Ci sono personaggi che vivono ai confini. Ai confini della vita. Ai confini della realtà. Ai confini del Male. Credono nei valori che non professano, in amicizie che non rispettano, in un futuro che non sognano. Progettano con puntiglio la loro esistenza, le intenzioni, gli obiettivi mentre vivono alla giornata; nonostante la fervida intelligenza e la luce che emana dal loro sguardo, affrontano ogni istante della vita come fosse l'ultimo. La loro collera è fredda, tranquilla, ragionevole, sanno rappresentare con alterigia la loro umiltà e sanno essere alteri con umiltà. Oscuri e trasparenti, tracotanti e comprensivi, ogni volta che ne incontri uno è come incontrarli tutti. L'ambiguità che questa condizione fa nascere impoverisce ogni gesto, ogni parola, ogni azione. Un paradosso.
Non è schizofrenia, sono replicanti, due persone in una, ma è una duplicità che non provoca conflitti. Fernando Piazza è uno di questi. Seppi della sua presenza a Palermo attraverso un giornalista, lo incontrai in Piazza Politeama, a Palermo, accanto ad un camper adibito alla donazione del sangue. Lo riconobbi con difficoltà, perché aveva tagliato barba e baffi, i capelli si erano ingrigiti e portava un paio d'occhiali. Mi porse la mano e strinse la mia con un esagerato calore. Esordì in modo cortese ma affettato. Era proprio lui, Fernando Piazza? La pinguedine, l'altezza - un metro e ottanta circa - il modo di fare sbrigativo e l'accento marcatamente siciliano fecero cadere presto ogni dubbio. Tolse gli occhiali, quasi che volesse aiutarmi a riconoscerlo: il suo sguardo d'aquila, duro e profondo, era difficile da dimenticare. Volle sapere perché avessi voluto incontrarlo, e gli riferii che stavo lavorando alla ricostruzione degli ultimi dieci anni della storia del nostro Paese, dal 1989 al 1999: cercavo perciò episodi inediti da raccontare. "Le storie inedite, i bravi giornalisti, se le tengono per sé", ironizzò, infatti, ma poi aggiunse: "Sei interessato a qualcosa in particolare?"
"Beh, sì...", risposi imprudentemente. "Le conseguenze della caduta del muro di Berlino sui servizi segreti".
"Si sa già tutto", osservò.
"Non ne sono persuaso", replicai.
Mi afferrò affabilmente per il braccio, spingendomi lontano dal luogo affollato in cui ci trovavamo.
"Che cosa vuoi che ti dica...", disse scrollando le spalle. "È cambiato tutto e non è cambiato niente. I nomi, le facce dei nemici, non i metodi, gli scopi. So quello che sanno tutti: la rete di spioni, manutengoli, boss reclutati da una parte e dall'altra sono stati ammazzati, sono finiti in galera o hanno dovuto inventarsi un nuovo lavoro. Chi ha creduto di potere continuare a vivere del suo, cioè di ciò che sapeva, ci ha lasciato le penne. Ogni tempo ha i suoi protagonisti e le sue ragioni. Alcune persone per bene hanno cercato di rifarsi una vita e non hanno tollerato che sul loro capo ci fosse la spada di Damocle. Non che nutrissero sfiducia verso qualcuno, ma non hanno sopportato che magari, a causa di un equivoco, di una malattia, di un bisogno, il patrimonio di conoscenze diventasse merce di scambio o oggetto di ripicca. Insomma si sono tutelati. Ma sono stati eliminati anche quelli che hanno servito onestamente la loro parte".
"Onestamente?"
"D'accordo, fedelmente, altrimenti non si capisce niente. Non avevano scelta".
Sapeva ciò che mi interessava: vita, morte e miracoli del generale Vito Miceli. Ebbi la sensazione che stesse girando attorno.
"Eliminati, dunque. Come? fisicamente?", domandai.
Squillò il suo cellulare, prima di rispondere si allontanò da me di qualche passo. Inarcò le spalle e grugnì invece che parlare. Concluse la conversazione telefonica con aria corrucciata e mi disse che era costretto a lasciarmi. Sarebbe rimasto volentieri a chiacchierare, ma non poteva. Gli chiesi se fosse possibile incontrarlo di nuovo nei prossimi giorni. "Mi farò vivo, non ti preoccupare", assicurò. E batté la mano sulla mia spalla. Colsi allora un lieve indugio, come se stesse ripensandoci; tornò ad avvicinarsi a me, stavolta con aria circospetta. "Qualora affiorasse qualche dubbio o disaccordo per i documenti concernenti questioni comuni alle tre forze armate e ad altri dicasteri, l'autorità nazionale era la sola a decidere sulla fiducia da accordare a qualsiasi persona o azienda industriale".
Stava riferendomi del potere del generale, senza farne il nome.
"L'autorità nazionale? Di che cosa parli?", chiesi.
"Di niente", rispose con un sorriso enigmatico.
Stavolta fui io a trattenerlo. Ormai giocavamo a carte scoperte. O stavo sbagliando?
"Era lui l'autorità nazionale", chiarì.
"Lui, chi?"
"Lui, proprio lui. E chi se non lui decideva chi meritasse fiducia e fino a che punto. Aveva la responsabilità esclusiva di tutto. Contava più del Capo dello Stato".
Fece un cenno di saluto con la mano e se ne andò, con passo svelto. Sentii uno stupido impulso a seguirlo, del quale avrei riso con me stesso. Assaporai la piacevole aria tiepida di un mattino palermitano pieno di sole, nonostante l'inverno inoltrato. L'uomo di confine mi lasciava con i suoi enigmi, le vaghe insinuazioni, il viaggio nel mondo degli innominabili. Niente nomi, niente fatti.
Lessi gli articoli d'appoggio alla cronaca della cerimonia funebre di Vito Miceli: il coccodrillo di circostanza, dovuto a qualsiasi rappresentante delle istituzioni. Né le circostanze della morte, né il fatto che essa fosse avvenuta alla vigilia di una importante deposizione in Commissione strage furono enfatizzati. I resoconti erano tutti pressoché dello stesso tenore. Un brano m'incuriosì: "Tutto era andato per il meglio, ma già quella sera sono arrivate le complicazioni: un primo infarto aveva fatto scattare l'allarme...Poi c'erano stati i miglioramenti, ma cinque giorni fa una ricaduta. Sono subentrate importanti deficienze della funzione cardiaca...".
Mi chiesi che cosa significasse quel 'Tutto era andato per il meglio'. Alla perizia con la quale i medici avevano eseguito l'asportazione della prostata? alle cure prestate fino a quel momento? al decorso post-operatorio? Fino a quando "tutto era andato per il meglio"?
"La salma, vestito scuro e rosario tra le mani, riposa nella penombra della camera ardente. Appoggiato alla parete il coperchio della bara con la targhetta dorata: Generale di Corpo d'Armata, onorevole Vito Miceli 6.1.1916-1.12.1990...". Un breve commento: "Una vita consumata tra l'esercito e i servizi segreti...,ha attraversato quasi tutti i misteri dell'Italia repubblicana, compresi quelli di Gladio, venuti alla luce solo adesso e sui quali l'ex capo del Sid avrebbe potuto dire molte cose".
Cercavo il 'non detto', la velata insinuazione, le supposizioni, i sospetti, ma non trovai nulla di tutto ciò.
"È morto alle 6,40 di ieri. Un infarto, il terzo negli ultimi dieci giorni. A metà dicembre avrebbe dovuto deporre davanti alla Commissione stragi".
Gli elementi per un dubbio, un interrogativo, c'erano tutti, ma nessuno si poneva domande, come se tutti quanti avessero trovato le risposte in quella morte. Che le cronache fossero tutte dello stesso tenore non mi meravigliò affatto. Contrariamente a quanto comunemente si crede, nonostante la concorrenza e le gelosie di mestiere, succede che i cronisti omettano e scrivano le stesse cose. Non c'è bisogno che si mettano d'accordo attorno ad un tavolo, né che ricevano ordini dall'alto. Credo che sia dovuto al fatto che parlino quasi esclusivamente tra loro o con le stesse persone. Sempre.
Altro brano, altra testata: "L'intervento era riuscito, ma soltanto dopo poche ore il suo cuore s'era fermato una prima volta. Terapia intensiva per cinque giorni, poi il secondo infarto la sera del 27. A tal punto grave che i medici decidevano di trasferirlo in rianimazione..." E più avanti il bollettino medico: "Le condizioni del paziente, pur persistendo gravi, erano migliorate".
L'intervento aveva avuto successo, ma il cuore del paziente non aveva retto. Vito Miceli, insomma, non era morto sotto i ferri, perché l'operazione era stata eseguita con maestria. Ciò che era avvenuto dopo, non era nel conto. Imprevedibile, grave a tal punto da non consentire ai medici di salvare il paziente. Più avanti, lo stesso cronista annota: "Miceli soffriva anche di ipertensione e di diabete".
Avevano messo sotto i ferri un iperteso, cardiopatico e diabetico: quante possibilità avrebbe avuto di superare l'anestesia totale cui era stato sottoposto? Un cronista del Giornale raccontava qualche particolare. "Era entrato in clinica il 20 novembre per essere sottoposto ad un check-up di controllo. 'Ci vediamo fra una settimana', aveva detto alla sua segretaria. L'esame aveva però evidenziato una ipertrofia prostatica...". E questa ipertrofia aveva consigliato l'intervento. Temettero un tumore? Non lo sapevo. Benigno comunque, di certo non si trattò di cancro. Asportata la prostata, eseguiti i controlli, scoprirono infatti che era un adenoma, comunissimo in età avanzata.
Nella vita piena di misteri che i cronisti raccontarono, con dovizia di particolari, solo la morte apparve a tutti un incidente inevitabile. Persino la prosa pareva adattarsi alla fiduciosa versione dei fatti: "Il tempo passa inesorabile e cancella, via via personaggi e protagonisti della stagione delle trame eversive... Ora è toccato improvvisamente a Vito Miceli che, dopo essere stato ascoltato dal giudice Casson su Gladio, aveva deciso di sottoporsi ad una operazione in una clinica privata. Soffriva di cuore ed è stata rapidamente la fine, con alle spalle i settantacinque anni suonati di vita complicata".
I giornali sospettosi per consuetudine e collocazione politica rinunciarono alla solita filiera di dubbi, enigmi, misteri e segreti accontentandosi di un'unica certezza: "Ha portato con sé, non c'è dubbio, molti segreti". Sull'Unità una curiosa osservazione: "È come se fosse partito all'improvviso, lasciando a metà una serie di appunti, un lavoro, un impegno, un libro da chiudere con le ultime pagine, una nota spese senza il totale... Sia detto con tutto il rispetto dovuto a chi muore, Vito Miceli, ex capo del Sid dal 1970 al 1974, di cose ne ha sapute e ne sapeva tante. È stato l'unico generale, dal dopoguerra ad oggi, arrestato per cospirazione".
Mi parve di qualche interesse l'agenda delle incombenze del generale nel mese di dicembre 1990, pubblicata da un quotidiano: "Avrebbe dovuto svelare i nomi di coloro che autorizzarono lo smantellamento dei depositi di munizioni ed armi in dotazione a Gladio senza avvertire gli americani. Due circostanze che i generali Fortunato e Serravalle non avevano chiarito". E ancora su Gladio: "Gran parte dei misteri dell'operazione Gladio sono concentrati nel 1972, anno della strage di Peteano, del ritrovamento dell'arsenale clandestino di Aurisina e della frettolosa decisione del Sid di smantellare i Nasco... Vito Miceli era uno dei pochi ad avere il quadro esatto della situazione. Le sue affermazioni sarebbero state messe a confronto di quelle rese dai generali suoi sottoposti già ascoltati. Serravalle era preoccupato per la vocazione alla guerra civile di molti gladiatori e propose lo smantellamento al capo dell'ufficio 'R' del Sid, Fausto Fortunato, ma l'imprimatur fu dato da Miceli". Conclusione: "O Miceli (e i capi del Sid) erano padroni incontrastati della rete clandestina di resistenza, oppure i documenti dai quali risulta che i politici non furono informati, sono stati manomessi. Vito Miceli, dunque, avrebbe dovuto chiarire aspetti di non poco conto. Il rischio che queste domande non trovino risposta, esiste". Una certezza del cronista: "In queste ore gli uomini del Sismi, sicuramente, frugano tra le sue carte, nella casa signorile e discreta di Via Flaminia 331. È prassi normale, burocraticamente corretta".
Corretta? Consueta ma illegale: solo la magistratura può ordinare la perquisizione in casa di un cittadino, qualunque sia il suo ruolo pubblico. Prosegue il cronista: "Avvenne anche dopo la morte dell'ammiraglio Eugenio Henke e del generale Giovanni De Lorenzo, entrambi capi dei servizi segreti, che uomini dei servizi visitassero gli appartamenti alla ricerca dei documenti 'dimenticati' a casa".
"Il quinquennio di Miceli alla testa del Sid - ricordava l’articolo - passò alla storia come il periodo della strategia della tensione: da Piazza Fontana al Golpe Borghese, dalla Rosa dei Venti alla strage di Peteano fino ad Argo 16 e a Gladio...Nel 1980 il suo nome comparve nella lista della loggia massonica P2 di Licio Gelli con il numero 491".
Ogni nome evocava un evento tragico, un mistero irrisolto, un segreto ben custodito. Coloro che lessero, quel giorno, gli articoli dedicati alla morte del generale, dovettero ricevere la sensazione di vivere in un paese di fantasmi crudeli. Dalla registrazione di un servizio televisivo, trasmesso il giorno successivo alla morte, appresi che "il generale, comparso poco più di un mese fa a Venezia negli uffici del giudice Casson, era apparso stanco, invecchiato, forse già sull'orlo dell'infarto".
Il collasso cardiocircolatorio, imprevedibile per i medici, era stato previsto già un mese prima. Al giornalista della Rai era bastato guardare in faccia Miceli. L'imprevedibilità si nutriva del suo contrario ed entrambe, prevedibilità ed imprevedibilità, in una sorta di contrappasso, comunicavano la morte ormai prossima.
L'acuto cronista riferì anche che il generale "sfuggì per un pelo ad un attentato, quando una bomba firmata da un sedicente gruppo territoriale antifascista fece saltare in aria il suo appartamento". Lapidario il commento finale: "Una vita tutt'altro che tranquilla". E una morte prevedibile ad occhio nudo.
(continua....)
L’ultimo giorno del generale /2 Vito Miceli morì in ospedale
E’ lì che si può compiere un delitto perfetto?
Una fonte indispensabile di informazioni statistiche. Consulta l'intero archivio o esegui una ricerca.
Consulta l'intero archivio o esegui una ricerca.