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Misteri

39/Il diario degli orrori. Consolati fantasma, spie,
riciclaggio e tangenti. Come Palermo diventò Casablanca

di Salvatore Parlagreco
07 marzo 2010 11:07
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Ricevetti l'invito della Procura della Repubblica di Caltanissetta a presentarmi giovedì 30 settembre 1993. Mi fece uno strano effetto. Ero eccitato e un pò intimorito. Sentimenti diversi e in qualche modo indecifrabili.

 

Avevo pubblicato il mio “diario” su un periodico. Perché gli inquirenti si interessavano a me?

 

Sarebbe stato un esame. Ancora uno. Loro stavano dall'altra parte del tavolo. Avrei fatto bene a rispondere con precisione, senza divagare. Volevano ascoltarmi. Se avessi saputo perché, magari.  

 

Chiesi informazioni, timidamente, al poliziotto che aveva trasmesso il fax con l'invito. "Non so niente", disse. Cercai di ragionare. A che cosa stavano lavorando i magistrati della Procura? Le stragi di Capaci e Via D'Amelio. E l'attentato dell'Addaura. Avevo raccontato i fati, mi ero posto dubbi, avevo focalizzato l’attenzione sugli eventi del giorno dopo Capaci. Che cosa avevo scritto? Sfogliai la raccolta dei miei articoli, lessi il testo di uno di essi, il primo, per l'appunto: Conti svizzeri, l'Addaura; conti svizzeri, Capaci. Ipotizzavo l'equazione. Bene, mi dissi. E' su questo che sono chiamato a rispondere. Perché?

 

Arrivai a Caltanissetta in perfetto orario: venti minuti alle undici. Trovai Candido Casagni, il collega e vecchio amico del Giornale di Sicilia davanti l'ingresso del Tribunale. Come d'accordo. Un tuffo nel passato. Avevamo cominciato insieme. Candido era appena tornato da Amsterdam. Che ci facevo li? "Vorrei saperlo" risposi. Gli mostrai l'invito dei magistrati. Non disse una parola. Mi accompagnò al secondo piano, ufficio del sostituto procuratore Ilda Boccassini. Un corridoio lungo, poca gente. Tre uomini sulla soglia di una porta. Poliziotti in borghese. Declinai le mie generalità. Mi pregarono di attendere. Cinque, dieci minuti, poi un poliziotto si avvicinò, accertò la mia identità e mi invitò ad entrare. Una stanza piccola, una scrivania piena di carte, ordinata. Di fronte all'ingresso una finestra, ed accanto alla finestra un tavolinetto con un agente davanti alla macchina per scrivere. Dietro la scrivania Ilda Boccassini: capelli color rame, folti, crespi, sguardo infastidito; accanto a lei un altro magistrato, Fausto Cardella. Ero l'autore di quell'articolo sull'Addaura? Si, lo ero. Risposi alle domande senza incertezze. Perché avevo ipotizzato contrasti fra la Procura di Milano e Giovanni Falcone? Come avevo saputo del tritolo di capaci, la “qualità” dell’espolsivo? Leggendo con attenzione ciò che le cronache avevano riferito, dissi. La mia memoria fu lucidissima. Riuscii a ricordare le testate, il luogo in cui gli articoli erano stati impaginati, i titoli, i caratteri usati. Ebbi la sensazione che fossero stati obbligati ad ascoltarmi. Una pratica da evadere. Non s'aspettavano niente d'importante.

 

Mi fecero notare una inesattezza. Convenni di avere sbagliato. E il resto? Prima di andare via cercai di raccontare che cosa pensavo dei morti di mafia: accennai ai moventi multipli, depositi svizzeri di denaro illegale proveniente da tangenti e droga. Mentre parlavo, Ilda Boccassini si alzò ed uscì dall'ufficio. Due giorni dopo spedii un fax con la copia di un articolo pubblicato su La Repubblica, dopo la strage. Il 26 o il 27 maggio 1991. Riferiva di una telefonata fra il sostituto procuratore di Milano, Di Pietro, e Giovanni Falcone, effettuata venerdì 23 maggio.

 

Di quell'incontro mi rimase l’atmosfera annoiata, in disarmo. Ma sbagliavo. Proprio quel giorno uno degli uomini di Riina, Antonino Gioè, aveva fatto un nome, Mario Santo Di Matteo, conosciuto come Santino Mezzanasca, 39 anni, correggente della famiglia di Altofonte, provincia di Palermo, insieme a Gioè. E aveva parlato dell'attentatuni e di Santino Mezzanasca. Gioè era stato pedinato per mesi, e ogni sua parola, ogni sospiro era stato registrato. Fino al suicidio, in carcere a Rebibbia, in luglio.

 

Appresi ogni dettaglio dell'indagine attraverso le versioni ufficiali date alla stampa. Non era tutto, ovviamente, ma quanto bastava per capire che era stato fatto un decisivo passo avanti. In manette Di Matteo, in manette, per sua scelta, Salvatore Cancemi, un altro uomo di Totò ù Curto.

 

Mezzanasca e Cancemi diventano "Omega" e "Zeta"; entrano nel programma di protezione. Significa che parlano. Svelano i nomi degli organizzatori, ogni particolare, i minuziosi preparativi. Il commando della strage è composto da 18 persone: capi e sottocapi. Sei gli esecutori materiali: lo stesso Di Matteo, Giovanni Brusca, Gino La Barbera, Antonino Gioè, Raffaele Ganci e Leoluca Bagarella, il cognato di Totò Riina. Riina ha dato l'ordine a Salvatore Biondino, l'autista. Biondino concerta il piano con Raffaele Ganci e i suoi due figli Domenico e Calogero. Falcone sarà spiato a Roma e a Palermo. Biondino propone a Riina di effettuare l'attentato sull'autostrada, a 500 metri dalla svincolo di Capaci. Ci sono le coperture necessarie, il luogo è favorevole.

 

Alle 16 del 23 maggio, Calogero Ganci vede l'auto diretta in aeroporto per prendere Falcone e la moglie. Scatta il piano: sei uomini sulla collinetta allo svincolo, undici fiancheggiatori a Palermo, uno a Roma. Tutto è pronto. L'esplosivo è stato posto con uno skate-board nel cunicolo sotto l'autostrada. Il congegno elettronico sarebbe stato reperito dall’imprenditore Salvatore Sbeglia, e consegnato a Pietro Rampulla, l'artificiere dei clan catanesi. Alle 17,02 l'aereo di Giovanni Falcone parte da Roma. Prima telefonata al commando appostato sulla collinetta. Alle 17,43 atterra a Punta Raisi. La Barbera avverte i complici. Alle 17,51 l'auto del giudice e le due vetture di scorta lasciano Punta Raisi. Vengono seguiti per un breve tratto. Alle 17,55 le tre auto si trovano sullo svincolo. Il commando viene informato della velocità delle vetture. Giovanni Brusca aziona il telecomando. Ed è il massacro.

 

Il mandante? Riina. Biondino, l'inoffensivo autista, è il coordinatore. Esecutori e fiancheggiatori, gli uomini migliori di Cosa nostra. La Commissione? "Totò ù Curtu diede l'ordine, gli altri eseguirono". Nessun mandato di cattura per i suoi componenti: solo per gli uomini che hanno preparato ed eseguito la strage.

 

Ricordai Ilda Boccassini, la sua aria annoiata. Una lezione per la mia supponenza. La Rossa non si sarebbe fermata. Perché quella strage? perché il 23 maggio? Chi aveva suggerito a Totò Riina di agire? "Vi sono indagini in corso per capire se ci sono state convergenze tra strutture deviate dello Stato e mafia per uccidere Falcone in quel maggio del '92", spiega il sostituto procuratore ai giornalisti. Che cosa ha voluto dire?: "Istituzioni deviate, lobbies e Cosa nostra", aggiunge.

 

Ora avevano due indizi per arrivare ai mandanti, ed uscire dalla gabbia corleonese: Salvatore Sbeglia e l'Addaura.  L'imprenditore, considerai, pare la quintessenza dell'ambiguità. Mi sovvennero la parole di Matteo Cinque, il Questore di Palermo, dopo il suo arresto, il 26 agosto del '91. "Il personaggio è stato sottovalutato", mi disse. "Anche il suo arresto". E il rilascio di Sbeglia? Il suo ufficio attiguo ad un fantomatico consolato del Nicaragua, prima sconfessato e poi riconosciuto, era stato una specie di rompicapo. Il proprietario dell'appartamento era un burocrate importante della Regione siciliana, Pietro Calacione, Gran Maestro della Loggia di via Roma. Nella vettura di Sbeglia, il 26 agosto, gli agenti trovarono più di cento milioni in contanti, e nel suo ufficio, un bunker con computer e tabulati, la contabilità di affari misteriosi. Tra l'altro anche un assegno firmato dal Cardinale di Palermo. "La garanzia per una operazione immobiliare mai condotta a termine", spiegò l'imprenditore che aveva ottenuto dalla Curia l'appalto per i restauri della Cattedrale.

 

Nella inchiesta sulla pizza-connection fu sospettato di riciclaggio di denaro sporco. Gli inquirenti s'informarono sulle sue amicizie: Charles Lauricella, la famiglia Ganci, Leonardo Greco, i Bonanno di New York. Quindi, dedussi, Cosa nostra americana, i conti svizzeri di Leonardo Greco, l'Addaura. I tasselli si legavano l'uno all'altro. Dalla famiglia Bonanno ai Greco, dalle banche elvetiche a Palermo, ai due attentati dell'Addaura e di Capaci.

 

Il Consolato nicaraguense era un paravento. Per che cosa? Leonardo Greco trafficava con l'industriale bresciano Oliviero Tognoli, il nemico storico di Salvatore Amendolito, pentito chiave dell’operazione Pizza connection eautore, interessato, di memorie e avvertimenti alle magiori autorità dello Stato italiano e allo stessob Guovanni Falcone. Un uomo complicato, ambiguo, che perorava la causa di un patto con la mafia per evitare attentati.

 

Tognoli e il clan Bonanno, conducevano al Banco Ambrosiano, al conto Wall Street, alla finanziaria Acacias. Sigle incomprensibili, nomi legati insieme da storie torbide. Un percorso accidentato ma preciso che univa insieme i due attentati di Capaci e Addaura. Fu una gran fatica seguirlo passo dopo passo. Ogni nome ne richiamava un altro ed ogni episodio pretendeva di conoscere l'evento che l'aveva propiziato. Il conto Wall Street, per esempio. A Bellinzona, in Svizzera era affluito parte del denaro della "Acacias Ltd" società finanziaria costituita da Vito Palazzolo, legato ai corleonesi e ad ambienti massonici. Sede delle Acacias è Buenos Aires, Cerrito 1136. Qui ha i suoi uffici anche il Banco Ambrosiano, ed ha mantenuto la sua residenza per un certo periodo, Licio Gelli, ex Gran Maestro della Loggia P2.

 

I Bonanno si sono serviti delle Acacias. Alle loro attività avrebbe partecipato l'ex Presidente dell'Ambrosiano Mimmo Viscuso. Ebbene, era questa la trama che cercava di svelare Giovanni Falcone in maggio del 1989, alcuni giorni prima dell'attentato dell'Addaura.

 

Il 2 febbraio 1989 Falcone incontrò Oliviero Tognoli. Era persuaso che Cosa nostra avesse delle talpe nelle istituzioni. Ritornò in Svizzera in maggio per avere da Tognoli informazioni più precise. Ma il bresciano tacque. Dopo l'Addaura, Falcone rivide Tognoli per la terza volta. E gli mostrò la fotografia di un funzionario del SISDE, Bruno Contrada. Tognoli negò di conoscerlo. Ma le sue indagini avevano dato buoni risultati: nei forzieri svizzeri non c'era solo il denaro sporco di Cosa nostra. Apprese anche i particolari dell'arresto di Tognoli a Lugano; una consegna concordata. La polizia elvetica dimenticò di sequestrare il passaporto dopo l'arresto. Quel documento avrebbe provato che Tognoli contava su coperture italiane, svelando i nomi dei complici: magistrati, poliziotti, finanzieri.

 

Ma il passaporto sparisce, e Falcone è costretto a fermarsi alle illazioni, ai sospetti. Proprio quando prende coscienza dello enorme potere dell'organizzazione che combatte. Le coperture su cui può contare e della pericolosità che esprime. Quell'attentato fallito è un messaggio inequivocabile. Falcone si volta indietro, e conta i morti: il commissario Ninni Cassarà, Capo della squadra mobile di Palermo, e il Consigliere istruttore Giorgio Chinnici, uccisi mentre seguivano la pista dei conti svizzeri. Capisce che è arrivato il suo turno? Non si arrende. Tutt'altro. Analizza gli eventi, gli indizi sfuggono come anguille. E non può usarli.

Qualche giorno prima del processo svizzero a Tognoli, vennero eliminati Alessandro Rovetta e Francesco Vecchio, amministratore delegato e direttore amministrativo delle Acciaierie Megara di Catania. Si sospettò che i due fossero stati puniti per non aver pagato il pizzo, o non avere voluto consegnare l'azienda ai prestanome delle cosche. Ma la Falange Armata rivendicò il crimine. E si scoprì che la "Acciaierie Megara" era stata creata dal bresciano Tognoli.

 

Falange armata, dunque. Servizi deviati? L'arresto di un telefonista "messinese" della Falange Armata, lo confermerà nel settembre del '93. Il telefonista non era un terrorista né un mitomane. L'obiettivo? Tensione, disinformazione. I due manager della Acciaierie Megara dovevano sapere qualcosa sui rapporti di Tognoli con Cosa nostra. Avevano loro chiuso la bocca per questo?

 

Annaspavo, inseguendo i mille affluenti dell'indagine. Che cosa era quel fantomatico consolato-centro studi nicaraguense a Palermo, se non una copertura. Gli americani, i britannici e i francesi avevano chiuso le loro sedi diplomatiche a Palermo - o si apprestavano a farlo - e il Nicaragua scopriva la capitale della Sicilia. Quasi fosse Ginevra, Parigi, o New York.

 

Perché un industriale di buona famiglia bresciana lavora per Cosa nostra ed ottiene sicure protezioni in Italia e nella Confederazione elvetica? Il conto Wall Street di Tognoli era un conto riservato, sul quale affluivano denari in nero di finanzieri e industriali, e tangenti da consegnare a governanti e capipopolo.

 

Bisognava una sciarada dopo l'altra. D'istinto, senza pensare.

 

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amicopaolo 07 marzo 2010   20:54

Le chiedo scusa ma il vosto errore sul cap. 38 poi diventato 39 mi ha tratto in inganno anche perché non l'avevo più visto sul vostro giornale nella voce "Misteri".

Le rinnovo il mio sincero apprezzamento.

amicopaolo 07 marzo 2010   15:33

Dott. Parlagreco perché ha sostituito questo articolo con quello di oggi?

forse era troppo spinto e io mi ero illuso del suo coraggio. Come avevo scritto nel mio commento?

 

Cap 38/Stragi, il diario dell'orrore. Soffiate, talpe, lettere anonime, colletti bianchi. E Vito Ciancimino sentenziò: “Le stragi? la testa non è in Sicilia, se fosse in Sicilia, la polizia lo saprebbe”

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di Salvatore Parlagreco
02 marzo 2010 19:51
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Nei mesi di marzo, aprile e maggio 1993 Falcone assunse una serie di iniziative: le indagini sui conti segreti svizzeri e l'estradizione dei Cuntrera in Italia. Si occupò anche del delitto Lima. Diviene un ariete puntato contro il pianeta invisibile che guida i destini del mondo: quella zona franca nella quale si decidono i grandi affari, i grandi eventi. Il giudice punta la sua pistola contro l'uomo armato di Winchester appostato a 150 metri.

Rincasando, vidi Salvatore davanti casa mia. Mi aspettava. Era nella sua auto a luci spente, parcheggiata in seconda fila.

«Che ci fai qui?» domandai.

«Non lo immagini che ci faccio? Ti aspetto».

«Vuoi salire a casa mia? Parcheggia la macchina più giù».

«No, devo andare. Ti devo semplicemente consegnare qualcosa...».

«Che cosa?».

Mi guardò per un pò, scuotendo il capo. Sembrava che dovesse decidere i destini dell'umanità.

«Siamo marionette», disse. «Si affonda nella spazzatura.Una nuova lettera anonima!».

«Ah!», feci. «Me ne avevano già parlato. Circola da qualche tempo. Non sono interessato...».

«É la prova che arrivano anche quando non le vuoi leggere», osservò, provando a sorridere.

Poi girò la chiave e mise in moto.

«Non puoi farne a meno», disse, lasciandomi. «Le mani devi infilarle anche tu nella spazzatura se vuoi capirci qualcosa». «Avanti», urlò da lontano, «è tutta lì la verità».

Giunto a casa, aprii la busta. Il primo foglio conteneva i nomi dei destinatari, molti dei quali sprovvisti di indirizzo e le quattro righe consuete indirizzate agli uomini di buona volontà, ipocrita premessa di una nuova delazione. Dapprima credetti che la lettera fosse stata spedita dallo stesso uomo. L'autore degli otto fogli, intendo.Fui ingannato dall'impostazione grafica, assai simile, alle quattro righe che precedevano gli indirizzari. In realtà le diversità erano notevoli; una, la più importante, riguardava i contenuti.

 

Gli otto fogli raccontavano una storia e tutto girava attorno ad essa. Stavolta l'anonimo affastellava nomi, proponeva intrighi, complicità, ruberie in modo sconnesso. Gettava fango a destra e a manca. Esclusi che potesse essere l'iniziativa di un mitomane. Più di un indizio ricordava che anche questa lettera veniva «dall'interno»: qualcuno che vuol far sapere. Che cosa? Per rispondere avrei dovuto indovinare il codice.

 

Il codice di un messaggio in chiaro? Assurdo, ma questo è il contesto. La lettera anonima aveva lo scopo di avvertire: state attenti, noi sappiamo, e lo proviamo. questo è solo l'inizio. I destinatari reali del messaggio erano nascosti nella folla dei nomi e degli episodi ricordati: chi doveva capire capiva. Un altro avvertimento. Diretto a chi? Magistrati, poliziotti, uomini politici. Le vittime del ricatto non avrebbero avuto scelta: solo il silenzio. Misurarsi con una lettera anonima mette di cattivo umore. Non si tratta solo di affondare le mani nella spazzatura, ma di abitarci.

 

 

Il 29 ottobre appresi la verità sull'assassinio di Salvo Lima. La verità degli investigatori, intendo; anzi, quella raccontata ai magistrati dai pentiti. Il delitto era stato deciso dalla Commissione provinciale di Cosa Nostra: una punizione esemplare perché la vittima non aveva rispettato i patti di mutua collaborazione, di scambio di favori, non aveva tutelato i boss imputati al maxi processo..

 

Un tradimento intollerabile, cui sarebbe seguita la sanzione estrema. Sfogliai le pagine - ben 138 - dell'ordinanza dei giudici lentamente, soffermandomi su alcuni brani, con l'animo del giocatore di poker che scruta le carte una dopo l'altra, assecondando l'ansia che la loro misteriosità provoca. Ricevetti sensazioni contrastanti; dapprima scetticismo, incredulità, quindi compiacimento, il desiderio di credere al di là di ogni dubbio. Ero soggiogato dalle parole, dalla liturgia della legge. Ecco «le acquisizioni probatorie sul delitto, le motivazioni, gli autori...»; ecco i mandanti, che «con premeditazione, in concorso tra loro, hanno deciso e cagionato la morte dell'onorevole Salvo Lima»; ecco i testimoni..., attendibili perché «non hanno alcun interesse a dire bugie, sono sinceramente pentiti, le loro informazioni provengono direttamente o indirettamente dai componenti dell'attuale Commissione provinciale di Cosa Nostra...».

 

Tutto pareva plausibile, sensato, liberatorio. Spazzavo via i dubbi che l'ordinanza proponeva con la voglia di credere. Finalmente un risultato, nero su bianco: tutto alla luce ciò che abbiamo sospettato, sussurrato, subito.

 

Dovetti affrontare una nuova lettura della ordinanza. Come sfuggirvi? Servivano i fatti, i nomi, i particolari. Una specie di prova del nove. I colpevoli per cominciare: erano oggettivamente responsabili del delitto perché solo il loro assenso avrebbe consentito di compierlo a Palermo. Un tribunale senza volto, né sede, né esecutori. Prima di applicare la pena capitale, esso deliberò di avvertire Salvo Lima e il suo partito. «L'occasione fu data dalle elezioni del 1987. Giunse in carcere l'ordine di votare per i radicali e per i socialisti».

 

Gli argomenti dei giudici erano provati dalle rivelazioni dei pentiti: Gaspare Mutolo, trafficante di droga e Giuseppe Marchese, pluriomicida. Mutolo e Marchese avevano ascoltato le confidenze dei boss in carcere. L'ordinanza metteva in fila vecchie ammissioni di altri pentiti e notissime tesi di collaboratori di giù stizia. Fra gli accusatori Tommaso Buscetta, Rosario Spatola, Antonino Calderone, Marino Mannoia. Gli accusati? Pippo Calò, Totò Riina, Pietro Aglieri.Ventiquattro mandanti, tutti nomi noti.

Devo convincermi che è una guerra; ed una guerra si paga con il sangue, con la rinuncia al diritto. Tuttavia non riesco a vietarmi di ragionare. Accolgo i miei dubbi con lo spirito di chi tradisce una causa. Mi sento colpevole per il fatto stesso di porre delle domande. Come avranno fatto a consultarsi i 24 mandanti almeno due volte? Latitanti, detenuti in varie carceri, liberi cittadini, titolari e «supplenti» della Commissione, cui spetta di pronunziarsi su ogni delitto?

Non mi pare che la struttura gerarchica di Cosa Nostra conceda molto alla democrazia interna. Anche per ragioni logistiche: almeno cinquanta persone - membri della Commissione, supplenti, messaggeri - avrebbero saputo tutto sull'agguato a Lima, prima dell'esecuzione. Con il pericolo di mandare tutto all'aria.

 

Il movente del delitto sarebbe la vendetta, la punizione di chi non è stato ai patti? La Commissione sacrifica tutto sull'altare della sanzione che inasprisce l'azione repressiva e giudiziaria, seppellisce in carcere i boss? É riduttivo. Marchese è l'uomo di Riina. Ha ucciso in carcere su suo ordine condannandosi all'ergastolo. Non ha nulla da perdere. Deve fare sapere una parte della verità?

 

«S'influiva sui politici e questi sui tribunali», affermano i pentiti. Quali sono i tribunali influenzabili? Quali i giudici pronti a persuadersi.

 

Ho i nomi dei mandanti, i particolari sulle loro intenzioni, non so nulla sugli esecutori. Mette i brividi una realtà che identifica i mandanti di un delitto ignorando gli esecutori. La accetterei con difficoltà anche se a raccontarla fosse George Simenon.

 

Fra i mandanti non compaiono Piddu Madonia, indicato come il numero due di Cosa Nostra, e i fratelli Cuntrera estradati in Italia dal Venezuela. Se Piddu Madonia è davvero il numero due, come è possibile che non sia stato ascoltato sulla sentenza Lima?

 

La composizione del tribunale di mafia, la riconoscibilità della Commissione provinciale restano un enigma. La dittatura di Riina su Cosa Nostra e la democrazia rappresentativa della Commissione non sono compatibili... Un enigma che s'infittisce, invece che diradarsi, con le parole di Tommaso Buscetta riferite nell'ordinanza. «Tenuto conto delle modalità e del luogo dell'omicidio Lima e della mancanza di qualsiasi conseguenza nell'ambito di Cosa Nostra, è del tutto pacifico che il delitto è stato deciso dalla Commissione provinciale di Palermo...».

 

Perché sarebbe il livello provinciale, e non quello regionale, competente per la sentenza? Lima è una personalità nazionale, il delitto compiuto in campagna elettorale avrebbe provocato conseguenze ben più vaste dell'ambito provinciale. Ma Buscetta non è uno sprovveduto. Perché propone un confine così angusto? Nei primi quattro mesi del 1992 Falcone e Buscetta si sarebbero incontrati più volte e ogni conversazione sarebbe stata registrata e trascritta diligentemente dagli agenti dell'FBI, i quali l'hanno passata ai colleghi italiani dei servizi e questi... Alcuni brani delle conversazioni finiscono sulle pagine del periodico Avvenimenti.

 

Le certezze di Buscetta sulla Commissione provinciale scompaiono, il panorama di complicità che Buscetta delinea è ben più preoccupante. Il 4 aprile 1992, egli avrebbe parlato con toni quasi accorati a Falcone. «Cosa Nostra uccide gli uomini politicamente scomodi su ordine di altri uomini politici. Tutto ciò non ha alcun rapporto con la criminalità. Sono solo operazioni che servono a coprire scandali del passato remoto e di quello più recente. La ragnatela delle complicità criminali, che copre il mondo industriale, ha creato rapporti internazionali più saldi di quelli del mondo politico ufficiai e. Coloro che manovrano gli utili di Cosa Nostra non sono più i personaggi improvvisati, finanzieri d'assalto come i Sindona o i Calvi, ma gruppi altamente specializzati nel valutare gli andamenti dei vari mercati finanziari internazionali. I vecchi capi di Cosa Nostra sono destinati a sparire. Attualmente vengono usati come un braccio armato clandestino che serve per sistemare e risolvere questioni che potrebbero pregiudicare l'attuale strategia dell'organizzazione... (omissis). Oppure agiscono direttamente per rendere favori alla vecchia classe politica complice. Vedi morte di Lima. Le assicuro che il mondo politico e industriale è perfettamente a conoscenza di questa evoluzione di Cosa Nostra e sempre più spesso preferisce rivolgersi a Cosa Nostra per la ricerca dei capitali necessari allo sviluppo delle proprie imprese. Attualmente il bilancio di Cosa Nostra è talmente in attivo che potrebbe sanare, senza difficoltà, il deficit delle economie ufficiali. Il marco tedesco sale a causa degli investimenti di Cosa Nostra nelle banche dell'ex Germania Est, la finanza ungherese dipende da Cosa Nostra. Bisogna prendere atto che Cosa Nostra non lotta più per una legittimazione ufficiale del proprio potere. In Colombia, a Panama, in Italia, nei paesi dell'Est dopo il crollo del comunismo tutto è possibile».

 

I verbali contengono degli omissis, alcuni nomi sono stati cancellati in modo rudimentale, con un pennarello. Tutto lascia presumere che il lavoro sia stato fatto da una talpa «solitaria», qualcuno che abbia sottratto le carte riservate dell'FBI per renderle pubbliche. Ma ciò che si lascia credere non è necessariamente la verità; tutt'altro. Non è escluso che si tratti di documenti falsi. Se così non fosse, dovrei supporre che i verbali siano stati consegnati alla stampa, quella che non avrebbe esitato a pubblicarli. L'ordinanza della magistratura non fa cenno ad essi. Essa utilizza le notizie di Buscetta su fatti avvenuti 14 anni or sono, non può omettere una frase come questa: «Cosa Nostra uccide gli uomini politicamente scomodi su ordine di altri uomini politici». L'omissione non lascia scelta: i documenti sono falsi. Tuttavia non voglio addebitare il sospetto ai verbali. Scelgo la disinformazione, consapevolmente. Male che vada, condurrà alle ragioni del depistaggio.

 

Facciamo l’ennesimo flash back, la vigilia dell’attentato di Capaci. Falcone ascolta Buscetta: i nomi che fa, i fatti che ipotizza, accumulando informazioni di straordinario interesse. E’ il mese di aprile, sono i giorni in cui la magistratura milanese cerca invano di conoscere i titolari dei conti svizzeri: tangenti e denaro «sporco» coabitano nello stesso conto?

Falcone si tenne per sé i nomi fatti da Buscetta o li riferì ai magistrati? Borsellino potrebbe essere uno di coloro che seppero. Le indagini dei giudici italiani inseguivano il crimine in Sud America, nel Nord Europa, nell'ex URSS. La talpa consegna i documenti falsi ad Avvenimenti negli stessi giorni in cui Vito Ciancimino chiede pubblicamente alla Commissione antimafia di essere ascoltato. Fa sapere di avere idee precise sul delitto Lima: «Chiunque poteva ucciderlo perché non si guardava», afferma, «ma la decisione di uccidere non poteva essere presa da chiunque. Il delitto è di quelli che vanno oltre le persone delle vittime e puntano in alto. Un avvertimento, come si suol dire. Forse si sono serviti della manovalanza siciliana anche per Capaci e via D'Amelio, ma la testa non è in Sicilia; se fosse in Sicilia, la polizia lo saprebbe, pochi possono permettersi queste azioni militari».

 

Le ipotesi di Ciancimino sono analoghe a quelle attribuite a Buscetta nei verbali trascritti dall'FBI. Una coincidenza? Ciancimino traduce il messaggio del crimine: «un avvertimento». Anche Amendolito la pensa allo stesso modo. La questione vera è la sentenza della Cassazione, o questa è solo un alibi, uno strumento capace di motivare le cosche, di farne il braccio armato di un disegno più vasto, pensato altrove?

 

 

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