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37/ Stragi, il diario dell’orrore. Come è nata la seconda Repubblica? Le impronte dei protagonisti. ‘Ndrangheta e mafia golpiste, la pista Usa e il partito meridionale

di Salvatore Parlagreco
28 febbraio 2010 20:14
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Credi alle epidemie di suicidio?", mi domandò Salvatore. Alzai le spalle.

"Dovresti crederci...", riprese con un sorriso maligno. "La tua indagine pretende che si creda per fede al Torbido Contesto. Le coincidenze costituiscono indizi di correità. Basta soffiarvi sopra e il tuo castello di ipotesi, sospetti cade miseramente... "

Lo ascoltavo in silenzio, sicuro che quelle parole nascondessero una intollerabile perfidia. Cambiò tono della voce; divenne suadente, amicale.

"Quanto alle morti in sé", disse, "offrono scarsi appigli all'indagine". "Non capisco" mugugnai.

"Loro hanno bisogno di guadagnare buoni risultati subito e tu remi controcorrente. Non hai niente in mano. Amendolito? Un depistatore. Lavora per la CIA, il Sisde o chissà che cosa! E se fosse puro come un giglio, non cambierebbe niente... Sciortino? Come Amendolito, non può sfuggire alla sua storia. Non si capisce per chi lavora. Le sue sono congetture, illazioni..."

Accese una sigaretta, bevve la tazzina di caffè che gli avevo preparato, e mi gettò una occhiata raggelante. Insomma ero un povero ingenuo e la mia indagine non valeva niente.

"Hai messo tutto su carta, vero?", chiese con aria di rimprovero.

Assentii.

"Male. Hai fatto male. Sono sicuro che sanno tutto del tuo lavoro".

"Sanno tutto, chi?"

"Il tuo telefono è sotto controllo. Alcune delle persone che incontri sono incaricate di spiarti. Sanno tutto..."

"Tu vuoi spaventarmi!"

"No, voglio farti riflettere. Sei stato leggero. Imperdonabile".

"Ma questa è paranoia! " sbottai.

"No, è imbecillità. Quanti hanno letto?"

"Non lo so... Più d'uno".

"Poliziotti, editori, magistrati... Chi?"

"Sono un giornalista... Editori, naturalmente. Ho inviato il mio diario a loro. Ne ho proposto la pubblicazione".

"Giudizi?"

"Silenzio. Dapprima interesse, poi silenzio. Ma è normale, preferiscono tesi di tutto riposo. L'intervista al magistrato del pool, al congiunto della vittima... capisci?"

"Il vice comandante dei Ros, il colonnello Mori ti da ragione sull'Addaura. Non fu attentato, ma un avvertimento diretto a Falcone".

"Mandanti?"

"Cosa nostra esegue... Mori è stato interrogato dai magistrati di Caltanissetta..."

"Finalmente fanno sul serio".

"Certo, la musica è cambiata. Dopo quattro anni!. L'Addaura è più importante di Capaci per arrivare ai mandanti".

"Sono stati appresso alle lettere anonime..."

"Lascia perdere. Questi qui lavorano... "

"Devo sapere... Come puoi aiutarmi?"

"Ci sono sospettati, indagati e forse qualche rinvio a giudizio... Parla con la persona giusta. Avrai le carte che ti interessano".

Seguii il suo suggerimento, seppi che l'artificiere dei carabinieri intervenuto all'Addaura per disinnescare l'ordigno esplosivo, il maresciallo Francesco Tumino, non era stato creduto dai magistrati. Ma nulla di più. C'era il segreto istruttorio. Cercai di aggirare l'ostacolo. Inutilmente. Tumino aveva detto delle bugie sull'ordigno? Un depistaggio?

Per conto di chi? Ottenni qualche ammissione da un avvocato. Ebbi la sensazione che quella storia nascondesse risvolti clamorosi. Ma almeno inseguivo fatti, non ipotesi.

Angelo Sciortino mi riferì di avere ricevuto un avviso di garanzia. La Procura di Palermo sospettava che fosse lui l'autore della lettera anonima di otto pagine. Non mi parve preoccupato. Quando mai lo era stato!.

Avevo testa solo per le carte dell'Addaura. M'imposi pazienza. Avrei dovuto attendere la conclusione dell'istruttoria. Settembre forse. Non più tardi. Non fu un'attesa noiosa. Ogni giorno una notizia clamorosa, da fare sobbalzare il più avvertito degli uomini. Magistrati siciliani sospettati di avere dato una mano ai boss, un funzionario del Sisde arrestato con l'accusa di aver ordinato ad un boss della camorra di piazzare un ordigno su un treno. E i tentativi di colpo di Stato. Anche quelli! Accanto alle bombe, le manette a industriali, manager pubblici e uomini politici.

Per molti giorni, lessi con curiosità e incredulità - come ogni italiano - le cronache dedicate ai golpe denunciati da una avvenente signora di Trento, moglie di un Colonnello dell'esercito ed amante di un generale dei parà, e da un giornalista-editore, anch'egli trentino. Riunioni di ufficiali golpisti e estremisti di destra per progettare il colpo di Stato: un piano per l'assalto alla sede RAI di Roma e ai ministeri. Eravamo in agosto, i pentiti della 'ndrangheta calabrese e della mafia siciliana rivelavano le intenzioni golpiste di Cosa nostra e delle altre organizzazioni criminali meridionali (camorra, 'ndrangheta, sacra corona unita). La strategia della tensione affidata alle mafie. Ricordai le rivelazioni di Leonardo Messina alla Commissione antimafia. Appena un anno prima Cosa nostra, a sentire Messina, aveva deciso di "diventare Stato". Che cosa stava succedendo? E che significavano le oscure parole di Salvatore: epidemia di suicidi. Forse con il suo linguaggio enigmatico aveva voluto dirmi dei golpe, delle bombe, della strategia della tensione. Una nuova stagione.

 

Mi procurai il verbale dell'interrogatorio di Messina.

"Ci sono forze nuove alle quali si stanno rivolgendo?" domanda il Presidente della Commissione antimafia Luciano Violante.

"Si, ci sono forze nuove non tradizionali; non vengono dalla Sicilia, vengono da fuori, si stanno preparando ".

Mi rimproverai di non aver capito, a suo tempo, l'importanza delle parole di Messina. Sarebbe bastato leggere i giornali con maggiore attenzione!

Non era l'unico a parlare di golpe. Filippo Barreca, ex boss della 'ndrangheta reggina fa le stesse ammissioni di Nardo Messina. "Cosa nostra e 'ndrangheta reggina", dice, "sono interessate ad un progetto politico che punta alla separazione delle regioni meridionali dal resto del Paese". Ed aggiunge: "C'era una regia milanese ed un raccordo fra gruppi siciliani e calabresi". E commenta, come se volesse giustificarsi: "Mi rendo conto che un disegno di questo genere non può essere di matrice esclusivamente mafiosa, ma non so dare indicazioni sull'eventuale matrice politica".

Barreca non era un killer, né un semplice soldato, ma un capo.

Giacomo Lauro, altro boss reggino, si preoccupa di far sapere che non è una novità. "Più volte la 'ndrangheta ebbe la richiesta di aiutare disegni eversivi portati avanti da ambienti della destra".

Quali disegni? Provai a dare qualche risposta. Di sicuro il golpe Borghese del 1970 ed il golpe Sindona del 1979. Tentativi da operetta, furono definiti. Un errore. O una maniera furba di salvare i golpisti. Controllai date, nomi. Un minuzioso esame fatto sui giornali del tempo. Ne ricavai l'impressione che lo scenario fosse simile: mafiosi e finanzieri in campo, una torbida situazione politica, il pericolo di una svolta a sinistra, ed insieme la guerra di mafia e nuovi equilibri ai vertici delle cosche. Golpe da operetta? L'amante del generale dei para, come le ingenuità del principe Borghese, inducevano a crederlo. E se fosse stato proprio questo l'obiettivo? Farci credere che fossero tali, con l'intenzione di spaventarci ed insieme, come dire, impedirci di correre ai ripari. Una astutissima carta, giocata dai grandi burattinai.

In maggio e in giugno 1993, i magistrati calabresi scoprirono numerosi arsenali in Calabria e altre zone, materiale bellico pesante, assai costoso. "Supera le esigenze ordinarie di armamento delle cosche", afferma, allarmato, il sostituto procuratore nazionale antimafia Enzo Macrì. "Non può che essere destinato a finalità ancora oscure, potenzialmente eversive, anti-istituzionali e sicuramente di estrema pericolosità".

Le cosche erano il braccio armato dei progetti eversivi? O quel gran parlare di golpe nascondeva un disegno più raffinato? Quale? Condurre per mano il Paese verso qualche parte. Tenerlo sotto l'incubo della catastrofe. Minacciarlo, intimidirlo. Fargli sapere che in qualsiasi momento... Ed eliminare gli uomini più pericolosi. Moventi multipli, come sempre!

In settembre il Capo della Polizia Parisi ricevette un rapporto dell'FBI, che aveva raccolto una rivelazione del pentito Marino Mannoia, sotto protezione americana. "Cosa nostra vuole danneggiare l'immagine dell'Italia, intimidire, disorientare, scoraggiare l'avversario. Se non ci riesce, cercherà di ritagliarsi uno spazio territoriale proprio. Quel territorio è la Sicilia".

 

Parisi non gli credette. Però mandò una circolare ai questori - "E' pur sempre un documento inviatomi da uno Stato estero".

Molti mesi prima Amendolito aveva spedito i suoi fax a mezza Italia, per raccontare le intenzioni delle cosche. Come Mannoia. Dagli Stati Uniti, dunque.

Ma Amendolito non era credibile...

L'assalto alla sede RAI di Roma divenne una inchiesta giudiziaria, provocò numerosi arresti, coinvolse militari, agenti del SISDE, ex legionari. Personaggi da operetta? I cospiratori avrebbero attaccato Montecitorio con una bomba a neutroni o con il gas nervino. Un gruppo di cospiratori finì in carcere, tra cui il toscano Vincenzo Fenili, 36 anni, ex pilota dell'ATI. Non era un personaggio da operetta. Aveva lavorato per la International Freedom Foundation statunitense. L'organizzazione aveva filiali in Gran Bretagna, Belgio, Germania e Sud Africa. In novembre del 1991 presso l'hotel Schloss Cecilienhof di Postdam la Fondazione aveva riunito i personaggi più importanti dello spionaggio mondiale. Tra gli altri, l'ex capo della Cia William Colby e l'ex generale transfuga del Kgb, Oleg Kalugin. Fenili cura le pubblicazioni dell'Associazione italiana per le ricerche sull'Africa, l'Africa Link. Il brevetto di pilota? L'ha ottenuto in USA, dopo un corso di cinque anni. Contesto, coperture americane. Quando lo arrestano, Fenili ha addosso un revolver con sistema di puntamento ottico e una ricetrasmittente. Che cosa era la Freedom Foundation? Una Gladio internazionale disancorata dai governi, ormai autonoma? Una sorta di residuato della guerra fredda? Un ufficio di collocamento per spioni disoccupati? una struttura di collegamento e uno strumento "esecutivo" dei progetti "multinazionali"?

Un dispaccio informò il mondo che l'Ufficio Sicurezza del dipartimento di Stato americano in un rapporto alla Confindustria statunitense, aveva scoperto una internazionale mafiosa, costituita da mafia italiana e cosa nostra americana. Cinque famiglie di New York e alcune famiglie siciliane.

E Riina in manette, l'esercito mafioso in disarmo, i successi italiani dell'antimafia?

Ma allora in Sicilia la nuova mafia aveva già ripreso il controllo degli affari. Chi, dopo Riina e i corleonesi?

Sede della multinazionale del crimine, secondo il rapporto, era Mosca. L'organizzazione avrebbe controllato le imprese, quindi il mercato legale. Ma anche il traffico della droga proveniente dalla Turchia e delle armi provenienti dai paesi comunisti. L'ex Jugoslavia, sopratutto.

Giovanni Falcone si occupò della mafia russa negli ultimi giorni di vita. Ma di che cosa non si occupò quell’uomo?

Scivolavo nei complotti internazionali, annegavo nella disinformazione, negli intrighi di mezzo mondo. Avrei dovuto prendermi una vacanza. Dall'indagine, intendo. Non ero riuscito a liberarmene nemmeno per un giorno.

 

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Anonimo 02 marzo 2010   13:45
L'utente ha risposto al commento anonimo del 02 marzo 2010. Visualizza »

Non ci ho capito niente io? O non ci ha capito niente neanche Parlagreco?

E se fosse anche questo tutto un depistaggio?

Insomma, questa mafia sempre pronta a farsi il suo stato, ma chi ci crede? Se era così forte perché non se l'è fatto?

Ci vogliono fare credere che in questi venti anni "ha vinto la legalità" o cosa?

Come a Portella della Ginestra moralmente hanno vinto i braccianti e le forze "democratiche" contro la reazione degli agrari e dei separatisti... e infatti dopo si è visto che Sicilia abbiamo avuto.

Sento puzza di verità di regime.

Io so solo che da quando apparteniamo all'Italia mafia e Sicilia sono due sinonimi o quasi.

A mia mi pari na min......... granni quantu na casa.

Non hai notato che appena qualcuno parla di Partito del Sud o di applicazione di Statuto dell'Autonomia questo ed altri gironali ripescano la pillola scaduta della mafia che vuole l'indipendenza della Sicilia?

Anonimo 01 marzo 2010   11:21

Non ci ho capito niente io? O non ci ha capito niente neanche Parlagreco?

E se fosse anche questo tutto un depistaggio?

Insomma, questa mafia sempre pronta a farsi il suo stato, ma chi ci crede? Se era così forte perché non se l'è fatto?

Ci vogliono fare credere che in questi venti anni "ha vinto la legalità" o cosa?

Come a Portella della Ginestra moralmente hanno vinto i braccianti e le forze "democratiche" contro la reazione degli agrari e dei separatisti... e infatti dopo si è visto che Sicilia abbiamo avuto.

Sento puzza di verità di regime.

Io so solo che da quando apparteniamo all'Italia mafia e Sicilia sono due sinonimi o quasi.

A mia mi pari na min......... granni quantu na casa.

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