Più di un investigatore si è occupato dei golpe, veri o presunti, degli attentati e dei complotti italiani. L’Italia era il confine naturale fra il mondo occidentale e quello comunista, nel suo interno questa divisione si replicava perfino nei condomini.Qualcuno, come il giudice bolognese Libero Mancuso, è arrivato a conclusioni audaci. Secondo Mancuso operava in Italia un'unica centrale criminale: una specie di holding che diversificava le fonti di approvvigionamento e gli obiettivi, raccoglieva i fondi e investiva in aree, settori e uomini diversi mettendo d'accordo tutto e tutti. Un'idea vecchia quanto il mondo, perché propone la congiura universale.
Il teorema di Libero Mancuso aveva un filo conduttore, Licio Gelli, uomo di raccordo fra i servizi segreti, le logge massoniche come la P2, la mafia, l'estremismo neofascista. Licio Gelli si sarebbe adoperato per conservare il potere della sua P2 e dei suoi alleati. I vertici dei corpi militari, dei servizi segreti e di molti apparati sarebbero stati scelti sulla base della loro affiliazione alla P2, un'élìte massonica di provata fede atlantica. Mancuso fondava il suo ragionamento su alcuni episodi. Seppe molte cose scavando nei dissidi fra generali, alcuni si lamentavano dei privilegi concessi dagli alti comandi a coloro che avevano in tasca la tessera di Licio Gelli.
Nel 1979 Gelli in effetti divenne così potente ed autonomo da costringere gli americani – imbarazzati e forse preoccupati di essere coinvolti nei suoi traffici - a scaricarlo e a mettere al suo posto un faccendiere romano legato ai Servizi, Francesco Pazienza, che da oscuro traffichino divenne in breve tempo maestro della loggia e uno dei più ascoltati uomini dei servizi segreti italiani. Nel giugno del 1980, il colonnello Amos Spiazzi e l'agente massone Marcello Soffiati commissionarono ad un personaggio noto negli ambienti del terrorismo di destra, Marco Affatigato, un documento che dà per avvenuto il golpe militare. I fatti messi insieme da Mancuso erano tali e tanti da lasciare esterrefatti. Ma niente avrebbe dovuto sorprendere, dopo avere letto le indagini dei magistrati siciliani sul tentativo di golpe di Michele Sindona nel 1979. Com'è possibile che qualcuno, sano di mente, concepisse la sola idea di separare la Sicilia dall'Italia con un colpo di Stato affidato alle cosche? E come avevano potuto gli americani dar credito a Michele Sindona? Nulla, proprio nulla, poteva essere escluso durante la partita mortale che si combatteva nel mondo in quel tempo.
Il siciliano Vito Miceli faceva parte di questo contesto aggrovigliato e impenetrabile.
Il mondo diviso in due giustificava l’illegalità, la violenza, il cinismo, i crimini più efferati. L’impero comunista usava le sue armi per fare capitolare l'Occidente e quest'ultimo faceva altrettanto, I capi di Stato discutevano di pace e cooperazione spendendo buona volontà e sentimenti di amicizia, mentre spie, mafiosi e terroristi combattevano le loro guerre private al servizio degli uni o degli altri. La mafia italiana, al pari delle altre organizzazioni criminali e terroristiche, trafficava droga, investiva denaro, comperava armi e le vendeva, destabilizzava o stabilizzava compiendo vere e proprie azioni militari, direttamente o affidandole alla criminalità comune,
Il golpe costituì un'arma impropria, divenne una minaccia, un avvertimento, disegnò un clima, fu uno strumento per instaurare consenso o dissenso o un via libera ad aggiustamenti interni.
Portella della Ginestra giunse all'indomani del successo elettorale della sinistra in Sicilia, il piano golpista 'Solo' del generale De Lorenzo fu preceduto dalle stragi siciliane di mafia, il principe Valerio Borghese cercò il coinvolgimento delle cosche per il suo progetto golpista del 1970, e lo stesso avvenne nel 1979 quando giunse in Sicilia il finanziere Michele Sindona.
Il generale Vito Miceli guidò il trafficò nel crocevia più pericoloso, al vertice del Sid. Quando cominciò il suo lavoro nei Servizi, nel 1970, la mafia siciliana cominciò ad americanizzarsi, passando dai traffici illeciti locali al contrabbando e alla droga, un'attività che presupponeva relazioni internazionali. Nello stesso anno, appunto il 1970, fu creata una rete dei servizi segreti nel trapanese, sede tradizionale di alcune logge coperte, ed è qui che comincia ad operare Gladio. Giovanni Falcone indagava proprio su queste “presenze” nel 1990 e nel 1991, prima che se ne andasse a Roma.
Vito Miceli sapeva? E se sapeva quale compito assunse?
Giovanni Falcone cercò di vederci chiaro e credette che esistessero strutture segretissime all'interno di Cosa nostra "con finalità ancora ignote ma certamente di enorme portata" Trovò prove inoppugnabili, per esempio, del fatto che la mafia fosse stata interpellata per salvare Aldo Moro. In una delle lettere dalla prigionia, Aldo Moro aveva suggerito di far muovere Miceli "perché avrebbe saputo che cosa fare". Lo statista democristiano era ancora lucido, ma non libero: avrebbe potuto scrivere ciò che era gradito ai carcerieri.
Falcone studiò un fascicolo classificato "riservatissimo" e firmato dal vice segretario di Stato Usa, capo del servizio antiterrorismo, Steve Pieczeni, il quale aveva dettato le regole di comportamento per il sequestro di Aldo Moro in tredici cartelle. Avrebbero dovuto rimanere in possesso di un organismo che coordina le attività dei servizi segreti italiani, il Cesis, invece, scomparvero, Il ministro degli Interni del tempo, Francesco Cossiga, sostenne che fu fatto quanto suggerito da Pieczenik.
Un alto ufficiale americano, Fletcher Prouty rilasciò una incredibile intervista al quotidiano l'Unità, incredibile per la fonte, non per i contenuti. Prouty disse che Kennedy come Moro, erano stati uccisi da mani diverse ma per Io stesso motivo: "Non si adattarono a decisioni superiori. Tanti altri sono stati uccisi come loro".
Fra questi c'era Vito Miceli?
Il complotto universale non portava da nessuna parte. Né Miceli, né la mafia avevano avuto un ruolo centrale nelle vicende golpiste del 1970. Erano quadri intermedi, ma pur sempre pedine. I servizi segreti italiani erano al corrente dei propositi di Valerio Borghese e degli incontri di Miceli con Borghese. Vito Miceli, con un documento consegnato al ministro della Difesa del tempo, Giulio Andreotti, fu denunciato come l'uomo del golpe. Il fascicolo accusatorio era stato preparato dal capitano Ignazio La Bruna. Per conto di chi? Il ministro Andreotti raccontò ai giudici che il capo dell'ufficio D del Sid, Gianadelio Maletti gli aveva riferito la parte avuta da Miceli a conclusione delle indagini del capitano La Bruna.
Andreotti suggerì di consegnare il fascicolo al generale Miceli nella convinzione che Miceli avrebbe spiegato ogni cosa allo stesso Andreotti, Il generale, avuto il documento da Maletti, avverti subito il ministro, e questi riunì i capi dei vari servizi. Furono ascoltate le bobine di nastri registrati, contenenti intercettazioni e deposizioni dei golpisti.
Fra Miceli e Andreotti si giocò una partita dura,
Il generale pensò di avere superato l'ostacolo con la sua mossa, ma non fu così, perché le carte giunsero ai magistrati provocando l'incriminazione e l'arresto. Aveva attinenza tutto questo con la morte del Generale in un letto d’ospedale? Qualunque fosse la risposta non era l’intrigo degli anni settanta la strada per giungervi-
La documentazione non conteneva l'esame ecografico, che avrebbe consentito di verificare se l'ipertrofia fosse tale da richiedere effettivamente l'intervento chirurgico urgente. Vito Miceli era un cardiopatico grave. Lo testimoniava la stessa cartella clinica. L'ecografia fu fatta, ma non ve n'era traccia, ed escludeva la presenza di un tumore, unica ragione che giustificasse l’intervento così rischioso per un cardiopatico.
L'intervento chirurgico rivelò che si trattava di un adenoma, appunto una prostata ingrossata. I risultati dell'ecografia non poterono che anticipare la presenza dell'adenoma. La condizione generale era definita discreta. Furono controllati apparato respiratorio e cardiocircolatorio, addome, peso, cute e mucose, stato locale: tutto ciò che i medici chiamavano "esame obiettivo all'ingresso". L'informazione più utile era in coda: descriveva la prostata"aumentata di volume di circa quattro volte, di morfologia conservata", Seguivano i dettagli dell'intervento, a cominciare dal tipo di anestesia praticata, la peridurale. A questo punto mi fermai. Non ero nelle condizioni di interpretare le carte che avevo sotto gli occhi. Afferrai il telefono e cercai d'impulso Gianfranco S. Era stato un urologo prima d'intraprendere la carriera universitaria e dedicarsi alla ricerca. Aveva sicuramente perso l'abitudine alla diagnostica, ma conservava le conoscenze adatte per farmi capire com'erano andate le cose.
D'accordo,sarei dovuto tornare dall'illustre professore che mi aveva"iniziato" all'indagine. Ricordai le sue parole -"il destino del generale, bisogna convenirne. è stato segnato dalla decisione di sottoporsi all'intervento chirurgico" - mentre componevo il numero telefonico di Gianfranco. Le aveva pronunciate come fossero le ultime dell'oracolo di Delfo, accompagnandole da gesti ecumenici. Quando stavo per congedarmi aveva osservato che il generale sarebbe vissuto a lungo con una prostata ipertrofica, avrebbe potuto dirmi di più se fossi tornato con la cartella clinica.
Composi il numero e attesi, pazientemente. Uno, due, tre squilli, poi la voce dell'infermiera segretaria."Desidera par are con il professore? E’ molto occupato, lei chi è? Potrebbe richiamare o può dire a me, riferirò appena possibile". Fluviale, incontenibile. La telefonata rischiava di diventare interminabile. Quella donna era mi aveva fermato sulla soglia e mi ci teneva da alcuni minuti con una serie di idiozie.
Cii vedemmo mezz'ora dopo nel suo studio. Diedi uno sguardo in giro, la terribile segretaria non c'era, Superai così la soglia dello studio agevolmente. Gianfranco S. mi accolse con la solita affabilità. Gli porsi le carte e le analizzò accuratamente, poi ripose tutto sul piano della scrivania e mi osservò senza dire una parola.
'Allora?", dissi.
"Che cosa ti serve?",domandò.
"Mi serve capire",risposi.
"Dobbiamo leggere insieme la cartella?"
"Certo, leggila e traducila per me?
"Hai già cominciato a sfogliarla?"
"Le prime pagine, poi mi sono arreso?'
Riprese in mano la cartella e riferì con pignoleria ciò che leggeva sulla copertina.
“Adenomiomatosi prostatico", sentenziò.
"Significa ipertrofia prostatica'
Assentì, sorridendo.
"La descrizione dell'intervento..?', incalzai.
"E’ stata effettuata un'incisione, un taglio dall'ombelico al pube, una cistotamia anterica.Si incide la vescica e si effettua una enucleazione digitale. Vuoi i particolari, no?"
"Esattamente, voglio i particolari. Che vuoI dire 'cistotamia enterica'. E questo l'unico modo di intervenire?"
"No, non lo è. Nel caso in esame il chirurgo infila il dito e toglie via il tessuto prostatico - il tessuto pesava circa cento grammi - quindi esegue la chiusura dei vasi sanguigni, cuce, infila il catetere e fa il lavaggio della vescica'
"Si sarebbe potuto fare diversamente? Era il modo giusto per un paziente come il generale?"
"Posso dirti che ci sono modalità meno invasive. La scelta non ha certo favorito il paziente'
"La scelta di operare o il tipo di intervento?"
"Per ora rispondo ad uno dei quesiti, mi riferisco al tipo d'intervento"
'Avrebbe dovuto essere operato?"
"Leggiamo l'anamnesi preventiva. Crisi anginosa, cioè cattiva circolazione coronarica, dolori allo sterno. Le condizioni generali non destavano soverchia preoccupazione'
"Discrete, questo è l'aggettivo che hanno usato'
"Che significato gli attribuisci?"
"Quello che ha'
"Si opera quando il paziente ha uno stato di salute discreto e non buono?"
"Si opera tutte le volte che è necessario. Quando le condizioni generali sono buone, quindi ottimali, la decisione dei medici è libera. Negli altri casi si deve analizzare la situazione, fare delle valutazioni. Sulla bilancia ci sono, da un lato, il rischio operatorio e, dall'altro, il male da estirpare. Durante la visita cardiologica il cuore di Miceli era nella norma. Gli misurarono la pressione e la trovarono buona, Apparato respiratorio, niente di particolare. Il giorno 20 fu trattato con farmaci che tendono ad innalzare la glicemia.ll paziente è in preda a brividi, sudorazione, Gli viene praticata una flebo di glucosio, gli somministrano farmaci vasodilatatori?'
"Era stato già operato?"
"Sicuro, questo è il trattamento post-operatorio. Il 22 novembre, dopo l'intervento, viene reidratato, assume antispastici, ma la sera si sente male, Alle 22,30, per la precisione. Deve essersi trattato di un attacco anginoso'
"Non ne sei certo?"
"Lo intuisco, perché qui non è descritto ciò che avvenne”.
"Davvero curioso, che cosa ti fa pensare questa lacuna?"
"Niente, non mi fa pensare niente, I medici intervengono urgentemente per arginare la crisi, Come, non lo so, Leggo che fanno un elettrocardiogramma, somministrano un po' d'insulina, La pressione è normale e c'è una ripresa del paziente, Dovrebbe avere superato l'attacco anginoso'
"Lo stress dell'intervento ha provocato l'attacco anginoso?"
"Le tue domande sono troppo semplicistiche, non posso darti risposte altrettanto semplicistiche. L’intervento chirurgico crea le condizioni ideali per un attacco anginoso in un soggetto come Miceli?'
'La terapia è adeguata?"
"Non sono un cardiologo. È possibile'
"Sembri reticente'
"Non lo sono.Vuoi sentirti dire ciò che non posso dire?'
"Continua”.
"Nei giorni successivi, 23 e 24 novembre, viene mantenuta la stessa terapia. Il 25 la flebo,ma il paziente è inquieto. Gli viene applicato il cerotto per le crisi anginose e gli somministrano un modesto vasodilatatore, il Nitroderm?'
"Nitroderm significa routine?"
"lì Nitroderm è un vasodilatatore piuttosto blando, la routine, tutto il resto Viene mantenuta ancora la terapia. Idem il 26, ma il 27 qualcosa cambia sostanzialmente. Viene introdotta la digitale, Lanoxin in compressa, 0,125 milligrammi. Linquietudine del paziente viene sedata con il Tavor. Il giorno appresso ripetono tutto. Il 29 novembre il generale subisce l'emotrasfusione, gli somministrano i farmaci che sappiamo e compare una anemia, mancanza di ferro nel sangue,sicché oltre all'insulina e alla digitale fa una flebo con potassio kappa. La trasfusione non sarà ripetuta il giorno dopo. Leggo soluzioni di glucosio al 500 perché perde liquidi, Tavor e Valium a gocce, ma non usano più la digitale e aumentano invece l'insulina e il potassio, che favorisce la contrazione muscolare. Il paziente è molto astenico, abbattuto. Alle 6 del mattino dell'uno dicembre l'arresto cardiaco. Intervengono con fiale di adrenalina, una endotriacale, ma l'impatto è rapido e violento. Poi il bicarbonato di sodio, ancora una fiala di adrenalina ed una intracardiaca. Ma il paziente non risponde alle sollecitazioni e muore, alle 6,40'
"Che tipo d'infarto ha subito?"
"Quello del giorno 22 è postero-laterale, cioè al ventricolo sinistro, di carattere evolutivo'
"Ho visto che hai esaminato anche la documentazione clinica, non solo la cartella. Gli esami e le analisi. C'è qualcosa che valga la pena di sapere?"
"L'elettrocardiogramma del 30 novembre, fatto a poche ore dall'infarto risolutivo, evidenzia segni di intossicazione digitalica, Ma non si può trarre la conclusione che ne abbia assunto più del necessario, L’elettrocardiogramma serve a riequilibrare la dose di digitale. Il valore relativo dipende dalla sensibilità individuale. Gli esami permettono di scoprire la dose giusta, l'irritabilità del paziente'
"Quale azione esercita la digitale?"
"La digitale incrementa la contrazione della muscolatura cardiaca, ha un effetto inotropositivo?'
"Posso affermare che la dose di digitale non fu quella giusta?" "Certo, fu un elevato tasso per lui, ma una cosa è una spina irritativa ed un'altra la causa della morte?'
"Per sapere quanto ha inciso la spina irritativa e quanto la decisione di intervenire chirurgicamente che cosa occorre?" "La questione avrebbe dovuto essere affrontata immediatamente. Sarebbe stato necessario un esame ematochimico, il che significa autopsia nelle ore successive al decesso?'
"Va bene, Miceli era un paziente che cconsigliava cautela. L'anamnesi suggeriva di differire o addirittura escludere l'intervento. Poi c'è da considerare il tipo d'intervento. La scelta è stata impropria,visto che già a quel tempo si praticava la prostatectomia transuretrale. Hanno effettuato un intervento demolitivo, giustificato soltanto se l'ipertrofia è imponente. Certo la prostata era quattro volte il normale, ma manca un'anamnesi urologica?'
"Negligenza?"
"In considerazione del soggetto, la negligenza può essere dolosa, premeditata, ma non lo sapremo mai. Non possiamo escludere niente, ma non possiamo accusare nessuno sulla base di indizi certi. L'autopsia avrebbe risolto l'enigma, ma non è stata effettuata'
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