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Diario/5. L’attentato a Giovanni Falcone
influenzò l’elezione del Capo dello Stato?
I veleni sulla magistratura siciliana

di Salvatore Parlagreco
05 agosto 2009 12:09
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Rilessi il testo dell'intervista rilasciata da Amendolito alla televisione italiana il 23 gennaio 1990. Fui colpito della gravità delle sue accuse ad un magistrato svizzero. Il bersaglio principale era Oliviero Tognoli, il suo denigratore, a sua volta accusato di essere un infiltrato della mafia. L'intervista ripeteva un cliché collaudato: appena un mese prima Totuccio Contorno aveva detto che la magistratura italiana annovera mafiosi e amici dei mafiosi tra le sue fila in una intervista alla televisione italiana. Mi parve evidente che ci fosse una strategia dietro le rivelazioni dei pentiti al fine di depistare e delegittimare i magistrati. Si era alla vigilia delle lettere anonime del corvo: credetti a quel tempo,  e non ho mutato la mia opinione,  che il bersaglio fosse l'attività antimafia della magistratura. Giovanni Falcone, anzitutto. Ma non solo lui.

«La mafia, sosteneva Amendolito, in questo momento tenta di inquinare il sistema giudiziario italiano attraverso falsi pentiti il cui scopo è semplicemente quello di condurre vendette trasversali di mafia... Nel mio ruolo di agente del governo americano, andai in Svizzera per avere contatti che avrebbero potuto inserirmi nei canali siciliani; anche negli USA avevo fatto lo stesso, però l'operazione stavolta non ebbe successo perché la mafia era già informata della mia iniziativa attraverso il suo controspionaggio».



Dunque, Amendolito spiegò quello che sarebbe accaduto: è un dato inconfutabile. E ancora: Contorno era a Roma, naturalmente sotto protezione. Rilascia l'intervista e si fa pagare. Per ragioni di sicurezza fa credere che la registrazione è stata realizzata a Washington. Chi ispira i suoi veleni sulla magistratura siciliana, divulgati per mezzo della televisione di Stato?

Quando ebbi notizia della morte di Falcone, ricordando la conversazione con Amendolito, mi chiesi quale valore attribuirvi. Non mi ritenevo depositario di alcun segreto e mi sforzai di considerare l'episodio con calma. Non nego che l'elezione del Presidente della Repubblica, succeduta alla strage di Capaci, accrebbe la volontà di approfondire alcune questioni, porre l'accenno all'influenza che Falcone avrebbe potuto avere sulle scelte del Parlamento.

Quale proposito nascondeva Amendolito con quella telefonata? Perché aveva voluto farmi sapere ciò che sospettava? E soprattutto: le tesi di Amendolito erano note ad altri o ne ero l'unico depositario?
Ricevetti un plico contenente dei documenti il 26 o 27 maggio: memoriali inviati da Amendolito alle massime cariche dello Stato, al giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta, a Giovanni Falcone, ritagli di agenzie, fotocopie di articoli che ricostruivano la storia giudiziaria di Amendolito. Fu un gran sollievo per me leggere che alcune considerazioni sulla strategia politica della mafia erano contenute nei memoriali. Non ero depositario di alcun segreto.

Rimaneva senza risposta la strana osservazione di Amendolito sul ruolo di Falcone nella elezione del Presidente. Troppo poco per sospettare, quanto basta per sollevare un polverone.

Fra i ritagli mi imbattei in una pagina dell'Eco di Locarno, datata 25/26 gennaio 1990. Amendolito muoveva nuove accuse ai magistrati svizzeri. Ricordai quanto aveva detto nell’intervista alla televisione italiana. Controllai la data: precedeva di cinque giorni l'articolo dell'Eco di Locamo. Ne dedussi che Amendolito aveva organizzato una campagna d'informazione (o disinformazione) sui giudici svizzeri.

Lessi con attenzione l'articolo del giornale ticinese. «A Palermo non escludono che le dichiarazioni di Amendolito possano inserirsi in quella strategia del discredito verso la magistratura messa in atto dalla mafia. Si ricordino in proposito le lettere anonime scritte in Italia contro alcuni magistrati, le cosiddette lettere del Corvo...».


L'Accusatore di Cosa Nostra


La sorte voleva tendermi un agguato?
«Se così fosse, osserva l'autore dell'articolo, la procura di Lugano, grazie a Tognoli e ad altre indagini, sta toccando alcuni punti vitali della piovra».
Nel titolo Amendolito era presentato come «L'Accusatore di Cosa Nostra». Osservai le due fotografie che corredavano l'intervista. Avevo già cercato di rappresentarmi fisicamente l'uomo. La voce mi suggeriva un signore alto, con sigaro e doppio petto fumo di Londra: guardando le fotografie costatai di essermi sbagliato. Ne sorrisi.

Un tempo pretendevo di dare corpo alle voci: era una specie di esercizio per l'immaginazione... Tornai a esaminare le fotografie. Salvatore Amendolito aveva il viso rotondo, fasciato da una barba curatissima cavouriana, corta e imbiancata. Mi parve il ritratto di un uomo sicuro di sé, sobrio. Gli occhiali avevano una montatura leggera e lasciavano intravedere occhi acuti, penetranti, abituati a guardare lontano e, supposi, a sottrarsi agli agguati della quotidianità. Le labbra, socchiuse, lievemente sporgenti,_ sembravano le porte ben munite di un fortilizio, capaci di resistere a qualunque assedio.

La voce aveva ora un volto. Anzi, l'enigma aveva un volto.

Venirne a capo poteva essere utile? Non lo so, ma ero persuaso che contribuisse a capire il contesto: le volontà, gli umori che hanno preceduto ed accompagnato l'assassinio di Giovanni Falcone. Seguivo con scetticismo il succedersi degli eventi. Permaneva, anzi si rafforzava, il pregiudizio che le novità non migliorassero le mie conoscenze.

Provvide lo stesso Amendolito a tenere desta l'attenzione. Ricevetti altre telefonate e continuai ad annotare ciò che ascoltavo, senza abbandonare le perplessità iniziali. Amendolito era la pedina di una strategia di cui non conoscevo l'ideatore? Parlava per sé o per «altri»? E quali obiettivi si proponeva con le sue rivelazioni? La prudenza era obbligata. Avrei indugiato, cercato di capire ancora per qualche giorno. Quindi avrei deciso per il verso giusto. Almeno, così mi auguravo.

Tre o quattro giorni dopo la strage di Capaci, Amendolito mi chiamò ancora da Washington. Non una parola sulla morte di Falcone. Al solito mi limitai ad ascoltare per dieci-quindici minuti, lasciando che continuasse a raccontare le sue vicende, i rapporti con i riciclatori di denaro sporco, i tradimenti che avrebbe subito dai magistrati svizzeri, le trappole tese contro di lui dagli infiltrati della mafia nella giustizia e nelle polizie americane... Una esposizione puntuale di fatti e di nomi che confermava il mio giudizio sulla straordinaria abilità dell'uomo.

«Ha saputo dell'assassinio di Falcone?», gli chiesi.

«Sì, ho saputo...», rispose. E riprese a raccontare ciò che gli stava più a cuore. Lo interruppi, infastidito.

«Possibile che non abbia nulla da dire?...

Quali sono le opinioni prevalenti negli Stati Uniti?».

«E stato un suicidio».

«Un suicidio?».

«Certo, un suicidio...».

«Immagino che si riferisca a ciò che Falcone diceva...».

Non ebbi un diniego. Amendolito mi fece un'altra lezione di diritto, dedicata alle garanzie costituzionali.

«Stava per andare alla Superprocura...» osservai interrompendolo ancora.

«L'attacco dello Stato alla mafia si serve di metodi antirivoluzionari, disse dopo una breve pausa. È logico che la risposta non sia ortodossa, cioè mafiosa, ma terroristica... Ho scritto al presidente Andreotti. E a Craxi, alcuni giorni prima della uccisione di Salvo Lima... Falcone ha esposto se stesso ed altri ad un grosso pericolo...».

Quelle parole non lasciavano dubbi: secondo il mio interlocutore, i due delitti, Lima e Falcone, farebbero parte di un unico disegno. Con chi stavo parlando, dunque?

«Allora, non è finita?» domandai.

«No, non è finita», disse.

«E chi sarebbe il prossimo?».

«Il ministro Martelli», rispose.
 

L’agghiacciante profezia

 

Nelle ore successive avrei costatato che quella previsione veniva fatta anche da altri. Nell'ascoltare 1’agghiacciante profezia, ebbi voglia di concludere la conversazione.

Egli continuò con la precisione di un ragioniere. Si sentiva una specie di Cassandra, un profeta inascoltato. «Avete sbagliato,  sottintendeva il suo discorso,  ora battetevi il petto».

Non lo sfiorava l'idea che lo Stato non potesse patteggiare con la mafia e che banditi, assassini, delinquenti non avessero titoli per reclamare torti e ingiustizie.

Non gli addebitai nulla. I pensieri mi allontanavano da lui e mettevano in fila un mosaico che si componeva puntigliosamente senza che potessi farci nulla. Come se sfuggissero alla ragione. Il collante di quel mosaico erano i due attentati a Falcone, quello dell'Addaura e l'altro, a Capaci: entrambi preparati in occasione di un'attività di indagine intensa sul riciclaggio del denaro in Svizzera. E c'era sempre lui, Amendolito, accanto a questi eventi. Insieme agli inquirenti svizzeri.

Il desiderio di manifestargli queste mie idee divenne irresistibile ma non lo appagai: avrebbe scoperto i miei sospetti. Nonostante la tesi di Amendolito fosse aberrante, la «risposta» rivoluzionaria della mafia, dovevo ammettere che aveva una sua logica. Era innegabile che fosse avvenuta una trasformazione «gangeristica» della mafia siciliana. Gli attentati ai giudici Palermo e Chinnici segnalavano l'adozione di strumenti di sterminio: non più la lupara simbolo della punizione esemplare, ma il tritolo, incaricato di seminare terrore e morte.

Cominciavano a funzionare i collegamenti internazionali grazie al traffico di armi e droga. Le cosche stringevano alleanze in Medio Oriente o in Bolivia, in Nicaragua o in Russia. Ed erano in grado di reclutare killer, estremisti o sbandati un po' ovunque...



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