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L'indagine/7. Il mistero della morte del capo del Sid in una cartella clinica? I segreti portati nella tomba: Pecorelli, Varisco, Dalla Chiesa...

di Salvatore Parlagreco
20 giugno 2010 11:15
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Dario Miceli avrebbe indossato divisa e mostrine, ed avrebbe radunato attorno a sé le ragazze della buona società nei balli dell'aristocrazia palermitana. Ha lineamenti perfetti, occhi penetranti, una figura slanciata, possiede buone maniere e parole giuste. Avrebbe potuto contare su uno zione potente e uomo di mondo che lo adorava. La sua carriera negli alti gradi dell'esercito sarebbe stata assicurata. Invece vive un tempo che non è il suo, ha scelto una professione agli antipodi di quella dello zio, il giornalismo, e per giunta cominciando con una testata storicamente di sinistra, perciò 'eversiva' come il giornale 'L'Ora' di Palermo. Durante l'adolescenza, contratto il virus del giornalismo, sognò a lungo di raccogliere i segreti dello zio in un libro che gli avrebbe aperto le porte del successo. Ma lo zio gli parlava di tutto meno che degli affari suoi, che erano le cure dello Stato e le amicizie importanti che coltivava. Dario ricevette così solo piccole confidenze senza importanza, vaghe osservazioni sulle difficoltà del lavoro. Non poté scrivere mai nulla sul conto dello zio né si occupò mai di vicende collegabili in qualche modo a lui o alla sua attività. Nonostante ciò, subiva le attenzioni dovute al suo cognome ed all'importante congiunto.

 I segreti di cui si riteneva fosse a conoscenza Vito Miceli e la professione scelta costituivano una miscela infernale ed erano in molti a credere che il giovane giornalista prima o poi avrebbe ricevuto le informazioni giuste. Il generale, invece, pur servendosi di molti giornalisti, non immischiò mai nelle sue storie il nipote. E questo merito gli va riconosciuto. Lo stesso Dario Miceli, pur rammaricato per la mancata realizzazione del sogno di uno scoop provocato dalle rivelazioni del generale, riconosce che così facendo, lo zio ha tutelato la sua - come dire? - integrità.

Tempo addietroi ero stato destinatario di un suo legittimo sfogo sulla precarietà del lavoro giornalistico e sulle scarse opportunità che esso offriva. Mi aveva accennato al suo sogno giovanile dello scoop ed al fatto che esso fosse stato seppellito nella tomba del generale. La morte, infatti, aveva impedito a Vito Miceli di scrivere il memoriale più volte annunciato proprio nel 1990. Dario mi aveva raccontato con rammarico le cause che avevano provocato il decesso dello zio, affermando che, forse, l'intervento chirurgico alla prostata non avrebbe dovuto essere eseguito. Quell'ammissione mi aveva incuriosito e avevo provato a saperne di più, chiedendogli notizie più precise sulle circostanze della morte, ma Dario sapeva poco o nulla, e soprattutto riteneva che non ci fosse nulla da scoprire, dato che la morte era stata causata da un collasso cardiocircolatorio.

Chiacchierammo a lungo sulla vicenda e furono proprio le sue parole a sollecitare il mio interesse per la sorte di Vito Miceli, al punto da decidere di ricostruire il caso e di scriverne. Credo che Dario abbia subito capito quali fossero le mie intenzioni e non abbia voluto scoraggiarmi, ma questa è soltanto una mia impressione. Quando ci incontrammo nuovamente, a casa mia, e su mia richiesta, Dario esordì chiedendomi notizie sulla mia indagine. Naturalmente ammisi di star lavorando al caso: non fece mistero del suo scetticismo, ma non tentò di dissuadermi. Gli proposi di lavorare insieme, ma declinò subito l'offerta e mi avvertì che nessun componente della famiglia sarebbe stato interessato al mio lavoro. "Non c'è nulla su cui indagare", affermò perentorio. Cercai invano di carpire un gesto o una parola che tradissero una volontà diversa.

"Ho bisogno della cartella clinica", gli dissi.

"È un problema", ammise.

"Te la senti di affrontarlo?"

"Non me la sento, ma ci provo ugualmente. Se ti dicessi il contrario saresti pure capace di sospettarmi di reticenza. E in questa storia non ci sono reticenze da parte della famiglia... Semmai voglia di tranquillità".

"È vero", risposi. "Non hai scelta".

"Lavoravo al giornale L'Ora e quell'improvviso ritorno di mio zio sulla ribalta della cronaca, per un momento tornò a farmi intravedere, stavolta concretamente, lo scoop della mia vita...", riprese, sorridendo di sé. "Lo chiamai a telefono più volte. Parlo del 1990, naturalmente. Gli chiesi se non avesse in mente, finalmente, di buttare giù il memoriale che stava annunciando. Lo so, ero piuttosto ingenuo, ma non me ne dolgo. Del memoriale avevamo già parlato qualche altra volta con lui. L'estate precedente, nel 1989, era venuto in Sicilia, nella sua villa di Bonagia per trascorrere le ferie. Era stato lui stesso a dirmi di tenermi pronto: avrebbe avuto bisogno di me per riordinare i suoi ricordi in una specie di diario. Era un progetto, dunque, e non un sogno. Ma non andò in porto...".

"Per quale ragione?"

"La malattia di mio cugino Vincenzo, anzitutto. Zio Vito stava appresso ai medici, fece di tutto per salvarlo. E questo provocò molti rinvii. Vincenzo sarebbe morto due mesi dopo mio zio...Nei giorni di Gladio, quelli che precedettero la sua morte, il direttore mi sollecitava a prendere contatto con lui per ottenere almeno una intervista esclusiva, ma anche questo fu impossibile. 'Ne riparleremo più in là', mi diceva".

"Lo fece sapere a tutti di voler parlare, ma rinviava", gli feci osservare.

 "Esatto, stavano proprio così le cose. L'aveva a morte con tutti. Con i magistrati, i politici, i giornalisti, tutti quelli che sottraevano tempo prezioso alle cure del figlio. Un pomeriggio, però, mi disse che non aveva affatto abbandonato l'idea, anzi riteneva che fosse arrivato il momento giusto per mettere nero su bianco. Entro un paio di settimane avrebbe sistemato tutto e si sarebbe dedicato al memoriale. Gli domandai, lo ricordo perfettamente, quali faccende avesse da sbrigare così urgentemente. 'Facciamo passare questa bufera', mi spiegò. 'In questi giorni non faccio che andare su e giù tra Roma e Venezia per la vicenda di Gladio'".

"Un momento…”, -  lo interruppi – “è stato interrogato una sola volta dal giudice Casson. A te avrebbe detto che andava su e giù da Roma a Venezia. Significa che di quelle conversazioni nessuno sa niente. Sei sicuro che...".

"Certo che sono sicuro. Ricordo tutto come fosse ora. Perfino le sue parole 'Poi mi toccherà di passare un paio di giorni in ospedale per un piccolo intervento. E subito dopo dovrò presentarmi alla Commissione stragi per deporre sui fatti che avvennero quando ero a capo del Sid'. Volli informazioni sul genere di intervento. 'Per la verità mi sembra un'esagerazione', mi disse. 'È una stupidaggine, si tratta della prostata. Il mio medico dice che è meglio togliersi il pensiero subito, mi ha assicurato che è una questione di un paio di giorni'. Ma non si può rimandare, visto che sei così impegnato? chiesi. E lui, di rimando: 'Il medico dice che è meglio farlo subito, ma non preoccuparti, è una sciocchezza. Tieniti pronto, fra un paio di settimane cominciamo'. Lo chiamai la settimana successiva. Il direttore del giornale L'Ora voleva un'intervista. E ricevetti l'ennesimo rifiuto. Per lui non era il momento. In quell'occasione mi parlò di Gladio. La definì una tipica vicenda italiana. Se la prese con i comunisti, definendoli traditori. E spiegò perché li riteneva tali. Al tempo in cui si temeva un'invasione armata dell'Italia da parte dell'Unione Sovietica, Togliatti disse che i comunisti non sarebbero scesi in campo per difendere i confini d'Italia. 'Non ti sembra un buon motivo per definirli traditori?' fece brusco. 'Questa è storia, basta leggere i discorsi di Togliatti'. Non sapevo che cosa dirgli, se compiacerlo o meno. Mi rendo conto che a sentire queste cose oggi si possa sorridere, ma mio zio era figlio del suo tempo e le sue parole rispecchiavano quel clima. Qualche giorno dopo mi capitò una cosa strana. Seguivo la protesta degli operai della Keller di Palermo per il mio giornale, quando fui avvicinato da un vecchio compagno di scuola che lavorava alla Digos. Conversammo alcuni minuti per ricordare i tempi andati, poi cambiò argomento. 'Allora - disse - tuo zio è tornato in prima pagina'. Non ci frequentavamo da molti anni e mi meravigliai che sapesse di quella parentela. 'Come faccio a saperlo? Dimentichi che lavoro alla Digos'. Poi mi prese sotto braccio: 'Ascolta un vecchio amico. Non parlare a lungo a telefono con tuo zio, almeno in questi giorni'". Questo significa che i servizi gli stavano addosso, che volevano sapere , gli feci notare. Contava molto. Sono rimasto impressionato da un episodio del 1973. L'allora presidente della Repubblica, Giovanni Leone, avrebbe chiesto un parere a mio zio sulla probabile candidatura di Giulio Andreotti alla Presidenza del Consiglio. Mio zio avrebbe posto un vero e proprio veto, motivandolo con queste parole: 'Andreotti svolge una politica troppo disinvolta'. Dietro queste parole si nascondeva, naturalmente, il sospetto che Andreotti fosse troppo compiacente con i comunisti. Pochi giorni dopo quel colloquio, Leone avrebbe riferito all'interessato il parere del generale, che a quel tempo era capo del Sid. Il capo dei Servizi faceva parte di una supercommissione composta dalle più alte autorità dei paesi della Nato. Mentre alcuni paesi erano rappresentati da politici e uomini di governo, l'Alleanza aveva voluto che l'Italia fosse rappresentata da un solo uomo, Vito Miceli. Si fidavano di lui e basta...Quel parere dato a Leone fu considerato da alcuni nulla di più che un pettegolezzo, ma credo che si tratti di un episodio realmente accaduto e che mio zio caldeggiasse, a quel tempo, la candidatura di Aldo Moro, che l'aveva voluto tre anni prima al vertice del Sid. La famiglia era all'oscuro di tutto ma qualche volta mia zia Giuseppina, la moglie del generale, ebbe una piccola parte, nelle vicende del generale. Quando mio zio era in isolamento al Celio, a causa del mandato di cattura spiccato dal giudice padovano Tamburino per il golpe Borghese, ricevette la visita dell'ex Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che parlò a lungo con lei. Dopo averla ascoltata, Cossiga le consigliò di andare a parlare con i magistrati, mia zia invece riferì tutto al marito, che l'invitò ad astenersi da ogni iniziativa, perché era meglio evitare di alzare altro polverone".

"Il memoriale voleva scriverlo sul serio".

"Proprio così, mi preparai per questa evenienza leggendo quasi tutto. Lo sai che il difensore di mio zio nella vicenda del golpe Borghese era Coppi, l'avvocato di Giulio Andreotti? Coppi gli era stato consigliato da un amico. Quando mio zio seppe di Andreotti, affidò la difesa agli avvocati Flick, Aricò e al palermitano Girolamo Bellavista. Gli andò bene, perché venne assolto dall'accusa di avere favorito i golpisti di Valerio Borghese".

Sulla cartella clinica Dario non promise nulla, perché la decisione - disse - non dipendeva da lui. Avrebbe dovuto richiederla il padre, fratello del generale. Promettemmo di rivederci dopo due giorni ma non ci vedemmo né dopo due giorni né dopo un paio di mesi. Trascorse più di un anno. Scambiammo qualche telefonata, durante la quale mi tenne al corrente delle difficoltà di ottenere la cartella clinica. A metà del 1998, non ricordo se nel mese di giugno o di luglio, mi diede la notizia che la cartella clinica era stata richiesta, e tre mesi dopo mi disse che era stata consegnata al padre. Il fatto che l'avesse in possesso, comunque, non significava che avrei potuto prenderne visione. Finalmente, dopo altri quattro mesi, credo nel febbraio del 1999, Dario mi riferì che avrebbe potuto mostrarmi la famosa cartella clinica. "Solo mostrarmi?", domandai. La risposta fu vaga, e non me ne dolsi più di tanto. Avevo avuto una grande pazienza e non volevo distruggere tutto a causa di una intemperanza, tra l'altro non giustificata. Tornammo così a vederci a casa mia. Dario aveva lasciato da tempo il giornale e lavorava in Rai, lo schermo televisivo ne aveva fatto un personaggio piuttosto noto ed apprezzato. Lo trovai sereno e ben disposto, molto più distaccato sulle vicende dello zio di quanto non lo fosse stato in passato. Il memoriale era ormai un ricordo sul quale tornare a sorridere.

Conversammo a lungo di piccole cose. Volle sapere che cosa intendessi fare della documentazione sanitaria e quali obiettivi mi proponessi con la mia indagine. Confessai di non avere le idee chiare e di non sapere dove sarei andato a parare. No, non ero affatto sicuro che suo zio fosse rimasto vittima di un intrigo e che la sua morte fosse stata 'aiutata' da qualcosa o qualcuno, ma non potevo escludere che le cose fossero andate così a causa di una serie di piccoli fatti e coincidenze che mi avevano sorpreso ed incuriosito. Al punto in cui mi trovavo, dissi, non mi piaceva tornare indietro e mi proponevo di raccontare il mio lavoro, così come l'avrei svolto, avendo cura soltanto di salvaguardare le persone che mi aiutavano a capire e a ricostruire i fatti. Come? Omettendo le loro generalità e tacendo sui luoghi per evitare che fossero riconosciuti.

Dario fu schietto anche in questa occasione: né lui né la sua famiglia ritenevano che ci fossero prove o indizi tali da far pensare ad un crimine. Quanto alla cartella clinica, essa era stata richiesta per una questione di scrupolo ed era stata esaminata per la stessa ragione. Nessuno aveva trovato alcunché da dire e, per quanto riguardava lui ed i suoi familiari, avrei potuto a mia volta esaminarla ad evitare che si potessero costruire fantasiose tesi sulla vicenda. La documentazione, in definitiva, avrebbe dovuto mettere un punto fermo. Con questo spirito, concluse, la sua famiglia mi permetteva di prendere visione della documentazione clinica.

Sospettai che stesse subendo la volontà altrui, ma la cosa non mi riguardava affatto e non spesi una parola per saperne di più. Quel che contava era la cartella clinica e la disponibilità di Dario. Depose il documento sul tavolo del mio studio e mi mostrò una targhetta del servizio segreto dell'esercito italiano: un antico planisfero attorno al quale era iscritto un motto, omnia silendo ut audeam nosco. Conosco ogni cosa tacendo ed ascoltando.

 "Vito Miceli quel motto se l'era cucito addosso", disse.

"Vedrò tutto più tardi", feci, indicando la cartella. "Vorrei che tu mi raccontassi qualcosa sui suoi ultimi giorni. Dopo le ferie di Bonagia non lo rivedesti più?".

"Lo rividi il giorno prima che morisse, il 30 novembre 1990. Andai a Roma con mio padre a trovarlo. Appena arrivati in clinica fummo accompagnati nella stanza che era stata messa a disposizione della moglie del generale, la zia Pina. Erano le 10,30 circa. Mia zia era distrutta dalla stanchezza. Aveva trascorso la notte con il marito in sala di rianimazione. Ci recammo insieme dallo zio Vito. Nel corridoio incontrammo un giovane medico. La zia ce lo presentò come uno dei cardiologi della clinica. Il medico stava proprio uscendo dalla stanza del generale, mia zia gli chiese se ci fossero novità e lui rispose negativamente. 'Tutto a posto', disse. 'Fra un paio di giorni il generale sarà dimesso. Sappiamo che ha fretta di rimettersi in sesto... Lo attendono impegni importanti'.

Entrammo in sala rianimazione. Lo zio era disteso sul lettino con le flebo attaccate alle braccia e un tubicino che collegava le narici ad una bombola ad ossigeno. Mio padre gli chiese come stava. Lui fece un lieve gesto con le braccia. 'Non dovrei essere qui', disse, 'ma in Svizzera, da quel medico che dice di potere salvare la vita di mio figlio'. Credo che trattenesse a stento le lacrime. Poi mi guardò ed accennò ad un sorriso. 'Allora, generale Custer, che cosa mi racconti?' Soleva chiamarmi così perché a quattro anni avevo indossato il costume di Custer con le decorazioni militari sulla giubba bianca, la sciabola, gli stivali. Gli raccontai che peggio di così al giornale L'Ora non poteva andare. Stava chiudendo, proprio alla vigilia del mio passaggio al professionismo. Cercai parole di circostanza, ma non sono mai stato bravo in simili frangenti. Gli ricordai che avevamo un progetto comune. La zia Pina, che sedeva accanto a lui, interruppe la nostra conversazione, disse di aver dimenticato di riferire al marito un messaggio. Il generale si voltò verso di lei. 'Pochi minuti fa ha telefonato il dottor...', la sentii mormorare. Il nome non potei sentirlo, la zia si era avvicinata all'orecchio del marito e sussurrava. Zio Vito cambiò espressione, si adirò visibilmente e volle sapere come facesse il 'dottore' a sapere che si trovava in quella clinica. La zia Pina, evidentemente, non si aspettava una simile reazione. 'Non lo so - rispose - comunque voleva farti solo gli auguri di una pronta guarigione'. Il generale ebbe un gesto di stizza, nonostante le flebo e il tubo dell'ossigeno. 'Cos'altro ti ha detto?' domandò. 'Niente - rispose lei - ti manda i saluti e basta'. Entrò a quel punto una infermiera che ci pregò di lasciare la sala di rianimazione. Il generale doveva riposare. Lo salutammo che erano le undici del mattino. 'Non potrò più aiutarti', disse, rivolto a me. Furono le ultime parole che ascoltai da lui. Nel pomeriggio rientrammo a Palermo in aereo. Il giorno dopo, alle 6 del mattino circa, squillò il telefono. Lo zio Vito era morto. Ascoltai con pignoleria tutti i giornali radio e i giornali televisivi, registrandone alcuni... Miceli era tornato l'uomo dei misteri, del golpe Borghese, di Piazza Fontana, della Rosa dei Venti, della Loggia P2. Ricevetti la telefonata di un collega importante da Roma. Voleva sapere se mi avesse lasciato qualcosa di scritto. Un documento, delle carte. Mi parve una richiesta pazzesca. Ammesso che mio zio l'avesse fatto, avrei mai potuto offrirli ad un collega? Ritornammo a Roma con mio padre per i funerali. Mi informai se avessero effettuato l'autopsia o contassero di farlo. Ebbi una risposta negativa. Non ve n'era ragione, mi spiegarono. Ma la mia era soltanto una richiesta d'informazione, non una sollecitazione. Colsi nei discorsi solo il rammarico per quell'operazione che aveva portato il generale alla morte. Si parlò di una decisione avventata del medico di famiglia. Qualcuno cercò questo medico, senza trovarlo. Sul libro delle firme il suo nome non c'era. Non aveva mandato nemmeno un biglietto, un telegramma. Niente. Qualcuno disse in seguito che era introvabile, di lui s'erano perse le tracce. Allora non ci feci caso, poi con il tempo mi sono chiesto per quale ragione quell'uomo fosse scomparso dalla circolazione".

Il racconto di Dario Miceli confermava tutte le informazioni in mio possesso e questo era sicuramente un dato positivo. Come aveva trascorso l'ultima notte il generale? L'aveva trascorsa con la moglie?*** La donna era stata rassicurata dai medici ed invitata ad andare a riposare, ma in clinica era rimasto il figlio. In clinica, non nella sala di rianimazione. "Dalle tre e mezzo alle cinque del mattino il generale rimase solo?", domandai a Dario . "Ci sono regole negli ospedali, nessuno può assistere i pazienti in sala di rianimazione".

Durante la mia adolescenza ho consumato più libri gialli che matite. I gialli, in estate, riempivano la mia giornata, mi tenevano a letto fino a mezzogiorno e mi impedivano di dormire in ore decenti. Ne leggevo uno al giorno. Preferivo le storie precedute dalla lista dei personaggi principali e, tra queste, quelle che mettevano in testa alla lista il detective. Senza di lui, deus ex machina della storia, non mi fidavo dell'autore. Il detective non perdeva mai la sua partita con il cattivo, il criminale, il colpevole. E questo mi piaceva. Sopravviveva a terribili prove e risolveva le più ingarbugliate situazioni grazie al suo superbo intuito. La giustizia trionfava e come nei vecchi western i criminali, al pari dei predatori di scalpi, pagavano le loro colpe un istante prima che compissero il massacro, s'involassero o uccidessero il protagonista. Mi chiesi come avrei fatto a compilare l'elenco dei personaggi principali della storia che stavo per raccontare. C'erano o no personaggi principali? Avrei dovuto assicurare alla storia un archivio di indizi da distribuire sapientemente, designare i luoghi incaricati di ospitare la vittima e i colpevoli.

Il generale non era stato spinto sotto un treno né aveva subito un agguato di lupara. Non si era suicidato con un colpo di pistola alle tempia né era caduto con il suo aereo. Non potevo seguire il presunto assassino nella speranza che si tradisse, né intercettare le telefonate dei cattivi o parlare con i confidenti ubriaconi. Il fatto che il generale potesse convivere con un adenoma alla prostata e che quell'operazione chirurgica fosse stata un clamoroso errore non aveva nulla di misterioso. Avrebbe potuto suscitare una legittima riprovazione ma nulla di più. E quel medico di famiglia sparito non era forse una caso esemplare di fuga dalle proprie responsabilità? L'annuncio delle prossime rivelazioni, l'imminente deposizione in Commissione stragi, la conversazione con il giudice veneziano Felice Casson, l'attentato subito, la valigetta piena di documenti, la memoria dei fatti drammatici di cui era stato protagonista per più di un decennio, erano sicuramente lo scenario giusto per un delitto. Ma gli scenari creano le condizioni per il delitto, non lo realizzano né lo provano; sono essenziali nella finzione letteraria, non nella realtà. Un delitto può consumarsi in un ambiente anonimo, fra personaggi qualunque, per motivi futili. Uno scenario grigio può trasformarsi in un giallo, in cui l'autore può addebitare a chiunque ciò che vuole, senza doverne rispondere alla propria coscienza o all'autorità giudiziaria. Sospettare il delitto nella storia del generale Vito Miceli significava affermare che l'arma del crimine fosse stato un farmaco con il quale si combatte la morte e che a dare la morte fossero stati dei medici. Consapevolmente o meno. Impossibile. A meno che i protagonisti della storia, quelli veri, di cui non sapevo niente, non avessero agito all'insaputa di tutti. Dovevo dunque supporre che i personaggi principali della storia non indossassero le consuete maschere e che la realtà della quale mi occupavo fosse così complessa e oscura da superare la fantasia di uno scrittore di gialli. Quella che mi accingevo a fare era dunque un'esperienza nuova non solo per me, ma per qualunque autore.

Avrei dovuto assecondare la realtà fino in fondo, così come si andava dipanando nel corso dell'indagine, e tenerne il filo senza mettere nulla di mio. E confidare che la realtà mi regalasse continuamente buone ragioni per sorprendermi. Quest'ultima considerazione m'indusse all'ottimismo: il 1990 era stato davvero un anno intenso, una specie di boa attorno alla quale giravano le vicende di un secolo terribile. Quell'anno calamitava tutti i complotti del secolo, ne costituiva il terminale e l'anello di diramazione. Bastava sfogliare un giornale qualsiasi di un giorno qualsiasi. A distanza di dieci anni potevo leggerne i reverberi ambigui. Il presidente della Repubblica ceca, Vaclav Havel, smentiva un episodio chiave di quel 1990. Nessun fascicolo era stato consegnato al governo italiano dieci anni prima sul terrorismo rosso foraggiato dal regime cecoslovacco. "È avvenuta una consegna di documenti da parte degli italiani - dichiarava Havel - ma questi non avevano nulla a che vedere con le brigate rosse né con il sequestro di Aldo Moro". Il 'dossier Havel', quindi, non è mai esistito. Perché nel 1990 sia stato fatto credere il contrario è un mistero.

Dalle trincee e dalle fogne della guerra fredda stavano uscendo spioni e manutengoli, che cercavano di vendersi al miglior offerente. Dossier e documenti, nelle nebbie dei depistaggi incrociati, diventavano irriconoscibili: vangeli apocrifi e verità si confondevano. In questi luoghi il generale compì gli ultimi rischiosi tentativi di riscrivere la sua storia e quella dei suoi nemici. O dei suoi ex alleati. Chi poteva saperlo? Giusto dieci anni prima, nel febbraio del 1981, in circostanze analoghe, mentre si combatteva un'altra guerra fra bande e spie espulse e in disarmo, Vito Miceli, aveva rivelato i collegamenti che l'Urss manteneva in Italia. "Abbiamo raccolto testimonianze, indizi, documenti, non certo chiacchiere da salotto sui collegamenti con l'estero, soprattutto con i sovietici. Il Kgb dirige e smista le operazioni di destabilizzazione attraverso infinite cellule e canali diplomatici... Il Sid scoprì che ventidue funzionari e ufficiali sovietici della rappresentanza diplomatica in Italia, a villa Abamalek, e nei vari consolati russi non solo facevano opera di spionaggio ma destabilizzavano. Proposi l'espulsione - quell'anno la Gran Bretagna aveva espulso 105 agenti sovietici per la stessa ragione - in una riunione con Moro, che era agli Esteri, Restivo, agli Interni, e Andreotti. Quest'ultimo si oppose e la proposta fu bocciata. L'Urss rimpiazzò gli agenti bruciati senza scandali e senza rinunciare alla rete messa in piedi... Cercai di spiegare al Presidente del Consiglio ed a altri ministri a più riprese che era necessaria una politica internazionale più energica per fermare l'azione di destabilizzazione dell'Urss e dei suoi alleati, ma non fui ascoltato.

 I servizi hanno fatto la loro parte nel tempo della mia direzione. A Ostia, nel 1973, abbiamo arrestato un commando palestinese agli ordini del generale George Habbash. Doveva abbattere un aereo israeliano ed era munito di due lanciamissili sovietici Strela, gli stessi con i quali qualche anno dopo Daniele Pifano e altri autonomi hanno scorrazzato per l'Italia... Gli Strela sono sofisticati, sconosciuti in Occidente".

Alcuni giorni dopo lo sfogo, una bomba esplose sul pianerottolo della casa del generale, in via Val di Maggio, e fu rivendicato dai Gruppi territoriali antifascisti. Miceli stava vedendo un film in Tv con la moglie e il figlio Alessandro. Rimasero illesi: l'ordigno, molto potente, provocò solo danni all'abitazione. "Sono un militare - disse Miceli ai giornali - ho fatto la guerra e ci vuole altro che un botto per farmi paura. Ma l'attentato, prevedibile per la mia attività politica, non è stato organizzato solo contro di me. Ha coinvolto anche i miei familiari".

Perché quell'attentato sarebbe stato prevedibile? L'Italia era diventata un albergo a ore per i servizi segreti di tutto il mondo e la Sicilia di Vito Miceli veniva messa a ferro e fuoco dalla guerra di mafia. Con l'agguato mortale a Piersanti Mattarella s'era inaugurato il golpe che avrebbe cancellato tutti i vertici siciliani: capo del governo, capo dell'opposizione, capo della procura, giudice istruttore, ufficiali dei carabinieri. Una ecatombe che per molti anni gli inquirenti si sono ostinati a considerare come la conseguenza del conflitto fra la vecchia mafia e il clan emergente dei corleonesi. E nel 1990? La mafia creava le condizioni politiche perché fosse giustificato un intervento per 'salvare' il Paese da un governo imbelle, incapace di mantenere l'ordine e la sicurezza dei cittadini. Una mafia ideologicamente golpista non è mai esistita, ma una mafia funzionale ai disegni delle strategie internazionali ha fatto la storia del Paese.

Ad ogni tentativo di golpe corrispondeva esattamente una guerra di mafia o l'azione stragista delle cosche. Nel '70, nel '73 e nel '79 la mafia era stata coinvolta nelle trame golpiste, nella strategia della tensione, negli attentati terroristici, ed ogni volta, chiusa la vicenda, era riuscita a contare infinitamente di più. Chi teneva i fili delle trame italiane? Da dove venivano gli ordini? Quali compiti erano affidati ai servizi segreti? Che cosa sapeva di tutto questo Vito Miceli, siciliano di Trapani, luogo in cui i Servizi avevano organizzato una loro base? E quanto contava tutto questo nella sua morte per imperizia? Fui preso da una spasmodica voglia di sapere. Un sapere disordinato, purché appartenesse al mondo frequentato dal generale.

Spesi molte ore consultando saggi, relazioni, inchieste giornalistiche. Feci un censimento degli alti ufficiali vittime di incidenti mortali, di suicidi e morti improvvise. Il quadro che mi si presentava davanti era davvero impressionante: l'Italia era una specie di Libano dove i Servizi di diversi Paesi si scontravano anche al loro interno perché rappresentavano spesso interessi contrapposti. Un episodio mi parve esemplare, la misteriosa fine del colonnello Renzo Rocca, agente coperto che lavorava per conto dei produttori di armi e finanziava le iniziative anticomuniste. Il 24 novembre 1990, mentre il generale era ricoverato in clinica, il suicidio di Rocca divenne un delitto. Una pura e semplice  coincidenza? Il 15 dicembre, quattordici giorni dopo la morte di Vito Miceli, fu reso pubblico  ogni dettaglio. Rocca aveva voglia di comperare prosciutto e melone per gli ospiti che aveva invitato a cena ed il suo autista si era recato nell'ufficio di via Barberini per accompagnarlo a casa in auto. Invece - dissero - si era sparato un colpo alle tempia. Strane coincidenze, ma nulla di più. Il delitto Rocca, come altri episodi, non era una pista, ma un mezzo per interpretare il contesto. Che i due si conoscessero era indubbio, perché lavoravano nel servizio segreto militare durante gli anni che precedettero l'incarico a Vito Miceli di dirigere il Sid. Ma non sapevo altro.

Trascorsi alcuni giorni rimuginando sul da farsi. Le pause con il passare del tempo divennero sempre più lunghe e scoprii, con rammarico, di star perdendo il filo degli eventi. Avevo ora la cartella clinica, ma non ero in grado di decifrarne i contenuti perché non possedevo le conoscenze adatte. Occorreva che venisse esaminata da medici affidabili. Non uno ma più medici specialisti, un urologo ed un cardiologo anzitutto. Sarei tornato dallo stesso urologo che avevo interpellato la prima volta. Come potevo pretendere che professionisti seri ed avveduti denunciassero la colpa o addirittura il dolo dei loro colleghi a dieci anni di distanza, sulla base di una cartella clinica che non avrebbe certo potuto portare con sé le prove di un'azione criminosa o della stessa imperizia? Stavo mettendo le mani avanti. Mi pareva proprio di sì, ma questo sequestrava i miei pensieri in quell'occasione.

 Dovevo sforzarmi di essere concreto ed efficiente. Rividi alcuni miei appunti per prepararmi a quegli incontri. Avrei dovuto porre le domande giuste per ottenere risposte utili e comprensibili. ©

Ma fu chiesto  alla mafia di uccidere Dalla Chiesa e rivendicarne il delitto: le rivendicazioni possono essere depistaggi. C'era stato un altro delitto  che avrebbe fatto rumore in quei giorni, vittima un giornalista, Pecorelli. Quel Pecorelli di cui Miceli si sarebbe servito per combattere Giulio Andreotti. Una inestricabile sciarada conduceva al generale. Cercare una soluzione avrebbe richiesto un lungo lavoro di ricerca fra carte processuali. Con quale proposito? Mi resi conto di quanto fosse difficile mantenere diritto il timone dell'indagine.

 

(Continua)

 

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parlagreco 21 giugno 2010   10:19
L'utente ha risposto al commento anonimo del 21 giugno 2010. Visualizza »

Gentile Dott. Parlagreco, con questa puntata l'inchiesta su Miceli è finita, o ci sono altre puntate? Non ho letto nè "continua", nè "fine".

 

Grazie.

L'indagine continua, naturalmente. E' stata una dimenticanza del redattore.

Anonimo 20 giugno 2010   19:22

Gentile Dott. Parlagreco, con questa puntata l'inchiesta su Miceli è finita, o ci sono altre puntate? Non ho letto nè "continua", nè "fine".

 

Grazie.

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