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Misteri

35/La Sicilia, le stragi, l’intrigo internazionale: uomini di paglia, grandi banche e superesperti tedeschi. I misteri del '93

di Salvatore Parlagreco
12 febbraio 2010 19:58
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L'indagine a tavolino è una insulsa scelta. Sul tavolo pile di carte e documenti. Tocco ogni cosa; è come accarezzare le congetture, le banalità suggerite dalla quotidianità. Il malessere indistinto non se ne va; paralizza la volontà, la sospende l'attesa in un limbo di propositi.

 

Le informazioni sui tre balordi che rubarono la 126 di via D'Amelio, regalano una ragione per riprendere le fila della vicenda. La polizia ha registrato una telefonata, durante la quale uno dei tre dice di essere preoccupato per l'uso che è stato fatto dell'auto rubata.

 

In galera le preoccupazioni dei tre sarebbero aumentate, al punto da convincerli a rivelare il nome dell'uomo che ha commissionato il furto. Il committente è Vincenzo Scarantino; la 126 è stata consegnata a lui dieci giorni prima dell'attentato. Scarantino l'avrebbe tenuta in un garage e imbottita di tritolo poche ore prima che venisse parcheggiata in via D'Amelio.

 

Chi è questo Scarantino? Un giovanottone alto e robusto, dall'aria burbera, con una barba fitta: 27 anni, senza occupazione fissa e senza storia. Gli amici e i parenti però una storia ce l'hanno: il cognato è Salvatore Profeta, uomo d'onore dalla famiglia di Santa Maria di Gesù e amico dei fratelli Pullara e di Pietro Aglieri. Proprio lui, Aglieri, indicato da una telefonata anonima come il killer di Salvo Lima.

 

Vincenzo Scarantino abita in un basso alla Guadagna, il quartiere lambito dal fetido rigagnolo dell'Oreto; qui, in una casa tenuta in piedi per miracolo alcuni anni fa è rimasto sepolto il padre di Vincenzo, Antonio. Lo chiamano «u signurino». Significa che si fa vedere ben vestito. Possiede un telefonino cellulare, «ma non ci sta con la testa», dice qualcuno. «Hanno vestito il pupo», protesta infatti il fratello Rosario, per dire che hanno fabbricato un colpevole.

 

Uno che si è bevuto il cervello o l'anello importante di un attentato terroristico? Il Procuratore Tinebra dice che non è una mezza tacca, «sta più in sù». Scarantino sarebbe più che un soldato della famiglia di Santa Maria di Gesù, ma meno che un quadro intermedio. La sua specialità? Il furto d'auto, ma la fedina penale è quasi pulita. Un episodio, solo uno, nel 1978: appena tredicenne viene sorpreso con una pistola in mano dopo la rapina a un passante.

 

Negli anni Settanta, Santa Maria di Gesù conosce un momento di gloria. Il capo era Stefano Bontade, ucciso nel 1981 (lo scettro è passato ad Adelfio Pullara); Salvatore Profeta, uno dei boss di Pullara, sposa la sorella di Scarantino, Ignazia. Buscetta e Contorno dicono che Profeta ha fatto  ben altro: per esempio, ha strangolato quattro persone in una masseria. Gente dura, senza scrupoli. Ma imprudente.

 

Se «u signurino» è uno che non ci sta con la testa, appare la persona meno adatta per affidargli un incarico così delicato. E i balordi impiegati per rubare l'auto al tritolo di via D'Amelio? Usati e lasciati in vita? Cosa Nostra ha il cuore grande? Le matricole delle armi e i numeri di telaio delle auto rubate scompaiono immediatamente. Il telaio della 126, rimasto integro, conserva la matrice, che ha permesso di risalire ai ladruncoli e dai ladruncoli alla Guadagna.

 

Ricostruisco i fatti salienti, per tentare di capirci: Cosa Nostra ha deciso l'eliminazione di Borsellino, la famiglia di Santa Maria di Gesù si sarebbe assunta la responsabilità dell'esecuzione. Scarantino è incaricato di procurare l'auto da imbottire con il tritolo; si rivolge ai tre balordi, i quali rubano la vettura alla zia. Scarantino o qualche altro fa sparire le targhe di alcune auto da un garage, venerdì 17 luglio. Il garage resta chiuso sabato e domenica; il furto potrà essere denunciato il 20 luglio, il giorno dopo l'attentato. Il 19 luglio la targa falsa dell'auto rubata (il giorno 8 o 9 luglio) è «pulita». I balordi consegnano l'auto rubata a Scarantino. E questi a chi la consegna? La fase successiva è la preparazione dell'utilitaria con l'esplosivo. Chi è l'artificiere? Certo, non è Scarantino. «U signurino» non sa niente di miscela Sentex e impulsi all'infrarosso.

 

Sulla piazza i migliori artificieri sono tedeschi. Il giudice Vigna a Firenze indaga su Frederick Schaudinn, condannato a 22 anni, per la strage del rapido 904. É stato lui l'artificiere della mafia. É latitante. Un giornale tedesco ha fatto il nome di un altro tedesco, Christoph Seidler, legato alla Rote armee fraktion, le brigate rosse tedesche.

 

Salvatore Amendolito, il pentito della pizza connection, mi ha detto che terroristi disoccupati ce ne sono molti, ci sarebbe semmai l'imbarazzo della scelta. Rosario Spatola, però, sospetta dell'italo-americano Antony D'Asaro, il quale non è un bombarolo, ma un organizzatore. Seidler e Schaudinn sono nomi celebri. Scontano la loro fama e la nazionalità tedesca?

 

Borsellino era tornato in Germania per le sue indagini sulle cosche agrigentine. Schaudinn è un personaggio particolare. Vivrebbe indisturbato a Pola sotto falso nome, si occupa di armi e sarebbe l'anello di congiunzione fra le cosche siciliane e i trafficanti croati di armi. Ha lavorato per Pippo Calò, il cassiere di Cosa Nostra, l’anello di collegamento fra le famiglie siciliane e l'eversione di destra.

 

Amendolito ha previsto che la mafia avrebbe utilizzato il terrorismo. Nero o rosso non farebbe differenza. Mafia ed eversione si sono scambiati i ruoli più volte per «lavorare» con maggiore sicurezza. La questione vera è dunque di sapere se tutto nasce all'interno di questo patto; se dietro le organizzazioni criminali ci sia qualcos'altro.

 

«S'inventeranno il terrorismo», ha precisato Amendolito. Chi se l'inventerà, mi chiedo, Totò u Curtu?

 

A 50 chilometri dal confine italiano c'è la guerra; ci sono arsenali di armi, gente che li vende e si vende. Attraverso questo confine sono entrati alcuni carichi di esplosivi, tra cui il micidiale Sentex.

 

Il giornalista Gianni Cipriani su Avvenimenti sospetta che dietro il traffico d'armi legato alla mafia ci siano settori deviati dei servizi e massoni. Ove ciò avesse qualche fondamento, Rosario Spatola avrebbe motivo per compiacersene; Antony D'Asaro è un organizzatore affidabile e potrebbe usare le amicizie acquisite nella eversione di destra per prendere contatti con gli ustascia fascisti croati.

 

C'è un dato dal quale si può partire: sull'autostrada di Punta Raisi e in via D'Amelio ha operato la stessa mano. Non c'è certezza, ma esiste una forte probabilità. Lo dimostra la simulazione dell'attentato compiuta dalla marina militare nel poligono di Sassetta. Provo a saperne di più su questa simulazione, ma è inutile. Non parla nessuno. Sui giornali leggo dichiarazioni di esperti. Gli artificieri delle cosche - o l'artificiere - avrebbe lasciato la firma: professionisti superspecializzati. Non sarebbe possibile altrimenti collocare sei quintali di esplosivo su una corsia e provocare un'esplosione che lasci intatta la seconda corsia dell'autostrada. E provocare quell’inferno in una frazione di secondo.

Super esperti, dunque. Ecco perché il nome di Schaudinn ricorre più spesso che quello di D'Asaro o di altri. Schaudinn lavora per Pippo Calò e questi ha messo la mafia al servizio dell'eversione nera. Le sue amicizie da allora non sono mutate: ieri le brigate di estrema destra, oggi gli ustascia fascisti croati. E Cosa Nostra. Ma non è questa la sua carta d'identità: sono i congegni che usa - il tipo di attentato, insomma - che lo rendono riconoscibile.

 

Schaudinn ha un metodo; i suoi congegni sono riconoscibili, al punto da contribuire alla sua fama. Giovanni Falcone raccolse nella sua ordinanza elementi preziosi per procedere all'individuazione dei congegni: «il tecnico elettronico Frederick Schaudinn confezionò congegni esplosivi per Pippo Calò; in particolare due valigette portatili dotate di apparati elettronici sofisticati e collegabili con ricetrasmittenti e amplificatori. L'esplosivo di cui si serviva era il Sentex-H. Nella perizia che seguì al ritrovamento dei congegni, gli esperti rilevano che «gli apparecchi sono stati progettati e costruiti per il comando a distanza di oggetti remoti, con particolare attenzione alle procedure relative, per garanti rsi in modo adeguato da attivazioni casuali non desiderate. Gli apparecchi sono adatti per provocare esplosioni a distanza... "».

 

Quali obiettivi si proponeva Schaudinn?

 

É un magistrato romano a scoprirlo: «Una serie di gravi attentati su veicoli in movimento. Il gruppo ruotante attorno a Calò sostiene il magistrato, non è solo un livello di coordinamento della malavita romana, ma anche un'organizzazione che ha stretti vincoli con la destra eversiva, ambienti deviati dei servizi segreti e della massoneria e da numerosi indizi sembra essersi posto più volte obiettivi politici».

 

In aprile del 1984 Schaudinn fu arrestato dalla polizia: ammise di avere preparato le cariche esplosive, ma negò di sapere quale uso ne avrebbero fatto Calò e gli altri. Schaudinn, dunque, non avrebbe partecipato alla fase operativa.

 

Nelle carte processuali si trovano i risultati delle perizie chimiche ed elettroniche fatte ai congegni costruiti da Schaudinn ed una pignola elencazione del materiale esplosivo rinvenuto in una villa romana acquistata da uomini vicini a Pippo Calò.

 

La carica nel tunnel delle acque reflue sotto l'autostrada di Punta Raisi era composta da Sentex usato dall'esercito e esplosivo usato per le cave di pietra. Il super-esperto ingaggiato per l'attentato avrebbe dovuto dirigere i lavori personalmente o garantirne il successo fidando su una esecuzione perfetta del suo progetto. Chi ha azionato il congegno, sostengono i periti, ha premuto il telecomando in anticipo: quanto basta per provocare l'errore, la vittima avrebbe potuto salvarsi, ma questo ragionamento non tiene conto dell'improvviso rallentamento dell'auto di Falcone provocato dallo scambio della chiave sul cruscotto.

 

Il commando ha agito con estrema precisione, ma questa, tuttavia, è una mia congettura.

 

Schaudinn potrebbe essere l'uomo giusto per progettare ed eseguire gli attentati di Capaci e via D'Amelio, ma risalire a lui, o a un personaggio come lui, partendo dal «signurinu» della Guadagna, è impresa ardua.

 

Non escludo nulla, nemmeno questo. Il nostro è il paese dei miracoli. Un fatto è certo: le morti siciliane non sono opera di rubagalline; pretendono coperture locali e sovranazionali; quindi, uomini come Schaudinn, collaudati, affidabili, abilissimi e in grado di «scomparire» dai luoghi del delitto senza problemi.

 

Un trafficante legato a Schaudinn, Giovambattista Licata, latitante in Istria e, come lui, vicino agli ustascia croati, è sospettato di avere fornito missili terra-aria e altre armi alle milizie musulmane che hanno colpito un aereo militare italiano in missione umanitaria sui cieli bosniaci. Anche in questo episodio, la solita insistita illazione sul coinvolgimento degli apparati di sicurezza. I boss di Cosa Nostra possono essere usati come un taxi e poi posati. Certo, le complicità sono una cambiale da onorare per tutta la vita: più deboli si è, più la complicità costa cara.

 

Il 19 settembre parlo con Amendolito: dapprima le solite congetture sull'attentato dell'Addaura con alcuni particolari sull'iter dell'inchiesta giudiziaria che lo vedevano imputato di calunnia, i consueti timori per l'aggravarsi della situazione in Italia a causa dell'attacco mafioso allo Stato. Poi ottengo da Amendolito un'anticipazione sullo scandalo della Banca nazionale del lavoro, la cui sede di Atlanta aveva finanziato l'acquisto irakeno di missili USA alla vigilia della guerra del Golfo.

 

Amendolito si rammarica del fatto che la stampa non abbia seguito il processo in corso negli USA: una congiura del silenzio, dice, che favorisce l'amministrazione Bush ed i responsabili politici e amministrativi della Bnl in Italia.

 

Non posi domande, né fui incuriosito dall'insolita vivacità di Amendolito.

 

«Scriverò un memoriale sull'argomento», preannunca. «Farà molto rumore». E chiede informazioni sulla situazione italiana. «C'è una gran confusione», osserva.

 

Mugugnai qualcosa che assomigliava ad un assenso.

 

«Buono, buono», dice compiaciuto. Perché?

 

Mi diedi una spiegazione elementare, più per combattere il sospetto che per convinzione. Quel «buono, buono» era la traduzione letterale di un modo di dire anglo-americano – well - solo una incidentale, una maniera di iniziare il discorso, un prendere tempo per riordinare le idee. Così pensai.

 

Il 27 settembre ricevetti per fax alcuni documenti da Washington da Amendolito: ben 18 pagine, tutte concernenti lo scandalo Bnl-Iraq: alcune pagine recavano la stampigliatura «riservato» o «confidenziale», altre riportavano i brani essenziali degli interventi del presidente della Commissione parlamentare che indagava sulla vicenda.

 

Tutti i documenti mettevano in luce le responsabilità italiane nello scandalo, o meglio la copertura offerta dalla Bnl sugli affari dell'Iraq negli USA e sui mercanti d'armi americani. In particolare ricevetti copia della pagina conclusiva del discorso pronunciato il 21 settembre 1992 dal presidente della Commissione d'inchiesta,

Henry B. Gonzales, «in preparazione, annota Amendolito,  dell'imminente richiesta di impeachment del presidente Bush».

 

Le parti confidenziali riguardano la corrispondenza riservata dell'ambasciatore USA in Italia, Peter Secchia, con il Federal Reserve e l'FBI. Raccontano presunte pressioni svolte dagli italiani perché l'esito del processo americano non allargasse le responsabilità ai vertici bancari italiani. Esaminando i documenti, mi resi conto che la CIA aveva svolto un ruolo di primissimo piano sull'intera vicenda.

 

Raccolsi i ritagli delle notizie che dal 27 al 30 settembre riferivano sul processo di Atlanta e costatai che le informazioni, di cui ero stato destinatario, erano arrivate anche alle agenzie di stampa italiane negli USA. Tutto questo portava diritto ad una conclusione: Salvatore Amendolito in questa circostanza lavorava in sintonia con la CIA. La notizia aveva il compito di accrescere la «confusione» in Italia.

 

Dovetti sospendere ogni giudizio a questo punto: il resto erano illazioni. Mi pareva evidente, comunque, che dietro questa iniziativa ci fosse l'intenzione di aumentare le difficoltà italiane e che questa intenzione non fosse da addebitare direttamente all'amministrazione Bush, ma ad ambienti economico-finanziari interessati alla destabilizzazione italiana, in coda a quella jugoslava.

 

Lo scandalo Bnl avrebbe gettato benzina sul fuoco ed avrebbe innescato una catena di rivelazioni tali da danneggiare l'amministrazione Bush e il Governo italiano. Ero contagiato dalla sindrome del complotto internazionale, ma troppe coincidenze ruotavano attorno allo sbarco in Italia del processo americano sui prestiti all'Iraq. I naziskin comparivano nelle piazze, i bulloni ferivano i dirigenti sindacali, il terrorismo resuscitava dalle tombe. Le stragi in Sicilia, gli intoccabili in galera nel Nord Italia, gli aerei italiani in missione di pace, solo quelli italiani, abbattuti dai missili dell'italiano Licata sui cieli croati e bosniaci, le speculazioni multinazionali sulla lira, la secessione leghista. Chi tira le fila?

 

La tangente e i ladri ci sono sempre stati; stavolta l'ingranaggio si è mosso all'unisono, come quegli orologi d'epoca che sembrano contagiarsi l'ora. Certo, i corrotti devono andare in galera, il leghismo è il frutto maturo della crisi dei partiti, ma il meccanismo si è messo a girare in una sola direzione. Non crederò mai che Lima, Falcone e Borsellino siano stati uccisi per vendetta o per dimostrare potenza. Nei processi di mafia, solo una volta è stata avanzata una simile ipotesi: quando è stato ammazzato il procuratore della Repubblica di Palermo, Costa, ad opera di Salvatore Inzerillo. Ma anche in questa circostanza, la ricostruzione degli investigatori apparve lacunosa, non suffragata da indizi sufficienti.

 

Lima è stato ammazzato prima che iniziasse la campagna elettorale, Falcone è stato ammazzato prima che fosse nominato superprocuratore, Borsellino è stato ammazzato prima che fosse nominato superprocuratore. Sono fatti. Per uccidere uomini come Lima, Falcone e Borsellino non bastano le coperture locali. I costi sono alti e l'organizzazione del delitto complessa. Le morti siciliane, messe insieme, assomigliano a un'azione golpistica, non sono solo tre delitti di mafia.

 

Subito dopo il delitto Lima, i più importanti personaggi della Dc non hanno dubbi: «Un omicidio politico commissionato dalla mafia», dice l'ex presidente della Commissione regionale antimafia, Giuseppe Campione. «Delitto di mafia?» si chiede invece  l'ex ministro Calogero Marinino. «Troppo poco. In questo caso la mafia esegue. Per conto di chi?».

 

Ho le traveggole? Può darsi, ma come non vedere che ogni tassello corrisponde: Cosa Nostra, la politica nazionale, internazionale; tutto offre le «buone» ragioni per compiere i tre delitti. Se fosse un giallo, un romanzo intendo,  disporrei di molte soluzioni. Una per ogni movente possibile. La ricostruzione del delitto sarebbe sempre credibile..

 

Vittorio Sbardella, parlamentare romano, ex amico di Giulio Andreotti, sospetta dopo l'omicidio Lima «un coinvolgimento dei servizi segreti americani» a causa di un documento riservato del Pentagono. Avvenimenti, periodico di opposizione di sinistra, rivela il contenuto di due veline attribuite ai servizi segreti - inglesi o francesi? - sul ruolo della mafia nel delitto Lima, braccio armato di una strategia che progetta la caduta della candidatura Andreotti al Quirinale.

 

Chi sono i neogolpisti che si nascondono nell'ombra? Chi userebbe la mafia? Salvatore Amendolito è un anello di questa strategia? Certo non lavora in proprio. Riesce difficile immaginarlo come un cavaliere senza macchia e senza paura, che voglia fare sapere al mondo intero per fax le sconsiderate amicizie statunitensi verso paesi nemici - nemici in campo di battaglia - come l'Iraq o voglia preservare l'Italia dagli inevitabili lutti di una guerra «ingiusta» alla mafia.

 

Dalla montagna di carte raccolte negli ultimi mesi disseppellisco un documento, che volutamente avevo ignorato. E una “memoria”, datata 8 marzo 1988, inviata da Salvatore Amendolito, alle più alte cariche dello Stato; oggetto: «la nomina del giudice Giovanni Falcone a procuratore generale Antimafia». Secondo Amendolito «alcuni inquietanti avvenimenti raccomandavano l'esclusione del giudice Falcone dalla rosa dei candidati». Gli avvenimenti inquietanti altri non erano che illazioni, congetture sprovviste di prove.

 

La memoria di Amendolito precede di soli quattro giorni l'uccisione di Lima, oggettivamente responsabile della nomina.

 

Giovanni Falcone intraprese indagini molto riservate. S'incontrò con Tommaso Buscetta? L'animo del magistrato è esacerbato per via della sua difficile permanenza in Procura a Palermo. É venuto il tempo di scoperchiare la pentola. Buscetta deve parlare, senza clamore, senza verbali. Ma aggrapparsi a Buscetta è come cercare salvezza in uno scoglio appuntito mentre i marosi ti sbattono a destra e a manca. Il boss l'ha detto e ridetto: non una parola sui politici, lo Stato non è preparato alle rivelazioni. Perché? Ma è chiaro, l'inchiesta si fermerebbe prima di cominciare e lui, Buscetta, sarebbe morto. Non solo lui. Immagino la reazione di Falcone, gli argomenti per convincerlo: «Non è come una volta. Il ministro della Giustizia vuole smascherare l'intrigo. Posso garantirti...».

 

«Che cosa può garantire?».

 

E Falcone: «Lo Stato è intenzionato a dare un taglio a tutto... Allora? Bisogna raccontare tutto, senza remore. Chi ha da pagare paghi, chi non ha diritto di rappresentare lo Stato deve andarsene...».

 

La ricostruzione dell'incontro fra Buscetta e Falcone è solo una ipotesi, frutto della mia immaginazione, ma ad essa credo, come se fosse stato Falcone a raccontarmela.

 

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