La patria di Miceli era l'Italia, mentre quella dei comunisti era la patria degli sfruttati e dei proletari, e aveva una sola bandiera in tutto il mondo. Entrambe le patrie erano onorate, amate, protette con eguale passione e fedeltà da coloro che le sceglievano. Quel crocevia controllato da Miceli poteva trasformarsi in un mostro dalle sette teste, solo che qualcuno lo volesse. E giustificare qualunque illegalità, qualunque crimine, anche il più efferato.
I giornali riferirono una battuta del generale. "Dal momento che i ministri svelano tutto, non mi sento in dovere di stare zitto". Quella sua disponibilità, probabilmente, aveva indotto i commissari della Bicamerale sulle stragi a chiamarlo a deporre. Un invito cui avrebbe dovuto seguire la comunicazione del giorno e dell'ora della deposizione, allorché il generale sarebbe uscito dalla clinica romana. La stessa decisione dei commissari costituiva un evento perché si diceva che avessero a lungo indugiato a prenderla, nonostante Miceli fosse l'uomo più informato sui misteri italiani. E l'indugio costituiva un altro mistero.
Era impossibile stare dietro alle tante domande senza risposta. Bisognava accontentarsi di rimanere sul percorso senza rispondere alle mille sollecitazioni. Una cosa, comunque, appariva sicura: il potere del generale era stato immenso, la sua memoria storica degli eventi - solo storica? - gli lasciava ancora un pezzo di quel potere. L'aveva usato? Non risultava che l'avesse fatto. Le cosiddette rivelazioni fatte al giudice veneziano erano ben poca cosa, per quanto ne sapevo: il generale aveva parlato senza parlare, come faceva da qualche tempo. Un dubbio restava, tuttavia: perché lasciò intendere che avrebbe raccontato quel che c'era da raccontare? Per un uomo della sua tempra, con i suoi trascorsi e con un'intelligenza investigativa elevata, significava esporsi consapevolmente in maniera allarmante. Ecco il punto: consapevolmente. Per quale ragione?
Potevo continuare a spiegare quel comportamento con lo stato d'animo prostrato per la dolorosa condizione del figlio Vincenzo? No, sarebbe stato ingenuo. Avrei potuto ammettere un concorso di circostanze, ma nulla di più. Miceli confidò a qualcuno un disegno? ciò che si proponeva di fare? Esclusi che i destinatari delle confidenze del generale potessero essere i familiari. Erano stati sempre tenuti all'oscuro di tutto. La moglie era in uno stato di indicibile sofferenza. E l'altro figlio, Sandro, il più giovane? Si era appena sposato: bisognava creargli un'oasi di serenità e tutti avevano contribuito perché ciò avvenisse. Restavano i due fratelli e la sorella del generale. Vivevano in Sicilia del loro lavoro e, talvolta, senza volerlo, della fama di Vito, una fama balzata prepotentemente sui giornali in un'occasione difficile, il suo arresto. Per il resto pochi sapevano quanto contasse davvero: nella città natale, Trapani, dove pure intratteneva discreti rapporti di amicizia e conservava una villetta in campagna, lo conoscevano come un gentiluomo importante di poche parole ed un buon giocatore di scopone. Se non avessero sperimentato personalmente quanto valesse una presentazione di Vito Miceli, nemmeno i fratelli si sarebbero resi conto di nulla.
Mi era impossibile credere che il generale non avesse coscienza della miscela sulfurea scodellata nei giorni che precedettero la sua morte: quella pozione velenosa avrebbe minacciato tanta gente che, magari, faticava da anni per far dimenticare il proprio passato. Molti si sarebbero chiesti dove volesse andare a parare. Il fatto che sapessero della sventura capitatagli con la malattia del figlio Vincenzo, non contribuiva certamente a tranquillizzare coloro che sarebbero stati coinvolti nelle rivelazioni annunciate. Spiegava semmai le imprudenze, la metamorfosi, ma rendeva ancora più imprevedibili, perciò pericolose le prossime mosse del generale.
Di materia incandescente da dare in pasto alla gente ce n'era ancora, e come. I servizi segreti italiani sono stati una fucina di scandali, crimini, depistaggi, collusioni con bande armate di destra e di sinistra, attentati e ricatti attraverso la schedatura dei personaggi chiave della vita repubblicana: una pattumiera ed un vulcano in eruzione. Ma è stata una sorte comune a tutti i servizi, specie quelli impegnati in prima linea, sul fronte dell'interdizione fra i due blocchi (prima della caduta del muro di Berlino): l'intelligence agisce con sistemi illegali, mantenendo il segreto, condizioni che rendono assolutamente fisiologiche le deviazioni, la doppiezza, i tradimenti, la gestione in proprio della partita. Il loro controllo è praticamente impossibile. Se così non fosse, sarebbe un'altra polizia, la quarta in Italia. I Servizi italiani, tuttavia, avevano una particolarità: agivano in nome e conto dell'Alleanza atlantica, soprattutto degli americani, nel ventre molle dell'Europa: non solo sul confine ovest-est, un confine virtuale per via del grande peso politico comunista in Italia, ma anche lungo la sponda mediterranea, non meno importante, laddove l'Occidente fronteggiava i conflitti mediorientali, il terrorismo arabo e le iniziative israeliane.
A causa di un fronte interno incerto e ambiguo, sollecitato da diverse pulsioni, i Servizi italiani avevano svolto, più che in altri paesi, compiti impropri. Il generale Miceli, a capo del Sid, considerò un dovere esprimere il proprio dissenso al Presidente della Repubblica del tempo, Giovanni Leone, sulla probabile designazione di Giulio Andreotti come capo dell'esecutivo. La Commissione Pike del Congresso Usa accertò che a Miceli nel 1972 vennero consegnati undici milioni di dollari da distribuire a cinquanta uomini politici italiani (secondo un'altra fonte, ventuno e non cinquanta), mai identificati, per la campagna elettorale. Due episodi "normali" ed illuminanti per comprendere la collocazione strategica dei Servizi italiani. Miceli agiva a nome dell'Alleanza atlantica e contava, nel Paese, più dello stesso Capo del governo, assumendo iniziative concordate con i membri dell'Alleanza e svolgendo un ruolo di copertura delle azioni di intelligence. Ma il "nemico" atlantico - i comunisti - era una legittima forza politica in Italia, rappresentata da parecchie centinaia di parlamentari. Ogni scelta fu compiuta lungo questo crinale scivoloso, che metteva fatalmente i Servizi segreti fuori dalle strategie politiche formalmente assunte dal governo italiano.
In qualche modo il nemico, il fronte rosso, aveva gli stessi problemi di fedeltà: i comunisti dovevano affrontare ogni giorno nella loro azione politica il quesito chiave: stare con Roma o stare con Mosca? Con la patria della rivoluzione proletaria o con il proprio Paese? La qualcosa significa che non si fronteggiarono solo vigliacchi, traditori e malversatori, ma gente che credeva in valori diversi: sbagliando o meno, combatteva la propria "guerra" su versanti contrapposti. Questo non giustifica né i crimini né i tradimenti, ma li spiega e li illustra in una luce meno corriva. Ebbene, Vito Miceli fu il frutto più maturo di questa contrapposizione, l'uomo duttile e insieme tutto d'un pezzo, che giocò una partita mortale nel tempo della guerra fredda. Il volto segnato, lo sguardo indecifrabile, taciturno e controllato, cinico quanto sa esserlo un siciliano che ha attraversato il Rubicone, e capace di generosità nella vita privata, aveva avuto per compagne le sue idee e la sua pipa: pareva che a questa avesse assegnato il compito di tappargli la bocca piuttosto che di dargli il piacere del fumo. Governò una tempesta di eventi, emozioni, interessi con estrema perizia, fino a che non subì il durissimo colpo infertogli dal giovane magistrato padovano, Giovanni Tamburino, appena entrato nell'amministrazione giudiziaria: trovatosi alle prese con il caso della Rosa dei Venti ed il tentativo golpista del principe Valerio Borghese, il magistrato s'era convinto che il generale non potesse non sapere. Un incidente della storia, per quel tempo. Addestrato nella guerriglia dei Servizi, capace di mettere insieme il diavolo e l'acquasanta, di tenere in scacco arabi e israeliani, di accontentare americani e libici, di quadrare il cerchio, Miceli sarebbe stato abbattuto da una scheggia "impazzita". Si sarebbe rialzato, ma senza riuscire a tenersi diritto in piedi come un tempo. Poteva rassegnarsi ad un ruolo marginale, dopo l'infortunio che l'aveva allontanato dai luoghi del potere reale? Era immaginabile che cancellasse quel patrimonio di conoscenze e di esperienze accumulate?
Una divisa si può appendere al muro, non tutto questo. A meno che non fosse stato colpito da una amnesia, il generale era rimasto dentro i fatti italiani. Non c'era bisogno che lo pretendesse, era quel patrimonio di conoscenze a concederglielo.
Il giorno successivo alla morte di Vito Miceli gli uomini dei Servizi si recarono a casa sua, ma pare che non avessero trovato nulla. Che cosa cercavano? Forse la famosa valigetta, il suo vecchio salvacondotto, diventato una leggenda nell'ambiente dei Servizi italiani. Che si trattasse di un salvacondotto, lo appresi attraverso un aneddoto che mi fu raccontato proprio in quei giorni. La valigetta avrebbe viaggiato per una intera notte a bordo di un'autovettura condotta da gente fidata: era la notte in cui Vito Miceli avrebbe dovuto essere accompagnato davanti il magistrato che aveva firmato il suo mandato di cattura, a Padova. Durante il trasferimento da Roma a Padova, l'auto con la valigetta svolgeva un efficace ruolo di deterrenza senza poter essere localizzata. Introvabile anche allora, essa avrebbe avuto maggiore influenza del suo malore nel persuadere l'ufficiale dei carabinieri a dirottarlo all'ospedale militare del Celio nella capitale, invece di condurlo al cospetto del giudice Tamburino.
Che cosa conteneva la valigetta e perché le era stato attribuito tanto potere da influenzare il ricovero di Miceli in un ospedale a Roma, lontano dal sostituto procuratore che avrebbe voluto metterlo sotto torchio?
Quella notte, raccontano molte fonti, nei palazzi della politica e in quelli militari successe il finimondo. Molta gente si preoccupò e molta altra gente s'indignò. I documenti conservati nella valigetta fecero il resto.
Una leggenda?
Che il generale si rendesse conto di possedere un patrimonio virtuale non vi erano dubbi. Perché avrebbe manifestato tanta inquietudine dopo la notizia della telefonata avuta dalla moglie, il giorno prima della morte? Nessuno avrebbe dovuto sapere del ricovero in clinica per ragioni di sicurezza, mi fu riferito, ma nessuno seppe darmi una spiegazione plausibile sulla ragione di tanta riservatezza, a quindici anni dal suo licenziamento dal Sid. L'imminente deposizione in Commissione stragi? Era questo a farne un personaggio da proteggere e vigilare? Forse, ma ciò presupponeva che avesse molte cose da dire e che, morendo al momento giusto, il generale avesse fatto un regalo a tanta gente.
Che cosa sapeva dunque e perché questo sapere avrebbe turbato i sogni di qualcuno?
A queste domande non avrei potuto rispondere. I miei ragionamenti si fermavano davanti ad alcuni fatti: l'imprudente decisione di sottoporre il generale ad un intervento chirurgico senza che ciò fosse giustificato da un grave pericolo di vita, l'imperizia di qualche medico, le sollecitazioni rivolte al generale perché affrontasse l'operazione di asportazione della prostata, l'incomprensibile stizza provocata da una telefonata indesiderata. Questo non bastava per puntare il dito contro qualcuno o qualcosa ma era sufficiente per dire che con la morte di Miceli erano stati risolti molti problemi. La sua scomparsa aveva spianato la strada al nuovo che stava mettendo radici e che presto, in modo rumoroso e violento, avrebbe fatto sentire il suo peso. Un'epoca, una rete di relazioni, solidarietà, interessi legati alla contrapposizione fra due blocchi, quello occidentale e quello comunista, si era chiusa. La morte del generale aveva messo un suggello.
I giornali pubblicavano di tutto. Soprattutto i periodici. Erano così informati che pareva avessero una talpa in ogni ufficio dello Stato, compresi i Servizi. Gli autori degli articoli raccontavano i dialoghi, le telefonate e gli scambi di lettere fra personaggi di primo piano della vita politica nazionale. L'emorragia delle informazioni non risparmiava niente e nessuno negli anni Settanta e, in qualche misura, all'inizio degli anni Novanta. Potei leggere sull'Unità del 10 gennaio 1992 il puntuale resoconto di una riunione estremamente riservata svoltasi presso il Ministero della Difesa, nel luglio del 1974. Era dedicata alle prove raccolte dai Servizi sul golpe Borghese e la Rosa dei Venti. C'era l'elenco completo dei presenti, tra i quali l'ammiraglio Mario Casardi, successore di Vito Miceli alla testa del Sid. L'autore dell'articolo ne traeva spunto per alcune osservazioni che mi parvero di estremo interesse: "...dall'inchiesta giudiziaria sul golpe Borghese furono tolti i nomi che scottavano per ordine del governo... La magistratura ha in mano le prove. Quali siano i nomi dei cospiratori protetti lo sta stabilendo una perizia su dieci nastri inediti portati ai giudici di Milano dal capitano Antonio La Bruna".
L'autore dell'articolo affermava che la decisione di occultare i nomi fu presa a conclusione della riunione svoltasi presso il Ministero della Difesa nel 1974.
Nello stesso periodo, alle redazioni giunse una specie di manuale, realizzato almeno vent'anni prima, che istruiva sulla maniera più opportuna di organizzare l'uso del terrorismo e degli attentati al fine di destabilizzare il quadro politico. Il dossier, denominato "Operazione Delfino", era stato scoperto dai magistrati militari di Padova titolari delle indagini su Gladio, a Forte Braschi, negli archivi romani del Sismi, il servizio segreto civile.
Nello stesso anno, il 1992, vennero uccisi i magistrati di Palermo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in due attentati dinamitardi attribuiti alle cosche mafiose. Una coincidenza quantomeno inquietante. Le stragi del '92 segnarono la ripresa del terrorismo, stavolta attribuito alla regia politico-strategica dei mammasantissima, autentiche teste d'uovo che avrebbero voluto imporre allo Stato di scendere a patti. A distanza di alcuni mesi, esplosero bombe a Firenze e a Roma, danneggiando gravemente importanti monumenti e facendo vittime innocenti. Quel fiume in piena di informazioni rappresentava un messaggio sinistro, e nessuno se ne accorse. Una singolare distrazione perché - lo affermavo con il senno del poi - mi pareva elementare accostare il terrorismo del '92 alle rivelazioni sulle connivenze dei Servizi.
Un'altra rivelazione venne fatta nello stesso arco di tempo. Riguardava una riunione svoltasi nel luglio del 1964, un mese propizio alle congiure. Durante questa riunione sarebbe stata offerta ad un alto ufficiale dei Servizi segreti militari, il generale Luigi Tagliamento, la gestione della cosiddetta strategia della tensione. Tagliamento l'avrebbe confidato ad un magistrato, affermando, in particolare, di essersi rifiutato di accettare un simile incarico e di aver per questo subìto una specie di ostracismo e un grave danno per la sua carriera. Anche perché "ciò che egli non aveva voluto fare, lo stavano facendo gli altri". Queste rivelazioni venivano fatte mentre la Commissione parlamentare stragi analizzava l'affare Gladio e i magistrati indagavano sullo stesso argomento.
L'elenco dei titoli di venti documenti segreti sul tentato colpo di Stato del generale Giovanni De Lorenzo - informative e lettere che vanno dal 1964 al 1991 - fu inviato in quei giorni al Presidente della Commissione stragi con i nomi di novantacinque persone che avrebbero dovuto essere arrestate dai golpisti. Novantacinque e non settecentotrentuno, quanti in effetti sarebbero stati nel mirino dei golpisti, parlamentari compresi. Né presso gli archivi dei Servizi né altrove fu trovata la lista completa, sebbene fossero stati trovati negli archivi del Sismi i titoli dei documenti che avrebbero dovuto contenerla. Tutto questo avveniva dopo la morte di Vito Miceli: era assai probabile che egli fosse a conoscenza non solo dei fatti raccontati ai giornali, ma anche dei retroscena che quei fatti in qualche misura anticipavano e lasciavano sospettare.
Cominciava a diradarsi la nebbia che aveva impedito di vedere a pochi metri di distanza e che aveva provocato "incidenti" a catena nella vita della nazione. Ma se qualcuno avesse preparato con cura il teatro sul quale si alzava il sipario, tuttavia, non ci sarebbe stato chi potesse sbugiardarlo: l'attore principale del vecchio proscenio non c'era più. Mi chiesi se il generale, siciliano fino al midollo, l'avrebbe fatto, avrebbe cioè sbugiardato gli architetti del teatro di cartone, e se, in particolare, avrebbe detto la sua quando sarebbe stata inaugurata la nuova strategia della tensione, stavolta affibbiata alle coppole storte dall'Isola.
Non riuscivo a spiegarmi, anche per questo motivo, perché il generale non avesse usato alcuna precauzione nei suoi colloqui con i giornalisti e si fosse affidato alla discrezione degli uomini della clinica per mantenere riservato il luogo in cui avrebbe subìto l'intervento operatorio. Altrettanto incomprensibile appariva la leggerezza con la quale erano state assunte le decisioni che avrebbero portato il generale sotto i ferri. Quel contesto suggeriva di informarmi con discrezione se fosse stata effettuata l'autopsia dopo la morte. Ero sicuro della risposta negativa ma pretendevo una conferma alla congettura. Seppi presto di non essermi sbagliato: non c'era stato alcun esame autoptico perché nessuno l'aveva richiesto. Le circostanze della morte avevano convinto tutti della sua accidentalità.
La mia iniziativa tuttavia non si rivelò del tutto inutile. Tutt'altro. Ebbi modo, proprio in questo frangente, di conoscere un altro sconcertante particolare. Prima di lasciare la clinica, i congiunti del generale vennero invitati a firmare un documento che sollevava la casa di cura da ogni responsabilità. Era un episodio di routine? Da che cosa era dettato quel bisogno? dal timore che la morte di Vito Miceli potesse essere attribuita all'imperizia dei medici? Un sospetto come l'errore medico, avrebbe trascinato un altro sospetto, in considerazione della personalità della vittima. La liberatoria assumeva dunque un significato in quella circostanza.
Al punto in cui ero arrivato, occorreva dare ordine al lavoro e svolgere il mio compito senza pormi obiettivi precisi, né impormi di dimostrare alcuna tesi. Mi sarei regolato a seconda degli eventi. Dovevo, comunque, mettere insieme una qualche strategia che tenesse conto degli strumenti di cui avrei potuto disporre. Non dovevo dimenticare di essere solo all'inizio e che soprattutto né l'autorità giudiziaria, né i congiunti avevano trovato alcunché di anomalo nella morte di Vito Miceli. Sembravano anzi tutti persuasi che essa non nascondesse alcun intrigo.
(Continua)
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