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Le stragi 36/ Falcone scrisse perché e come sarebbe morto. La struttura segretissima all'interno di Cosa Nostra “con finalità ancora ignote ma certamente di enorme portata”

di Salvatore Parlagreco
20 febbraio 2010 18:20
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Rileggo le rivelazioni di Tommaso Buscetta contenute nell'ordinanza di Giovanni Falcone, è il ricordo di un vecchio incontro con Salvo Lima. Per anni Buscetta ha lasciato fuori Lima dalle confessioni. A tumulazione avvenuta lo giudica come il più importante mediatore della mafia.

 

Rendendo un servizio al Nuovo Potere. Chi tira le fila, si trasforma in marionetta: una sequenza infinita che conduce fino al tavolo ultimo, dove il Potere decide chi deve vincere e chi deve perdere. Mi è capitato di giocare a carte qualche volta e di vincere tanto da provocare reazioni sconvenienti in persone che manifestano un perfetto controllo di sé. La buona sorte non c'entra: i miei avversari perdevano semplicemente perché seguivo l'istinto e non le loro regole; quelle sperimentate da anni in tante partite.

 

L'istinto rendeva il gioco indecifrabile. Scartavo le carte sulla base dell'intenzion e del momento. La decisione era priva di scopo, senza movente. Ma non era così: essa era, semmai, una decisione «senza regole». Questo ragionamento aiuta a capire più di molte informazioni e di acute osservazioni di rispettabili investigatori. Ciò che finora mi ha vietato di penetrare l'enigma dei tre delitti – Lima, Falcone e Borsellino - e che ha impedito ad altri di fare considerevoli passi avanti, è la logica schematica che procede presso a poco attraverso il seguente assioma: loro, gli assassini, i mandanti, seguono le regole che noi conosciamo, quindi la partita va giocata secondo queste regole. Cosa Nostra è una organizzazione potente perché ha regole ferree, sanzioni severe, obiettivi precisi. Le mie fortunate partite a carte suggeriscono che bisogna diffidare di questa logica.

 

Il delitto perfetto è un delitto senza movente. Che non significa «senza scopo» - la scelta delle carte giuste ha uno scopo - ma un crimine che non ha una motivazione maturata attraverso regole riconoscibili. Questo spiega l'inspiegabile. Per esempio la guerra suicida di Cosa Nostra allo Stato. Il nuovo regime giudiziario rende oggettivamente colpevoli i boss come i dirigenti delle società di calcio quando i tifosi commettono scorrettezze sugli spalti: i boss divengono ostaggio della Commissione. É pensabile che non siano corsi ai ripari? Fin dalle prime ore dell'inchiesta, è stata manifestata una sola certezza: «Cosa Nostra siciliana è l'ideatrice delle stragi, mandante, esecutrice...». Quali elementi suffragano una simile certezza? Nessuno, se non le regole di Cosa Nostra: il controllo del territorio, la professionalità dei killer, l'autonomia della mafia, la scelta degli obiettivi. Alle spalle di Cosa Nostra non può esserci nessuno e la Commissione decide collegialmente. Ho analizzato alcuni fatti. Ed ho scoperto che le regole di Cosa Nostra, come quelle della chiesa, mutano con il mutare dei bisogni. Perciò, c'è il rischio che lo Stato giochi con regole vecchie e si conquisti un altro buon motivo per perdere la partita. Nel dopoguerra la mafia spinse Salvatore Giuliano a fare politica; i banditi eseguirono la strage di Portella della Ginestra. Fu il primo episodio di terrorismo.

 

I capi-cosca affidarono all'ambizioso brigante di Montelepre il compito di destabilizzare il movimento contadino, la sinistra politica e sociale, la Sicilia, forse anche il Paese. Una grande esercitazione sul campo, nella eventualità che i rossi vincessero una battaglia politica. Giuliano fu ucciso, colui che lo tradì fu avvelenato: la mafia patteggiò la sconfitta del banditismo in cambio della definitiva legittimazione politica. Con chi patteggiò? Con uomini che rappresentavano lo Stato: poliziotti, magistrati, ministri della Repubblica. La mafia decise da sola l'attacco a Portella della Ginestra? É assai probabile che le preoccupazioni provocate dalle vicende politiche siciliane fossero condivise a Roma e Oltreoceano. Dunque, terrorismo politico-mafioso, strategia della tensione, finalità destabilizzanti e, insieme, legittimazione della classe politica insediata dagli alleati dopo lo sbarco sulle coste siciliane. In qualche modo, queste lontanissime alleanze sono rimaste integre: lo provano alcuni fatti, a prima vista incomprensibili, come la partecipazione al golpe Borghese proposta alla mafia siciliana al tempo.

 

O le stragi degli anni Ottanta, alla vigilia dell'installazione dei missili Cruise a Comiso: tutti i vertici delle istituzioni decapitati: il capo della procura, dell'ufficio istruzione, il Presidente del Governo regionale, il Prefetto di Palermo, il capo del maggiore partito di opposizione, i vertici della questura e dei carabinieri. Ogni delitto -Dalla Chiesa, Chinnici, Costa, Terranova, Mattarella, Reina, La Torre - ha una sua specificità, ma tutti insieme raggiungono l'obiettivo di sempre: destabilizzare le istituzioni quando ciò è richiesto. Gli elementi che compongono il contesto «esterno» dei tre crimini, anche stavolta, sono il terrorismo, l'instabilità politico-istituzionale, le vicende internazionali. Analogie impressionanti. Nella sentenza ordinanza del maxi processo (pagina 325, secondo troncone; Azizi + 91), Giovanni Falcone scrisse che i delitti politici - Dalla Chiesa, Reina, La Torre - «sono delitti di natura mafiosa ma trascendono le finalità tipiche di una organizzazione criminale, anche se del calibro di Cosa Nostra.

 

Si tratta di omicidi politici, di omicidi cioè in cui si è realizzata una singolare convergenza di interessi mafiosi ed oscuri interessi attinenti alla gestione della Cosa Pubblica... collegamenti che vanno al di là della contiguità...». Falcone intuì che dietro la strage degli uomini dello Stato ci fosse un disegno, una strategia politica. Non si spinse più in là, perché la sua inchiesta non prestasse il fianco all'accusa di ipotesi fantasiose. Tuttavia, citando Tommaso Buscetta, egli riferì «l'ipotesi dell'esistenza di una struttura segretissima all'interno di Cosa Nostra con finalità ancora ignote ma certamente di enorme portata». Sei anni dopo sospettò che le tensioni all'interno di Cosa Nostra nostra avrebbero potuto provocare «un attentato spettacolare, un omicidio eccellente, ad esempio contro un rappresentante dello Stato». Dunque aveva capito. Aveva scritto perché e come sarebbe morto, quale contesto politico l'avrebbe ucciso, quali motivi contingenti finali avrebbero richiesto «un attentato spettacolare».

 

La temeraria perspicacia di Giovanni Falcone non ha impedito «l'attentato spettacolare», l'ultimo delitto, ma forse «permette di individuare la segreta morfologia della malvagia serie di delitti». Come il killer dell'ispettore Erik Lònrot, raccontato da Borges, l'assassino di Falcone ha commesso un errore: non sapeva che la sua vittima aveva già scritto che cosa l'avrebbe ucciso. Ora si tratta di studiare le sue carte, seguire la sua pista. Falcone, a differenza di Lònrot, non si era messo a studiare i diversi nomi di Dio per scoprire l'assassinio del rabbino. Quali conseguenze trarre? L'Uccisione di Lima è un delitto politico. Cancella il gruppo di potere più importante del Meridione, impedendogli di conquistare il Paese, con la probabile elezione di Giulio Andreotti a Presidente della Repubblica. Elimina il custode dei vecchi equilibri, il patriarca consumato e prudente.

 

La sua morte è un segnale inequivocabile. Perciò Giovanni Falcone decide di vederci chiaro. Dagli USA ottiene informazioni utili. Ma le indagini dei giudici milanesi sulle tangenti e i contatti con i magistrati svizzeri gli offrono altri elementi. Parla con il Procuratore di Lugano Carla Del Ponte, alla quale promette una visita entro un mese. Comprende l'estrema pericolosità della situazione, è in grado di delineare uno scenario inimmaginabile, confida i suoi sospetti a Paolo Borsellino, che diviene il bersaglio successivo. Manca il movente; in pochi giorni ne è disponibile uno, ineccepibile: come Falcone, Borsellino potrebbe essere nominato Procuratore nazionale antimafia. Cosa nostra può uccidere. Anzi, deve uccidere.

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