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Misteri

L'indagine/11. La strana morte del Generale
I misteri della cartella clinica. Furono commessi errori?
La scomparsa del medico di famiglia

di Salvatore Parlagreco
19 luglio 2010 09:16
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Il cardiochirurgo avrebbe potuto sciogliere i dubbi dell’urologo in un verso o nell'altro. Ricordai le sue braccia distese accompagnare parole scelte con cura, i gesti di considerazione, le lunghe pause, i sapienti indugi, l'accondiscendenza affettata. "Devo convenire che…', avrebbe esordito. Ricordai la sensazione immediata che mi suggerì quello sguardo inquieto, le mani che s’intrecciavano, come se mi aspettasse. Un flash che mi mise in apprensione. E se non si fosse trattato di curiosità? Se avessi riferito alla persona sbagliata il lavoro fino a quel punto fatto?

'Allora,cominciò, la cartella clinica ce l'ha o no?" Di sicuro non aveva dimenticato né chi fossi né il perché mi trovavo davanti a lui.

Aprii la borsa e gli consegnai la documentazione. La soppesò quasi volesse accertarsi della consistenza fisica del fascicolo. Sfogliò ogni pagina con accuratezza, tamburellando con le dita della mano sul piano della scrivania. Di tanto in tanto dava uno sguardo verso la porta, stava spendendo il suo tempo: lo rubava alle visite, quindi al suo reddito. In più, stava per assumersi delle responsabilità, giudicando quelle carte. Vchi gliel’avrebbe fatto fare? Disposi l'animo alla benevolenza verso di lui, grazie a queste opportune considerazioni, e mi sentii meglio. Lo avvertii che non avrei fatto il suo nome ma avrei usato ogni parola che mi avrebbe detto, ma sembrava non ascoltarmi. Era concentrato sulla cartella clinica. Un buon segno.

Quando ebbe finito, erano trascorsi circa venti minuti, durante i quali avevo esaminato accuratamente ogni angolo del suo studio senza vedere assolutamente niente. Mi accorsi della sua faccia severa.

"Ha avuto una intossicazione da digitale", cominciò."E questo proprio non me lo spiego. Una intossidàzione dopo tre giorni di assunzione. Normalmente questi danni si riscontrano dopo sei mesi,quando le dosi sono errate".

Mi fece una lezione puntigliosa sulla digitale, dalla quale riuscii a capire soltanto che un buon medico si misura dalla capacità di dosare il farmaco in modo corretto. La qualcosa mi parve una terribile banalità, ma era proprio così? Forse non avevo le conoscenze adatte per comprendere appieno il senso delle sue parole. Lo pregai allora di valutare l'episodio dal punto di vista generale: l'opportunità dell'intervento chirurgico. Anche in questo il suo giudizio fu netto."La sua cardiopatia era severissima, i rischi per il paziente sarebbero stati gravi'

Si appoggiò alla scrivania con i gomiti, tenendo la testa fra le mani e assunse un atteggiamento pensoso e cupo, che mi parve estraneo al personaggio misurato, quasi che non fosse contento di sé o così volesse farmi credere. L’accademico spocchioso era scomparso, ora avevo di fronte un comune mortale costretto a giudicare gli errori altrui, magari con sofferenza.

"Era prevedibile che accadesse", dichiarò con una voce flebile e l’aria dispiaciuta.

"Prevedibile che sarebbe morto?", lo incalzai

"No, un momento?', fece mettendo le mani avanti.

La mia domanda, così cruda e diretta, dovette richiamarlo alla realtà. Credette di essere stato incauto. "Non voglio accusare nessuno”, continuò. “Come si fa a fare una diagnosi avendo solo delle carte da sfogliare, talvolta non basta nemmeno il paziente per capire. Le mie sono ipotesi astratte, frutto dell'esperienza, poi chi lo sa come mi sarei comportato al loro posto'

"Professore, mi dica, l'avrebbe operato?", chiesi.

"No, questo no, non l'avrei operato. La cartella clinica è chiara ,sono esplosi tutti i valori, il diabete, l'anemia'

Indugiò ancora,si concesse una lunga pausa. Poi riprese:"Mi  chiedo se sia stato assistito adeguatamente"

"Potrebbe essere più preciso, professore?"

"Non trovo alcun cenno di una consulenza cardiologica. Un cardiopatico così grave, quelle conseguenze così nette, e non c'è nulla che mi faccia capire'

Fece un gesto, come per dire lasciamo perdere, allora lo invitai ad esprimere compiutamente il suo giudizio, senza remore. Mi corresse, non aveva affato remore."Se ne avessi avute, lei non sarebbe qui", tagliò corto,

Non volle aggiungere una sola parole, nonostante lo rassicurassi che mai e poi mai avrei fatto il suo nome. Gesticolò, tossicchiò, grugnì e mi accompagnò alla porta sforzandosi di sorridermi, mentre tentavo di trovare le parole giuste per strappargli qualche altra informazione.Tutto inutile, on disse una parola in più. Lo ringraziai goffamente, girai le spalle e me ne andai di malavoglia, pensavo di essere stato fermato sulla soglia della vereità, c omunque di qualcosa d’importante, e provai una profonda irritazione. Quando mi congedò, tuttavia, mi parve davvero rammaricato, Mi trovavo già sul pianerottolo, davanti all'ascensore che non si decideva ad arrivare, e lui era rimasto dietro l'uscio lasciando la porta spalancata, quando mi confessò che non se la sentiva davvero di aggiungere nulla, perché sarebbe stato influenzato dai suoi umori e non da fatti inoppugnabili. E questo non poteva permetterselo, non solo per il suo buon nome ma perché mi avrebbe danneggiato, indirizzando la mia indagine verso una strada che avrebbe potuto rivelarsi sbagliata. La qualcosa mi fece riflettere sulle volte che emettiamo giudizi sballati e prematuri sul conto del nostro prossimo. Decisamente avevo incontrato una persona per bene.

Quando arrivai giù in portineria, presi il taccuino e scrissi tutto quanto potei ricordare della conversazione, senza trascurare nulla, nemmeno i pensieri che mi avevano attraversato e le cose che non avevo detto, C'erano molti punti su cui i medici che avevo interpellato concordavano. Sull'inopportunità dell'intervento chirurgico, per esempio, la decisione più grave, e sulla digitale, sulla quale avrei dovuto ragionare. Mentre per tutto il resto si rimaneva nel campo della negligenza, sulla digitale invece si poteva presupporre una una volontà. Sarebbe stata utile l'autopsia. Ma l'esame autoptico non l’avevano fatto e la digitale restava solo uno degli indizi a favore della causalità dell'incidente, Una intossicazione di digitale, mi aveva detto il professore, non arriva così presto, ci vogliono mesi. Perché si era rifiutato di trarre le conseguenze di quel ragionamento? La dose sarebbe stata modificata grazie ai risultati dell'elettrocardiogramma, ma non ci fu tempo, Il paziente, astenico, affrontò l'ultima notte. L'intossicazione aveva imposto la sospensione della somministrazione e la digitale era diventata un altro problema accanto al diabete, all'anemia e al cuore matto.

Ricordai la telefonata che aveva fatto irritare il generale, quel "dottor X", uno dei fantasmi della storia, insieme al medico di famiglia. Che cosa provocò la reazione dura di Vito Miceli? Dura e preoccupata. Chi aveva riferito al dottor X che il generale era ricoverato in quella clinica? Il medico si volatilizza dopo aver sollecitato il ricovero prima e l'intervento poi, il dottor X telefona a poche ore dalla morte e turba profondamente Miceli.

Mi accorsi di trovarmi ancora nella portineria dello stabile. Riposi il taccuino in borsa e uscii in fretta. Il giorno appresso, con calma, dopo avere letto gli appunti, tirai le somme di quanto avevo fatto. Nessuno, mi dissi, ha avuto dubbi sulla documentazione sanitaria. La cartella clinica raccontava fedelmente quel che era successo. Mancava soltanto l'ecografia, ma quella era stata fatta, probabilmente, prima del ricovero e non faceva parte, quindi, della cartella.

Il fatto che non l'avessi vista e non avessi potuto mostrarla era certamente una lacuna, ma non un problema. I risultati dell'esame non avrebbero potuto che raccontare ciò che poi i chirurghi scoprirono: il generale aveva un adenoma e non un tumore, A meno che…Se le cose fossero anda e così i chirughi avrebbero operato un paziente che non aveva scelta. L’intervento avrebbe rivelato loro la verità e questo avrebbe provocato una piccola inchiesta, ma tutto sarebbe rimasto fra le quattro mura della clinica. Un silenzio comprensibile. Con un paziente come il generale, rivelare l'episodio avrebbe significato un’ammissione di colpa.

Sull'urgenza dell'intervento chirurgico e sul tipo d'intervento effettuato i giudizi erano stati unanimi: furono commessi degli errori. E la rassicuranti parole dei medici curanti alla famiglia alcune ore prima del collasso cardiocircolatorio, erano frutto di questi errori? Tutti i miei sospetti assomigliavano a un bicchiere d'acqua che scompare appena tenti di afferrarlo.

(Continua, le puntate precedenti si trovano  nella pagina "Misteri")

© Riproduzione riservata
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