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L'indagine 8/ Gli ultimi giorni di Gladio e l'audizione di Vito Miceli. Il generale si consegnò alla morte

di Salvatore Parlagreco
26 giugno 2010 20:40
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Il generale non era un uomo che sopportasse il destino senza alzare un dito: avrebbe afferrato una sbarra di ferro arroventato senza battere ciglio per evitare di subirlo. Allora perché si piegò come un giunco alla sorte che aveva deciso di condannarlo? Se l'uomo e la sorte pensano in modo diverso, che cosa impone di agire nel senso voluto dalla sorte? Che cosa trasforma il ferro arroventato in giunco? La tragedia di Vito Miceli è senza tempo: conserva le risposte ad un enigma solenne che l'uomo non ha mai risolto. Tutto ciò che Vito Miceli faceva - a sentire coloro che lo conobbero - era premeditato.

 

Perfino i sentimenti lo erano. E la collera fredda, l'alterigia, l'atteggiamento irridente. Era lui stesso il destino. Per questa ragione abitò in un luogo misterioso, al quale non fu né estraneo né partecipe, come il viaggiatore che smarrisce il sentiero e fa buon viso a coloro che l'accolgono in una terra che non conosce. Metteva tutto sulla bilancia, come i droghieri del secolo scorso, senza guardare il peso, confidando nell'abitudine e nell'esperienza. Come loro, non si preoccupa del buon fine della pozione, ma della sapiente mistura che riesce a combinare. Il fine era la mistura e non i risultati. Forse c'è una buona dose di narcisismo in quella bilancia, perché gli uomini che hanno in mano il destino dei loro simili si compiacciono della propria condizione. Che il generale si fosse consegnato alla morte era indubbio. Che l'avesse fatto consapevolmente non riuscivo proprio a crederci.

 

L'enigma era tutto qui e non avevo alcuna possibilità di risolverlo. La sua soluzione non l'avrei trovata fra le carte, né parlando con coloro che lo conoscevano. Quello che avvenne nella testa e nel cuore di Vito Miceli avrei dovuto capirlo da solo. Sentivo tuttavia che una spiegazione doveva esserci e che il caso non c'entrasse niente in questa storia. L'imperizia e la strafottenza, forse, ma non il caso. Mettevo in fila con pazienza i pensieri ogni volta che ricevevo una nuova informazione. Pensai che il generale avrebbe riso dei dubbi che le sue ultime decisioni suscitavano dentro di me. Questa idea bizzarra non scalfì la mia ferrea convinzione che avesse in qualche modo scelto la sorte che gli era stata preparata, che avesse accettato l'epilogo, comunque non l'avesse ostacolato. Nel senso del rischio e non che si fosse consegnato con le braccia aperte alla morte. Il generale sapeva come costruire i segreti, oltre che mantenerli. Per indole e per mestiere. Quando era costretto a scoprirne uno, si comportava come i devoti di San Gennaro dopo una lunga attesa: il giorno del miracolo si genufletteva e ringraziava il padreterno per occhio di mondo, senza curarsi dei particolari. I segreti danzavano attorno a lui: li annusava e li inseguiva con la stessa ansia del cane che cerca tra i rifiuti il cibo per sopravvivere, senza preoccuparsi degli odori. Anzi, davanti ad essi si raccoglieva come il sacerdote prima dell'apertura della teca che conserva il corpo di Cristo. I cattivi odori gli rimanevano addosso, come a chiunque cerchi tra i rifiuti, ma l'evento restava solenne perché lo elevava a tutta la grandezza degli interessi ai quali si era votato. Se li portava appresso i segreti, li teneva chiusi nella valigetta che aveva sempre con sé. Finirono con l'accompagnarlo nell'aldilà? Più che oggetto di venerazione, i documenti della valigetta assomigliavano a quei congegni che permettono ai capi di Stato di scatenare la fine del mondo premendo un pulsante. Mi furono raccontati dei particolari a proposito della valigetta di cui non so ancora che cosa pensare.

 

Li riferisco così come mi sono stati raccontati. Due settimane prima di entrare in clinica, quindi a metà novembre del 1990, o qualche giorno prima, Vito Miceli consegnò la valigetta ad un congiunto (il consuocero?), dopo avergli mostrato il contenuto. La consegna sarebbe avvenuta all'indomani dell'incontro con il sostituto procuratore di Venezia, Felice Casson, su Gladio. Il generale era sul punto di andare in Svizzera, dove avrebbe dovuto incontrare il medico che aveva in cura il figlio Enzo, malato di cancro. Quali documenti conteneva la valigetta e perché essi continuavano a seguire Vito Miceli, sedici anni dopo l'uscita dal Sid? Quelli erano i giorni di Gladio, ed è perciò possibile supporre che riguardassero proprio Gladio, ma si tratta solo di una deduzione, sprovvista di indizi concreti. Secondo il mio informatore, la valigetta fu conservata in un garage per una decina di giorni. Domandai chi l'avesse conservata nel garage, mi fu risposto con un "non so" davvero incomprensibile: nemmeno questo particolare era chiaro, la qualcosa m'indusse a dubitare sulla veridicità dell'intero racconto. Rimase davvero dieci giorni in garage? Non ottenni risposta. Ciò che pareva ovvio, non fu confermato, Quando il generale tornò dalla Svizzera riprese la valigetta e la portò con sé. Dove? Fu nascosta in un altro luogo o portata in clinica? I congiunti dissero di non saperne niente. E il consuocero? Affermò di averla ricevuta senza badare al suo contenuto, rifiutandosi addirittura di prendere conoscenza dei documenti. Forse non sospettò di nulla perché non era in grado di comprendere l'importanza dei documenti: il generale era per lui nient'altro che un parlamentare, un uomo delle istituzioni e non un agente segreto. Era teoricamente possibile dunque che, consegnata al consuocero, la valigetta fosse passata a qualcun altro. Chi? La questione mi sembrò di enorme importanza perché l'episodio si sarebbe svolto a pochi giorni dal ricovero in clinica. Ipotizzai, in mancanza di meglio, che la valigetta avesse influito in qualche misura sugli eventi. Se avesse contenuto copie di documenti, sarebbe stata un salvacondotto, un'assicurazione sulla vita, ma se avesse contenuto gli originali, la sua scomparsa avrebbe eliminato il problema. O quasi. Il perché è intuibile. Scomparsi i documenti sarebbe rimasto Vito Miceli.

 

E c'era un sacco di gente nel 1990 che aveva voglia di ascoltarlo a causa delle esternazioni degli agenti della Cia alla televisione italiana e le conseguenti polemiche che esse avevano provocato, Dubitavo che quel bailamme del 1990 avesse sorpreso gli ex agenti della Cia e che costoro avessero parlato al solo scopo di incassare la mercede dai mezzi d'informazione o di aprire il loro banchetto di vendita sul mercato delle delazioni, così affollato dopo la caduta del muro di Berlino. Credevo piuttosto che tutto fosse stato concertato e che Vito Miceli fosse tornato in prima pagina insieme con la sua valigetta senza averne alcun merito. Era stato tirato per i capelli ma non si era sottratto alle domande del sostituto procuratore di Venezia. Il clima era così diverso dal passato che ritenni possibile un atteggiamento di collaborazione del generale, un suo contributo alla verità - alla sua verità - dal momento che non si sentiva più vincolato ad alcun patto, giuramento, legame politico, ideologico, di mestiere, Quel mondo non era più il suo, Se il presidente del Consiglio del tempo aveva giudicato opportuno svendere' i segreti italiani del dopoguerra e della strategia della tensione, quali buone ragioni restavano per fare l'eroe? Sarebbe stato, anzi, pericoloso tenere per sé tutto il peso di quella storia ormai finita. Meglio raccontare quanto sapeva, magari con qualche eccezione.

 

E qui, pensai, il generale commise una serie di errori, alcuni dei quali inconcepibili per un uomo della sua esperienza. Fece sapere di volere parlare invece che parlare, diede il tempo ed il modo di influire sugli eventi a chi non si aspettava regali da lui. Favorendo la sua dipartita? Come? Non lo sapevo ma ero sicuro che non avrebbero mosso un dito per evitare che finisse all'altro mondo. Mi pareva il minimo che potesse accadere in una simile circostanza e in quel mondo infido. Feci conto che l'episodio della valigetta fosse attendibile, presto però - capitava sovente da quando avevo cominciato ad occuparmi della vicenda - cambiai opinione: credibile o meno, la storia richiedeva una conferma e non mi sarebbe stato possibile trovarla nella stretta cerchia di amici e parenti del generale. Conclusi, forse per conciliarmi con me stesso, che l'episodio non fosse così importante come l'avevo prefigurato, che la consegna ed il trasferimento della valigetta non avesse alcun nesso con il ricovero in clinica e la sciagurata decisione di sottoporlo ad intervento chirurgico. Una pista cieca, dunque, Se ne avessi percorse altre alla ricerca dell'uscita, come si fa con i labirinti disegnati per gioco sulla carta, avrei perso l'orientamento. La constatazione m'irritò.

 

Scaricai la colpa per ciò che mi succedeva alla frenesia con la quale lavoravo e all'impossibilità di dedicarmi unicamente all'indagine. Avevo affastellato notizie, rincorso dettagli inutili. Occorreva invece fermarsi, guardarsi attorno, ragionare. Altrimenti il labirinto avrebbe sequestrato la ragione e le vie d'uscita, invece che opportunità, sarebbero divenute ostacoli. Il labirinto è il luogo dell'inganno. Ma anche quello della verità. Bisogna accarezzare le sue pareti, sentirne le screpolature, per raccogliere i segni che conducono alla verità. La verità? Qualcosa che possa assomigliarle, magari. Avrei percorso le strade del labirinto, una dopo l'altra, ma senza interferenze né fretta. Dapprima pensai di esaminare i casi di suicidio o di morti sospette nel mondo dei servizi segreti e negli alti gradi dell'esercito alla ricerca di possibili analogie con la morte del generale Miceli, ma l'impegno si rivelò troppo laborioso ed oneroso. Affidai la ricerca ad un mio collaboratore, un giovane sveglio al quale raccomandai di leggere le inchieste sull'argomento piuttosto che le collezioni dei giornali e dei periodici. Pochi giorni dopo lo misi in serie ambasce chiedendogli dì ricostruire i tentativi golpisti addebitati a militari e servizi segreti italiani e di preparare un dossier sul sequestro e l'uccisione di Aldo Moro. Perché Moro? Ho sempre creduto che il suo sequestro fosse il crocevia obbligato e da attraversare per capire le radici del nuovo mondo dei Servizi. Ma c'era un'altra ragione. In una delle lettere dalla prigionia, Aldo Moro aveva suggerito di far muovere Miceli "perché avrebbe saputo che cosa fare' .

 

Lo statista democristiano era ancora lucido, ma non libero: avrebbe potuto scrivere solo ciò che era gradito ai carcerieri. Aldo Moro ricordò Miceli, la sua lealtà e la gratitudine che gli doveva, i carcerieri non ebbero nulla da eccepire quando suggerì a chi avrebbe dovuto patteggiare la liberazione di rivolgersi a Miceli, capo del Sid. Il suggerimento non fu censurato, nonostante Miceli fosse per i brigatisti rossi il simbolo del nemico da abbattere. I brigatisti rossi che avevano sequestrato lo statista democristiano sapevano quale parte aveva avuto Miceli nella storia dei Servizi, quali fossero le sue idee e quali i rapporti difficili con i governanti del tempo, a cominciare dal presidente del Consiglio, Giulio Andreotti.

 

Che cosa volevano, dunque, i brigatisti da Miceli? Dopo aver spiegato con pignoleria al giovane collaboratore ciò che mi serviva, ripresi ad occuparmi del 1990, anno della morte del generale. Pensavo che fosse rimasta una zona d'ombra nella ricostruzione dei fatti e che guardarci dentro sarebbe stato utile. Il 1990 era l'anno di Gladio, e Gladio era in buona misura Vito Miceli. L'armata invisibile aveva dilaniato le istituzioni e continuava a farlo, fra polemiche, ipocrisie, ambiguità, nostalgie e furbizie. Feriti e con le ossa rotte, tutti furono in grado di tornare a casa con le proprie gambe.

 

Quattro gli episodi del 1990 meritevoli di attenzione: le rivelazioni degli ex agenti della Cia in luglio, che raccontano i legami fra l'Agenzia e la loggia massonica P2, alla quale Miceli era iscritto; la decisione del presidente del Consiglio, Giulio Andreotti di far sapere che Gladio è effettivamente esistita; il ritrovamento (in ottobre) delle lettere di Aldo Moro nel covo brigatista di via Montenevoso, a Roma; la circolare amministrativa, datata 28 novembre 1990, con la quale il governo italiano sospendeva l'attività di Gladio; infine, l'apertura di indagini, da parte del magistrato siciliano Giovanni Falcone sulle formazioni siciliane di Gladio e sui legami fra queste e le logge massoniche trapanesi. Cominciai a ragionare sui tradimenti della Cia: mi parve logico collegarli alle disavventure e che gli statunitensi subirono in quello stesso anno, con la scoperta di traffici che avevano consentito all'Iran di acquistare materiale bellico estremamente pericoloso, di tale entità da minacciare gli equilibri di forza nel Medio Oriente. Il trasferimento dei denari dalla filiale di una banca italiana (la Banca nazionale del lavoro) negli Usa era stato effettuato da compiacenti banche americane.

 

Le armi avrebbero potuto fare dell'Iran una superpotenza nell'area mediorientale. L'affare era stato concepito all'indomani di rovesci militari dell'amministrazione americana. Il tentativo di liberare i cittadini americani ostaggio degli ayatolìah con una incursione di marines si era risolto in un clamoroso insuccesso, che aveva trascinato l'allora presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter, alla sconfitta nelle presidenziali: Carter era stato battuto da George Bush, sotto la cui presidenza si svolse il cosiddetto Irangate. Il mosaico degli eventi mi parve perfetto. Vidi una chiara relazione fra gli episodi, ma non fui capace di accostarli al caso di cui occupavo. Ero andato troppo lontano, ma non me ne feci un cruccio, come avrei potuto rendermi conto di ciò che era avvenuto se non avessi sollevato lo sguardo. Venuto a conoscenza della delazione della Cia sugli affari italiani Giulio Andreotti ammise l'esistenza di Gladio, ma fino a un certo punto. Egli incappò in un curioso errore, che avrebbe successivamente addebitato ai suoi collaboratori. Di che si trattava? Andreotti confermò Gladio ma avverti che essa era stata messa in liquidazione nel 1972.

 

Insomma, si trattava di una cosa vecchia, senza alcuna relazione con il presente. Ma si sbagliava: nel 1972 erano stati chiusi alcuni arsenali militari di Gladio perché i carabinieri, quelli che non erano a conoscenza della loro esistenza e dell'armata invisibile, li avevano casualmente scoperti, credendo che si trattasse di depositi di ordigni appartenenti a bande eversive o a criminali organizzati. I l rumore attorno agli arsenali militari costrinse i servizi, i capi di Gladio e probabilmente i responsabili dell'Alleanza atlantica, a riorganizzare Stay behind, a renderla meno visibile, a non esporla ulteriormente, Il ritrovamento degli arsenali. infatti, fu protetto con depistaggi e forse qualcosa di più. Alcuni mesi dopo il ritrovamento delle armi, alcuni carabinieri furono uccisi in un attentato a Peteano.

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Anonimo 28 giugno 2010   20:19
L'utente ha risposto al commento anonimo del 28 giugno 2010. Visualizza »

Dott Palangreco Lei è veramente convinto che il Gen. Vito Miceli  amante della italianità e convinto assertore dell'italia come Grande Nazione fosse stato ucciso da una banale e pur sempre difficile operazione di Prostata  che comportava tutti i rischi? o da altro? la sua morte è stata dovuta  proprio perchè era sopravvissuto all'operazione e come ha scritto Lei dopo le parole della MOGLIE all'orecchio sul letto  dell'ospedale, aveva compreso che non poteva più  bloccare i suoi avversari che lo volevano morto, avendo, i suoi avversari, reso innocui le carte del suo salvacondotto alla vita sua e della sua famiglia che fino a quel momento gli erano servite come salvacondotto alla vita e  ormai si sentiva un cadavere perchè dai suoi scritti si envince  che L'amatissimo Gen Vito Miceli aveva programmato tutto per il salvacondoto suo e della sua famiglia a vivere, e non ha sacrificato la sua vita per salvare proprio quella della sua famiglia? (attentato = avvertimento) altrimenti perchè  si muoveva fra la gente senza alcuna scorta? e mediti a lungo e in profondità per la decisione del perchè non sia stata fatta  la autopsia dopola sua morte  spero di leggere la prossima puntata molto interessante su uno dei tanti  tanti misteri dell'italia

La fantasia in Italia non è ancora reato. Viene da sorridere a leggere le teorie complottistiche spesso prive di fondamento, di testimoni, di tutto. Solo ipotesi, supposizioni, teorie, aria fritta.

Anonimo 27 giugno 2010   14:13

Dott. Parlagreco, nuova dimenticanza della redazione. Continua, o fine?

 

La ringrazio.

Anonimo 27 giugno 2010   06:57

Dott Palangreco Lei è veramente convinto che il Gen. Vito Miceli  amante della italianità e convinto assertore dell'italia come Grande Nazione fosse stato ucciso da una banale e pur sempre difficile operazione di Prostata  che comportava tutti i rischi? o da altro? la sua morte è stata dovuta  proprio perchè era sopravvissuto all'operazione e come ha scritto Lei dopo le parole della MOGLIE all'orecchio sul letto  dell'ospedale, aveva compreso che non poteva più  bloccare i suoi avversari che lo volevano morto, avendo, i suoi avversari, reso innocui le carte del suo salvacondotto alla vita sua e della sua famiglia che fino a quel momento gli erano servite come salvacondotto alla vita e  ormai si sentiva un cadavere perchè dai suoi scritti si envince  che L'amatissimo Gen Vito Miceli aveva programmato tutto per il salvacondoto suo e della sua famiglia a vivere, e non ha sacrificato la sua vita per salvare proprio quella della sua famiglia? (attentato = avvertimento) altrimenti perchè  si muoveva fra la gente senza alcuna scorta? e mediti a lungo e in profondità per la decisione del perchè non sia stata fatta  la autopsia dopola sua morte  spero di leggere la prossima puntata molto interessante su uno dei tanti  tanti misteri dell'italia

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