Perché espone le tesi della mafia? La risposta è semplice: «Ho perduto la mia credibilità a causa degli agenti doppi, come Oliviero Tognoli e intendo riconquistare una immagine credibile, collaborando con lo Stato».
Allora è un nemico della mafia?.
«Sono un nemico di Leonardo Greco, il socio di Tognoli», è la risposta.
Greco e Tognoli riciclarono 10 milioni di narcodollari. I giudici di Caltanissetta vorrebbero che Amendolito venisse in Italia per essere interrogato. Deve rispondere di calunnia nei confronti dei magistrati svizzeri. Finora Amendolito si è rifiutato di venire perché «ritiene inaffidabile la polizia italiana cui spetta di proteggerlo». Naturalmente, teme anche di finire in manette.
Forse questo personaggio meriterebbe più attenzione di quanto non ne abbia ricevuto finora. Agente doppio, infiltrato nella mafia, messaggero della mafia, collaboratore leale? Indubbiamente è un uomo che sa molte cose ed è un anello importante per ricostruire la storia e i meccanismi del riciclaggio ancora oggi funzionanti fra mafia e narcodollari nei santuari svizzeri. Ben 400 mila miliardi al giorno passano attraverso gli sportelli della Confederazione e quasi 500 mila italiani hanno un conto coperto. La Sicilia secondo una stima non rigorosa ma sufficientemente veritiera, seppure vecchia di cinque anni, può contare su 600 finanziarie, alcune delle quali in passato sono state individuate come società-paravento di boss.
Negli Stati Uniti il traffico di stupefacenti ha elargito alla mafia siciliana in cinque anni, dal 1977 al 1982, 600 milioni di dollari. L'intermediazione finanziaria, che si svolge nei paradisi fiscali e soprattutto in Svizzera, contribuisce al trasferimento in Italia del denaro ricavato e al suo impiego nei circuiti finanziari ufficiali. In appena 12 mesi i depositi bancari crebbero in Sicilia di quasi duemila miliardi, senza che il fenomeno potesse essere spiegato.
Le inchieste sul riciclaggio affidate a Falcone
Di questo si occupava Giovanni Falcone con alterne fortune, sin dall'inizio della sua attività inquirente. La sorte ha voluto che le grandi inchieste sul riciclaggio arrivassero sul suo tavolo, fino all'ultimo.
Nei giorni che precedettero l'attentato dovette studiare due casi: le tangenti milanesi e i conti svizzeri, il riciclaggio di denaro sporco a Mosca per il tramite di alcune imprese italiane. Il grande business, dunque. Una giungla dove è facile perdersi. Un luogo dove sorgono solidarietà e comparaggi, si radicano collusioni, si stabiliscono omertà, si conservano misteri impenetrabili.
Se i timori delle cosche incalzate dal direttore degli affari penali Falcone si fossero sommati all'interesse che l'esperto magistrato riserva per il riciclaggio, si giustificherebbe meglio la decisione di accettare il rischio delle conseguenze. E il giro di vite inevitabile. Ai corleonesi «disperati» di Calderone credo di meno, per il momento.
“Sono le 15,30 del 2 giugno 1992”
Sono le 15,30 del 2 giugno. Percorro per la prima volta, dopo l'attentato, l'autostrada A29. M'impongo di distogliere lo sguardo dalle macerie... Sistemano una rete a maglia di colore rosso per nascondere il tratto di corsia divelta dall'esplosivo. L'auto sulla quale viaggio è costretta a rallentare: lo scempio è lì, a pochi metri, è più forte di qualsiasi sentimento. Qui tutto appare lontano: le meschinità e le ambiguità di ieri e di oggi. E la generosa solidarietà di Palermo, perfino il rammarico, lo sdegno. Nulla può colmare il vuoto che si sente dentro.
Davanti a me due giovani su una utilitaria discutono vivacemente. Uno di loro osserva i cumuli di terriccio. Quel senso di vuoto non appartiene solo a me. Mi chiedo se sia possibile sfuggire alla sorte, se un uomo possa sconfiggere il destino che tende un agguato... Quell'appuntamento del 23 maggio - tornare in Sicilia, incontrare gli amici, dimenticare le carte romane - era un episodio come tanti: un piccolo trascurabile gesto che presto si sarebbe aggiunto agli altri. Eppure se Giovanni Falcone avesse fermato quella inesorabile successione di eventi, avesse agito in modo da non assecondarli, se avesse interrotto il fluire confortevole dei pensieri regolari, dei gesti consueti, consegnandosi ad una decisione irragionevole... Sarebbe bastato poco: un desiderio nuovo, una improvvisa voglia di «non fare», una imprevedibile repulsione verso qualcosa, qualcuno. O un presentimento. Uno stupido, irritante presentimento. O la paura di una Palermo infida e violenta.
Ma lui paura non «poteva» averne. Avrebbe tradito se stesso. Ecco perché la sorte ha avuto la meglio. E’ una nuova prova, ancora una, che non ci si sottrae al proprio destino?
La telefonata di Salvatore Amendolito
«Bisogna fare qualcosa», insistette. «Devono pure capire che si stanno cacciando in un vicolo cieco».
«Chi deve capire e che cosa?» domandai con curiosità.
«Giovanni Falcone ha le sue idee sulla Presidenza della Repubblica. Potrebbe influire...», continua il mio interlocutore.
Lo ascoltavo da venti o trenta minuti e non c'era nulla, proprio nulla che avesse destato la mia attenzione.
Perché stavo a sentirlo?
Se un uomo come Salvatore Amendolito ti chiama a telefono da Washington e decide di spendere del tempo per spiegarti come va il mondo, una ragione ci deve essere. E pure valida.
Dovevo avere pazienza, attendere che si decidesse a rivelare i motivi del suo interesse.
«Veda», disse con voce suadente, «lui fa il poliziotto, ha le sue idee... Fa politica...».
Mentre parlava, annotavo le questioni essenziali distrattamente. Lo fecevo per consuetudine e con una certa insofferenza. Ricostruendo gli appunti, mi rendo conto di quanto sia stata inadeguata la mia attenzione.
Ma non so farmene una colpa: avevo timore che la conversazione venisse registrata. Mi imposi perciò di ascoltare, di intervenire solo se non avessi potuto farne a meno. Imperdonabile, tuttavia, mi appare ora questo silenzio mantenuto oltre la decenza. Ricordo, pur non trovando alcun accenno fra i miei appunti, che Amendolito si definì un moderato, un liberal-conservatore e che egli manifestò una contenuta preoccupazione sull'esito delle elezioni per il Presidente della Repubblica, specie se esse fossero state influenzate da Falcone.
«La mafia non vuole essere discriminata», osservò, di punto in bianco.
«Discriminata?» ripetei.
«Proprio così, i mafiosi sono cittadini come gli altri. Quando lo Stato li chiama a rispondere dei loro delitti, devono potere contare sui diritti, le garanzie costituzionali. Altrimenti saranno guai, si sentiranno fuori dalla società e reagiranno da rivoluzionari...».
«Mi sta dicendo che i mafiosi combatteranno per la loro libertà?» puntualizzai con ironia.
«È giusto, combatteranno e lo Stato non potrà che perdere, perché loro non devono rispettare né leggi né regole. E possono contare sull'agguato, la sorpresa, il segreto...».
Continuò con una lezione di diritto, si soffermò sulla necessità che lo Stato non rinunciasse alle sue prerogative e non trascurasse di fare rispettare i diritti dei cittadini.
Se le vittime della discriminazione non fossero stati i mafiosi, ma gli indipendentisti baschi, i curdi dell'Iraq o gli irredentisti irlandesi, avrei sottoscritto parola per parola ogni cosa.
Parlava con tono pacato ed essenziale
Parlava, con tono pacato ed essenziale, usava termini appropriati e espressioni di cortesia. Talvolta girava attorno ad un concetto che gli stava particolarmente a cuore, ripetendosi, ma il tono restava sempre distaccato, lontano dagli eventi.
La conversazione restò un monologo, ma il mio interlocutore non se ne curava. Mi raccontò le traversie che aveva subito. Invece che ricevere ringraziamenti e benemerenze per i servigi che diceva di avere concesso alle autorità americane ed italiane nella lotta alla mafia, gli era stato dato il benservito a causa di Oliviero Tognoli, un'industriale bresciano che definiva infiltrato della mafia e incaricato di delegittimarlo. Una storia complicata, nella quale lui, Salvatore Amendolito, pareva restare nello sfondo.
Il mio interlocutore si raccontava senza alcuna partecipazione emozionale e manifestava il suo disappunto sobriamente. Non una ingiuria, né esagerate disapprovazioni: si comportava come un vecchio signore che subisce un affronto e non concede a colui che l'ha offeso l’opportunità di polemizzare. Manifestava i suoi sospetti con lo scrupolo del farmacista che illustra la pozione velenosa, avvertendo che essa va assunta per trame benefici.
Gli chiesi perché avesse voluto parlarmi e non seppe darmi una risposta convincente. «Non scrivo per un giornale», dissi «e non sono un cronista. Non mi occupo di vicende giudiziarie...».
Accennò alla mia indagine sul corvo del Palazzo di Giustizia di Palermo. «Le lettere anonime», osservò.
Chi ci ascoltava, e non avevo dubbi che eravamo ascoltati, doveva sapere che ero estraneo. A che cosa? Inutile cercare di spiegare gli impulsi irrazionali. Non mi fidavo di lui, né mi piaceva quella conversazione, alla quale tuttavia non intendevo sottraimi.
«Lo so, so tutto... Non mi aspetto niente», riprese Amendolito. E aggiunse: «Siamo sulla stessa barca».
Era troppo. Ma anche stavolta evitai di prendere le mie parti. E feci male.
«Proprio non capisco», mi dissi. Che mi considerasse dalla sua parte era impossibile: aveva raccontato i suoi sospetti sull'attentato dell'Addaura, nel quale avrebbero dovuto perdere la vita Falcone e due magistrati svizzeri, ma questo non lo autorizzava davvero a tanto!
Aveva lanciato la rete ed aspettava una mia reazione. Ero sempre più persuaso che bisognasse sottrarsi alla conversazione. Aspettai che riprendesse il filo del discorso per chiedergli a bruciapelo se avesse una prova, un indizio su quanto aveva sostenuto a proposito dell'Addaura.
«Ho illustrato i miei sospetti», rispose, «le mie considerazioni sono logiche, ineccepibili. Le prove devono essere raccolte dai poliziotti».
La provocazione ebbe, comunque, il risultato di fargli ammettere che Falcone non c'entrava nulla in quella storia e che i suoi sospetti riguardavano gli ospiti di Falcone, i magistrati svizzeri, che avevano bisogno, così mi disse, di qualcosa che rendesse credibile le loro investigazioni su mafia e riciclaggio di denaro in Svizzera. Ma era a causa di questi sospetti, manifestati imprudentemente, che avrebbe subito un processo per calunnia. Erano senza fondamento.
Ho voluto riproporre anche il tono della conversazione e raccontare gli umori che essa aveva suscitato in me, per riesaminare puntigliosamente ogni parola, ogni sensazione. Gli appunti che conservo vanno al cuore delle questioni, rileggendoli ritrovo spunti di riflessione. «...Falcone ispira questi provvedimenti e sbaglia, il governo si fa influenzare e sbaglia. Non sono nemico della mafia, ma di Leonardo Greco... Non sono mai stato mafioso... Sono stato condannato a morte della mafia: non eseguono la sentenza qui in USA, perché il mio assassinio farebbe troppo rumore... Toccare i santuari svizzeri è come premere il pulsante di un congegno elettronico, fare saltare tutto in aria».
Questa conversazione con Salvatore Amendolito si era svolta a metà maggio del 1992. Non so precisare il giorno, so che precedette la strage di Capaci e l'elezione del Presidente della Repubblica.