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L’indagine/3. Morì di morte naturale l’ex Capo del Sid, Vito Miceli? Una misteriosa telefonata in ospedale e il generale considerò segnata la sua sorte

di Salvatore Parlagreco
17 maggio 2010 09:03
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Le circostanze facevano nascere il sospetto, ma i dettagli lo cancellavano. Non era possibile formulare un’ipotesi attendibile. L'esperienza insegna che molti particolari sfuggono anche agli investigatori più attenti. Forse è la concitazione, o le liturgie del day-after, gli stessi metodi investigativi ad abbassare l'attenzione. O il bisogno di dettagli a far perdere un po' dell'attenzione, paradossalmente. Più le carte sono sotto i tuoi occhi, sotto gli occhi di tutti, e meno sono lette ed analizzate. Si dà per scontato ciò che si sa, si è ascoltato, visto o letto.

 

Era necessario avere notizie sui mesi che avevano preceduto il ricovero in clinica a Roma. Vito Miceli aveva agito in modo da spaventare qualcuno? Conservava misteri che pendevano sul capo di qualche personaggio importante come una spada di Damocle? Erano così pericolosi, questi segreti, da arrecare grave nocumento, se rivelati? Chi avrebbe dovuto temerli? Ed ancora: la sua morte a che cosa servì? Impedì che accadesse qualcosa, prevista dallo stesso generale? Che cosa?

 

Scrissi su un taccuino ognuna delle questioni che ponevo, cercando di stabilire delle priorità, senza riuscirvi. Ogni quesito pareva essenziale. Ammesso che avessi potuto trovare qualche risposta valida, restava un altro problema da affrontare di non minore entità: l'esame della documentazione sanitaria per ricostruire gli ultimi giorni trascorsi in clinica dal generale.

 

Perché era stato sottovalutato dall'équipe sanitaria il rischio, molto alto, di complicazioni cardiache? Perché era stata taciuta la gravità delle condizioni del generale durante la degenza? E perché quel medico di fiducia l'aveva persuaso a sottoporsi all'intervento?

 

Non disponevo di poliziotti, né avrei potuto contare sui familiari di Vito Miceli, ché anzi per loro la questione era chiusa e non c'era motivo per ritornare sull'argomento. Infine, dovevo lavorare con discrezione e evitare di fare domande in giro al primo che capitava, perché così facendo avrei messo in moto una spirale incontrollabile di eventi, che avrebbero potuto danneggiare, bene che andasse l’indagine. Non volevo, inoltre, che si speculasse sul mio lavoro, che nessuno vedesse in esso un fine "politico" o l'intenzione di andare a parare da qualche parte.

 

Affastellavo problemi e preoccupazioni senza rendermene conto, al punto da domandarmi se davvero volevo arrivare fino in fondo, dal momento che costruivo macigni sul percorso dell'indagine. Il fatto era che, a qualche settimana dall'inizio del mio lavoro, le responsabilità stavano aumentando considerevolmente e, di contro, le mie chances di successo diminuivano. Per rincuorarmi riflettei sulla possibilità che le persone vicine al generale, quindi anche i familiari, avessero un qualche buon motivo per aiutarmi.

 

Perché avrebbero dovuto dissentire dalla mia iniziativa? Sarebbero stati loro, tutto sommato, a trarre guadagno dalla verità. Qualunque essa fosse stata?

 

Per quanto sapessi del generale solo attraverso ciò che era stato scritto o attraverso le laconiche frasi di chi gli era stato vicino - gente che non avrebbe mai tradito la più innocua sua debolezza - e per quanto fossi consapevole della pochezza delle mie conoscenze, provavo una istintiva considerazione per quell'uomo. Mi domandai per quale ragione e credetti che a suscitarmi un sentimento positivo non fosse la consueta benevolenza che si ha verso coloro che passano a miglior vita, ma i guai che il generale aveva vissuto negli ultimi giorni, il presunto tradimento che avrebbe subìto da coloro di cui più si fidava, quel mandarlo a morire in modo tanto subdolo, profittando delle sue umanissime debolezze. Tutto questo, ai miei occhi, lo riscattava, consegnando alla storia un uomo redento.

 

Pensavo, inoltre, che il generale avesse lavorato per qualcosa in cui credeva fortemente e fosse stato disposto a compiere qualunque azione, anche la più nefanda, sull'altare delle sue idee e dei suoi valori. Me lo figuravo come un nemico da combattere, ma non un vile da esecrare. Questa disposizione d'animo che in parte dava per risolti molti dubbi, nasceva da mere sensazioni e non poggiava su elementi concreti. Ma così stavano le cose e così le racconto.

 

Fu proprio questa buona disposizione, peraltro, ad aiutarmi nella prima fase dell'indagine. Grazie ad una favorevole circostanza, che purtroppo non posso riferire nel dettaglio, seppi da una fonte assai attendibile un episodio che avrebbe avvalorato l'ipotesi che non tutto fosse così chiaro come si era voluto far credere. C'era stata una telefonata per il generale la mattina precedente al decesso. Vito Miceli aveva scambiato qualche parola con l'infermiera di turno e stava ricevendo la visita del fratello, quando la moglie si avvicinò all'orecchio del generale e gli sussurrò di un certo "dottore" che aveva chiamato per salutarlo ed augurargli una pronta guarigione. "Chi ha telefonato?", avrebbe domandato il generale. Alla risposta della moglie, si sarebbe inquietato improvvisamente, fino ad alzare il tono della voce, nonostante fosse molto affaticato. "E come ha saputo che mi trovo qui?" avrebbe osservato poi visibilmente contrariato, con un gesto di stizza che sorprese i presenti. Da quel momento l'umore del generale, apparso a tutti fino ad allora buono, sarebbe mutato, al punto da renderlo pessimista sulla guarigione.

 

Non saprò mai che cosa sia passato per la testa del generale quando la moglie gli sussurrò quel nome, ma certo ebbe l'effetto di turbarlo profondamente. Quel nome, a quanto pare, non lo seppe mai nessuno, ad eccezione della moglie del generale, che era abituata a portarsi appresso le poche cose che sapeva senza farne parola ad alcuno e che da lì ad un anno sarebbe morta a causa di un tumore. La donna, questo è indubbio, non sospettò che la comunicazione potesse turbare in qualche modo il marito, altrimenti non avrebbe riferito nulla. Non sarebbe stato consigliabile suscitare irritazione in un momento della degenza ospedaliera così delicato. Ne dedussi perciò che si trattava di una persona nota alla famiglia e non un "nemico" del generale.

 

Per Vito Miceli, invece, fu come ricevere una notizia “definitiva”. Fosse stato un seccatore qualsiasi o un personaggio semplicemente sgradevole, la reazione non sarebbe stata così netta. Perché il “dottore” non avrebbe dovuto sapere? e chi poteva preoccuparlo fino a questo punto?

 

Fu un messaggio comprensibile solo Vito Miceli? Era un indizio, quella telefonata, che le cose si stavano mettendo male per lui? Certo è che Vito Miceli si comportò come se la sua sorte fosse segnata: dall'esito del male che lo stava irrimediabilmente aggredendo o da qualcos'altro che, attraverso la telefonata, lo informava di ciò che sarebbe potuto accadere?

 

Lo avevano avvertito che a scegliere il silenzio ci avrebbero guadagnato lui e i suoi familiari? Nella stanzetta 318 della clinica in cui era ricoverato c'erano tre persone care al generale. Ma forse il generale ne aveva vista qualcun'altra parlando a telefono con il “dottore”: il volto, il ghigno di colui che aveva deciso la sua sorte. Da questi non avrebbe potuto salvarlo nessuno: non era come avere a che fare con il suo cuore invecchiato male.

 

Correvo troppo, è vero, ma l'ipotesi mi affascinava, non lo nascondo. Se così fossero andate le cose, presumo il generale abbia passato la sua vita al microscopio, come capita a chiunque abbia l'ultimo istante da vivere, e ne sia consapevole. I volti dei nemici, lo sguardo degli uomini fedeli, il campo di battaglia in Africa, la dolorosa resa agli inglesi dopo una strenua difesa, la lunga prigionia indiana, la fiducia del nemico guadagnata sul campo, il rapido corso degli onori fino al vertice del Sid. E il potere senza confini. Una sua parola e sarebbero caduti i santuari della Repubblica, tanti uomini potenti sarebbero finiti nella polvere. Le trame, gli intrighi e i complotti avrebbero tracimato sui palazzi delle istituzioni, sommergendo spioni e governanti di mezzo mondo. Quel ripasso veloce ma pieno lo consegnò alla sua sorte con l'animo del soldato che ha fatto per intero la sua parte.

 

Si sarà sentito come un topo in gabbia per un interminabile istante. Perché si trovava in quel letto, e perché si sentiva morire dentro? Perché aveva ascoltato il suo medico che lo sollecitava a levarsi il pensiero, a togliersi quella pietra dai...? E perché s'era fatto persuadere, dimenticando i guai passati con l'angina, sfidando il cuore che poteva mandarlo all'altro mondo come e quando avrebbe voluto. Lui che non s'era mai fatto persuadere da alcuno, che aveva controllato tutto e tutti con la precisione di un matematico, era stato arrendevole e debole. Perché?

 

O non aveva voluto vivere? Riannodato il filo delle cose e fatto un bilancio, aveva forse scelto di smetterla, di non lottare più. Il figlio stava contendendo l'ultimo respiro alla morte, in un altro letto d'ospedale, lontano. E la moglie... Dovette esserselo detto di stare morendo alla vigilia della “verità” finora protetta e nascosta a qualunque costo. Quella che aveva promesso a tutti pochi giorni prima. Un soldato non spende invano la sua parola. Mai. Stavolta non avrebbe dovuto chiedere ad alcuno il permesso di rivelarla. Ne aveva diritto dopo venticinque anni.

 

No, non può essersi pentito di nulla. Né dei lunghi silenzi, che avevano salvato la sua patria, né della decisione, recente, di svelare le pagine di storia che nessuno conosceva. Piuttosto, aveva cominciato a capire. Era stata quella vigilia intensa ad ucciderlo. Non la prostata, il cuore, il diabete, il dispiacere per il figlio condannato a morte da un male incurabile, ma l’ostinata volontà di finirla con i misteri, di riprendersi finalmente la vita, di essere un uomo come altri, a settantaquattro anni, senza più fardelli da sopportare e occasioni da rimpiangere o colpe da espiare. Sarebbe stato come inginocchiarsi davanti all'altare della patria, chiedere perdono e conquistarsi la serenità di una saggia vecchiaia.

 

Magari si sarà rammaricato per non avere previsto ingenuamente le conseguenze di quella scelta. Non si esce vivi dai misteri. O si rinuncia ad essi, nascondendoli anche a se stessi, o si è uccisi dai misteri. Meglio un agguato, un killer, una morte violenta che un letto d'ospedale con la propria vita stupidamente consegnata nelle mani di piccoli uomini inconsapevoli. Questo era insopportabile.

 

Vide i titoli sui giornali del giorno dopo. Ucciso il generale Miceli, l'uomo dei misteri. Meglio, molto meglio che quella morte “normale” e subdola, l'infarto in un letto d'ospedale. Un soldato muore in piedi, non nel proprio letto.

 

Quella morte che s'era cercata, invece, lo consegnava all'oblio, all'anonimato. Almeno si fosse saputo come era andata davvero, che la maledetta prostata avrebbe potuto tenersela e che l'avevano usata "per salvargli la vita". Fosse andata così, un agguato in un letto d'ospedale, si sarebbe trattato di un delitto perfetto. Nell'unico luogo in cui si può essere ammazzati senza che alcuno sia sospettato di niente.

 

Congetture, è vero. Vaneggiò? Ebbe paura? Sospettò davvero un'insidia? Se sì, non si confidò con nessuno? Non fece nulla per evitare l’insidia avvertita con la misteriosa telefonata?

 

Ma che avrebbe potuto fare? Al medico si deve credere. Se non ci credi, ti prendono per pazzo. Un topo in gabbia, ecco che cosa era diventato. E parlarne a qualcuno non avrebbe risolto niente. Magari avrebbe messo a repentaglio la vita degli altri, chi lo sa?

 

Provò, alla fine, il desiderio di morire con dignità, da uomo normale, a causa del vecchio cuore affaticato, con i nipoti accanto e lo sguardo gentile della moglie al capezzale. Contento della sua vita in prima linea, soldato senza moschetto, armato d'intelligenza e di ideali. Questo avrebbe voluto dire ai nipoti: di essere riuscito dove gli altri avevano fallito, di aver trasformato le disgrazie in buona sorte, la terribile prigionia inglese in un terno al lotto. Di aver imparato dai nemici inglesi la lingua, le furbizie, il temperamento, lo stile, la tenacia. Restando un nemico.

 

Questi pensieri potrebbero averlo rincuorato, strappandogli qualche minuto di serenità. Ma avrebbe potuto cercare di mettere insieme un tentativo di sfuggire all'ennesimo agguato che gli avevano teso. Ne aveva subìto più d'uno di attentati, non era certo la prima volta che correva un pericolo mortale. Dov'era la valigetta ventiquattrore, in Svizzera o in garage?

 

La memoria lo tradiva, seppellita dai dubbi, dalle paure, dalla rabbia impotente, dalla banalità di ciò che gli stava accadendo e dalla sua ineluttabilità? Attraverso la lettura, invero affrettata ma sistematica, dei quotidiani che pubblicarono ampi resoconti e biografie – il 2 dicembre del 1990, il giorno successivo alla morte del generale Vito Miceli - ebbi conferma che egli in più occasioni aveva annunciato la preparazione di un memoriale.

 

Negli ultimi mesi, potei accertarlo, aveva ricevuto l'invito insistente a concedere interviste. Cercò di non scontentare nessuno, ma rispose alle domande dei giornalisti con parsimonia, imponendosi una soglia al di là della quale non sarebbe mai andato. Fece molte allusioni, diede molte pacche sulla spalla, s'ingraziò gli intervistatori, ma fu molto restio con le date, i nomi, i particolari. Piuttosto che rispondere con precisione, rimandò al suo memoriale. "Non è serio - considerò in alcune occasioni - che uno come me rilasci interviste su fatti che hanno segnato la vita della nazione".

 

Indubbiamente fu creduto: forse lo stesso aspetto fisico, oltre che le argomentazioni asciutte ed austere, lo aiutarono. Non era né alto, né imponente, né un affabulatore, ma - se le mie informazioni sono esatte - otteneva il rispetto degli interlocutori, soggiogandoli con la sua schiettezza, la determinazione, la stessa laconicità: poche parole, ma precise, cadevano come fendenti nel vivo della conversazione, cancellando ogni ambiguità e impedendo ogni replica.

 

Non accompagnava le parole con i gesti, la sua sicilianità era pressoché invisibile seppure forte e condivisa, ma con un lieve sorriso, un battito delle ciglia, o aggrottando la fronte e mostrando contenuta preoccupazione. L'interlocutore aveva l'impressione di avere a che fare con uno che amava dire ciò che pensava e che doveva tenere per sé il non detto perché questo gli imponevano le regole e la legge dell'onore.


Lasciò capire, nei giorni che precedettero la morte, che avrebbe fatto rivelazioni importanti, e consentì che intuissero il rilievo di ciò che avrebbe raccontato. E questo comportamento non era affatto prudente. Si era ritrovato perciò al centro dell'attenzione, improvvisamente, dopo un lungo periodo. Eletto deputato nelle file dell'allora Movimento sociale italiano di Giorgio Almirante, dopo le terribili vicissitudini degli anni Settanta, aveva svolto con diligenza i suoi tre mandati, annunciando, a conclusione del terzo, che non se la sentiva più di stare appresso alla politica. Avrebbe così evitato di subire gli eventi o di doverli, per necessità di cose cavalcarli, perché la prima condizione non l'avrebbe mai accettata e intraprendere la seconda, estremamente difficile, avrebbe potuto essergli fatale.

 

L'esperienza nei Servizi gli fu di grande vantaggio. In definitiva tentava di mantenere con il solito vecchio stile il ruolo di eminenza grigia del Palazzo: padre nobile per alcuni, equivoca figura della vecchia Italia per gli altri. Non cercò la piccola notorietà, alla Camera si occupò prevalentemente di problemi militari, del trattamento del personale in servizio nell'esercito e nell'arma dei carabinieri, conquistandosi uno stuolo di fedeli estimatori. Entrò, di sua volontà, in un cono d'ombra, senza uscirne mai, anche quando qualcuno lo chiamò ferocemente in causa per le accuse di golpismo e di favoreggiatore di stragisti.

 

Così come non si concedeva facilmente alle persone care e agli amici, non si concedeva mai ai nemici. Il 1990, da figura ormai lontana dalle mezze luci della Camera dei Deputati, ne aveva fatto il personaggio dell'anno per via di alcune circostanze: le confessioni di due agenti della Cia che di punto in bianco avevano deciso di raccontare le trame italiane legate ai movimenti eversivi di estrema destra e le aspre polemiche provocate dalle mezze verità degli spioni nella politica italiana; una ripresa delle indagini da parte della magistratura su alcuni episodi sanguinosi, come la strage di Peteano, in cui erano morti dei carabinieri, e le vicende della misteriosa armata invisibile, denominata Gladio, conosciuta anche come Stay behind, cui l'Alleanza Atlantica aveva affidato il compito di combattere i comunisti nel caso in cui l'Italia fosse stata invasa o il Pci avesse assunto il potere con l'aiuto di Mosca.

 

L'azione di Gladio era rappresentata, fatalmente, come quella di un esercito pronto a difendere la libertà e la patria dall'invasione russa, stando nelle retrovie, o di un manipolo di eversori pilotati dai servizi segreti italiani secondo le direttive degli americani, Cia in testa. C'era chi giurava sulla buonafede e il patriottismo degli uomini di Gladio, e chi invece vedeva in Gladio la casa paterna del terrorismo italiano di destra, il nucleo forte del golpismo, pensato ed organizzato da una costola di Gladio, la Rosa dei Venti, intenzionata a mettere in piedi un governo forte, meno incline di quello del tempo a ospitare il comunismo nelle istituzioni del Paese.

 

Vito Miceli aveva guidato per anni il traffico in questo crocevia, rimanendo al centro di ingorghi, incidenti, equilibri simili a quelli che capitano quando le auto hanno tutte bisogno di mettere il muso più avanti delle altre. Un crocevia di uomini ed ombre, di trame e calunnie, tradimenti e violenza, in cui l'imperturbabile Vito Miceli era riuscito a districarsi con grande disinvoltura, conquistandosi la fiducia degli alleati e dei nemici, ai quali riusciva a mostrarsi come avversario generoso e di parola.

 

Le cronache riferivano diffusamente di un colloquio avuto da Vito Miceli con il sostituto procuratore di Venezia, Felice Casson, una ventina di giorni prima del suo ricovero in clinica. Casson lo aveva interrogato su Gladio. Miceli aveva ribadito il suo vecchio giudizio sull'armata invisibile, che egli stesso aveva comandato, come capo del Sid dal 1970 al 1974: gli uomini di Gladio, aveva affermato, erano patrioti che si assumevano l'onere di salvare la democrazia e difendere l'Italia in caso di presa del potere da parte dei comunisti.

 

Le sue dichiarazioni non lasciavano adito ad alcuna insinuazione, né fecero intravedere alcun ripensamento. Gladio era una organizzazione segreta della quale, sostenne Miceli, gli uomini di governo conoscevano l'esistenza. Fare della segretezza una colpa era una sciocchezza, perché solo rimanendo segreta avrebbe potuto svolgere il compito che le era stato assegnato. Altrettanto stupido sarebbe stato addebitarle eventuali deviazioni. La stessa natura dell'organizzazione non permetteva di escluderle: una frangia di Gladio, come la Rosa dei Venti, che voleva rovesciare un governo imbelle, osservò Miceli, avrebbe potuto organizzarsi in proprio per fini esterni a Gladio. Il vecchio soldato non cambiò le vecchie tesi, le stesse che lo avevano portato in carcere per l'ordine di cattura di un magistrato di Padova, ma avvalorò un sospetto. Era una svolta.

 

Fin qui appariva tutto limpido. Ma c'era un particolare su cui riflettere. Il sostituto procuratore Casson aveva dato un giudizio positivo sulla deposizione del generale, definendola "interessante". Se essa si fosse limitata alle valutazioni che abbiamo appena illustrato, il magistrato non avrebbe avuto di che essere soddisfatto. E allora? Una ipotesi plausibile potrebbe essere che Miceli avesse detto qualcosa di nuovo ma non aveva voluto che si sapesse. Quell'ammissione di una frangia deviata di Gladio ne era un indizio. Sarebbe stata la Rosa dei Venti, la pista giusta per indovinare quali rivelazioni avrebbe “minacciato” il generale? Non lo sapevo, ma avevo trovato uno spiraglio, una piccola crepa nel muro alzato da Miceli davanti a Gladio.

 

I confini tra i doveri del soldato al servizio del suo Paese e le convinzioni ideologiche del generale erano assai labili. Non solo per Miceli. Fino a che punto avrebbero dovuto spingersi gli uomini di Gladio per combattere il comunismo? Avrebbero dovuto controllare gli apparati del partito comunista, svolgendo una prevenzione discreta ed adeguata all'entità del pericolo reale? Agire a cose fatte o entrare in azione per evitare l'irreparabile? E chi aveva il compito di valutare le effettive condizioni di pericolo per la democrazia minacciata dai “rossi”?

 

Era questo il paradosso: Gladio agiva legittimamente con mezzi illegali. Né i capi di Stato né i Capi di governo, fossero o meno compiutamente informati, gestivano le strategia di Gladio ma i Servizi. Miceli, per il tempo in cui ne fu il capo.
  

(Continua)

 

2/Vito Miceli morì in ospedale
È lì che si può compiere un delitto perfetto?

 

1/L’ultimo giorno dell'ex capo del Sid
Si spense puntuale come il pendolo di un vecchio orologio, alla vigilia di un appuntamento cruciale…

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