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L'indagine 12/ Miceli aveva lasciato il Sid ma non il mestiere di spia. Morì pochi giorni prima di raccontare tutto a Felice Casson?

di Salvatore Parlagreco
24 luglio 2010 15:33
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E' difficile acchiappare un gatto nero in una stanza buia soprattutto quando non c'è. Difficile, ma non impossibile. Che senso aveva? Nessuno, probabilmente, ma mi sarebbe piaciuto conoscere l'autore del proverbio cinese. Lascia le cose come stanno. Geniale, inutile, stimolante. Volevano farmi credere che nel 1990 Vito Miceli fosse un tranquillo pensionato, che a settantaquattro anni i pensionati vengono abbattuti dalle schegge di una vita dispendiosa: l'infarto o l'ictus.

Nel caso del pensionato Vito Miceli la fatalità si chiamava negligenza, la quale trova in se stessa le ragioni della disgraziata circostanza e l'irreversibile destino della vittima: non  contempla la mano del colpevole, ma del servitore della sorte. Se la negligenza dovesse destare sempre sospetti, i tribunali non si occuperebbero d'altro.

Il generale era un ex ufficiale in pensione preoccupato della salute precaria del proprio figlio, un soldato che avrebbe rispettato fino alla morte la consegna del silenzio e che mai avrebbe pronunciato una parola in danno del Paese. Non aveva preferito farsi arrestare nel 1974, pur di non rivelare i segreti di Stato?

Il destino del pensionato Vito Miceli si sarebbe compiuto per circostanze casuali proprio nell'anno in cui ex agenti della Cia rivelano alla televisione italiana che l'Agenzia non è affatto estranea alle vicende del terrorismo italiano; nello stesso anno in cui il generale diviene il teste chiave delle inchieste su Gladio e della cosiddetta strategia della tensione, alla vigilia della pubblicazione di un memoriale e all'indomani di un interrogatorio di quattro ore con un magistrato, Felice Casson, solitamente assai scettico sulla disponibilità di Miceli a collaborare con la giustizia ed, invece, in questo caso stranamente ottimista.

Non una, ma tante circostanze casuali.

No, non avrei creduto a ciò che volevano farmi credere. Il cinese del gatto nero mi avrebbe dato ragione, degli altri mi sarei preoccupato poi. Si trattava di avere pazienza. Tanta pazienza. Le informazioni giuste, prima o poi, sarebbero arrivate.

E infatti il destino cominciò a centellinarle con il contagocce. Appresi che il generale svolgeva regolarmente un'attività di consulenza a favore di enti o organizzazioni internazionali: c'era chi utilizzava ancora l'ex capo del Sid. Ciò significava che Vito Miceli esercitava, seppure con parsimonia e riservatezza, un'attività di intelligence. A favore di chi? Indubbiamente a favore della parte che aveva servito prima di andare in pensione, organizzazioni internazionali occidentali. Questa informazione mi fu data da una persona che non avrebbe avuto alcun interesse a depistarmi, tutt'altro. Voleva vederci chiaro quanto me sulle cause della morte del generale e riteneva che non bisognasse trascurare nulla a questo fine.

La notizia era importante ma aveva bisogno di essere confermata. Mi proposi pertanto di incontrare gli uomini che avevano lavorato con il generale negli ultimi mesi della sua vita. Non sarebbe stato facile trovarne disposti a collaborare. C'erano quelli che si preoccupavano dell'immagine del generale e, quindi, temevano che raccontando altre storie non si sarebbe fatto un buon servizio alla sua memoria, e c'era invece chi si preoccupava della divulgazione di fatti che avrebbero potuto nuocere alla propria parte. Fui aiutato dalla buona sorte, perché potei contare sulla collaborazione di un giornalista trapanese assai scrupoloso, Vito Orlando, il quale aveva conosciuto Vito Miceli e sapeva a chi bisognava rivolgersi. Orlando mi suggerì subito il nome di un alto ufficiale dell'esercito che era stato accanto al generale per alcuni anni. Quando gli chiesi come avrei potuto avvicinare quell'uomo, si offrì di organizzare l'incontro a Roma. Questo avrebbe reso tutto più facile, perché si sarebbe servito di un comune amico al fine di indurre l'alto ufficiale a parlare. Orlando riteneva che potesse dirci molte cose ma che occorreva superare la naturale diffidenza e l'abitudine alla riservatezza che i militari conservano.

Riferii a Vito Orlando ciò che avevo saputo a proposito delle consulenze e gli accennai alla famosa valigetta piena di documenti di cui non si aveva più traccia. Volle sapere su quali elementi poggiassero i miei sospetti e gli raccontai senza reticenze ciò che pensavo. Le valutazioni, necessariamente generiche, che egli fece del mio lavoro erano incoraggianti. Anche Orlando credeva che valesse la pena di vedere chiaro nella vicenda, qualunque fosse la conclusione dell’indagine. Escluse che il generale vivesse come un pensionato. 'Non sarebbe stato lui", asserì perentorio. Enunciai pedantescamente i miei propositi. Avrei cercato risposte ad una serie di quesiti. Quali? Lavorava per conto di organizzazioni internazionali, di governi di paesi alleati, di paesi dell’altra sponda del Mediterraneo? Non contava niente e non sapeva nulla d'importante? E se sapeva, che cosa sapeva? Aveva intenzione di parlare? E fino a che punto? Fu la negligenza a condurlo all'altro mondo nel momento giusto? Poteva spaventare gente pericolosa? E come? E la valigetta coi documenti che fine aveva fatto? Esisteva davvero?

"Ho del materiale che ti potrà essere utile", disse Vito Orlando, dopo avermi ascoltato.

"Di che si tratta?". chiesi incuriosito.

Lo saprai quando te lo consegnerò".

"Ti sei fatta un'idea?", azzardai.

"Voglio farmene una."

“Trapani era la base di Gladio. Possibile che non sapesse?"

"No, non mi pare possibile".

Sette giorni dopo ricevetti il plico con i documenti promessi. Un giornalista che ti dà una mano e rispetta l'impegno assunto è una mosca bianca. Una specie da proteggere. Vito Orlando, nonostante l'età, relativamente giovane, ama fare quello che dice, e ama la professione come se gli avesse dato soddisfazioni irripetibili. Un merito in più. Il giornalismo è un mestiere stupido, ma quelli che lo facciamo ne siamo consapevoli fino ad un certo punto: la maggior parte ritiene che esso gratifichi più che il paradiso dell'Islam. Negli occhi di Vito Orlando, che appartiene a questa seconda schiera, c'è la passione degli uomini di trincea rotti a qualsiasi fatica.

Aprii il plico sicuro che esso contenesse informazioni utili. Vi trovai alcune pagine di una relazione della Commissione parlamentari stragi, un articolo di Mario Coglitore sull'operazione Gladio, una copiosa documentazione riguardante la morte in Somalia, nel 1993, del maresciallo Vincenzo Li Causi. Non capivo dove volesse approdare Orlando, che cosa legasse Miceli a quei documenti. Quando analizzai, invero frettolosamente, il materiale di cui disponevo, le perplessità non scomparvero affatto. Ma non mi rassegnai, rilessi tutto e mi presi il tempo che ci voleva per fare alcune verifiche e tentare dei collegamenti.

Cominciai dalle pagine che facevano parte della relazione di maggioranza della Commissione Stragi. Recavano un titolo, Il caso Ronald Stark. Chi era costui? All'inizio presunto agente della Cia, nelle ultime righe della relazione agente della Cia. Ronald Stark fu arrestato a Bologna dopo un tentativo di infiltrarsi nella rete delle brigate rosse, insieme a due suoi compari, Roberto Adolfo Fiorenzi e Franco Buda. Il primo era un ingegnere, che Buda in un memoriale avrebbe indicato come colui che aveva ospitato a Roma in una casa sul mare in contrada "Isola di Siracusa", un personaggio implicato nella strage di Fiumicino provocata da un commando arabo-palestinese.

Buda riferì che Fiorenzi aveva fatto un favore ad un uomo importante, un militare di origine siciliana. Questa indicazione fece sospettare il sostituto procuratore, Rosario Priore, che il personaggio importante fosse proprio Vito Miceli. Ma Fiorenzi negò tutto, smentì Buda e l'indagine non ebbe seguito. Buda, secondo il documento che possedevo, era tuttavia credibile perché Fiorenzi era legato sentimentalmente a una donna, una certa Emanuela D'Orso, proprietaria di un albergo a Sanremo, e pare che la D'Orso mantenesse rapporti con i palestinesi. Ma questa donna non fu mai interrogata sulle verità di Buda. L'ingegnere Fiorenzi, deceduto poco tempo dopo il memoriale di Buda, alloggiò presso l'hotel Locarno di Roma lo stesso giorno in cui si svolse una riunione in quell’albergo alla vigilia dell'attentato al treno ltalicus. Una semplice coincidenza, secondo la relazione che leggevo, ma le coincidenze erano troppe per non sospettare che Fiorenzi appartenesse Servizi. Quali? Italiani o di un paese occidentale?

E Stark? Fu liberato dal magistrato bolognese che l'aveva fatto arrestare perché apparteneva alla Cia. Ma a Roma giunsero a conclusioni opposte: gli misero le manette perché sospettarono che appartenesse a una banda armata. Probabilmente la verità stava in mezzo. Nelle tasche di un suo amico, Enrico Paghera, con il quale 'lavorava a Bologna, fu trovata la mappa di un campo palestinese in Libano e le istruzioni necessarie per mettersi in contatto, a Roma, con un funzionario libico, che avrebbe dovuto aiutarlo a raggiungere il campo libanese. Paghera sarebbe riuscito ad incontrare il libico grazie ad una informazione che gli era stata data da Stark. Un infiltrato, dunque, un agente doppio.

I sospetti su Stark erano gravi e molteplici. Pare che appartenesse a quella schiera di agenti della Cia accusati dal Presidente degli Stati Uniti, Carter, di avere trescato con i libici e di essere coinvolto nell'organizzazione di atti terroristici in Europa. A quale scopo? Assecondare i libici per ottenere elementi che provassero la loro colpevolezza? Lasciò, infatti, volontariamente a quanto pare, tracce evidenti delle responsabilità libiche nelle iniziative terroristiche sul Vecchio Continente. Un personaggio pericoloso e ambiguo, e non certo un cane sciolto.

In un volantino anonimo distribuito dopo la strage di via Fani a Roma e il sequestro di Aldo Moro, Stark fu indicato come collaboratore ed amico di un certo David, ex marine in Vietnam col grado di capitano e consigliere militare della Central intelligence Difense. Nell'interrogatorio reso ai giudici, Stark negò di lavorare per i servizi statunitensi, ma di fatto ammise o lasciò credere che in effetti il suo mestiere era proprio quello di agente segreto perché avvertì il magistrato che lo interrogava che gli sarebbe stato impossibile collaborare;  secondo la legge americana, disse, sarebbe incorso in un grave reato se avesse rilevato la sua appartenenza ai Servizi.

Questo episodio, la presenza di Stark nel sequestro Moro, m'indusse a collegare la vicenda alla lettera scritta dallo statista democristiano durante la prigionia brigatista, nella quale Moro chiede che la trattativa per la liberazione sia affidata al generale Miceli, "lui avrebbe saputo che cosa fare".

Quali deduzioni trarne? Che Miceli avesse avuto rapporti con i libici, dei quali sarebbe stato un interlocutore privilegiato e avesse protetto un arabo implicato nella strage di Fiumicino, così come era accaduto anni prima, quando aveva rimandato a casa, dopo averli scoperti e tratti in arresto, i membri di un commando arabo che preparava l'attentato ad un aereo israeliano in partenza da Fiumicino.

Se Miceli conosceva l'ingegner Fiorenzi e Fiorenzi aveva alloggiato al Locarno alla vigilia della strage dell'ltalicus bisognava trarne le conseguenze. L'attentato al treno fu materialmente affidato alla mafia siciliana, e Fiorenzi aveva avuto rapporti epistolari con un famoso bandito, Santo Notarnicola,detenuto nel carcere di Favignana. Fiorenzi scrisse a Notarnicola e gli fece visita in carcere, probabilmente su richiesta della sua donna, la D'Orso, che conosceva il bandito. In definitiva Fiorenzi sarebbe stato una specie di snodo, uno dei tanti agenti di confine, che tesseva rapporti con la criminalità organizzata, il terrorismo italiano e quello arabo. Vito Miceli aveva avuto contatti con lui? Fiorenzi negò tutto: non lavorava per alcun servizio segreto, ma il punto era un altro: verificare se il generale avesse smesso di occuparsi dei servizi dopo avere lasciato il Sid.

Nel plico c'era anche l'articolo di Mario Coglitore sul settimanale Avvenimenti: riferiva di un fascicolo di dodici pagine inviato alla Commissione Stragi il 18 ottobre dal Presidente del Consiglio Andreotti. Lessi con curiosità le prime righe dell'articolo, l'autore raccontava particolari inediti sulla struttura clandestina di Gladio, facendo la storia degli eventi che avevano caratterizzato il 1990. Il fascicolo inviato alla Commissione Stragi, secondo Coglitore, sarebbe sparito e ricomparso a distanza di quattro giorni, 'debitamente ripulito', sulla scrivania del magistrato veneziano Felice Casson, il quale avrebbe poi smentito l'episodio.: "La versione originale, il lavoro di ritocco con cancellazione di interi periodi, secondo il settimanale Avvenimenti, rimodella il complesso delle dichiarazioni e ne fornisce una versione largamente edulcorata".

Coglitore scriveva inoltre che "nell'originale si parla del controllo esplicito da parte dei servizi segreti sullo intero gruppo Gladio; nel secondo rapporto non si fa accenno ad alcun controllo; nella prima versione si sostiene che la pianificazione geografica ed operativa era concordata con il servizio informazione americano, nella seconda la riga salta interamente... Nel documento rivisto scompare ogni accenno agli stanziamenti previsti per l'organizzazione..., neanche una parola sulle modalità operative e di addestramento, sui depositi d'armi e d'esplosivo, che nella versione del 18 ottobre si diceva fossero stati smantellati e ricostituiti altrove".

Considerato il ruolo avuto nel Sid e le sue responsabilità di capo dell'autorità della sicurezza nazionale, Miceli era l'unica persona che potesse individuare eventuali omissioni e falsificazioni contenute nel documento. Pensionato o meno, molte storie giravano attorno al generale nel 1990. Miceli promise che avrebbe raccontato quel che c'era ancora da sapere dopo essere stato sentito dal sostituto procuratore Casson a Venezia. E lo promise ai giornalisti.

Il plico era un messaggio da decifrare. Riposi quel che restava da esaminare in un cassetto e decisi di fare a meno delle carte e dei documenti. Una pausa, niente di più. La fatica cui mi ero sottoposto m'impediva letteralmente di mettere insieme i pensieri. Per qualche giorno mi preoccupai di ragionare su quel che avevo fatto e mi occupai d'altro.(continua)

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