sto allontanando dai fatti. Per esempio, la sequenza di morte: un delitto ogni due mesi. Confido le mie elubrazioni a Pippo Morina, la qualcosa è come mettere la propria testa sul patibolo. Ma quando i pensieri prendono il sopravvento sui fatti, non c'è verso di liberarsene: sono vagoni di un treno in corsa. E allora mettere la testa nel patibolo può rappresentare una soluzione.

L’audacia viene premiata, probabilmente perché sono le 10,30 del mattino, è una bella giornata di sole, non c'è caldo e Pippo è di buon umore.

«Ritorna su questa terra», dice. «Cerca di guardare in faccia le cose come sono. Paolo Borsellino? La causa della morte è da attribuire a suicidio».

Scrollo le spalle, aggrotto le sopracciglia, fingo lo stupore, cerco di sorridere.

«C'è un vecchio aneddoto texano», riprende. «Calza a pennello. Per ricordare la morte di un pistolero qualcuno ha scritto la seguente epigrafe: con una Colt a 150 metri apriva il fuoco contro un uomo armato di Winchester. Sì, proprio così, Borsellino aveva una Colt e sparava contro un tiratore scelto armato di fucile di precisione. I tempi sono cambiati. Falcone ha il merito di avere scritto a chiare lettere la parola mafia quando i procuratori aprivano l'anno giudiziario evitando di pronunciarla. E il resto? Una volta c'erano gli uomini-chilo. Gente rispettabile che portava a destinazione un chilogrammo d'eroina. Oggi la droga si trasporta a quintali. L'affare è colossale. Invece che i rispettabili professionisti, il rischio se lo prendono i camionisti turchi. Il nemico è diventato troppo potente e lo si combatte con armi obsolete. Qualche successo ha fatto ritenere che le cosche indietreggiassero. La buona fama dei singoli ha creato una immagine sbagliata: che lo Stato stava combattendo, poteva farcela... Oggi il business non interessa solo la mafia, il crimine, ma anche i governi, le banche, la borsa, le industrie...».

«Tutto giusto. Il contesto è un altro. E allora: chi e perché?», chiedo.

«Da cinque anni Borsellino non aveva notizie dirette sullo stato dell'arte e gli intrallazzi con la mafia. Sapeva attraverso Falcone. Morto Falcone, si è calato in una realtà che conosceva poco. La grande organizzazione criminale ha creduto di correre rischi. Quali? Non lo so. I pentiti parlano, ma sono pentiti di serie C. A parte Buscetta. Lui sta sopra Pippo Calò. Falcone ha detto che si è rifiutato di fare nomi. Parola di re Contorno? Era il killer di Stefano Bontade».

«Non capisco che cosa vuoi dirmi...».

«Semplice..., la superprocura, un magistrato che può avocare a sé tutto, fa paura. Non solo ai mafiosi, intendo. Questo spiega Capaci. Borsellino? Stesso movente, forse più lati oscuri. Il telefono sotto controllo? Si è ipotizzato che, a Punta Raisi, i basisti abbiano avvertito. Ci scordiamo che sugli aerei della CAI hanno volato personaggi come Pippo Calò e il faccendiere Carbone, quando erano latitanti».

«La Compagnia aerea italiana...».

«Sì, i servizi... Sono fatti processuali, non confidenze. Che ci sia un rapporto fra mafia e CAI è provato. Andavano in Sardegna a fare operazioni immobiliari. Non sono confidenze dei pentiti, ma fatti, basta leggere le carte dei processi».

Fa un gesto di commiserazione, come a dire: ma che mi vanno raccontando. Conoscevo bene quel suo modo di parlare, di pensare, di gesticolare. Ora avrebbe messo in fila tutte le cose che non vanno: le ambiguità, le stupidità. Piccolo di statura, il volto tirato, la boccata di fumo strappata alla sigaretta con violenza, il sorriso con le labbra serrate e le mani, le braccia sempre pronte a compiacere le parole, i sentimenti, i pensieri. Perfino l'aspetto fisico assecondava l'irritazione verso le autorità costituite. Ora Pippo Morina avrebbe fatto a pezzi ogni cosa...

«I mezzi per sapere ci sono, ma la memoria è uno strumento al servizio di chi non vuole sapere né far sapere. Nella giustizia civile ogni giorno migliaia di cittadini perdono miliardi a causa di un cavillo giuridico. E nessuno si scandalizza. Se la Cassazione fa valere gli stessi principi, le stesse regole, c'è il coro delle vedove bianche. Chiunque sia neghittoso, deve farsi una carriera, utilizza i morti, arruola la salma. E i superlatitanti? Li prendono a casa dei parenti o a casa loro, dove abitano da sempre. Com'è possibile che il signor Spadaro, un contrabbandiere mafioso che si definiva l'Agnelli delle sigarette, stia comodamente a casa sua per anni e poi venga arrestato da tre carabinieri toscani che suonano educatamente al suo campanello? Perché Riina lancia messaggi attraverso il suo avvocato e fa sapere che è qui a Palermo? Provocazione, dicono. Cazzate! Ha valutato, ha considerato utile... Ha un patrimonio, potrebbe andare ovunque, scomparire. E invece ci tiene a far sapere. Chi vuole avvertire? Non quelli che hanno contatti con lui».

Si concede una pausa, per capire quale effetto abbia avuto la sua requisitoria. Mi osserva intensamente, stringendo fra le dita la sigaretta. Si gira sulla sedia. É insofferente. Sospetta di non essere compreso.

«E Liggio...», riprendo.

«Liggio, Liggio. É una tomba. Si fa la galera e non parla. Ha le carte in regola per essere considerato affidabile dagli uni e dagli altri...».

«Che vuol dire?».

«I contatti con la gente che conta, che non si sporca le mani, li potrebbe tenere lui».

S'interrompe, quasi temesse di andare avanti, si stringe nelle spalle. «Una considerazione terra terra: atti d'accusa gravissimi, inchieste ponderose hanno avuto da sempre riscontri evanescenti. Mi sono chiesto se questo sia dovuto...” S’interrompe. “A che serve?», e sospira.

I tempi del discorso li vuole scegliere lui; inutile incalzarlo. Aspetto con pazienza e, dopo un lungo silenzio, mi concede il seguito.

«Di che parlavo?», domanda.

«Dei processi di mafia», gli ricordo.

Naturalmente non ha dimenticato, asseconda i suoi vezzi.

«...mi chiedo se siano stati costruiti in modo che le conclusioni fossero, come dire, aperte. In passato, l'assoluzione per insufficienza di prova era giustificabile. Ora non c'è più. Le prove non ci sono come prima, ma ora si condanna, a differenza di prima. Liggio si beccò l'ergastolo per l'uccisione di Navarra. Le prove? Lo scenario di Corleone. Una volta i capimafia ed i loro amici frequentavano la buona società, c'erano salotti ospitali, s'incontravano. Ora gli ospiti hanno dovuto accomodarsi all'Ucciardone. Ogni tempo ha il suo tempo. É tutto sfumato, nebbioso, gli scenari cambiano; quelli vecchi non sono più funzionali. Per 15 anni Michele Greco ha goduto grande credito, poi coloro che gli avevano dato il credito glielo hanno tolto. Non è che al processo di Catanzaro ai 114 boss, ci fossero meno prove. I mafiosi in galera dicono: è cambiato l'atteggiamento contro di noi».

«C'è da esserne contenti», osservo.

«Non è questo il punto. La lista dei buoni e dei cattivi, di chi deve finire in galera e chi no, questa lista chi la compila? Il maxiprocesso non è stato un processo alla mafia ma ad alcuni mafiosi. Non poteva essere diversamente. Chi è rimasto fuori ha avuto spazio per espandersi. É stato raccontato come un processo “universale". I boss sanno bene che non è così; più dei giudici sanno chi manca all'appello dietro le sbarre. Andai al mercato di Ballarò qualche giorno fa. Chiesi ad un fruttivendolo perché teneva tutte le cassette di frutta sulla strada avendo tanto spazio inutilizzato dentro, nel magazzino. Figlio mio, mi rispose, se io metto dentro le cassette, quello di fronte viene avanti e ci mette le sue cassette. Questi mafiosi detenuti hanno dovuto mettere le cassette dentro e gli altri si sono allargati...».

«Sarà», dico. «Ma ci sono i delitti. Lima, Falcone, Borsellino, gli agenti di scorta. Una carneficina. Non possiamo accontentarci di capire».

«Lima aveva garantito, poi non ha potuto più farlo. Come avrebbe potuto farlo tanto a lungo in passato? Questo non l'ha spiegato nessuno. Fra Lima e il boss La Barbera c'erano rapporti istituzionali, basta leggere negli annuali dell'antimafia. Sarebbe dovuto divenire un personaggio sospetto dalla prima citazione nelle carte dell'antimafia e invece sono passati 25 anni, durante i quali nessuno ha indicato collegamenti certi. E allora: si tratta di una gigantesca incapacità degli investigatori? Di una gigantesca rete di collusione? O questi rapporti sono inesistenti? Se qualcuno avesse ordinato al maresciallo: segui Lima per un anno, raccontaci che fa, con chi s'incontra, metti sotto controllo il telefono. Ecco, avremmo scoperto tutto: i legami occulti di Lima o la sua estraneità...».

Congetture, idee, sospetti. Morina me ne consegna in gran quantità. Ora però bisogna restringere il campo. Mi prefiggo di incontrare ancora Sciortino, di telefonare ad Amendolito, tornare a casa del maestro di Corleone, andare in questura.

Il bilancio delle mie ricerche è fallimentare. Evanescente. Sparare sul mucchio, mi dico, non serve. Ricordo di avere chiesto a Bagnasco un'indagine sui pentiti. Mi dice che ha saputo poco.

«Sono cinque o sei quelli che parlano e sono ascoltati», afferma.

«Ne sapremo di più fra qualche giorno...».

«I nomi?», chiedo.

«I soliti: Leonardo Messina, Rosario Spatola, Mutolo, Marchese. Seguono la pista locale, lavorano su due fronti: i pentiti e la 126 Fiat esplosa in via D'Amelio...».

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amicopaolo 09 febbraio 2010   19:11

Dott. Parlagreco,

Vista la sua confusione le darò una chiave di lettura ancora diversa, ma più logica delle varie inchieste giudiziarie che  hanno il compito di portare alla luce mezze verità e mezze falsità per stare con due piedi in uno stivale il sistema Paese.

Al di là della mentalità criminale spacciata per pazzia terroristica e onnipotenza di Totò Riina, comodo per confondere di più le carte ai comuni mortali, sono convinto che quel periodo e quella stagione ha seguito un copione più che logico. D'altra parte che logica può avere l'uccisione di Salvo Lima e Ignazio Salvo che si sono ritrovati ad essere colpevoli perché non potevano più garantire l'immunità ai corleonesi? Per caso Totò Riina oltre ad essere sanguinario era anche stupido da non capire il periodo storico avverso all' intero sistema politico e di conseguenza al governo della mafia? Non poteva convincersi di aspettare l'evoluzione degli eventi? Perché doveva ucciderli non erano traditori erano solo impotenti e non per colpa loro.

Secondo me, la loro eliminazione è stata una strategia di un sistema di un potere deviato, ancora occulto, che obbligava Totò Riina ad eliminare le vecchie alleanze poiché risultavano pericolose a quelle nuove che si dovevano sostituire.

In questa ottica doveva essere eliminato Falcone che faceva più paura a Roma che ai mafiosi e successivamente anche Borsellino che aveva giurato di vendicare la strage del suo amico ed era deciso di non fare sconti a nessuno.

Considerazioni probatorie più semplici e meno contorte che aprono scenari da vaso di Pandora di cui è vietato parlare perché non toccano Berlusconi, ma il famoso Architetto di cui Ciancimino dice che non sa chi sia.

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